C’è una scena che vale da sola l’intero libro. Malibu, 1977, Francis Ford Coppola ha deciso di cucinare per tutti: Scorsese, Robertson, Nicholson, De Palma, qualche altra leggenda di passaggio, e ha attaccato un cucchiaio di legno a una bobina da 16mm per far girare il sugo da solo mentre proietta qualcosa in cucina. È esattamente il tipo di trovata che ti aspetti da quell’uomo, in quel momento storico: geniale e ridicola in egual misura, con quella qualità peculiare delle idee che funzionano solo se sei tu ad averle. Robertson, incaricato di sorvegliare la pentola, sparisce dal suo spacciatore. Torna che il sugo è bruciato. Coppola lo fissa come se avesse commesso un sacrilegio. Scorsese gli soffia in tasca la coca di nascosto. “Francis è mortalmente serio in cucina,” gli sussurra. E così si siedono tutti a tavola, senza appetito, a ingurgitare pasta scotta sotto lo sguardo del patriarca. È Hollywood. Sono gli anni Settanta. E il memoir postumo di Robbie Robertson – uscito dopo la sua morte nel 2023, a ottant’anni – è essenzialmente un catalogo lussuoso di serate come questa. Robertson era già una leggenda prima di mettere piede stabilmente in quella città. Come chitarrista della Band aveva contribuito a ridisegnare il suono del rock americano: prima al fianco di Bob Dylan nella stagione più controversa e fertile della sua carriera, poi con quel suono terragno e fuori dal tempo che sembrava arrivare da un’America rurale forse mai esistita davvero. La sua autobiografia del 2016, Testimony, aveva ripercorso quella traiettoria con mestiere e qualche lampo di bravura, dalle origini miste fino alla dissoluzione progressiva del gruppo, logorato da debiti, dipendenze e rancori accumulati. Un libro onesto, a tratti brillante, ma con i contorni levigati di chi sa già, mentre scrive, cosa vuole che rimanga e cosa no. Insomnia è più stretto nel fuoco e più franco nel tono. Il periodo al centro è quello a cavallo tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta, quando Robertson, separato dalla moglie, si ritrovò a condividere casa con Scorsese, anche lui appena uscito da una relazione devastante, quella con Liza Minnelli. Due uomini a pezzi, con troppi soldi, troppa cocaina e una collezione sterminata di film classici da guardare fino all’alba. Da quella convivenza caotica nacque uno dei sodalizi creativi più longevi del cinema americano: per quasi quattro decenni Robertson lavorò alle colonne sonore dei film di Scorsese, da Toro Scatenato fino a Killers of the Flower Moon, su cui stava ancora lavorando negli ultimi mesi di vita.Ma questo non è un libro sul cinema. È un libro sull’amicizia, quella forma particolare di attaccamento che si consolida nell’eccesso condiviso, nella veglia notturna, nel senso di essere i soli rimasti svegli mentre il mondo dorme. Il pretesto narrativo è The Last Waltz, il film-concerto con cui Scorsese aveva immortalato l’ultimo concerto della Band nel 1976, con Dylan, Eric Clapton, Neil Young. Robertson racconta il montaggio estenuante, le notti senza fine, le proiezioni alle tre di mattina. Il film fu accolto con entusiasmo dalla critica. I suoi ex compagni di band, molto meno: si sentivano ridotti a comprimari in un racconto costruito attorno al chitarrista. Robertson liquida le loro lamentele con una frase che dice tutto sul suo rapporto con il passato: non erano “gente di cinema”, e avrebbero dovuto essere contenti di lavorare con uno come Scorsese. La generosità non era mai stato il suo tallone d’Achille. Tra i momenti migliori ci sono l’incontro con Nicholson al Savoy di Londra, sul set di Shining, già perso in qualcosa che stava diventando leggenda, e i frammenti della relazione tra Minnelli e Scorsese, raccontati con la discrezione di chi era lì ma preferisce non fare il testimone. Il libro è veloce, adrenalinico, scritto con un ritmo che assomiglia a quello delle notti che descrive: si accelera, non si torna indietro, ci si ferma solo quando si è già oltre. È il ritratto di due uomini che si sono incontrati nel momento peggiore e si sono tenuti a galla a vicenda. “C’erano momenti,” scrive Robertson, “in cui pensavo che Marty e io avessimo solo l’uno l’altro.” La Band era finita. Quell’amicizia no.
Angelo Cennamo