TATTOO – Earl Thompson

Tattoo si apre su una ferita: una fessura luminosa e dolorosa da cui filtra un’intera esistenza. È attraverso questa fenditura – più che attraverso l’intreccio o la psicologia dei personaggi – che il lettore viene attirato dentro il romanzo, il secondo di Earl Thompson, arrivato in Italia dopo cinquant’anni con Feltrinelli e la traduzione di Tommaso Pincio. A spingerci in avanti non è una semplice curiosità, né il desiderio di reincontrare Jack Anderson, l’indimenticabile protagonista di Garden of Sand, ma il bisogno di misurarci con quella tensione primordiale che regge l’intero testo: la lotta tra una vita vissuta senza rete, esposta a ogni brutalità, e il tentativo di trasformarla in forma d’arte senza attenuarne l’impatto. Thompson non si concede alcun riparo. Le sue scene più estreme: visite notturne che sfociano in ritrovamenti macabri, esplosioni di violenza collettiva nell’ambiente militare, sessualità esibita nella sua dimensione più sgradevole e ferina, non puntano allo scandalo ma a rendere percepibile una realtà che non dà tregua ai suoi personaggi. È la stessa vocazione alla verità spietata che anima gli outsider della narrativa americana del secondo Novecento, penso soprattutto a Hubert Selby Jr., ma anche ad autori distanti per stile e temperamento come Henry Miller, ciascuno impegnato a strappare il velo del comune senso del pudore che separa la letteratura dall’esperienza nuda. Accanto vivono gli echi della grande tradizione realista: Steinbeck, Faulkner, Dreiser, che hanno saputo raccontare la condizione umana senza addolcirla. Thompson ne condivide l’onestà radicale, ma la sua franchezza sessuale, che affronta anche tabù come incesto e stupro, lo relega ai margini della canonizzazione scolastica, giudicato troppo scabroso per entrare nei canoni giusti, troppo disturbante per chi cerca nell’arte un conforto. Eppure, secondo me, non è la materia cruda a costituire la vera forza del romanzo. È piuttosto il modo in cui Thompson la maneggia, cercando di dare ordine a un’esistenza che sfugge a ogni schema o regola. La sua prosa procede per scarti, ripetizioni, deviazioni improvvise: inciampa su dettagli biografici, sembra perdere il filo, poi lo ritrova con una naturalezza che tradisce un’urgenza autentica. In questo movimento irregolare emerge un’autenticità che romanzieri più disciplinati difficilmente raggiungono. I personaggi vivono nella loro pienezza fisiologica (mangiano, dormono, bevono, litigano, lavorano, fanno sesso) restituendo la quotidianità aspra delle classi lavoratrici americane durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Un universo lontanissimo dall’America patinata di certi musical, più vicino invece ai margini ruvidi di gente come Kerouac e Burroughs.

Al centro del romanzo si impone il tema del marchio, della traccia indelebile. Jack cresce convinto che le sue origini (una famiglia disfunzionale, la povertà del West rurale, la marginalità sociale) costituiscano un destino inscritto nella carne. Tattoo rende tangibile l’idea che la vita incida dei solchi così profondi da trasformarsi in identità. Questa visione colloca Thompson nella linea più oscura della narrativa di formazione americana. Il romanzo non è immune da difetti: la struttura appare disgregata, alcune pagine sembrano più il frutto di una fedeltà diaristica che di una necessità narrativa, e l’urgenza del vissuto sovrasta talvolta la costruzione del racconto. Ma è proprio in questo attrito tra caos e forma, tra l’energia scomposta della vita e l’ambizione ordinatrice della scrittura, che si sprigiona la forza unica di Tattoo. Thompson procede con una sincerità così radicale da risultare quasi pericolosa, come se ogni pagina potesse cedere sotto il peso della verità che tenta di affermare. Ed è forse qui che risiede la forza ipnotica del romanzo: non nel percorso di un personaggio, ma nel gesto di un uomo che cerca di dare senso alle proprie ferite. Un gesto imperfetto, a volte contraddittorio, ma sempre autentico. In questa vitalità irregolare, incisa come un tatuaggio sul corpo stesso del racconto, Tattoo trova la sua straordinaria dimensione letteraria e si impone in tutta la sua bellezza. Per quale ragione un romanzo così accecante e vigoroso sia rimasto lontano dall’Italia per mezzo secolo, resta un vero mistero. Ma questa è un’altra storia. 

Angelo Cennamo

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