LE FANTASTICHE AVVENTURE DI MICHAEL CHABON

Aprire un romanzo di Michael Chabon è come entrare in un cinema dove proiettano simultaneamente la Storia con la maiuscola e le storie minuscole degli uomini: lui, lei, gli altri, la metropoli brulicante, i suoi suoni e colori, parole che scorrono come immagini su uno schermo che sembra la pagina di un giornale a fumetti. Non è una metafora gratuita. Chabon è scrittore, saggista, fumettista e sceneggiatore, e la sua opera si distingue per una prosa complessa e dal linguaggio ricercatissimo, ricca di figure retoriche, popolata da temi ricorrenti (il senso di abbandono, la nostalgia, la paternità mancata, l’identità ebraica come ferita e come forza) che tornano di romanzo in romanzo senza mai ripetersi davvero. In Chabon convivono magnificamente la grande tradizione letteraria americana e l’immaginario pop della cultura di massa, in un equilibrio che pochi altri scrittori contemporanei hanno saputo trovare con altrettanta eleganza e altrettanta consapevolezza critica. Si potrebbero evocare Nabokov per la varietà e la finezza delle invenzioni linguistiche, Philip Roth e Don DeLillo per l’ambizione di raccontare lo spirito di un’intera nazione, ma Chabon è qualcosa di suo, una voce che non si lascia ridurre a nessun precedente illustre. Le Fantastiche avventure di Kavalier e Clay, pubblicato nel 2000 e premiato con il Pulitzer nel 2001, è il libro in cui questa doppia natura si manifesta nella forma più compiuta e travolgente. La critica internazionale lo salutò come un capolavoro, e non si trattava di entusiasmo contingente: il romanzo regge la rilettura, anzi migliora con il tempo, come certi film che alla seconda visione rivelano profondità invisibili al primo sguardo. Bret Easton Ellis, voce tutt’altro che generosa con i propri contemporanei, lo ha inserito tra i tre grandi libri della sua generazione. Non è un’affermazione da poco per un romanzo che ha come protagonisti due ragazzi ebrei e un supereroe di carta. Josef Kavalier è un giovane artista in fuga dalla Praga occupata dai nazisti che approda a New York, dove incontra il cugino Samuel Klayman, detto Sammy Clay. Joe è il disegnatore, Sammy è lo scrittore, e insieme formano una coppia creativa perfetta, complementare nella diversità dei caratteri quanto nell’unità della visione. La fuga di Josef da Praga ha qualcosa di favoloso e al tempo stesso di disperatamente reale: è modellata sulle tecniche di evasione di Harry Houdini, l’illusionista di origine ebraica che era il grande idolo della gioventù del tempo, e questa eco non è affatto casuale. L’escapismo — la fuga dalla realtà verso un piano altro, più sopportabile o più fantasioso — è il tema strutturale attorno a cui Chabon costruisce l’intera architettura del romanzo, il suo centro di gravità narrativo e morale. Fuggire non è una viltà: è, in certi momenti della storia, l’unico atto di intelligenza possibile. I due cugini danno vita all’Escapista, un supereroe che combatte i nazisti, e il successo arriva rapidamente, portando con sé fama, denaro, la radio, la televisione, tutte le declinazioni possibili del sogno americano. Ma Chabon non è uno scrittore di favole rassicuranti, e il successo non basta a colmare il dolore. Josef è ossessionato dal destino della famiglia rimasta in Europa, dalla sorte del fratellino Tommy che la guerra potrebbe avere inghiottito per sempre. C’è un vuoto che nessuna popolarità riesce a riempire, e il romanzo si alimenta proprio di questa tensione irrisolvibile tra la luce abbagliante del sogno americano e l’ombra lunga della tragedia storica. L’America offre a Josef la libertà, l’amore, la notorietà, ma non può restituirgli ciò che l’Europa gli ha tolto. Questo squilibrio fondamentale tra ciò che si guadagna e ciò che si perde è il cuore pulsante del libro, la sua malinconia di fondo che nessuna ironia riesce a dissolvere del tutto, e che anzi l’ironia stessa, usata da Chabon con maestria chirurgica, rende ancora più acuta. Il romanzo abbraccia tre decenni di storia americana, dall’imminenza della Seconda guerra mondiale fino agli anni Cinquanta, e in quel percorso incrocia i destini di molte figure della cultura pop, del cinema, della musica, dello sport, disegnando un affresco corale che ha la densità degli affreschi di John Dos Passos e la leggerezza danzante di certi romanzi di E.L. Doctorow, ma con una vitalità e un’ironia che sono puramente, inconfondibilmente chaboniane. Il Grande Romanzo Americano, quella categoria quasi mitologica che da Melville a Fitzgerald a Roth ha ossessionato generazioni di scrittori e lettori, trova qui una delle sue incarnazioni più convincenti e gioiose del nuovo millennio. E non è una coincidenza che quell’anno, il 2001 in cui il libro veniva premiato con il Pulitzer, Jonathan Franzen pubblicasse Le correzioni e Joyce Carol Oates Blonde: sui cieli letterari d’America si era posata una congiunzione astrale davvero rara. Ciò che distingue Chabon da molti altri autori della sua generazione è la capacità di trattare con uguale serietà e uguale amore la cultura alta e la cultura popolare, senza gerarchie preconcette, senza quella condiscendenza con cui certa critica guarda ancora ai fumetti, al jazz, alla magia, allo showbusiness come a materiali di serie B. Per Chabon questi mondi sono altrettanto ricchi di verità umana quanto la grande letteratura, e la sua prosa li tratta con la stessa cura e la stessa meraviglia. Il fumetto, in questo romanzo, non è uno sfondo decorativo né un omaggio nostalgico alla golden age dei comics americani: è una metafora epistemologica, un modo di raccontare il mondo attraverso la logica eroica del bene assoluto contro il male assoluto che la guerra e il nazismo sembravano incarnare così perfettamente. Joe e Sammy capiscono prima di chiunque altro che il supereroe è la risposta culturale americana al terrore della storia, che l’Escapista non è meno reale di Houdini soltanto perché è disegnato su carta: esiste nell’immaginazione di milioni di lettori, e quella è una forma di esistenza potente quanto qualsiasi altra.

Kavalier e Clay sono personaggi che entrano nel cuore con la discrezione dei grandi amici, lentamente, senza annunciarsi, e quando il libro finisce lasciano un vuoto che somiglia alla nostalgia. Si ride, ci si commuove, si impara qualcosa sull’America e sull’Europa, sul nazismo e sul sogno, sull’ebraismo come cultura della resistenza e della sopravvivenza attraverso la creatività. Il viaggio che Chabon propone (in lungo e in largo nella cultura pop a stelle e strisce, coloratissimo, vibrante, sincopato come una jam session di Duke Ellington) è in fondo una riflessione sul potere salvifico della narrativa stessa, sulla capacità delle storie, scritte, disegnate, recitate o sognate, di offrire non una fuga dalla realtà ma un varco verso una realtà più sopportabile, più umana, più degna di essere vissuta. Questo è il grande tema di Chabon, il filo che attraversa tutta la sua opera e che in questo romanzo trova la sua espressione più alta: ogni fuga autentica è anche un ritorno, ogni escapismo che valga qualcosa porta alla fine i segni indelebili del mondo da cui si è fuggiti. 

Angelo Cennamo

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