Il primo febbraio di trent’anni fa Little, Brown and Company pubblicava Infinite Jest di David Foster Wallace, un’opera che fin dalla sua comparsa ha sfidato ogni convenzione letteraria non tanto per la sua mole, quanto per la radicalità del suo progetto formale. Non parliamo di un romanzo nel senso tradizionale del termine, ma di un testo che scompone l’idea stessa del romanzo, la sua linearità, che disperde la trama in una costellazione di voci e temporalità, che obbliga chi legge a un’attenzione attiva e partecipe, chiedendo disciplina e fedeltà, presenza, coraggio. Le sue oltre mille pagine e le trecentottantotto endnotes, concepite da Wallace come parte integrale del tessuto narrativo, non sono un vezzo strutturale: sono la forma stessa attraverso cui il testo mette in scena la complessità di uno scenario umano che, pressato e devastato dall’intrattenimento, tenta disperatamente di ricomporsi. Non esiste un unico modo per affrontare Infinite Jest e forse il miglior suggerimento preliminare rimane la lettura dell’articolo che David Lipsky pubblicò cinquantotto giorni dopo la morte di Wallace, un epitaffio intellettuale che illumina la fragilità dell’uomo e la tensione dolorosa che alimenta il romanzo, restituendo la dimensione profondamente umana del gesto creativo che lo sostiene. In questo futuro distorto ma familiare, in cui gli anni non sono numerati ma sponsorizzati — dall’“Anno del Pannolone per Adulti Depend” all’“Anno della Salsiccia Johnsonville” — la vita quotidiana appare interamente colonizzata dal capitale, e la storia si organizza intorno ai microcosmi dell’Enfield Tennis Academy e dell’Ennet House, alla rete geopolitica dell’ONAN, alle manovre dei separatisti quebecchesi in sedia a rotelle, alla ferita aperta della Grande Concavità, la discarica tossica offerta al Canada come gesto di rimozione sistemica della colpa. Su tutto domina il mito dell’Intrattenimento, il film letale di James Incandenza che annienta lo spettatore attraverso un piacere assoluto e incontestabile, metafora radicale dell’addiction contemporanea, del desiderio che divora la volontà e trasforma la ricerca del sollievo in dissoluzione del sé. Dentro questa architettura si muove Hal Incandenza, uno dei centri emotivi e concettuali del romanzo: un prodigio del linguaggio e del tennis, capace di analisi interne vertiginose e tuttavia incapace di comunicare ciò che pensa, intrappolato nella dissonanza tra eloquenza mentale e incapacità fisica di articolare le parole. Il celebre incipit del romanzo, in cui la voce interiore brillante non coincide con il gorgoglio inarticolato percepito dagli altri, è una parabola immediata dell’incomunicabilità postmoderna, della distanza crescente tra identità interiore e percezione sociale, tra pensiero e corpo, tra verità personale e comprensione condivisa. All’ETA il tennis diventa lo Show, il teatro in cui la disciplina, la competizione e l’autosuperamento si fondono in un rituale quasi religioso; ed è qui che emerge la figura tragica e grottesca di Eric Clipperton, il tennista mediocre che vince minacciando il suicidio e che, quando un errore di algoritmo lo consacra per sbaglio campione, si uccide perché non può sopportare la realtà della vittoria. È una storia che condensa, con precisione crudele, la paura del talento, la pressione dell’aspettativa, la trappola del successo, il paradosso devastante di desiderare qualcosa che non si è in grado di sostenere. Dall’altra parte del romanzo, Ennet House si configura come il laboratorio umano opposto all’ETA: se l’Accademia misura, disciplina e seleziona, la comunità di recupero accoglie, sorregge e insegna a sopravvivere un minuto alla volta; se l’ETA è performance, Ennet House è vulnerabilità esposta; se l’ETA costruisce talenti, Ennet House tenta di rimettere insieme vite che temono di non meritare alcuna salvezza. Don Gately, con la sua disciplina della sopravvivenza, il suo coraggio minimo ma instancabile, rappresenta l’eroismo anti-spettacolare che Wallace oppone alla cultura dell’intrattenimento; Joelle Van Dyne, la Più Bella Ragazza di Tutti i Tempi, l’attrice del film destinato a distruggere chi lo guarda, introduce la dimensione del desiderio come ferita, della bellezza come condanna, dell’identità come maschera che logora chi la porta. Attorno a loro, la famiglia Incandenza costituisce un nucleo narrativo di rara complessità: James, scienziato e cineasta, creatore dell’Intrattenimento e fondatore dell’ETA, è ossessionato dal controllo totale; Avril, madre algida e impenetrabile, rappresenta la perfezione come tirannia affettiva; Mario, con la sua deformità fisica e la sua innocenza morale, offre la possibilità di una tenerezza non corrotta; Orin, prodigio mancato e seduttore seriale, incarna la fuga dal peso del talento, il carisma come sintomo, l’evasione come stile di vita. In parallelo si sviluppa l’universo geopolitico dell’ONAN, con il presidente Gentle, maniaco della purificazione e simbolo della politica trasformata in spettacolo, mentre la Grande Concavità, un buco nero fisico e morale in cui vengono sepolti rifiuti e responsabilità, diventa metafora della rimozione collettiva, della tendenza di un intero sistema a occultare ciò che non vuole vedere. In questa geografia complicatissima, Wallace anticipa discussioni oggi centrali: dalla mediazione tecnologica della vita al consumismo come anestesia, dall’ecologia alla frammentazione sociale, dalla spettacolarizzazione del potere alla vulnerabilità emotiva come condizione universale. Infinite Jest non è solo una storia, ma una macchina percettiva che simula il funzionamento stesso dell’intrattenimento: attira, frastorna, disorienta, ma, a differenza del film letale, non chiede la resa, bensì l’impegno. Costringe chi legge ad abitare la complessità, a partecipare al processo narrativo, a confrontarsi con le proprie dipendenze, con il proprio rapporto con il dolore e con il desiderio, con i luoghi interiori che la società dell’intrattenimento ci abitua a evitare. Forse la lezione più intima del romanzo è che non si sopravvive eludendo i mostri, ma sostenendone lo sguardo, un secondo dopo l’altro. Ecco perché Infinite Jest, nella sua vastità disorientante e nella sua ferocia lucida, resta una delle esperienze più avvincenti che si possano vivere come lettori: perché ci restituisce, senza filtri, l’immagine nuda, irrimediabile e meravigliosa dell’essere umani.
Angelo Cennamo