L’8 aprile tornerà con Adelphi uno dei romanzi più oscuri e politici di Philip Roth: Operazione Shylock. La scelta di questo titolo, dopo Portnoy, non sembra casuale. Forse la ripubblicazione accenderà o riaccenderà una serie di nuovi dibattiti sulla vicenda di Gaza, o forse no. Ad ogni modo, il romanzo – che uscirà con la nuova traduzione di Ottavio Fatica – non si presta a facili strumentalizzazioni. È tipico di una certa produzione di Philip Roth. In Operazione Shylock Roth non prende partito, ma nemmeno si sottrae. La sua posizione è quella di un ebreo americano che guarda Israele con un amore inquieto e con la coscienza sporca: condanna l’occupazione, riconosce il torto inflitto ai palestinesi, ma non riesce, e forse non vuole, separarsi dalla causa israeliana. Alla fine accetta di lavorare per il Mossad non per convinzione ideologica, ma perché è un ebreo, e gli ebrei, quando la storia li chiama, rispondono sempre: ricordate Eccomi di Jonathan Safran Foer? Il Diasporismo del suo doppio grottesco è una provocazione che Roth usa per pensare ad alta voce, non una soluzione in cui crede. La verità del romanzo è altrove: nel silenzio del protagonista quando l’amico palestinese George Ziad gli chiede di scegliere. Roth non risponde. Può permettersi di non farlo, perché, a differenza di Ziad, lui può tornare a casa.
Angelo Cennamo