CILENTO SELVAGGIO

Antonio Lanzetta è uno scrittore di frontiera in un’accezione rara nel panorama italiano: non si limita cioè a collocare le sue storie in un luogo, ma fa di quel luogo, che è il Cilento, le sue strade di mare e di campagna (io e Lanzetta siamo cresciuti nello stesso quartiere: la Zona Orientale di Salerno), una lente deformante e rivelatrice che proietta l’immaginario territoriale oltre i suoi stessi confini. In Lanzetta convivono l’urgenza del narratore che conosce la ferita e la necessità dell’artigiano che scolpisce personaggi e paesaggi come se fossero materia viva. È in questo cortocircuito fra intimità e universalità che si riconosce la sua poetica: raccontare il mondo partendo dal proprio villaggio, trasformando ogni tratto di territorio in un frammento di Appalachia, di Midwest, di Sud degli Stati Uniti, senza però smarrire la verità umana che appartiene soltanto a quella terra. Il filo più robusto che tiene insieme la sua matrice crime è l’infanzia violata, topos di quasi tutte le storie e specchio delle ossessioni maturate da lettore. I bambini e gli adolescenti dei suoi romanzi, da Bruno de L’uomo senza sonno ai fratelli Casale di Luna Rosso Sangue, fino al giovane Michele de Il tempo dell’odio, non sono delle semplici vittime: sono esseri in formazione, ragazzi costretti a riti di passaggio brutali, spesso irrevocabili. Ma a renderli memorabili non è soltanto il trauma: è il modo in cui questo trauma diventa motore etico, sguardo attraverso cui scoprono il mondo. Lanzetta non usa l’infanzia come artificio letterario, ne fa un luogo sacro e oscuro, una frontiera che separa l’innocenza dal suo inevitabile naufragio. Pur mescolando il poliziesco, il gotico, l’horror, non esibisce generi: li attraversa superando ogni etichetta e marchiando a fuoco personaggi che restano nella memoria. Il vicequestore De Santis de L’Educatore indaga un presente macchiato di colpa che ritorna come un rifiuto impossibile da sotterrare; Pietro e Toni Casale si muovono in un Hard boiled che vira lentamente verso l’incubo; Lidia Basso e Massimo Trotta seguono le tracce di una ragazza uccisa in un giallo che sfuma nel delirio; Michele vive un horror neorealista che trasfigura il fascismo in una forza predatoria. Lanzetta muta registro con naturalezza perché il suo baricentro non è mai il genere in sé ma l’umano: il dolore, l’abbandono, la violenza sistemica, la superstizione, la colpa che si trasferisce come un’eredità genetica, la memoria come luogo di condanna ma anche di possibile redenzione. Le sue storie sono sempre doppie: investigative e iniziatiche, sociali e intime, territoriali e cosmiche. La scrittura, nutrita di letture nordamericane, rifiuta le gabbie della narrativa italiana più addomesticata per dialogare semmai con autori come Joe Lansdale, Chris Offutt, Stephen King, Kent Haruf. Di questi riferimenti Lanzetta non imita gli stilemi: li riporta a casa, li traduce in dialetti emotivi che appartengono alla Campania più ruvida, a comunità periferiche che vivono tra la smania di fuggire e l’impossibilità di farlo davvero. Là dove altri autori italiani declinano il noir verso il realismo civile, Lanzetta lo piega a una dimensione più inquieta, a una spiritualità laica fatta di boschi, silenzi, strade provinciali, ombre che non appartengono solo al passato ma all’immaginazione stessa di chi le abita. Il confine, nei suoi libri, è morale, psicologico, culturale. È il punto in cui le persone decidono chi essere, o chi non riescono più a diventare. Anche quando affronta temi storici, come nel caso de Il tempo dell’odio, Lanzetta non costruisce un romanzo storico tradizionale: usa la storia come detonatore. Il fascismo non è contesto ma incarnazione del male, un buco nero che risucchia individui e comunità, e che fa da specchio alla violenza strutturale presente in molte sue opere contemporanee. Non è un passato da ricostruire, ma un archetipo del dominio e dell’abuso. In questa scelta si rivela la sua cifra più politica, pur nell’apparente rifiuto della narrativa civile: raccontare l’orrore senza estetizzarlo ma restituendogli quella brutalità primordiale che lo rende universale. C’è poi un altro tratto importante: Lanzetta rifugge l’appartenenza a scuole, circoli, gruppi di autori. Non cerca assimilazioni né calchi; rivendica un’identità che cresce libro dopo libro e che si riconosce per coerenza più che per formula. Nella sua idea di letteratura non conta la trama in sé ma chi la vive: i personaggi, tridimensionali e vulnerabili, restano impressi più delle storie che li coinvolgono. Per questo i suoi libri non aspirano a essere best seller, ma long seller: opere che resistono perché radicate in una aspettativa autentica e non in mode passeggere.

Lanzetta è oggi uno degli autori italiani più singolari: porta l’Italia nel mondo e il mondo in Italia, trasforma la provincia in una mappa mitica e disturbante, usa il male come specchio dell’umano ma senza compiacersene. In un panorama spesso omologato, la sua voce: riconoscibile, impastata di sangue e terra, ci ricorda che ogni storia straordinaria nasce da un luogo preciso e da un dolore preciso, e che solo attraversando entrambi possiamo davvero capire chi siamo.

Angelo Cennamo

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