L’ECO DELL’EROS: ITINERARIO NELLE FERITE DI RABBIT E SABBATH

John Updike e Philip Roth, spesso percepiti come poli complementari di una stessa costellazione letteraria, appartengono a una generazione che ha indagato senza pudori le contraddizioni della mascolinità americana del secondo Novecento, esponendone insieme splendori e miserie, desideri e collassi, ambizioni spirituali e voracità carnali, fino al punto che David Foster Wallace – in un commento spesso attribuitogli, benché circolante più come formula critica che come citazione verificata – avrebbe definito Updike “un pene con un grosso vocabolario intorno”, cogliendo al volo la centralità del corpo maschile e dei suoi impulsi nella narrativa di entrambi gli autori. Ma al di là della caricatura brillante, ciò che davvero accomuna Updike e Roth non è la semplice prurigine tematica, bensì la capacità di trasformare il desiderio in una lente che attraversa decenni di storia americana, illuminando i legami tra sessualità, potere, nevrosi e identità individuale. Nei romanzi di Updike, e in particolare nella monumentale tetralogia di Rabbit, in cui la figura di Harry “Rabbit” Angstrom diventa una sorta di sismografo umano della cultura statunitense, assistiamo alla costruzione di un’epopea domestica di rara ampiezza. In Corri, Coniglio, Updike mette subito in scena una fuga che è metafora permanente: l’abbandono improvviso della moglie Janice, una fuga che esplode nella celebre scena dell’incidente in cui Janice, ubriaca, lascia annegare sua figlia nella vasca. Questo episodio non è solo un momento di shock narrativo, ma la rappresentazione simbolica della frattura irreparabile tra l’anelito vitalistico di Rabbit e le responsabilità che non riesce a sostenere. Ne Il ritorno di Coniglio, Updike scava nelle tensioni politiche e razziali degli anni Settanta attraverso la convivenza di Harry con Skeeter, il giovane afroamericano radicalizzato, mostrando come il corpo e la casa di Rabbit diventino il teatro di un’America che implode dall’interno. In Sei ricco, Coniglio e Riposa, Coniglio, la parabola si chiude nel trionfo del benessere e nel disfacimento fisico: la famosa scena del negozio di Toyota, in cui Rabbit assapora il potere effimero del successo economico, trova il suo contraltare nella sequenza finale in cui, obeso e affaticato, cede all’ultimo desiderio – una partita di basket – che gli costa la vita. L’intera serie mostra come Updike utilizzi il corpo maschile come diario vivente della nazione: le pulsioni di Rabbit sono quelle dell’America suburbana, la sua vitalità è la vitalità del boom, la sua dissoluzione è la dissoluzione di un’idea di felicità borghese. Se Updike è cronista lirico della normalità inquieta, Roth è il grande sabotatore della rispettabilità, e Il teatro di Sabbath ne è il manifesto. Mickey Sabbath non è solo un uomo che vive di provocazioni: è un performer della propria degradazione. Una delle scene più potenti del romanzo è quella in cui Sabbath, seduto al cimitero davanti alla tomba dell’amante Drenka, inscena una sorta di dialogo estatico e blasfemo con il corpo assente della donna, fondendo eros, lutto e autocommiserazione in un’unica performance indecente. Questa scena non è gratuita: è la dimostrazione di come Roth utilizzi l’oltraggio come strumento conoscitivo, come mezzo per far emergere ciò che resta se si strappano tutte le maschere sociali. Altro momento chiave è il ritorno di Sabbath nella casa d’infanzia, dove la memoria del fratello morto in guerra si intreccia con una regressione quasi infantile: qui Roth mostra che il nichilismo del protagonista non nasce da pura volgarità, ma da una ferita originaria che ha corroso la possibilità di un ordine morale stabile. Sabbath è il contrario speculare di Rabbit: dove Rabbit fugge dalla responsabilità, Sabbath vi sputa sopra; dove Rabbit cerca un altrove, Sabbath abita ostinatamente nel caos; dove Rabbit subisce la trasformazione del mondo, Sabbath la sfida a duello. Eppure, entrambi sono imprigionati da un desiderio che non dà loro libertà, ma che li vincola a un’idea ormai obsoleta di mascolinità, una mascolinità che la rivoluzione sessuale ha liberato e allo stesso tempo svuotato, lasciando i loro protagonisti sospesi tra onnipotenza immaginata e fragilità reale. Se si osserva con attenzione, molte delle scene più iconiche dei due autori ruotano attorno a momenti di imbarazzo corporeo, di collasso morale o di consapevolezza improvvisa del proprio ridicolo: in Updike la partita di golf in Sei ricco, Coniglio, in cui Harry percepisce l’abisso tra il suo benessere materiale e la sua miseria interiore; in Roth la telefonata oscena intercettata nel romanzo di Sabbath, in cui la volgarità diventa detonatore di una riflessione sulla sorveglianza, sul controllo sociale e sul fallimento del privato. Entrambi gli autori usano queste scene come punti di torsione drammaturgica: momenti in cui la maschera virile si incrina e rivela un uomo stanco, terrorizzato dall’insignificanza, incapace di accettare la fine della giovinezza e l’intrusione del mondo reale nei sogni di potenza erotica. L’accusa di machismo che spesso è stata rivolta a Updike e Roth appare allora riduttiva: la loro scrittura non celebra la virilità, la smaschera. Nei loro romanzi il corpo maschile non è tanto un trofeo, quanto un bersaglio; non è un modello eroico, ma un dispositivo narrativo che permette di far collassare dall’interno le certezze di un’intera cultura. Rabbit e Sabbath, pur così diversi, condividono la natura di personaggi liminali, figure di passaggio tra un’America ancora convinta della propria centralità morale e un’America che scopre di essere attraversata da colpe, contraddizioni e desideri impossibili da controllare. Updike, con la sua prosa sontuosa e luminosa, tenta di catturare ogni vibrazione dell’esistenza; Roth, con la sua lingua abrasiva, prova a distruggere ogni illusione di ordine. Ma entrambi, da lati opposti della stessa frontiera stilistica, mostrano come la mascolinità sia una narrazione fragile, un racconto che gli uomini si impongono per sopravvivere e che la letteratura, soprattutto quando è grande, deve smontare pezzo dopo pezzo, scena dopo scena, desiderio dopo desiderio, fino a rivelare ciò che resta quando l’epica del maschio americano implode sotto il peso della propria stessa leggenda.

Angelo Cennamo


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