TREDICI STORIE E TREDICI EPITAFFI – William T. Vollmann

Da qualche anno, minimum fax sta ripubblicando delle vecchie opere di William Vollmann, autore californiano ormai sulla sessantina, spesso accostato a David Foster Wallace per la sua loquacità feconda e inarrestabile che lo porta a scrivere di tutto e a lavorare contemporaneamente anche su più testi. Pubblicare un genio della letteratura contemporanea come Vollmann, i cui libri però vengono acquistati col contagocce (gli italiani che hanno a casa una copia di Europe Central non riempirebbero la sala di un cinema parrocchiale) richiede una buona dose di coraggio; farlo con la continuità di minimum fax sulla base di un progetto di media o lunga durata, è rasentare l’incoscienza. Scherzi a parte, la qualità di un editore si riconosce anche da operazioni “a perdere” come queste. Si chiama personal branding e il brand di minimum fax, soprattutto per il made in Usa, è solido. 

Tredici storie e tredici epitaffi uscì negli Stati Uniti nel 1991, Vollmann allora aveva poco più di trent’anni ma alle sue spalle si era già messo sei sette volumi (voluminosi) interessantissimi, tra raccolte di racconti, romanzi e non- fiction. Qui da noi fece una lontana apparizione con l’editore Fanucci, la cui anima (Luca Briasco) è poi trasmigrata proprio in minimum fax, che in questi giorni lo ripropone con la traduzione di Chiara Belliti e Simona Vinci. Vollmann, che nel corso della sua carriera lo abbiamo visto sovrapporre generi e stili, mescolare vero e falso, e usare il proprio corpo per calarsi in qualunque vicenda umana, dalla guerriglia alla tossicodipendenza, dalla prostituzione alla povertà, dal mito dei padri fondatori della nazione, allo sbando del mondo giovanile, attraverso epoche diverse e i più remoti angoli della terra, ci offre un mosaico della sua America, continuamente sospesa tra ferocia e sentimentalismo, il cui spettro più ampio si misura soprattutto nella distanza tra scrittura, ricordo e morte. Nella nota introduttiva, Vollmann spiega che le singole coppie di storie ed epitaffi sono stati sviluppati nel tentativo di invertire il movimento solitamente lineare di una storia. L’idea è quella di un carro funebre che traina i lettori attraverso la pagina, nella direzione di un tempo finale dove gli epitaffi li aspettano per un’ultima riflessione sulla morte. La raccolta si apre con la storia più lunga, che è anche la più bella del libro “Il fantasma del magnetismo”. Siamo a San Francisco, l’epicentro della bussola mentale di Vollmann e della sua progressiva ansia da esplorazione che finirà per deflagrare a Las Vegas, con un’alternanza di toni allucinatori e favolistici che possono disorientare i lettori meno avvezzi a una certa narrativa. Il tema dominante è il viaggio. Lo sguardo di Vollmann, tra autobiografia e reportage, vaga dal sud-ovest americano ai bar della Thailandia affollati di ragazze, poi ritorna nelle stradine di San Francisco per proseguire a Gun City, praticamente New York. In “Manette, istruzioni per l’uso” assistiamo alla relazione sadomasochistica tra un uomo e una donna legati l’uno all’altra da manette invisibili ma nel contempo reali. La progressione allegorica è di grande effetto. Gli epitaffi di Vollmann sono come una dolorosa peregrinazione, fuori e dentro sé stessi. La rappresentazione vibrante, cruda, onirica di chi si sente condannato a vagare senza riferimenti in un mondo in frantumi, sempre più indifferente ai propri bisogni e cinicamente mutevole. Una presa di coscienza che non esclude la paura ma che fa posto alla speranza.  

Angelo Cennamo

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MOON PALACE – Paul Auster

“A poco a poco vidi i miei soldi ridursi a zero, venni privato dell’appartamento nel quale abitavo, finii con il vivere per strada. Se non fosse stato per una giovane di nome Kitty Wu, probabilmente sarei morto di fame. L’avevo conosciuta per caso soltanto poco tempo prima, tuttavia tale caso finii per considerarlo una forma di predestinazione…”. 

Marco Stanley Fogg è uno dei tanti personaggi di Paul Auster in balia del caso. Cresciuto senza padre e orfano di madre, quest’ultima viene investita da un autobus quando lui ha undici anni, il giovane protagonista e voce narrante della storia è accudito dallo zio Victor, un clarinettista senza ambizioni che per qualche anno lo mantiene agli studi universitari e poco prima di morire gli lascia in eredità oltre mille libri. Per la precisione, 1492. Proprio dallo zio, Marco aveva appreso che inizialmente il suo cognome era Fogelman, poi però qualcuno nell’ufficio immigrazione di  Ellis Island lo aveva ridotto a Fogg. La stessa identica cosa era accaduta al nonno di Auster quando dalla vecchia Europa era sbarcato nel nuovo mondo in cerca di fortuna. Con la morte di Victor, Marco vede assottigliarsi le sue già scarse risorse economiche; per sopravvivere è costretto a vendere i libri: dieci, cento, mille, poi finisce per strada

“Quando me n’ero andato dal mio appartamento, quel primo mattino, mi ero semplicemente messo in marcia, diretto ovunque decidessero di portarmi i passi”.  

Qui la storia del moderno David Copperfield ha una doppia sterzata: prima l’incontro, ovviamente casuale, con la giovane collega universitaria Kitty Wu; poi Auster inventa un uomo ricco e anziano di nome Thomas Effing che assume Marco come suo badante accompagnatore. La lunga storia di Effing, la sua doppia vita, è un romanzo dentro il romanzo. Effing racconta di essere stato un pittore famoso e, dopo una serie di disavventure, di aver intrapreso un viaggio a piedi nel sud-ovest americano, sfiorando la morte e la follia. La complessa vicenda di Effing ha il sapore dell’epica del vecchio west, e si contrappone a quella metropolitana di Marco Fogg. Le due vite si congiungeranno in un finale di rinnovata solitudine per Marco, questa volta non vissuta a Central Park ma nel posto del mondo che somiglia di più alla luna, il sud-ovest americano 

”Per le prime due settimane, mi sentivo come qualcuno che era stato colpito da un fulmine. Tuonavo dentro di me, piangevo, urlavo come un pazzo, ma poi, a poco a poco, la rabbia sembrava esaurirsi e mi stabilizzavo nel ritmo dei miei passi”.

”Moon Palace” (il titolo si riferisce a un ristorante cinese di New York) è tenuto insieme da una serie di improbabili coincidenze. La mia opinione è che Auster in certi romanzi abbia voluto strafare oltrepassando il limite della credibilità e della verosimiglianza. Accade soprattutto in questo e in Leviatano. Tutti i personaggi del libro ci appaiono sopra le righe, quasi si trattasse di caricature, per quanto le loro sfide risultino appassionanti, nulla in contrario, così come i lutti di Marco Fogg (la perdita è il tema più incisivo di Moon Palace, che contiene molti altri argomenti interessanti, dal viaggio inteso come esplorazione all’amore impossibile, al valore iconografico dell’Occidente).

”Questo romanzo mi ronzava in testa da molti anni prima che mi sedessi e lo scrivessi”, pare abbia detto Auster. ”Poi, a un certo punto, è arrivata l’insegna di quel ristorante “Moon Palace” e…”. 

Angelo Cennamo

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