La qualità della vita, suggerisce l’incipit culinario del romanzo, si misura nei gesti minimi ma essenziali, quelli che Frankie Machianno compie con una calma che è disciplina, rituale e autodifesa: una padellina, un uovo, un bagel alle cipolle tagliato con precisione. In questo rituale quotidiano si annida la chiave del personaggio: un uomo che ha bisogno di ordine per tenere a bada ciò che è stato, un ex “strumento” perfetto della famiglia mafiosa californiana che ora vive come un pensionato operativo del molo di San Diego. Ma Winslow non costruisce mai questa doppia identità come una contraddizione melodrammatica: è piuttosto un processo organico, quasi naturale, come se Frankie fosse sempre stato entrambe le cose. Il romanzo restituisce questa compresenza attraverso la routine diurna: l’apertura del negozio di esche, le chiacchiere con i pescatori, le consegne ai ristoranti, l’occhio sempre un po’ vigile sugli immobili che amministra. Frankie lo vediamo organizzare ogni segmento della giornata con la stessa perizia che un tempo dedicava ai suoi incarichi criminali. Il surf è un elemento centrale non perché romantico, ma perché fisico. Nell’Ora dei Gentiluomini, quando i ragazzi sono al lavoro e la costa appartiene ai veterani della tavola e della vita, Frankie non cerca adrenalina; cerca un ritmo che gli permetta di misurare lo spazio, la distanza, la possibilità. È un capitolo non esplicitato ma costante della sua autobiografia emotiva. Winslow descrive l’oceano con una precisione che ricorda la sua attenzione maniacale per i dettagli del mondo del crimine, come se il mare fosse una vecchia mappa da interpretare. Quando il romanzo lascia entrare l’altro tempo della vita di Frankie, quello degli anni neri, lo fa tramite persone, rapporti, nomi che hanno un peso e un odore. I boss californiani, i gruppi che orbitavano tra Las Vegas, Tijuana, Hollywood e Pacific Beach, formano un reticolo che Winslow sa delineare con concretezza: non si percepiscono come fantasmi lontani ma come presenze che continuano a muoversi nelle pieghe della costa. E sono proprio le dinamiche interne a quel mondo, in particolare i residui conflitti fra vecchi clan e nuove famiglie che cercano di impossessarsi di settori borderline come il porno professionale, a costituire uno sfondo credibile, storico, quasi documentale. Non c’è la grandeur geopolitica de Il potere del cane né l’impalcatura internazionale de Il cartello: qui tutto è locale, radicato, fatto di facce, parcheggi, bar, magazzini, telefoni che suonano ancora nei luoghi dove gli affari sporchi erano condotti a voce. Questa aderenza topografica dà al romanzo un realismo urbano tangibile. Un altro elemento forte è l’intreccio dei rapporti affettivi. Frankie non è un duro solitario à la Chandler, e Winslow lo ribadisce attraverso figure come Donna, compagna più giovane, complessa, sensuale ma mai ridotta a cliché. La loro relazione è costruita con una cura che tiene insieme ironia, attrazione, consapevolezza dell’età e una dolcezza che stride volutamente con l’immagine di un uomo che in passato “lavorava” con una freddezza chirurgica. La figlia Jill, pur apparendo meno, è il vero punto di contatto fra ciò che Frankie vorrebbe diventare e ciò che teme di essere ancora. Winslow non fa leva sul sentimentalismo, ma su un ambivalente senso di responsabilità vissuto con pudore, quasi come se Frankie si sentisse un intruso nella propria stessa paternità. Dal punto di vista stilistico, il romanzo lavora molto sulla qualità del movimento: ogni scena sembra costruita per mostrare come Frankie occupi lo spazio. Non è semplice descrizione ma caratterizzazione. Il modo in cui parcheggia, entra in un locale, valuta una stanza, riconosce un volto che non vede da vent’anni: tutti piccoli elementi che Winslow usa come strumenti di rivelazione psicologica. La prosa è più controllata e precisa rispetto ai romanzi successivi più ampi e corali; il ritmo alterna dolcezze intime a tensioni secche, gli scambi di dialogo hanno un’ironia pacata. Rispetto ai romanzi epici sul narcotraffico, qui il campo è ristretto ma più profondo: Winslow non osserva un sistema, osserva un uomo che porta quel sistema sulla pelle, nei muscoli, nella memoria. Ed è proprio questa aderenza alla carne del personaggio: ai suoi ritmi, alle sue abitudini, ai suoi timori, che permette al testo di avere una densità tutta sua. Così, nell’arco di un romanzo che non rivela mai i suoi colpi di scena ma costruisce un crescendo di pressione sotterranea, il lettore finisce per conoscere Frankie come si conoscono poche figure della fiction criminale contemporanea: non come un archetipo, ma come una persona piena di contraddizioni e una sorprendente forma di grazia quotidiana. È questo che rende L’inverno di Frankie Machine un’opera tanto connessa al suo protagonista: tutto ciò che accade, tutto ciò che accadrà, viene filtrato attraverso la sensibilità di Frankie, la sua esperienza e il suo modo unico di tenere insieme, ogni mattina, un uovo, un surf e un passato che non vuole più governarlo ma che non smette di cercarlo.
Angelo Cennamo