Ambientato nella Pennsylvania sudoccidentale, in una cittadina immaginaria della Contea di Fayette chiamata Buell, Ruggine americana – American Rust – di Philipp Meyer è tra i romanzi più lucidi e dolorosi sulla deindustrializzazione degli Stati Uniti e sulle sue conseguenze umane, morali e generazionali. Buell è un luogo ai margini della geografia e della Storia, un ex centro operaio divorato dal collasso dell’industria siderurgica, dalle fabbriche chiuse, dalla disoccupazione strutturale e da un senso di abbandono che non è soltanto economico ma esistenziale. Meyer costruisce il suo paesaggio con una precisione quasi geologica: la ruggine che corrode le strutture industriali diventa metafora di un’intera civiltà in disfacimento, mentre la natura (ruscelli, foreste, animali selvatici) osserva silenziosa, pronta a reclamare ciò che l’uomo ha lasciato marcire. In questo scenario si muovono Isaac English e Billy Poe, due ventenni che incarnano possibilità divergenti e al tempo stesso ugualmente condannate di una gioventù senza futuro. Isaac rappresenta l’intelligenza frustrata e il senso del dovere che diventa prigione: vorrebbe fuggire, studiare, costruirsi un’esistenza diversa, ma resta intrappolato nella responsabilità verso il padre invalido, segnato dal trauma del lavoro in fabbrica e dal suicidio della moglie, figura che suggerisce con forza quanto il crollo economico si traduca in devastazione psicologica. Billy, al contrario, è il corpo senza direzione, ex promessa sportiva consumata prima ancora di realizzarsi, prigioniero di un destino scritto dal contesto sociale: disoccupazione, violenza, incapacità di articolare un progetto di vita che non sia la sopravvivenza quotidiana. Attraverso di loro, Meyer racconta una generazione che eredita rovine materiali, ma anche una grammatica emotiva impoverita, dove non c’è spazio per la speranza. Il delitto accidentale che avviene in una fabbrica dismessa è il fulcro simbolico del romanzo: oltre l’evento narrativo, la condensazione della colpa collettiva di un sistema che ha lasciato i suoi figli senza strumenti, senza protezione, senza giustizia. La fuga di Isaac verso la California, finanziata dal furto ai danni del padre, assume i tratti di un vagabondaggio mitico e insieme disperato, che richiama esplicitamente la tradizione della letteratura americana del nomadismo e dell’autoesilio, da Suttree di Cormac McCarthy fino a certo Steinbeck post-industriale, ma svuotato di qualsiasi promessa di redenzione. Isaac attraversa fiumi, boschi, treni merci e strade anonime come un moderno hobo che non cerca l’illuminazione ma soltanto una sospensione del dolore, ignaro del fatto che la sua scelta condanna Billy a un destino carcerario che negli Stati Uniti equivale spesso a una sentenza di morte lenta, soprattutto per chi non ha accesso a una difesa adeguata. La prigione, nel romanzo, non è solo un luogo fisico ma l’estensione naturale di un ordine sociale che punisce i più deboli e assolve se stesso. In questo quadro emerge la figura di Bud Harris, capo della polizia locale, personaggio che Meyer costruisce con grande finezza morale, evitando ogni stereotipo: uomo rude, segnato anch’egli dalla frustrazione di una vita non compiuta, Harris incarna l’ultimo residuo di una legge umana in un sistema disumanizzato. Il suo amore per Grace Poe, madre di Billy, donna complessa e dolente, desiderosa di essere ancora viva nonostante i fallimenti affettivi e sociali, diventa il motore di una scelta etica estrema. Harris tenta di sovvertire il corso degli eventi non per senso astratto di giustizia, ma per amore, assumendosi un rischio totale che lo trasforma nel vero centro tragico del romanzo. In questo sacrificio si condensa una delle intuizioni più potenti di Meyer: in un mondo dove le istituzioni hanno fallito, l’unica forma di redenzione possibile passa attraverso gesti individuali, parziali, spesso destinati al fallimento, ma non per questo meno necessari. Dal punto di vista stilistico, Ruggine americana rivela fin da subito la statura di Meyer come autore maturo, capace di dialogare con la grande tradizione americana senza limitarsi all’imitazione. La sua prosa è essenziale, apparentemente semplice ma carica di tensione morale; l’uso fluido e spiazzante dei punti di vista, con passaggi improvvisi dalla prima alla terza persona e incursioni metanarrative che avvicinano il narratore ai personaggi, produce un effetto di intimità inquieta, come se il romanzo stesso fosse contaminato dalle coscienze che racconta. La struttura polifonica, che assegna capitoli o sezioni a diverse voci, riflette un’idea di comunità frammentata, dove nessuno possiede la verità intera e ogni destino è intrecciato agli altri in modo irreversibile. In questo senso, Ruggine americana dialoga con altri grandi romanzi della crisi post-industriale come Ohio di Stephen Markley, The Sport of Kings di C.E. Morgan o Jesus’ Son di Denis Johnson, condividendo con essi l’attenzione al disagio giovanile, alla violenza come linguaggio sociale e alla perdita di un orizzonte collettivo, ma distinguendosi per una maggiore compattezza tragica e per una visione meno allucinata e più eticamente radicata. Se nel successivo Il figlio Meyer allargherà lo sguardo su scala storica, raccontando l’epopea violenta della costruzione dell’identità americana attraverso generazioni, in Ruggine americana concentra tutto su un presente immobile, bloccato, dove il passato pesa come una condanna e il futuro appare come una fuga o una menzogna. Proprio in questa tensione compressa risiede la forza del suo esordio: Meyer non offre soluzioni, non indulge nella nostalgia, non redime l’America che racconta, ma la osserva con uno sguardo fermo e compassionevole, restituendoci un romanzo che è al tempo stesso elegia di un mondo scomparso e atto d’accusa contro un sistema che ha lasciato arrugginire non solo le fabbriche, ma le vite di chi vi era cresciuto all’ombra.
Angelo Cennamo