C’è una confessione di Ben Lerner, nascosta in un’intervista su Granta, che merita di essere espansa fino a diventare una questione teorica: il dialogo romanzesco convenzionale è spesso imbarazzante per quanto risulta teatrale, e la sua forma cosiddetta “realistica” è in realtà una convenzione che non tiene. Non è una nota a margine, è una questione aperta nel dibattito sulla narrativa moderna. Il dialogo, nei romanzi, vive spesso in uno spazio di finzione doppia: è inventato, ma pretende anche di assomigliare a qualcosa, alla voce umana, al pensiero in atto, allo scambio vivo, che nella pagina scritta non può esistere allo stesso modo. Quando parliamo, ci interrompiamo, deviamo, ripetiamo, lasciamo frasi a metà, correggiamo a voce alta quello che stavamo pensando in silenzio. Il romanzo tradizionale ha sempre rimosso tutto questo, consegnandoci personaggi che parlano in periodi completi, non perdono mai il filo: in buona sostanza personaggi finti. Ai suoi allievi, Gordon Lish diceva: datemi una frase vera. La domanda di Lerner è allora brutalmente semplice: questa perfezione grammaticale è una menzogna estetica? Mente di più un dialogo perfettamente calibrato, o uno sgangherato come quelli veri? La stessa questione, secoli prima, se la poneva Aristotele distinguendo tra verosimiglianza e verità: la letteratura non deve mostrare le cose come sono, ma come potrebbero credibilmente essere. Il dialogo “realistico”, intercalato di esitazioni, ripetizioni, non sequitur, rischia di risultare più opaco della finzione, perché il lettore non è abituato a riconoscervisi, e la trascrizione fedele della parola parlata produce il più delle volte una sensazione di falsità maggiore di quella che genera il dialogo composto. Eppure qualcosa si è rotto. Lerner ha riflettuto su come la chat digitale risolva a modo suo questo problema formale, essendo una forma di dialogo che nasce già come scrittura ma in tempo reale, capace di rappresentare l’interruzione, la simultaneità, l’esitazione: la tecnologia ha introdotto nella narrativa una nuova grammatica dell’imperfezione. Non è sgrammaticatura per verosimiglianza, è una nuova sintassi che il romanzo deve imparare a usare. Ma il problema si approfondisce. Lerner ha ammesso di non aver saputo come rappresentare il proprio modo di parlare da adolescente senza cadere nell’ironia, e incapace di sostenere in prima persona il tono necessario a reggere il materiale emotivo, ha dovuto inventarsi una soluzione strutturale. È una confessione rivelatrice: la voce autentica resiste alla pagina, e per essere trasmessa deve essere tradita. Lui stesso ha detto che nella scrittura è sempre presente un’ironia formale, e che il suo tentativo è stato quello di uno scontro diretto con la realtà che rifiuti l’ironia come distanza, perché il distacco è il nemico. Ecco allora il paradosso: l’ironia è il meccanismo con cui la letteratura controlla ciò che non riesce a nominare direttamente. Il dIl dialogo impossibile. Forma e verità nella voce romanzescaialogo perfetto è spesso ironico, elegante, controllato, chirurgico, mentre quello imperfetto rischia di essere sentimentale, goffo, imbarazzante nel senso peggiore. Credo che non esista una risposta definitiva, e forse è proprio questa l’eredità più onesta che la narrativa contemporanea ci consegna: il dialogo è sempre una negoziazione tra il reale e il leggibile. Non si tratta di scegliere tra grammatica e vita, ma di costruire una terza cosa: una lingua fittizia che sappia contenere l’imperfezione senza dissolversi in essa, il romanzo come laboratorio dove il disordine del parlato viene distillato e non eliminato. Se sei perfetto non sei realistico? Dipende da cosa si intende per realtà. La realtà del parlato è rumore. La realtà della letteratura è forma. Il dialogo vive nel mezzo, come una traduzione che sa di tradire e che in quel tradimento, paradossalmente, dice la verità.
Angelo Cennamo