È uno dei personaggi più rigorosamente osservativi e moralmente consapevoli della letteratura americana, una figura che non si lascia definire da gesti epici, rivoluzioni interiori improvvise o drammi pubblici, ma dalla costanza con cui attraversa la vita quotidiana, cogliendone tensioni, silenzi, fragilità e contraddizioni. Ex aspirante scrittore “Solo gli scrittori veri – purtroppo – fanno parte di un club che ha soltanto un membro”, poi giornalista sportivo, infine agente immobiliare, Frank Bascombe non è un eroe né un simbolo, ma una lente attraverso cui osservare l’America contemporanea e più in generale la condizione umana: il suo mondo di strade suburbane, case in vendita, spiagge del New Jersey, motel anonimi, pranzi interrotti, conversazioni sospese, rivela molto più di quanto ci si aspetti. Fin dal primo romanzo, Sportswriter (1986), Ford costruisce il suo everyman come un uomo sospeso tra passato e presente, tra aspirazioni giovanili e consapevolezza dei propri limiti
“Ho smesso di cercare di conoscere chiunque altro da dentro, di essere dentro di lui perché tanto non può funzionare… sono anche diventato meno austero e meno scrittore serio; mi preoccupo molto meno della complessità delle cose, guardo alla vita in modo più semplice e letterale… A me piace considerarmi un letteralista. Qualsiasi cosa ci capiti, sarà, alla lettera, quel che ci capita, quando ci capiterà. Io cerco solo di sistemare tutto meglio che posso, secondo le mie abilità”
Se la morte del figlio, la fine del matrimonio e i fallimenti personali non lo definiscono in senso eroico, gli permettono tuttavia di sviluppare una capacità di osservazione e di analisi (diciamo pure saggezza) che attraversa tutte le stagioni della sua vita. Frank non la misura, la vita, in eventi straordinari, ma in dettagli apparentemente banali: il colore dei tappeti, la disposizione dei mobili, il modo in cui i clienti parlano o guardano le case che visitano. Ogni piccolo gesto o frase involontaria diventa per lui un indicatore di verità. Quando descrive un quartiere residenziale, Frank non si limita a elencarne le case o i vialetti: registra l’atmosfera, le possibili oscillazioni del mercato, i conflitti invisibili che si consumano dietro le porte chiuse delle abitazioni. In questo senso, Ford recupera e rinnova una tradizione americana di attenzione al quotidiano e all’individuo vicina per sensibilità ad altri due autori minimalisti che un po’ gli somigliano: Richard Yates e Raymond Carver.
Il rapporto con il figlio Paul attraversa la serie come un filo rosso, rendendo visibili le tensioni tra generazioni, la difficoltà di comunicare i sentimenti e il peso delle responsabilità familiari. Nei viaggi tra le coste e le periferie del New Jersey, Frank guarda il mondo e se stesso: un pranzo interrotto, una conversazione incerta con un cliente, il modo in cui Paul reagisce agli spazi o ai gesti del padre, diventano strumenti per calcolare distanza, affetto, incomprensione. Ne Il giorno dell’Indipendenza (premio Pulitzer), il Quattro Luglio e le pause tra un barbecue e un’escursione sulla spiaggia sono occasioni per riflettere sul senso della paternità, sul passaggio del tempo e sulla complessità delle relazioni umane. Frank non giudica apertamente, ma sa cogliere imperfezioni e fragilità, segnalandole con una precisione chirurgica. Persino la banalità delle conversazioni politiche o culturali diventa materia di indagine morale: ogni giudizio, esitazione o frase non detta rivelano in che modo le persone lottano con i propri desideri, i limiti e le paure.
Il paesaggio in cui Frank si muove diventa metafora della sua esperienza interiore: le spiagge deserte del New Jersey, le case di villeggiatura, le strade suburbane, i quartieri devastati dall’uragano Sandy in Tutto potrebbe andare molto peggio non sono soltanto dei luoghi fisici ma la dimensione astratta dove assistiamo a inciampi e mille imprevisti. Frank ci cammina come un archivista, cogliendo segnali emotivi che altrimenti passerebbero inosservati. La scrittura di Ford, in questi momenti, si fa quasi etnografica: le descrizioni dei mobili rotti, degli oggetti sparsi tra le macerie, delle discussioni spezzate, non sono mai gratuite ma precisi strumenti di lettura del quartiere, della contea, dello Stato. La serie raggiunge un nuovo tono meditativo e frammentario in Per sempre, quando Frank, quasi ottantenne, accompagna Paul gravemente malato attraverso un’America segnata dalla disillusione. Il rapporto padre-figlio di Ford ribalta quello di figlio-padre del Philip Roth di Patrimonio, romanzo molto vicino a questo, che tocca le stesse corde. Frank sostiene Paul ma non intende rinunciare al piacere. Come Sportswriter, Per sempre affronta il grande tema della letteratura americana: la ricerca della felicità. Si può essere felici nonostante le tragedie che ci capitano nella vita? Frank pensa di sì. Non è un caso che l’introduzione del romanzo Ford l’abbia intitolata Happiness. La scrittura, qui più pacata e concentrata sulle relazioni familiari, non insegue senzazionalismi né forme di riscatto, ma ancora una volta registra il quotidiano. A differenza di DeLillo o Pynchon, autori attenti alla società nel suo insieme, ai simboli collettivi e alla complessità strutturale della storia, Ford sceglie l’individuo e il ritmo lento delle loro vite normali, facendo di Frank non solo un fine osservatore ma un testimone consapevole del proprio tempo.
Angelo Cennamo