La sua intera opera Philip Roth l’ha costruita lungo una linea di frattura in cui vita e finzione si contaminano vicendevolmente fino a diventare indistinguibili. Non si tratta di un semplice gioco metaletterario, ma di una vera e propria postura esistenziale: Roth scrive sempre da un punto di attrito, da una zona di conflitto in cui l’identità non è mai data una volta per tutte, bensì continuamente rimessa in questione. La sua scrittura nasce da un gesto di sfida (alla famiglia, alla tradizione ebraica, all’idea stessa di identità come destino) e trova in Lamento di Portnoy la sua manifestazione più clamorosa e liberatoria: un’esplosione verbale, sessuale e morale che scardina il perbenismo, l’autorità paterna e la pressione normativa della comunità. Portnoy non è solo uno scandalo letterario: è un atto di disobbedienza, una dichiarazione di indipendenza che segna in modo indelebile la prima stagione dell’opera rothiana.
Mentre scrivo, quasi tutti i libri “italiani” di Philip Roth risultano indisponibili, con l’eccezione del solo Portnoy pubblicato da Adelphi. Chi mi segue conosce la mia mania di rileggere su una copia nuova, come se ogni ritorno a un libro esigesse un supporto vergine. Per Patrimonio ho dovuto fare un’eccezione e tornare allo scaffale, riprendendo in mano la vecchia edizione Einaudi. Pubblicato nel 1991, Patrimonio segna un punto di svolta profondo nell’opera di Roth. È un libro-soglia, collocato simbolicamente e storicamente tra due stagioni della sua produzione: da un lato i romanzi della ribellione, della maschera, dell’eccesso satirico; dall’altro la grande stagione finale, dominata dalla riflessione sulla fine del corpo, sull’invecchiamento, sulla morte. Apparentemente autobiografico, Patrimonio è in realtà più radicale di qualsiasi romanzo, proprio perché rinuncia al consueto gioco degli alter ego per esporsi senza mediazioni, pur restando un’opera di altissima consapevolezza formale. Qui Roth mette in scena se stesso come figlio che assiste alla malattia e alla morte del padre, Hermann Roth, e in questo gesto narrativo compie un passaggio decisivo: smette di essere soltanto il figlio che si ribella per diventare, paradossalmente, una figura paterna. Lui, che nella vita non ha avuto figli, si trova a esercitare una paternità rovesciata, fatta di decisioni mediche, di responsabilità morali, di cura del corpo altrui. La difficoltà di distinguere verità e finzione non scompare, ma cambia funzione: non serve più a destabilizzare il lettore o a ironizzare sull’autobiografia, bensì a interrogare il rapporto tra scrittura e realtà vissuta, tra esperienza e rappresentazione. Patrimonio non è un diario ingenuo né una confessione sentimentale. È un testo costruito con rigore, in cui ogni dettaglio corporeo, ogni dialogo, ogni silenzio è selezionato per restituire una verità dell’esperienza che non ricorre a consolazioni simboliche. Hermann Roth non è idealizzato né demonizzato: è restituito nella sua opacità, nelle sue rigidità, nella sua forza e nella sua vulnerabilità. Figlio di un cappellaio ebreo emigrato dalla Galizia polacca, cresciuto a Newark, Hermann incarna in modo esemplare il mito americano del self-made man. Con la sola terza media riesce a entrare nella Metropolitan Life Insurance Company – un’istituzione dominata da protestanti – e a farvi carriera fino a diventare direttore generale. Per lui il lavoro non è solo un mezzo di sostentamento, ma una forma di dignità morale, un codice etico inflessibile fondato su disciplina, affidabilità, rispetto delle regole. È proprio questo universo di valori che il giovane Roth aveva combattuto e deriso nei suoi primi libri, vedendovi una prigione conformista, un nemico della libertà individuale e dell’immaginazione. In Patrimonio, però, quello stesso mondo viene osservato da una prospettiva radicalmente diversa: quella del corpo che cede, della volontà che non basta più, della malattia che smaschera ogni illusione di controllo. Hermann, l’uomo dell’efficienza e dell’autonomia, diventa progressivamente dipendente dagli altri, esposto, vulnerabile. La tragedia non è solo biologica: è il crollo di un’intera visione del mondo. L’incipit stesso del libro, con la diagnosi errata di paralisi di Bell, introduce uno dei temi centrali: la malattia come problema di interpretazione, come fallimento del linguaggio medico e delle narrazioni rassicuranti. La successiva scoperta del tumore al cervello segna l’ingresso definitivo nella dimensione tragica, dove non ci sono più equivoci da chiarire ma solo decisioni da prendere. Roth racconta la progressiva degenerazione del padre con un’attenzione spietata alla materialità del corpo, rifiutando ogni sublimazione. La vecchiaia non è addolcita, la morte non è nobilitata, l’umiliazione non è trasfigurata in metafora edificante. La celebre scena dell’incontinenza – Hermann che fugge al piano di sopra per la vergogna, il figlio che lo raggiunge per lavarlo, immerso nel tanfo degli escrementi – costituisce il cuore etico ed estetico del libro. Quando Roth afferma che il suo patrimonio non è il denaro, né i tefillin, né la tazza per farsi la barba, ma la merda, compie un gesto radicale di anti-simbolismo: afferma che l’eredità autentica non è fatta di valori astratti o di oggetti sacralizzati, ma di vita vissuta, di destino corporeo, di vulnerabilità condivisa. In questo rifiuto della metafora risiede gran parte della grandezza del libro. Patrimonio si impone come una delle più lucide e impietose rappresentazioni letterarie della vecchiaia e della morte nel secondo Novecento americano. Eppure non è un testo cupo: l’ironia, il sarcasmo, la leggerezza controllata dello stile impediscono al dolore di trasformarsi in patetismo. Roth scrive contro la consolazione, contro l’idea che la letteratura debba redimere o “dare senso” alla sofferenza. La sua etica è quella della chiarezza, della precisione, della fedeltà al reale. Il rapporto tra padre e figlio si ridefinisce attraverso la cura del corpo e attraverso la scrittura, che diventa un luogo di elaborazione del lutto prima ancora che della morte. Roth registra non solo le parole ma anche le esitazioni, le frasi non dette, mostrando come l’intimità familiare sia fatta tanto di comunicazione quanto di opacità. Le decisioni mediche – se operare o meno il tumore, come gestire il tempo che resta – diventano momenti di tensione morale altissima, pagine in cui la responsabilità verso un altro essere umano si manifesta nella sua forma più nuda. Inserito nel contesto dell’opera complessiva, Patrimonio appare come il punto di passaggio verso la grande stagione finale di Roth: da Pastorale americana a La macchia umana, fino a Everyman e Nemesi. Qui nasce il Roth che non combatte più soltanto contro l’identità imposta, ma contro la finitezza, contro la degradazione fisica, contro l’inevitabilità della perdita. Il finale del libro non offre catarsi né riconciliazione definitiva, ma un congedo sobrio e doloroso, in cui l’intimità esposta diventa un atto pubblico di verità. Patrimonio chiede molto al lettore, soprattutto a quello esperto: chiede di accettare la mancanza di redenzione, di sostare nell’inaccettabile, di riconoscere che l’eredità più autentica non è ciò che ci eleva, ma ciò che ci accomuna nella fragilità. È proprio in questa fedeltà assoluta al reale, in questa rinuncia a ogni abbellimento morale, che si manifesta forse in modo definitivo il genio di Roth: la capacità di trasformare l’esperienza privata della morte del padre in una meditazione universale sulla condizione umana, senza mai tradirne la crudezza.
Angelo Cennamo