Le sue storie John Fante le costruisce partendo da ciò che conosce a fondo: la vita delle comunità italiane del Colorado, l’ambiente dei manovali segnati dalla precarietà, un cattolicesimo più rituale che spirituale, la sensazione costante di trovarsi ai margini del grande racconto del successo. È un contesto che Fante non sceglie per nostalgia ma per necessità espressiva: è il terreno da cui ha assorbito i tormenti e le aspirazioni frustrate che ritroviamo in molti dei suoi personaggi. All’interno di questa antropologia urbana prende forma lo sguardo inquieto di Arturo Bandini, che progressivamente diventa il filtro privilegiato attraverso cui Fante osserva la realtà e la reinventa. L’alter ego non viene introdotto come personaggio compiuto, ma cresce di romanzo in romanzo, seguendo il ritmo delle memorie che l’autore rielabora cercando di smarcarsi dalla verità assoluta. In Aspetta primavera, Bandini, Arturo è immerso completamente nella vita della sua famiglia italoamericana, nella piccola città di Rocklin, coperta dalla neve, dal lavoro stagionale e dalla precarietà. La figura del padre qui è centrale. Svevo è un muratore che attraversa con fatica i mesi invernali, simbolo della dignità ferita del lavoratore immigrato. Le sue assenze esprimono la difficoltà di conciliare le responsabilità economiche con una paternità affettuosa ma imperfetta (il rapporto col padre è uno degli argomenti che Fante maneggia meglio, quasi un marchio). La madre, Maria, è l’altra faccia della stessa marginalità: timorosa, religiosissima, schiacciata da un sistema familiare e sociale che lascia poco spazio alle scelte personali. Arturo osserva questi mondi contrastanti con un misto di fascinazione e di disagio, e reagisce attraverso piccoli gesti ribelli: il desiderio di un paio di scarpe nuove, la goffaggine delle prime cotte. In questo primo romanzo – il primo pubblicato – la scrittura non è ancora un orizzonte definito ma una sorta di intuizione, un richiamo confuso, una possibilità che Arturo percepisce più come bisogno di distinguersi che come una vera scelta artistica. L’ambiente familiare, pregno di cattolicesimo e di sacrifici silenziosi, gli instilla un senso di conflitto che troverà espressione più compiuta nei romanzi successivi. Ne La strada per Los Angeles – primo vero romanzo di Fante ma pubblicato postumo nel 1985 – Arturo è adolescente. L’ambizione letteraria lo spinge, ma le sue capacità sono ancora disordinate, spesso parodistiche. Tutto in lui è eccesso: l’orgoglio, il disprezzo verso il lavoro manuale, la ricerca spasmodica di conferme. Il suo odio per i pescatori, contro cui lancia insulti quasi adolescenziali, è una caricatura dei tormenti che covano dentro di lui: il rifiuto delle origini popolari, la vergogna della povertà, il desiderio di affermarsi come autore. È un passaggio centrale, perché mostra come Arturo non nasca scrittore, ma lo diventi attraverso tentativi spesso grotteschi, fallimenti brucianti, esplosioni di entusiasmo e un costante senso di inadeguatezza. Il mondo che Fante descrive qui è già più vicino a quello che troveremo nei romanzi maturi: un contesto urbano popolato da individui che si aggrappano ai sogni come unica via di fuga da una vita che sembra immobile. Con Chiedi alla polvere Bandini trova la sua forma più nitida e riconoscibile. La Los Angeles degli anni Trenta è una città tentacolare e invitante, un serbatoio di speranze ma anche di fallimenti ammassati lungo Bunker Hill e i quartieri popolari. Arturo vi si muove con una determinazione fragile: vive in una pensione modesta, mangia poco o nulla, sopravvive grazie a un piccolo racconto pubblicato su una rivista, che gli dà un riconoscimento minimo ma decisivo. La sua esistenza oscilla tra la fiducia ostinata nella propria vocazione e l’angoscia per i successi troppo rari e le continue difficoltà. La relazione con Camilla Lopez introduce una dimensione ulteriore di conflitto: Camilla è messicana, indipendente, contraddittoria, e rappresenta per Arturo un desiderio irraggiungibile e uno specchio crudele della sua vulnerabilità. La scena nel deserto, in cui Bandini cerca Camilla e la trova smarrita nella sabbia, ormai avviata verso una dissoluzione psichica, è uno dei passaggi più intensi della narrativa di Fante: qui si intrecciano amore non corrisposto, senso di colpa, fallimento esistenziale e l’impossibilità di salvare davvero chi fugge da se stesso. In questo romanzo, il disagio identitario di Arturo emerge con estrema lucidità: è il figlio di immigrati che aspira alla piena appartenenza culturale americana, ma porta dentro di sé la memoria delle umiliazioni, dei limiti, della cultura cattolica e della povertà. Il suo rapporto con Camilla, fatto di incomprensioni e desiderio, mette a nudo questi conflitti più di quanto non facciano i suoi tentativi letterari. L’ultimo tassello, Sogni di Bunker Hill – dettato da Fante alla moglie Joyce, ormai cieco e senza gambe – presenta un Bandini adulto, alle prese con la dimensione professionale della scrittura e con il sistema hollywoodiano. Qui il tono si fa più misurato, più riflessivo: non c’è celebrazione né rimpianto, ma una constatazione sobria della distanza tra le ambizioni giovanili e le condizioni concrete in cui uno scrittore deve operare. Le esperienze con i produttori cinematografici, che gli chiedono di modificare i suoi racconti per renderli più appetibili al mercato, mostrano quanto Fante conoscesse dall’interno l’industria del cinema e le sue logiche compromissorie. È un periodo che nella sua biografia reale fu segnato da collaborazioni difficili e da frustrazioni profonde. Bandini sente che il cinema potrebbe offrirgli stabilità economica, ma allo stesso tempo di rischiare di soffocare la sua voce letteraria. Il romanzo è una riflessione tutt’altro che nostalgica: Arturo comprende che i sogni dell’adolescenza erano irrealistici, ma non rinnega il percorso che lo ha portato ad essere ciò che è. Il filo che unisce tutta l’opera di Fante è la questione identitaria, declinata in forme diverse ma sempre centrale. Per Bandini, essere italoamericano significa vivere in una zona intermedia: non abbastanza italiano per sentirsi parte di una comunità compatta, non abbastanza americano per essere pienamente accolto nella cultura dominante. Questa ambivalenza si manifesta chiaramente nei rapporti familiari: con il padre, simbolo dell’immigrazione faticosa e della cocciutaggine contadina; con la madre, custode di una tradizione che pesa e rassicura allo stesso tempo. Ma anche nelle aspirazioni professionali, dove la scrittura diventa strumento di riscatto e, insieme, di separazione dalle origini. Arturo vuole essere un grande scrittore americano, non un autore etnico confinato ai racconti sulla povertà degli italiani, ma ogni suo tentativo di emancipazione finisce per ricollocarlo nelle esperienze che vorrebbe superare. È una tensione che non si risolve: la scrittura la rende leggibile, la ordina, ma non la elimina. In Bandini, Fante trova un equilibrio raro tra autobiografia, analisi sociale e invenzione letteraria. Il personaggio permette di osservare dall’interno la condizione degli immigrati italiani del primo Novecento, con le loro ambizioni e le loro paure, e nel contempo allargo lo sguardo sulla Los Angeles degli anni Trenta, con le sue dinamiche economiche e culturali. Bandini è il tramite attraverso cui Fante esplora la formazione di uno scrittore in un ambiente che offre possibilità reali ma non garantite, e che spesso richiede compromessi dolorosi. La sua coerenza non deriva da tratti eroici o eccezionali, ma dalla persistenza delle sue contraddizioni: l’arroganza che nasconde insicurezza, l’ambizione che convive con la paura del fallimento, il desiderio di diventare altro che si scontra con il richiamo delle origini. È questa continuità di conflitti, più di ogni altro elemento, a rendere Arturo Bandini una figura sempre attuale ed amata, una delle rappresentazioni più solide dell’identità americana e tra i personaggi più umani della narrativa del Novecento. (Disegno di Kornel Speranza).
Angelo Cennamo