Mickey Sabbath è una delle figure più estreme e memorabili create da Philip Roth, e forse la più spoglia di difese ideologiche. Ex burattinaio, sessantaquattrenne, senza un vero ruolo sociale, Sabbath vive come un sopravvissuto circondato dai propri morti: il fratello caduto in guerra, la madre, la prima moglie scomparsa, e soprattutto Drenka, l’amante con cui per tredici anni ha condiviso un erotismo feroce e senza attenuanti. La sua identità si definisce in questo spazio affollato di fantasmi, dove il desiderio è un modo di resistere all’annientamento. Dopo la morte di Drenka, il sesso non è più trasgressione gioiosa ma gesto ostinato contro il nulla, una forma di sfida rivolta alla fine che incombe. In questo senso Sabbath è sì un personaggio scandaloso ma anche il punto in cui Roth porta alle conseguenze più dure una riflessione sul corpo come destino e sulla coscienza come luogo tardivo, sempre in ritardo rispetto agli impulsi che la governano. Il tratto che lo definisce è l’assenza di qualsiasi giustificazione morale o metafisica. Sabbath non cerca redenzione, non invoca principi superiori, non rivendica diritti: agisce e sopporta. In questo appare profondamente diverso da molte figure della tradizione americana che hanno fatto del desiderio un campo di conflitto tra individuo e società. Si pensi a Jay Gatsby, il grande illuso di Fitzgerald: anche Gatsby è dominato da un’ossessione amorosa che diventa progetto di vita, ma il suo desiderio si veste di sogno, di eleganza, di promessa romantica. Gatsby crede ancora che l’oggetto amato possa riscattare il passato e fondare un futuro. Sabbath non crede in nulla di simile: il suo desiderio non costruisce mondi, non alimenta illusioni, non si proietta in un domani migliore. È un presente assoluto, privo di prospettiva, un atto che si consuma nel momento stesso in cui accade. Un confronto più vicino, per intensità corporea e inquietudine morale, è quello con Harry “Rabbit” Angstrom di John Updike. Come Rabbit, Sabbath è un uomo che si sente soffocare nelle strutture della normalità borghese e cerca nel sesso una via di fuga. Ma mentre Rabbit avverte sempre, sotto l’impulso erotico, una nostalgia della grazia, un senso che l’esperienza corporea possa ancora aprire a una qualche rivelazione, Sabbath non riconosce alcuna trascendenza. In Updike il corpo è spesso illuminato da una luce ambigua, sospesa tra colpa e sacralità; in Roth, e in Sabbath in particolare, ogni aura è caduta. Il sesso non rivela nulla, non salva, non promette. È materia, attrito, bisogno. Se Rabbit conserva un legame doloroso ma persistente con la comunità e con l’idea di responsabilità, Sabbath è ormai fuori da ogni patto sociale. Non si sente parte di un ordine che valga la pena difendere o tradire: semplicemente non vi appartiene più. Ancora diverso è il caso di Humbert Humbert, il narratore di Lolita. Anche qui troviamo un desiderio ossessivo e moralmente inaccettabile, ma Humbert costruisce intorno alla propria perversione un sistema retorico sofisticato, una seduzione linguistica che chiede al lettore complicità e comprensione estetica. La sua colpa viene filtrata dalla brillantezza dello stile, dalla consapevolezza letteraria. Sabbath non dispone di questa protezione. Non cerca di rendersi affascinante attraverso la parola, non tenta di trasformare la propria abiezione in arte. La sua oscenità non è sublimata: resta esposta, talvolta persino goffa. Se Humbert si affida alla forma per nobilitare il contenuto, Sabbath rinuncia a ogni abbellimento e accetta di apparire ridicolo, repellente, moralmente indifendibile.In un’altra direzione si può guardare ai protagonisti di Saul Bellow, ad esempio Moses Herzog o Charlie Citrine. Anche loro uomini in crisi, attraversati da desideri e fallimenti, ma ancora impegnati in un dialogo intenso con la cultura, con la filosofia, con la tradizione. Herzog scrive lettere immaginarie per dare ordine al caos della propria vita; riflette, argomenta, cerca una posizione nel mondo delle idee. Sabbath è l’opposto di questa tensione intellettuale: non scrive lettere, non elabora teorie, non cerca maestri. Il pensiero non lo consola e non lo guida. È come se avesse attraversato la stagione delle giustificazioni e ne fosse uscito svuotato, ridotto a un nucleo elementare di pulsione e memoria. Una diversa affinità può essere individuata con i personaggi di Charles Bukowski, in particolare con Henry Chinaski. Anche nelle trame di Bukowski troviamo esistenze ai margini, segnate da alcol, sesso, lavori precari, rifiuto delle convenzioni. In Bukowski però l’eccesso assume spesso i tratti di una mitologia personale, di una ribellione che conserva una certa fierezza. L’abiezione diventa stile di vita, quasi bandiera identitaria. Sabbath, invece, non rivendica nulla. Non fa della propria degradazione un manifesto. La vive come una condizione inevitabile, senza compiacimento eroico. Non c’è romanticismo nella sua caduta, né volontà di scandalizzare per principio: c’è piuttosto una fedeltà testarda a ciò che sente come l’unica energia rimasta.E perchè non evocare anche il mondo di Bret Easton Ellis, dove il desiderio si intreccia con il vuoto morale e la perdita di empatia? Ma se i protagonisti di Ellis, come Patrick Bateman, incarnano un nichilismo glaciale, anestetizzato, immerso nel consumo e nella superficie, Sabbath è l’opposto di questa freddezza: è un uomo ancora ferito, attraversato dal lutto, dalla memoria, dalla rabbia. Il suo nichilismo non è indifferenza ma eccesso di sensibilità, incapacità di trovare una forma stabile in cui contenere la propria esperienza. La scena del cimitero, in cui immagina per sé un epitaffio che elenca senza sconti le proprie colpe, riassume questa posizione. Il riso che ne scaturisce non alleggerisce la materia, ma la rende più aspra. Sabbath non chiede assoluzione e non si costruisce attenuanti. Si guarda come si guarda un relitto: con lucidità, senza illusioni. Anche il suicidio, che pure contempla, non si compie. Non perché ritrovi una ragione per vivere, ma perché la morte non si lascia convocare come un atto di volontà. Rimane così in una zona intermedia, dove la sopravvivenza è insieme condanna e resistenza. In questa ostinazione a desiderare quando il desiderio non promette più alcuna felicità si concentra la sua forza tragica. A differenza di molti personaggi della tradizione americana, Sabbath non insegue un sogno, non cerca di reintegrarsi nella comunità, non ambisce a una forma di purezza perduta. Non ha un altrove verso cui tendere. Il suo è un radicamento ostinato nel presente del corpo, anche quando il corpo declina e si avvicina alla fine. È qui che la sua figura acquista un valore emblematico: non come simbolo di trasgressione, semmai come rappresentazione di ciò che resta quando le grandi narrazioni di redenzione, successo e rinascita hanno perso credibilità. Mickey Sabbath è un uomo che continua a esistere senza consolazioni, affidandosi a un desiderio che non salva ma testimonia, almeno finché dura, una volontà elementare di non sparire.
Angelo Cennamo