Per molti aspetti la vita di Richard Yates ricorda quella di altri grandi scrittori americani del Novecento rimasti a lungo ai margini del successo: John Fante, Charles Bukowski. Vite segnate dalla precarietà economica, dall’alcolismo, da rapporti affettivi instabili, da un riconoscimento tardivo o incompleto. E soprattutto da una malinconia di fondo che non è semplice posa romantica, ma materia viva della scrittura. Yates incarna perfettamente la figura dello scrittore “perdente”, non nel senso estetizzante del termine, bensì come uomo incapace di adattarsi alle logiche di un mondo che pretende ottimismo, efficienza, successo. Negli anni Cinquanta, prima ancora della pubblicazione del suo romanzo più celebre, Revolutionary Road, Yates lavora a quella che diventerà Undici solitudini, raccolta di racconti uscita nel 1962 e oggi considerata uno dei vertici della narrativa americana del secondo Novecento. Il New York Times la definì “l’equivalente newyorkese dei Dubliners di Joyce”: un accostamento che non è soltanto celebrativo ma profondamente calzante. Come Joyce, Yates costruisce una geografia morale fatta di vite bloccate, di epifanie sterili, di rivelazioni che non portano salvezza. Il libro, al momento della pubblicazione, non ebbe un grande riscontro di pubblico. In effetti nessuna delle opere di Yates superò mai le dodicimila copie vendute. Si è spesso detto che fosse “uno scrittore amato dagli scrittori”, più che dai lettori comuni. Forse perché le sue storie sono disturbanti, prive di consolazione, impermeabili a qualsiasi forma di redenzione narrativa. Yates sembra smentire quella convinzione profonda secondo cui gli americani si aspettano, anche inconsciamente, che ogni storia abbia un lieto fine. Non è un caso che quella frase campeggiasse sulla sua scrivania, accanto agli appunti disordinati, alle bottiglie di whisky, alle fotografie dei figli e delle mogli che lo avevano lasciato. Era quasi un monito, un principio poetico: scrivere contro l’illusione. I protagonisti di Undici solitudini sono uomini e donne comuni, spesso mediocri, quasi sempre sconfitti. Harry, in Nessun dolore, è un reduce di guerra ricoverato in ospedale per una malattia grave; alla vigilia di Natale riceve la visita della moglie che lo tradisce. Lui si mostra affabile, quasi sereno, ma spreca quei pochi minuti leggendo distrattamente una rivista. In Costruttori, un aspirante scrittore, povero e frustrato, accetta di fare da ghostwriter a un tassista vanitoso per pochi dollari. Altrove incontriamo disoccupati, malati, individui incapaci di adeguarsi al conformismo sociale o, peggio, convinti di esserne all’altezza quando in realtà ne sono solo vittime inconsapevoli. Questi personaggi sono fuori posto. Non perché eccezionali, ma perché inadatti a realizzare i sogni che la società americana promette loro. Sono invisibili, e la loro invisibilità diventa la vera tragedia. Yates non racconta l’eroismo della marginalità: racconta l’umiliazione silenziosa di chi non ha nulla di eroico, neppure nella sconfitta. Dal punto di vista stilistico, Yates è uno degli archetipi dello scrittore moderno. Il suo periodare è asciutto, controllato, apparentemente semplice ma di una precisione chirurgica. La lezione di Hemingway è evidente, ma solo in superficie: a differenza di Hemingway, Yates non è interessato agli spazi aperti, alla natura o all’azione, bensì alle dinamiche relazionali, alle micro-violazioni quotidiane, alle fratture intime. È in questo senso che può essere considerato un predecessore diretto di autori come Richard Ford, che non a caso gli ha dedicato una prefazione intensa e partecipe a Revolutionary Road. Per quanto poco conosciuto dal grande pubblico — fortuna vuole che in Italia minimum Fax ne abbia curato una preziosa riscoperta — Richard Yates merita di essere collocato accanto a Malamud, Bellow e Roth. Non come loro epigono, ma come voce autonoma, radicale nella sua coerenza. Pochi scrittori hanno saputo descrivere la meschinità umana con la stessa lucidità. I personaggi di Undici solitudini sono immobili, prigionieri di se stessi. Come osserva Paolo Cognetti nella prefazione all’edizione italiana, la voce di Yates è “onesta, spietata, disturbante”: coglie i personaggi in un momento di rivelazione che, però, non produce alcun cambiamento. L’epifania non salva, non redime; si limita a illuminare il vuoto. È qui che il paragone con Dubliners diventa davvero significativo. L’America che emerge da questi racconti è un’America fallita, convinta di meritarsi un lieto fine che non arriva. Yates non ha mai nascosto la natura autobiografica della sua scrittura: la guerra, il sanatorio per tubercolotici, il lavoro nella pubblicità e nell’editoria sono esperienze che riaffiorano costantemente nei testi. Tuttavia, ciò che rende Undici solitudini un libro universale è il tema che le attraversa tutte: la solitudine come condizione strutturale dell’esistenza. «Gli esseri umani sono irreparabilmente soli, e lì c’è la loro tragedia». Non è solo il ritratto di un’epoca, ma una diagnosi senza tempo. A differenza di Raymond Carver, autore con cui è spesso paragonato, Yates non prova una vera compassione per i suoi personaggi. Carver li osserva con uno sguardo quasi paterno; Yates li espone, li smaschera. Spesso li presenta come vittime, per poi ribaltare il punto di vista e mostrarne l’egoismo, la piccolezza morale, l’incapacità di cambiare. I “cattivi” di Yates non sono mostri: siamo noi. Ed è proprio questo a renderli così scomodi. La lettura di Undici solitudini lascia addosso un senso di disagio persistente. I personaggi possono risultare ripugnanti, imbarazzanti, persino insopportabili, ma è impossibile restarne indifferenti. La scrittura di Yates è limpida, diretta, fisica: colpisce allo stomaco prima ancora che alla mente. Ansia, rabbia, vergogna, tristezza convivono nella lettura, perché l’autore riesce a trascinare il lettore dentro il corpo e i pensieri dei suoi protagonisti. Tra tutti i racconti, Costruttori rappresenta forse la sintesi più alta della poetica yatesiana. La metafora della casa costruita male, senza fondamenta solide né finestre da cui possa entrare la luce, diventa un’immagine potentissima dell’esistenza stessa. Quando il narratore si chiede dove siano le finestre, da dove entri la luce, la risposta è disarmante: forse non ci sono. E se la luce filtra, lo fa solo attraverso fessure lasciate dall’imperizia del costruttore. È una confessione che non cerca assoluzioni, ma che riconosce, con umiliazione, la responsabilità individuale nel proprio fallimento. In questo sta la grandezza di Richard Yates: nel rifiuto di qualsiasi consolazione, nella capacità di guardare l’essere umano senza sconti, senza indulgenze. Una letteratura che non promette salvezza, ma verità. E che proprio per questo continua a colpire, a disturbare, a restare.
Angelo Cennamo