Ludwig Wittgenstein (Vienna 1889 – Cambridge 1951), il filosofo che ha spostato il baricentro del pensiero sul linguaggio. Genio irregolare e ascetico, ha attraversato logica, guerra e inquietudine morale, lasciando un segno profondo non solo nella filosofia del Novecento ma nella cultura contemporanea nel suo insieme. Prima ha cercato la verità nella forma del mondo, poi nell’uso ordinario delle parole, influenzando in modo duraturo filosofi, scrittori e saggisti. Mettere il linguaggio al centro non significa trattarlo come un oggetto tra gli altri, ma riconoscerlo come il luogo in cui il mondo diventa intelligibile per noi. Wittgenstein ha preso sul serio questa intuizione fino alle estreme conseguenze, facendone non solo una posizione teorica, ma una disciplina intellettuale ed etica. La sua biografia, segnata da rinunce, silenzi e scarti improvvisi, non è un semplice aneddoto, ma il riflesso di un pensiero che diffida delle spiegazioni definitive e delle costruzioni troppo sicure di sé.
Il Tractatus logico-philosophicus nasce da questa esigenza di rigore. Il linguaggio ha senso nella misura in cui raffigura stati di cose; la logica ne costituisce l’impalcatura; la filosofia non produce nuove verità, ma chiarisce ciò che può essere detto con senso. Tutto ciò che riguarda il valore, l’etica, il significato ultimo dell’esistenza resta fuori dal linguaggio. Non perché sia irrilevante, ma perché non può essere formulato senza essere tradito. Il celebre invito al silenzio è meno una rinuncia che un atto di precisione.
Con le Ricerche filosofiche Wittgenstein cambia radicalmente prospettiva. Il linguaggio non è più uno specchio del mondo ma una pratica umana. Le parole non portano con sé il loro significato: lo acquisiscono nell’uso. Parlare significa muoversi all’interno di giochi linguistici, di regole spesso implicite, intrecciate alle forme di vita. La filosofia, a questo punto, non costruisce sistemi: scioglie confusioni; non risolve problemi: li dissolve, mostrando come nascano da un fraintendimento del linguaggio stesso. È soprattutto questo secondo Wittgenstein ad aver esercitato un’influenza che va ben oltre la filosofia accademica. Il suo sguardo sul linguaggio come qualcosa di instabile, quotidiano e fallibile ha aperto uno spazio decisivo per la letteratura. Non come repertorio di concetti da applicare, ma come invito a un’attenzione radicale per le parole, per i loro slittamenti, per le fratture che producono quando smettono di garantire un accesso sicuro alla realtà.
Una parte significativa della narrativa contemporanea si muove proprio in questo spazio. Il linguaggio non è più un mezzo trasparente piuttosto qualcosa da attraversare, da mettere alla prova, da spingere fino ai suoi limiti. Le ossessioni per la comunicazione, i suoi fallimenti, le sue dipendenze e le sue patologie non sono semplici temi, sono strutture profonde del racconto. Parlare di Wittgenstein oggi significa allora interrogare il nostro presente, saturo di parole e povero di attenzione. Se Wittgenstein non fosse esistito, lo scrittore che più di ogni altro si è formato sui suoi studi – David Foster Wallace – avrebbe scritto opere come La scopa del sistema o Infinite Jest? Ne parleremo il primo febbraio alla Feltrinelli di Salerno #infinitejest30.
Angelo Cennamo