BAUMGARTNER: IL CREPUSCOLO DI AUSTER

C’è qualcosa di inevitabilmente crepuscolare in Baumgartner, pubblicato nel 2023 da Einaudi nella traduzione di Cristiana Mennella e apparso quasi in contemporanea in inglese. Non soltanto perché il protagonista, Seymour “Sy” Baumgartner, ha superato i settant’anni ed è vedovo da quasi un decennio, ma perché il romanzo stesso sembra scritto sulla soglia: tra vitalità e consunzione, tra memoria e presente, tra ironia e resa. È un libro breve, leggibile in poche ore, e tuttavia attraversato da una densità emotiva che ne dilata la portata. Più che una storia, è una meditazione in forma narrativa sul dopo: dopo l’amore, dopo il lutto, dopo la stagione delle grandi ambizioni formali. Chi ha amato le vertigini metanarrative della Trilogia di New York continua, nonostante tutto, a concedere credito ad Auster. Negli ultimi decenni lo scrittore ha alternato slanci ambiziosi e opere più opache, come se il suo talento faticasse a trovare una forma che non fosse già stata consumata. 4321, con la sua architettura quadripartita, ha impressionato per vastità ma diviso per intensità; altri romanzi hanno mostrato un gusto per l’autocitazione che rischiava di trasformarsi in maniera. Baumgartner arriva in questo contesto come un’opera apparentemente minore per estensione, ma più raccolta e vulnerabile. È il libro di un autore che non cerca più di stupire, bensì di capire. L’incipit è una piccola prodezza. Baumgartner è alla scrivania nella sua casa del New Jersey; deve alzarsi per prendere un libro, ma un pensiero ne richiama un altro, poi un rumore alla porta, una consegna, una telefonata inattesa, un imprevisto domestico. La scena si dilata in una sequenza comica e nervosa, costruita su frasi che si rincorrono e si accavallano, quasi prive di respiro. Auster evoca, non a caso, la prosa ipotattica di Heinrich von Kleist: una sintassi che accelera e si ingorga, capace di tradurre in forma il tumulto mentale. Il risultato è brillante, quasi farsesco. Ma quella giostra linguistica non è un mero esercizio stilistico: è la rappresentazione di una coscienza che fatica a tenere insieme il mondo. Quando Baumgartner scivola e cade lungo le scale della cantina, l’incidente fisico agisce come spartiacque. L’energia centrifuga dell’inizio si raccoglie in un movimento più lento e introspettivo. Con il ginocchio sotto il ghiaccio, l’uomo si ritrova a piegare e ripiegare i vestiti di Anna, la moglie scomparsa: un gesto ripetuto con ostinazione quasi rituale. È qui che il romanzo trova il proprio centro. Anna non è un’apparizione spettrale: è una presenza diffusa negli oggetti, nei manoscritti inediti, nei ricordi che affiorano senza ordine cronologico. L’amore che li ha uniti diventa la misura di tutto; la perdita, la lente attraverso cui Baumgartner osserva il tempo che resta. La memoria struttura il libro più della trama. Dai giorni presenti si scivola agli anni della formazione, all’incontro negli anni Sessanta, alla carriera accademica come professore di filosofia a Princeton, ai successivi tentativi di ricominciare. Non c’è un intreccio teso verso una soluzione; piuttosto, una costellazione di episodi che si illuminano a vicenda. Questa modalità può dare l’impressione di una costruzione allentata, come se il romanzo non avesse spazio sufficiente per sciogliere tutti i fili che avvia. Ma l’incompiutezza sembra deliberata: la vita, suggerisce Auster, non converge in un disegno limpido; si accumula per addizioni e soprattutto per sottrazioni. In controluce affiora un dialogo ideale con altri grandi narratori dell’età matura. Se l’everyman di Richard Ford afferma che l’esistenza è “una questione di sottrazione graduale”, Baumgartner incarna quella sottrazione nella sua forma più nuda: ha perso la persona che dava coerenza al suo passato e senso al suo presente. A differenza del cinismo difensivo di un Bascombe, però, Sy è più esposto, meno corazzato. Ha qualcosa di romantico e disarmato, che lo rende a tratti goffo, ma anche profondamente umano. Non possiede una saggezza granitica; procede per tentativi, inciampi, ripensamenti.

Il romanzo si spinge anche su un terreno delicato: il desiderio nella tarda età. Dopo la morte di Anna, Baumgartner attraversa un periodo di isolamento e poi di ricerca di nuove relazioni, alcune con donne molto più giovani. Auster non trasforma questi episodi in scandalo né in riscatto; li racconta con una miscela di ironia e pudore, mostrando quanto ogni nuovo legame sia inevitabilmente misurato sull’assenza originaria. Nessuna storia sostituisce Anna; ciascuna, semmai, ne ridisegna il contorno. Un altro elemento tipicamente austeriano è la scrittura dentro la scrittura. Anna è poetessa; Baumgartner lavora a un testo che riecheggia il romanzo stesso, un discorso “serio-comico” sul sé. L’autore si concede anche qualche deviazione autobiografica più esplicita, come l’episodio del viaggio nei luoghi d’origine familiare. In altri tempi questi slittamenti metanarrativi sarebbero stati il cuore pulsante del libro; qui appaiono quasi laterali, come se Auster non volesse più costruire labirinti ma soltanto aprire varchi. Il gioco con la quarta parete è meno esibito, più dimesso. E tuttavia resta la sensazione che, talvolta, l’accumulo degli eventi conti più della loro reale necessità. Baumgartner non è un romanzo monumentale; è un libro che accetta la propria dimensione ridotta, la propria imperfezione. Scritto mentre l’autore attraversava una fase delicata della sua vita, porta con sé un’urgenza trattenuta. Non cerca l’effetto speciale né l’architettura vertiginosa. Preferisce soffermarsi sui dettagli minimi: un capo d’abbigliamento piegato con cura, una telefonata inattesa, un ricordo che riaffiora senza preavviso. Alla fine, ciò che rimane è l’idea che raccontare sia un modo di resistere. Baumgartner non impara una lezione definitiva; non riceve una rivelazione che ricomponga il passato. Ma continua a interrogarsi, a rimettere in fila i frammenti della propria storia. Se il libro può essere letto come un “manuale di sopravvivenza”, lo è in senso paradossale: non offre istruzioni, bensì uno sguardo. Invita a osservare con maggiore attenzione i particolari che sembrano insignificanti e che invece custodiscono la sostanza di una vita. In questo senso, Sy Baumgartner è uno dei personaggi più riusciti di Auster: non perché risolva un enigma, ma perché abita con onestà il proprio smarrimento. Il romanzo che porta il suo nome non indica una destinazione, accompagna un movimento. E forse, per uno scrittore che ha spesso esplorato i labirinti del caso e dell’identità, scegliere la via più semplice (seguire il filo della memoria, accettare la sottrazione) è il gesto più audace.

Angelo Cennamo

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