UN GIOCO SENZA FINE – Richard Powers

Con Playground – in Italia Un gioco senza fine, con La Nave di Teseo e la traduzione di Licia Vighi – Richard Powers si conferma ancora una volta uno degli autori più audaci e lucidi del nostro tempo. Dopo aver celebrato le reti silenziose degli alberi ne Il sussurro del mondo (premio Pulitzer nel 2019) e sondato il dolore personale sullo sfondo dell’apocalisse climatica in Smarrimento, qui Powers allarga il campo visivo fino a includere gli abissi dell’oceano, l’intelligenza artificiale e le cicatrici del colonialismo. Il romanzo si muove tra continenti, epoche e prospettive, intessendo scienza, spiritualità e critica sociale in una narrazione corale e stratificata. Al centro della storia c’è l’amicizia tra Todd Keane, brillante programmatore con il cuore nelle profondità marine, e Rafi Young, lettore insaziabile e stratega nato. Cresciuti in famiglie problematiche ma in mondi culturali opposti, i due si incontrano da adolescenti e si legano attraverso il gioco degli scacchi. La loro traiettoria comune si complica con l’arrivo di Ina Aroita, artista sensibile e radicata nelle sue origini hawaiane e tahitiane. Todd racconta retrospettivamente la storia, in una narrazione frammentata e intima, resa ancora più toccante dalla sua condizione neurologica degenerativa. Parallelamente, nel presente – o in un futuro che somiglia sinistramente al nostro – Rafi e Ina vivono su Makatea, isola polinesiana che un tempo fu devastata dalle miniere di fosfato e che ora diventa terreno di scontro tra ambientalismo e capitalismo. Un consorzio americano propone di costruire città galleggianti fuori dalle acque territoriali: utopia tecnologica o ennesima forma di colonizzazione?

A vegliare sulle profondità marine e sul senso profondo del romanzo è Evelyne, anziana subacquea che cerca di raccogliere in un libro l’essenza del mare. La sua visione è insieme contemplativa e rivoluzionaria: vuole che il lettore provi tale stupore da fermarsi, da rimettere in discussione l’idea stessa di progresso. In lei, Powers incarna una critica all’antropocentrismo che ha finito per giustificare ogni forma di sfruttamento.

Come ne Il sussurro del mondo, la bellezza naturalistica qui non è mai solo descrittiva: è un atto politico e filosofico. Powers scrive del mare con un senso di meraviglia quasi mistica. Pesci, coralli, mante, gamberetti: ogni creatura ha una voce, un ruolo, una sua dignità. L’antropomorfismo diventa così non un errore, ma uno strumento per ricucire lo strappo tra umano e non-umano. Un gioco senza fine è anche un romanzo profondamente inquieto. L’intelligenza artificiale, presenza silenziosa e seducente, è al centro delle domande più destabilizzanti del libro: può sostituirci? ingannarci? consolarci? manipolarci? In un episodio emblematico, un assistente virtuale interagisce con gli isolani, ma dietro le sue risposte precise e rassicuranti si cela un intento manipolatorio: portare a termine un progetto già deciso. E poi c’è la sorpresa finale, un colpo di scena magistrale che ribalta le carte e ridefinisce tutto ciò che credevamo di aver compreso nella prima parte. Powers, con l’eleganza di un illusionista, porta il lettore su un altro piano, dove realtà e finzione, memoria e codice, individuo e specie si intrecciano.

Un gioco senza fine è un’opera vastissima che abbraccia l’oceano e l’informatica, la memoria e il futuro, la politica e la poesia. Un affresco vertiginoso capace di sfidare la mente e commuoverci. Un romanzo che ci interroga, ci scombussola, lasciandoci con una domanda urgente e bellissima: che cosa significa davvero essere umani in un mondo che cambia così in fretta?

Angelo Cennamo

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