LO SPLENDORE – Pier Paolo Di Mino

Con l’inizio del Novecento, la fiducia nella realtà come qualcosa di conoscibile e ordinato comincia a vacillare. L’identità si dissolve, il tempo perde linearità, il mondo si frantuma in mille schegge. È da questa crisi che nasce la stagione del modernismo, una svolta epocale in cui il romanzo abbandona il compito di rappresentare soltanto il visibile per farsi strumento di altre esplorazioni. Autori come Joyce, Proust e Mann danno voce a questo nuovo orizzonte, reinventando il romanzo affinché possa contenere il disordine, l’ambiguità, il mistero dell’esistenza. Nel secolo precedente la narrativa era diventata quasi un metodo scientifico di osservazione: Balzac, Flaubert, Zola avevano radiografato la società e l’individuo con occhio analitico, fiduciosi nella forza di una rappresentazione oggettiva. Quel mondo ordinato, nel Novecento, non esiste più. Con il suo ambizioso e visionario romanzo Lo splendore – I. L’infanzia di Hans (Laurana Editore, collana fremen a cura di Giulio Mozzi), Pier Paolo Di Mino si colloca in questa eredità modernista. La sua opera, pur dialogando con la tradizione del grande romanzo europeo, compie però un salto laterale per sondare territori più arcaici e simbolici: la mitologia biblica, la Qabbalah, la sapienza alchemica, le tradizioni esoteriche. Già il titolo – omaggio allo Zohar, il “Libro dello Splendore” della mistica ebraica – rivela l’intenzione profonda dell’autore: restituire alla narrazione un ruolo iniziatico, capace di aprire varchi verso nuove forme di conoscenza. Ad ogni modo, Lo splendore non rinuncia alla forza affabulatoria del racconto popolare. Al contrario, vi attinge con gusto, intrecciando una trama densa, animata da personaggi vividi e situazioni avventurose, in bilico tra l’epica e la parodia. Al centro della storia c’è Hans Doré, nato nel 1911 alla periferia di Berlino, ignaro del destino eccezionale che lo attende: potrebbe essere l’unico in grado di salvare l’umanità dalla “macchina della necessità”, ovvero dalla cieca ripetizione della storia. Ma la sua vicenda è solo un nodo di una rete molto più ampia, una genealogia simbolica e narrativa che include figure archetipiche come Hermine, guaritrice errante; Clea, mistica in dialogo con una Madonna fumatrice di pipa; il violento Gustav; e Joseph Idel, fervente socialista poi disilluso. Tutti questi personaggi, spesso accompagnati dalle loro “ombre”, convergono in un disegno cosmico orchestrato da forze contrapposte: Hubel e Ginzburg, incarnazioni di un dualismo primordiale, da un lato; il prete Kircher e un enigmatico libraio, custodi di un sapere misterioso, dall’altro. Cuore del romanzo è il Libro azzurro, un atlante visionario in cui ognuno vede qualcosa di diverso o, più spesso, nulla. Un libro che non esiste, forse, ma che contiene “tutto il mondo”. Il viaggio iniziatico di Di Mino, che mette in discussione i concetti stessi di realtà, tempo, evoca esperienze lontane, da Cervantes a Sterne, da Singer a Gadda. Il risultato è un testo sfuggente, difficilmente classificabile, che si muove tra favola, poema, trattato allegorico ed epopea spirituale. Lo splendore chiede molto al lettore: attenzione, dedizione, disponibilità a smarrirsi, ma offre in cambio un’esperienza autentica di bellezza. Una bellezza che, come scrive Di Mino, “ci inchioda, si impossessa di noi, ci eleva spiritualmente”. In questo senso, leggere Lo splendore non è soltanto un atto estetico, ma un gesto di ricerca. Una discesa nei simboli e nei miti dell’Occidente, un percorso che attraversa le rovine della modernità per cercare, ancora, una luce: un senso profondo da restituire al caos dell’esperienza. 

Angelo Cennamo





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