Although of Course You End Up Becoming Yourself – David Lipsky

Di David Lipsky, in Italia, si sa poco. Il suo nome è legato soprattutto ai cinque giorni del 1996 in cui seguì David Foster Wallace nel tour di Infinite Jest per conto di Rolling Stone. Auto, aerei, camere d’hotel, tavole calde, reading, conversazioni serrate: un percorso che fece cadere la distanza tra intervistatore e intervistato. Quelle registrazioni diventarono il libro Although of Course You End Up Becoming Yourself – Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta / minimum fax – e poi il film The End of the Tour. Nel 1996 Wallace è già al centro della scena. Infinite Jest è uscito da poco e circola ovunque, spesso più come oggetto culturale che come libro letto. Wallace lo sa, lo osserva, lo subisce. Durante le conversazioni con Lipsky alterna esitazioni, autoanalisi e lucidità. Ammette di aver trattato con poca cura il suo primo romanzo, La scopa del sistema, ma rivendica il lavoro su Infinite Jest: «Di questo sono fiero». È la prima volta che pubblica un’opera di tale estensione… «Non leggi mille pagine perché l’autore è simpatico, le leggi perché pensi che sia un genio». La loro conversazione entra spesso nel modo in cui Wallace immagina il lettore: uno che cerca complessità, che ha familiarità con codici culturali diversi, che vuole essere coinvolto non solo sul piano razionale ma su quello sensoriale. L’idea delle “terminazioni nervose” ricorre più volte: non una metafora, ma il nucleo del suo modo di scrivere.Il percorso di Wallace come autore prima di Infinite Jest è irregolare. Dopo La scopa del sistema esce La ragazza dai capelli strani, che amplia il suo raggio d’azione e lo colloca dentro la narrativa più attenta alle forme del presente. Poi arriva il crollo psichico durante il master ad Harvard, che segna una frattura profonda. Nei primi anni Novanta inizia a scrivere il romanzo che diventerà Infinite Jest, senza orizzonte commerciale e senza pressioni editoriali. Vuole fare un libro per sé, ma anche un libro che qualcuno possa leggere senza sentirsi preso in ostaggio dalla letteratura “sperimentale”. I primi lettori sono Jonathan Franzen e Mark Costello. L’editore Michael Pietsch intuisce il valore del progetto e gli paga un anticipo consistente, invitandolo a non divulgarlo. Nel viaggio con Lipsky Wallace parla anche di musica, tv, cinema, politica, colleghi scrittori. I giudizi sono spesso secchi: Updike lo irrita, American Psycho gli sembra un errore editoriale. Non vuole costruire un’autorappresentazione; vuole semplicemente essere preciso.Ed è qui che il libro di Lipsky trova la sua forma. Non è un saggio né un reportage tradizionale, e non è nemmeno un romanzo di viaggio. È un testo che prolunga Infinite Jest oltre i suoi confini. Ne diventa una propaggine: non un commento critico, ma l’ambiente in cui il romanzo si è formato e ha preso peso. È un’estensione del mondo mentale che ha generato Infinite Jest, una sorta di camera accanto, dove si sente la voce che nel romanzo rimane dietro la struttura narrativa. Leggerlo significa osservare Infinite Jest dall’interno mentre sta ancora accadendo. E significa anche riconoscere il valore del lavoro di Lipsky, che riesce a registrare non solo le parole di Wallace, ma la pressione del momento: il prima, il durante e l’ombra del dopo. Un documento che non completa il romanzo, ma lo continua. Uno dei pochi che riescono a farlo senza imitarlo.

Angelo Cennamo

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