I FATTI. AUTOBIOGRAFIA DI UN ROMANZIERE

“Caro Zuckerman, in passato, come sai, i fatti sono sempre stati brevi appunti su un taccuino, il mio modo di scattare dalla realtà alla fantasia”. È da questa confessione che prende avvio I fatti, pubblicato nel 1988, uno dei libri meno citati ma forse più rivelatori di Philip Roth. Un’opera ibrida, ambigua fin dal sottotitolo – Autobiografia di un romanziere – che mette in scena il problema cruciale dell’identità letteraria: uno scrittore può davvero separare la verità dalla finzione? Esiste un confine riconoscibile tra ciò che è accaduto e ciò che è stato inventato? Roth non affronta la questione con un saggio teorico ma con un dispositivo narrativo raffinato e ironico. I fatti si presenta come un’autobiografia, ma è costruito come una fiction che imita l’autobiografia. O forse, più sottilmente, come un’autobiografia che non riesce a liberarsi della fiction. Nessuno aveva chiesto a Roth di raccontare la propria vita; anzi, l’idea stessa sembra quasi contraddire la sua poetica, da sempre fondata sul mascheramento, sullo sdoppiamento, sull’invenzione di controfigure narrative. Eppure, “superata la cinquantina, si sente il bisogno di trovare dei modi per rendersi visibili a se stessi”: più che ai lettori, l’autobiografia sembra destinata allo sguardo interiore, a un confronto privato con il proprio passato. La struttura del libro è essenziale e al tempo stesso vertiginosa. Nella prima parte, Roth scrive in prima persona e invia il manoscritto al suo alter ego letterario, Nathan Zuckerman, protagonista e coscienza critica di molti romanzi precedenti. È una scelta che ribalta le gerarchie: l’autore reale chiede il giudizio della propria creatura. Zuckerman, già al centro di opere come La controvita, non è soltanto un personaggio, ma la “controvita” di Roth, il suo doppio immaginario, colui che ha sempre filtrato, deformato, reinventato l’esperienza reale trasformandola in letteratura. Nella parte autobiografica Roth ripercorre gli anni della formazione, gli studi, i primi racconti, il rapporto con la famiglia e soprattutto le relazioni sentimentali. È qui che il gioco tra verità e finzione si fa più evidente. La tormentata storia con Josie (figura reale) si sovrappone in modo quasi speculare alla vicenda di Maureen Johnson, protagonista di La mia vita di uomo. “La descrizione ne La mia vita di uomo di come Maureen Johnson inganna Peter Tarnopol facendogli credere che è incinta corrisponde quasi esattamente al modo in cui io venni gabbato da Josie nel febbraio del 1959”. La falsa gravidanza, il matrimonio forzato, la relazione distruttiva: ciò che era stato narrato come invenzione romanzesca si rivela radicato in un’esperienza concreta. Eppure non si tratta di un semplice svelamento. Non c’è mai, in Roth, la rassicurazione della coincidenza perfetta tra vita e opera. Anche quando l’autore dichiara di voler “basta menzogne”, di voler smettere di travestirsi e di prendere in giro i lettori, l’impronta resta narrativa, costruita, teatrale. L’autenticità è mediata da una forma, e la forma è già una trasformazione. Il romanziere si nutre delle proprie sconfitte, le metabolizza, le rielabora e le offre al pubblico come materia letteraria. Non c’è confessione che non sia anche messa in scena. La seconda parte del libro, la risposta di Zuckerman, è decisiva. A pagina 168 il personaggio prende la parola e smonta l’operazione del suo autore: “Nella fiction puoi essere molto più sincero senza doverti continuamente preoccupare di fare del male a qualcuno”. È un’affermazione paradossale e illuminante. La finzione diventa lo spazio di una sincerità più radicale, perché libera dai vincoli della responsabilità personale immediata. Nell’autobiografia, invece, la verità rischia di essere attenuata, autocensurata, condizionata dal timore di ferire. Così I fatti non risolve la tensione tra reale e immaginario, ma la espone in tutta la sua complessità. Roth sembra suggerire che la verità biografica non sia mai pienamente raccontabile in forma diretta. La letteratura, con le sue maschere e i suoi doppi, non è un tradimento dell’esperienza, semmai il suo compimento. Attraverso Zuckerman, Roth mette in dubbio la propria capacità di “dire la verità” e, allo stesso tempo, rivendica il diritto di reinventarla. Alla fine, il confine tra realtà e finzione non appare come una linea netta, ma come una zona di scambio continuo. Tutto si confonde: il fatto genera la storia, la storia retroagisce sul fatto, e il lettore resta sospeso tra credere e dubitare. Mai prendere tutto alla lettera, sembra dirci quel furbacchione di Newark; ma nemmeno liquidare la fiction come semplice invenzione. In Roth, la verità non è ciò che precede il romanzo: è ciò che il romanzo riesce a rivelare proprio attraverso l’invenzione. I fatti è dunque meno un’autobiografia che un’autopsia della propria identità di scrittore: il tentativo, forse impossibile, di guardarsi senza maschera, sapendo che anche lo specchio, in letteratura, può essere un artificio.

Angelo Cennamo

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