OMAR DI MONOPOLI, IL GOTICO DEL SUD RISCRITTO IN PUGLIA

C’è una linea netta che attraversa tutta l’opera di Omar Di Monopoli: una linea di polvere, sole e sangue che parte dall’entroterra pugliese e arriva dritta nel cuore della narrativa americana del Novecento. Non è una semplice influenza, né un gioco di rimandi colti: è una parentela strutturale, una comunanza di sguardo sul mondo. Di Monopoli scrive come se la Puglia fosse una contea inventata, un territorio chiuso, coerente, autosufficiente, in cui le storie tornano, i cognomi pesano come sentenze irrevocabili e il paesaggio non fa da sfondo ma decide il destino degli uomini. Come accade nella Yoknapatawpha di Faulkner o nel Texas Orientale di Lansdale, la geografia non è neutra: è una forza attiva, una presenza che plasma caratteri, morale e violenza. Le campagne bruciate, le strade sterrate, i paesi senza cinema né futuro sono dispositivi narrativi che stringono i personaggi in una morsa lenta e inesorabile. Qui la possibilità di scelta è sempre limitata, e ogni tentativo di deviazione finisce per rientrare nel solco già tracciato. Fin dall’esordio con Uomini e cani è chiaro che non c’è spazio per l’indulgenza o per l’illusione sociologica: la violenza non è un incidente, è una regola non scritta; la comunità non protegge, divora; la famiglia non educa, ma trasmette il male come un’eredità naturale, biologica quasi, più che culturale. Quel primo romanzo, rielaborato molti anni dopo senza tradirne l’urgenza originaria, resta un libro sporco e vitale, istintivo e fisico, nato da una lingua che allora esplodeva in metafore, dialetto, iperboli, e che oggi, ripulita e rimodulata, conserva la stessa energia irregolare, la stessa sensazione di essere stata scritta con il corpo prima che con la testa. Uomini e cani è un testo fondativo perché contiene già l’intero arsenale tematico e simbolico di Di Monopoli: l’uomo ridotto a bestia, il cane come doppio morale e specchio degradato dell’umano, il Sud come campo di battaglia primitivo in cui nessuno, davvero, può dirsi innocente. È un romanzo che rifiuta ogni pedagogia e ogni spiegazione esterna: mostra, espone, lascia che il lettore respiri la polvere e il sangue senza filtri.

Con Nella perfida terra di Dio quell’universo si espande e si organizza in una forma più complessa e ambiziosa. Rocca Bardata diventa il centro magnetico di una geografia immaginaria che assomiglia alla contea faulkneriana molto più di quanto assomigli a qualsiasi cartolina pugliese. È uno spazio narrativo autosufficiente, dotato di una propria mitologia, di genealogie, di peccati che si accumulano nel tempo. Qui arriva ’mbà Nuzzo, pescatore, ladro e puttaniere che si scopre improvvisamente predicatore, e la sua conversione grottesca e inquietante innesca una catena di eventi in cui sacro e criminale si confondono fino a diventare indistinguibili. La religione, in Di Monopoli, non è mai un rifugio né una via di salvezza: è uno strumento di potere, una lente che ingrandisce le storture invece di correggerle. La fede non redime, semmai legittima. Nel convento di suor Narcissa la santità diventa merce di scambio, e la devozione una maschera funzionale quanto una pistola. È un cattolicesimo carnale, superstizioso, violento, profondamente terreno, che dialoga più con il gotico del Sud americano che con la tradizione del realismo italiano. La struttura del romanzo, fatta di ritorni, anticipazioni, scarti temporali, rafforza questa visione: il tempo non è una linea progressiva ma una palude, un pantano in cui il passato riaffiora continuamente, contaminando il presente. Il finale, annunciato e inevitabile, non ha bisogno di colpi di scena: è devastante proprio perché era scritto fin dall’inizio, inscritto nella terra e nei corpi. È qui che il dialogo con la letteratura americana si fa evidente senza mai risultare mimetico o derivativo. Di Monopoli prende il gotico del Sud, il western sporco, il romanzo di frontiera, e li trapianta in Puglia con una naturalezza disarmante, dimostrando che il Mississippi e l’Arneo, il Texas orientale e l’entroterra ionico condividono la stessa durezza, lo stesso rapporto patologico con la terra, la memoria e il potere. Come in Faulkner, come in McCarthy, il paesaggio non consola e non assolve ma schiaccia, deforma, condanna.

In Brucia l’aria questa pressione si fa più intima. Il fuoco che attraversa la storia dei Caraglia è una maledizione ereditaria, un marchio che si trasmette di generazione in generazione. Rocco tenta una forma di espiazione, una moralità imperfetta e dolorosa; Gaetano, al contrario, sprofonda in una deriva autodistruttiva che sembra già decisa prima ancora di compiersi. Intorno a loro il mondo resta identico a se stesso, impermeabile a ogni possibilità di cambiamento strutturale. Anche qui Di Monopoli rifiuta la retorica della redenzione: gli basta mostrare come certi posti rendano ogni scelta parziale, ogni fuga incompleta, ogni salvezza individuale irrilevante sul piano collettivo. Tutto questo universo non reggerebbe senza una lingua capace di sostenere insieme brutalità e musica, ed è forse qui che Di Monopoli gioca la sua partita più personale e riconoscibile. Il suo italiano è un impasto di dialetto tarantino, ritmo biblico, invenzione continua, una lingua che non cerca di piacere ma di colpire, che suona antica e insieme viva, capace di essere lirica e oscena nella stessa frase. Il dialetto non è un ornamento folklorico ma uno strumento cognitivo: serve a pensare il mondo da dentro, a non prendere distanza, a evitare ogni tentazione di superiorità morale o stilistica. In questo senso Di Monopoli è uno scrittore profondamente visivo e narrativo, cresciuto tra fumetti, cinema di genere e western, che usa i generi come utensili, non come gabbie. Crime, gotico, western non sono etichette di mercato ma forme di precisione, dispositivi per dire il vero senza addolcirlo. Nei suoi libri il Sud non è un problema da spiegare né un territorio da salvare: è soprattutto una condizione esistenziale, una forma mentis, una trappola storica. Questa stessa linea nera, primitiva e implacabile, arretra ancora nel tempo in In principio era la Bestia, dove Di Monopoli spinge il suo universo narrativo tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, in una Languore nei pressi di Taranto che sembra già contenere in embrione tutto il suo Sud futuro. L’indagine su una creatura che sbrana uomini e animali, condotta da un capitano borbonico affiancato da uno scienziato e da un soldato, si rivela presto un falso centro narrativo: la Bestia è solo una delle possibili incarnazioni del male, forse nemmeno la più rilevante. A dominare la scena sono i notabili, don Carmelo Dirlampa e Mastro De Santis, incarnazioni di un potere assoluto, osceno e impunito, che crocifigge i contadini ribelli, accumula cadaveri per riti satanici e si protegge dietro il prestigio, la ricchezza, le logge. È una rappresentazione del potere come violenza strutturale, che anticipa e spiega tutte le degenerazioni successive. In mezzo a questa ferocia istituzionalizzata si muove la figura ambigua e luminosa del prete brigante, unico argine possibile alla crudeltà dei potenti non perché giusto ma perché esterno all’ordine costituito. Non c’è eroismo, solo una diversa collocazione nel sistema della violenza. Come spesso accade nei libri di Di Monopoli, sono le donne a spezzare l’inerzia del destino: Pasanedda, sacrificata a un matrimonio mostruoso; Maria Addolorata e la folle Mela, figlie di Dirlampa, che trasformano il dolore in gesto, il trauma in azione, imprimendo alla storia una svolta irreversibile. In un universo dominato dalla sopraffazione maschile, sono loro a introdurre una frattura, un cambiamento reale. Anche qui la lingua è materia viva, contaminata dal dialetto e da una sacralità rovesciata, e la denuncia è esplicita, quasi programmatica, come nella voce di chi sceglie la macchia perché escluso per nascita da ogni idea di giustizia: «Io mi so dato alla macchia perché quando ho chiesto giustizia i colleghi tuoi mi hanno accusato delle peggio cose. Da ste parti come na maledizione è: se nasci potente puoi fare il cazzo che vuoi, ma se nasci ultimo destinato a pigghjàrla ntra lu culo tutta la vita rimani, persino se sei un baciapile». La Bestia, alla fine, non smette mai davvero di camminare tra gli uomini: cambia nome, epoca, forma, ma resta sempre lì, incarnata nella terra, nel potere e nella memoria. Ed è proprio questa fedeltà radicale a un mondo che non chiede scuse, che non cerca consolazione, a rendere l’opera di Omar Di Monopoli una delle più riconoscibili e coerenti della letteratura italiana contemporanea.

Angelo Cennamo

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