BIG TIME – Jordan Prosser

Big Time, esordio narrativo dello scrittore e regista australiano Jordan Prosser – in Italia con Mattioli 1885 e la traduzione di Seba Pezzani – è prima di tutto un romanzo sul tempo: su come lo percepiamo, lo temiamo, lo desideriamo cambiare. Se in superficie la storia si muove entro i confini riconoscibili di una distopia musicale, un’Australia futura in cui la cultura è censurata e la musica bandita, al centro pulsante del racconto si agita una domanda più ampia, quasi metafisica: che cosa accade quando il tempo smette di essere una linea continua e si trasforma in uno spazio abitabile, invadibile, riscrivibile? La vicenda ruota attorno a Julian Ferryman, bassista della band The Acceptables, impegnato con i suoi compagni in un tour surreale per promuovere il loro secondo album in un territorio dove le note sono considerate sovversive. Ma ciò che dà al romanzo il suo taglio più radicale è l’introduzione della sostanza “F”, una droga sperimentale che permette a chi la assume di vedere frammenti del proprio futuro. Non visioni mistiche, ma flash spietati, concreti, privi di interpretazione: ciò che sarà, semplicemente. L’effetto è dirompente. I personaggi iniziano a vivere come se il futuro li stesse osservando, correggendo, consumando. Prosser fa di questo espediente narrativo un motore concettuale potentissimo. Il tempo diventa una trappola: sapere ciò che accadrà toglie significato alle scelte, ma ignorarlo rende ogni decisione cieca. È qui che il romanzo si fa davvero inquietante: mostra come il futuro, lungi dall’essere una promessa, può diventare un peso insopportabile. Le relazioni tra i protagonisti si sfaldano sotto la pressione di ciò che “saranno”, e il presente diventa solo un passaggio obbligato verso una fine già scritta. In questo senso, Big Time non è solo una riflessione sul divenire ma sul determinismo, sull’illusione della libertà, sulla fragile architettura delle nostre vite. Nel corso della storia, la traiettoria personale di Julian si intreccia con una realtà che sembra sfaldarsi sotto il peso di anomalie temporali e coincidenze estreme, eventi inspiegabili che incrinano l’ordine apparente delle cose. Partite di calcio replicate al dettaglio a distanza di decenni, pazienti terminali che riferiscono esperienze comuni dell’aldilà, sincronismi inquietanti che sfuggono alla logica causale: tutto sembra suggerire che il tempo stia collassando su se stesso, che abbia perso la propria direzione. Non c’è più progresso, né passato riconoscibile: tutto si ripete, si annoda, come se il mondo stesse vivendo l’eco di se stesso. Julian è una figura chiave in un racconto dove il presente che si dilata diventa un campo di tensione. Il suo agire, l’assunzione della droga, la partecipazione alla produzione dell’album, la ricerca di senso nelle sue visioni, contribuisce, direttamente o indirettamente, a precipitare nell’instabilità. Il punto di non ritorno non è segnato da un evento politico o una rivolta, ma dalla convergenza tra arte, corpo e percezione temporale. Julian, che all’inizio pare solo un individuo smarrito in una realtà distorta, diventa progressivamente il nodo centrale di un paradosso: è spettatore di una fine che, forse, ha contribuito ad accelerare. Le coincidenze estreme sono allora sintomi e segnali, ma anche domande aperte: cosa succede quando la cultura viene usata per cancellare il futuro? Prosser lascia Julian sospeso in questa frattura, non come eroe o martire, ma come residuo umano di un presente che implode su se stesso.

Angelo Cennamo





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