Io e Sandro Bonvissuto non ci siamo mai incontrati, eppure, di tanto in tanto, ci facciamo delle lunghe telefonate. Badate: chi scrive non sta al telefono per oltre venti secondi, a trenta è già stalking. Con Sandro no. Con Sandro il tempo smette di avere una funzione di controllo e torna a essere quello che dovrebbe sempre essere: materia viva. Parliamo di letteratura, certo, ma soprattutto parliamo della vita, che nel suo caso – e chi lo conosce sa a cosa alludo – è esattamente la stessa cosa. Da una di queste telefonate, un paio di anni fa, è nata una conversazione su Cormac McCarthy, poi pubblicata sul blog. E solo dopo, quasi con stupore, mi sono reso conto di una mancanza: di Sandro, di lui come scrittore, io non avevo ancora scritto nulla. Una mancanza grave, considerando che stravedo per lui. Ho deciso allora di rimettere mano a La gioia fa parecchio rumore, di tornarci dentro con il tempo e l’attenzione che meritava, e di dire finalmente qualcosa. Non “sul” libro, ma a partire da lui. Ci sono infinite forme d’amore, e questo romanzo parla di amore. Non di un amore addomesticato, pacificato, riconducibile a una formula rassicurante, ma di un amore che irrompe e disordina. Amare, per Sandro, è sempre un atto di disobbedienza: rompere qualcosa che prima funzionava, smettere di subire per cominciare a esercitare. L’amore non aggiunge semplicemente un oggetto al mondo: lo trasforma. Una frattura, si direbbe. Dentro questa frattura prende forma un sentimento viscerale, profondo, totalizzante: l’amore per la Roma. Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Perché la Roma, nel romanzo, non è una squadra di calcio, non è un insieme di giocatori, non è una sequenza di partite o di risultati. La Roma è una lingua madre. È l’aria che si respira al Quadraro, è il modo in cui una famiglia si dispone nello spazio, è la grammatica affettiva attraverso cui un bambino impara a leggere il mondo. È l’amore per la città che si sovrappone all’amore per una maglia, per una sciarpa, per un numero, quel 5 che Barabba, personaggio meraviglioso e marginale, illumina sotto ogni angolazione possibile. È un amore pieno, assoluto, che contiene in sé una sofferenza reale, concreta, mai edulcorata. Un amore che si regge su riti imprescindibili, appresi sin dalla più tenera età e ripetuti per tutta la vita. Dai riti familiari, regolati da una logica comunitaria non scritta ma inflessibile, si passa naturalmente a una logica comunitaria più ampia, universale, che unisce attraverso ciò che accomuna. Il pane con la frittata, la bandiera, la sciarpa, lo stadio, il bar. Tutto concorre a costruire un “noi” che non esclude ma chiede appartenenza. Un “noi che siamo altro da voi”, non per superiorità ma per necessità vitale. Leggendo viene voglia di farne parte, di quei noantri. Di entrare in quel cerchio chiuso e rumoroso dove nessuno è mai davvero solo.
La gioia fa parecchio rumore è un romanzo di formazione nel senso più pieno e serio del termine. Un libro che insegna la passione e, soprattutto, la correttezza della passione. Ne mostra le regole ferree, il rigore morale, l’etica non negoziabile. Tutto è filtrato dallo sguardo di un bambino che osserva e agisce con una serietà disarmante. Un bambino il cui senso gerarchico e solenne si manifesta tanto nello smercio austero e meticoloso delle figurine Panini quanto nell’analisi silenziosa degli adulti, delle loro contraddizioni, delle loro debolezze. È un bambino che il noantri lo trova ovunque: a casa, allo stadio, al bar. Un bar che diventa una seconda casa, una seconda famiglia, l’unico luogo al chiuso, oltre alle mura domestiche, dove esiste una ragione forte per restare. Un luogo in cui ci si sente diversi da se stessi, perché la solitudine lì viene sospesa, neutralizzata, messa tra parentesi. Nessuno è come sembra, ma nessuno è mai davvero solo. Il romanzo è anche un affresco degli anni Ottanta, dipinto con una scrittura di rara precisione emotiva. Qui non c’è nostalgia zuccherosa, non c’è mitizzazione del passato. C’è letteratura, nel senso più alto e necessario del termine: quella che parla di lealtà, di amore, di vita e di morte senza alzare la voce, ma sapendo dove colpire. Il ragazzino del Quadraro, che dal quartiere eredita il carattere della resistenza viva e quotidiana, si sta affacciando al mondo. Assorbe come una spugna valori, linguaggi, gesti, modi di amare. Ma non li replica passivamente: li rielabora, li filtra, li fa suoi. Riesce a trovare la propria voce dentro il coro confuso e ingombrante dei parenti, delle voci grosse, dei caratteri veraci e irresistibili. Si fa uomo senza proclami, guadagnando il suo posto eterno sul divano davanti alla radio e, insieme, nel mondo. Sandro ci consegna un romanzo che è anche una ricerca di autenticità. Di un calcio che non esiste più, certo, ma soprattutto di una società sepolta sotto il peso del consumismo, eppure ancora viva nei nostri ricordi più profondi. Perché quei valori: la condivisione, la fedeltà, la capacità di fare comunità, appartengono alla nostra infanzia emotiva. A una purezza che non era innocenza, ma intensità. Con una penna capace di toccare insieme le note più basse e quelle più alte, mescolando profondità e leggerezza, Sandro ci mette davanti allo specchio. Ci mostra la solitudine silenziosa e poi ci ributta nel chiasso della gioia. Una gioia che non può essere privata, che esiste solo se condivisa, che ha bisogno di fiato, di corpi vicini, di rumore. Perché la gioia, quella vera, fa parecchio rumore, e deve farlo. Si è spesso parlato di questo libro accostandolo ai grandi romanzi calcistici, da Hornby a Soriano. Ma Sandro stesso ha sempre chiesto di non leggerlo come un libro “sul calcio”. E ha ragione. Perché qui il calcio è solo il tramite. Il centro è un sogno rincorso, vissuto, perduto e custodito. Un sogno che riattiva i nostri: le manie, i gesti scaramantici, le domeniche in famiglia, le liti furiose, le notti insonni, le bandiere appese e quelle ripiegate come corpi vivi. Alla fine si capisce che i colori possono cambiare, ma i tifosi veri sono tutti uguali: megalomani e romantici, desiderosi di vivere più intensamente, di condividere la gioia e quindi di fare rumore.
La gioia fa parecchio rumore trasuda vita. Ci richiama ai valori essenziali, ci ricorda che la vita è bella anche quando è dura. Che i giorni più belli, a volte, vengono uno dopo l’altro, così veloci da non lasciarti il tempo di capirli. E che in quei momenti qualcuno dice “mo pozzo pure morì”, ma non muore. Vive. Vive come non ha mai vissuto. Perché la tristezza è muta, ma la gioia no. La gioia grida. E noi, forse, dovremmo tornare a inseguirla, a viverla, a condividerla. E intanto, almeno, a saperla pensare.
Angelo Cennamo