CONVERSAZIONI AMERICANE. RAYMOND CARVER / con Valeria Parrella

“Io un lavoro ce l’avevo e Patti no. Lavoravo poche ore di notte in ospedale. Un lavoro da niente. Facevo qualcosa, timbravo il cartellino per otto ore e andavo a bere con le infermiere. Dopo un po’ Patti ha voluto mettersi a lavorare. Diceva che aveva bisogno di un lavoro per la propria dignità. E così si mise a vendere multivitaminici porta a porta”. Protagonista di Vitamine, uno dei racconti  di Cattedrale, la raccolta uscita nel decennio più rivoluzionario della letteratura americana moderna (Leavitt, McInerney, Ellis, Foster Wallace, Franzen, Chabon), gli anni ’80, è una coppia fintamente felice. Di coppie infelici in queste storie, e nelle altre, ce ne sono diverse. L’incipit spiega bene il resto: poche parole senza enfasi scritte quasi contro voglia, con noia. Distacco. Le rileggo al tavolino di un bar di piazza Dante, nel centro di Napoli, mentre aspetto Valeria (Parrella) che su whatsapp mi avvisa che è saltata una corsa della cumana “Angelo, ci vorrà almeno un quarto d’ora”. Va bene. È una mattina grigia di ottobre, si è alzato un forte vento che sta facendo agitare gli ombrelloni ancora aperti e volare bicchieri di plastica. Ci saranno dieci gradi. Mi pento di essere uscito di casa con una misera t-shirt di cotone. Dal mio tavolo vedo la vetrina dell’ex libreria Pironti, leggendario talent scout napoletano che con pochi mezzi soffiò grossi autori americani alle corazzate dell’editoria nazionale. Tutto torna, penso: ecco perché Valeria ha voluto incontrarmi qui. Ah, dimenticavo, semmai non si fosse ancora capito: l’argomento della nostra conversazione è Raymond Carver. Si sono fatte le 10,00. Una monetina di sole fa capolino dai tetti dei palazzi di fronte. L’aria si è riscaldata. Meno male. Valeria mi raggiunge dall’altro lato della piazza: occhiali scuri, trench e una borsa di stoffa che a occhio conterrà qualche libro. Solo ora mi accorgo di aver ricevuto un altro suo whatsapp, le voci della piazza devono aver coperto il bip “Meglio del previsto, pochi minuti e sono lì”. Chissà come avrebbe scritto Carver su whatsapp e più in generale sui social. Carver ha inventato Twitter trent’anni prima di Twitter. Nessuno ha influenzato la letteratura contemporanea come lui, disse una volta Rick Moody. A chi lo definiva minimalista, quasi indispettito rispondeva “Precisionista, non minimalista”. Resta il fatto che quel faticoso lavoro di sottrazione eseguito sui testi era in netta controtendenza rispetto alla prolissità di altri autori, soprattutto europei, o al massimalismo argomentativo di chi prima di lui (Gaddis, Pynchon) e dopo di lui (Vollmann, Foster Wallace, Lerner, Cohen) ha proceduto per espansione invece di limitarsi all’essenziale. Quanto quest’opera di ripulitura possa attribuirsi allo stesso Carver o al suo editor Gordon Lish è difficile dirlo. Sui racconti di Carver Lish ha fatto di tutto: cambiato, sostituito, soprattutto accorciato, tanto che non sono pochi coloro che si interrogano sulla reale identità di Carver: era veramente lui o il suo editor? Per farvi un’idea di come Gordon “Mani di forbice” abbia manomesso le storie del suo pupillo vi basta confrontare due raccolte gemelle: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore e Principianti, la versione integrale della prima, uscita qualche anno dopo senza i tagli dell’editor “Gli scrittori hanno bisogno dei loro editor quanto gli sportivi ne hanno dei loro allenatori, e a nessuno verrebbe da giudicare la prestazione di un nuotatore meno meritevole perché a bordo piscina qualcuno lo incita a mulinare le braccia più veloce” ha scritto Paolo Giordano nella prefazione del libro.

Come sai tutti i diritti sulle opere di Carver li controlla- è giusto controlla? Ne fa una supervisione, li esamina, li protegge, li custodisce…ec_ Tess Gallager. Quindi cosa succede, che se devi farne una nuova edizione per esempio italiana, l’editore prima cosa verifica che a Gallager piaccia il prefatore. Io dovevo scrivere su “Se hai bisogno chiama” e mandarono a Tess Gallager una mia raccolta di racconti tradotta in Usa da Europa Edition. Lei disse, ok, ma non deve scrivere che è minimalista. Ci ho pensato tantissimo su. Prima cosa perché l’ultima persona che mi ha detto nella vita cosa dovevo fare è stato mio padre quando avevo 16 anni, credo che dopo ho accettato solo consigli. Poi perché io ho solo la scrittura, quindi non la metto al servizio di ciò in cui non credo.Infine perché io avevo assunto su di me tantissime tantissime informazioni su Carver, di carattere biografico e critico, e ne ero stracolma. Dovevo dunque tornare a leggerlo, nuda, e chiedermi se potevo scrivere di Carver senza scrivere che è minimalista. È un esercizio difficilissimo destrutturarsi da lettore. Alla fine tutto questo paraustiello per dirti che sono sostanzialmente d’accordo. Precisionista non minimalista. Ho prefato, ed è finita così : Tess Gallagher is happy to approve this introduction. I wanted to share her message: I found Valeria Parraella’s essay very sincere and engaging as when someone shares a very personal but expansive encounter with a writer. I especially liked her connecting Ray to “To the Lighthouse”, one of my favorite books of all time.  She hits her high note there at the end to realize that in Ray’s work the middle class actually can become a protagonist. Although she doesn’t go on to say so, this makes Ray’s work cast a much wider net across the planet than authors before him.  Of course what we realize over here is that now Ray’s middle class has slipped its cogs and has become perhaps the lower middle-class. But this doesn’t diminish his reach, just re-calibrates it.  Do thank them for providing the translation. I enjoyed it very much. So interesting her entrance into Carver via kind of the back door in these posthumous stories.

Come dicevo prima a proposito di Vitamine, nelle storie di Carver non accade niente di speciale oltre lo scorrere del tempo e un agire comune, apparentemente irrilevante, letterariamente parlando insignificante, come riparare un oggetto, ricevere una visita, ordinare una torta. In Attenti, altro racconto contenuto in Cattedrale, dopo aver litigato con la moglie, il protagonista va ad abitare in una mansarda. Il lettore non sa qual è la causa del litigio né se e come i due coniugi risolveranno la crisi. “Dobbiamo parlare”, dice lei, ma Carver concentra la sua attenzione su un fatto del tutto marginale: l’orecchio del marito è otturato, e la moglie, che un giorno decide di ribussare alla sua porta, glielo stappa. 

Non è che non succede niente. Prima cosa c’è il grande problema base: di cosa sono fatti i libri? Di storia o di lingua? Nel migliore dei casi sono un sinolo aristotelico tra i due. Nel caso intermedio a me interessa la lingua. la trama… guarda la trama alla fine è una sceneggiatura. Non è così importante. Dunque Carver cosa fa? Mette solo le parole che servono, dentro le parole che servono c’è uno scrigno di informazioni che il lettore tira fuori dalla sua esperienza personale. Se io mi concentro sull’orecchio tappato do un sacco di notizie. So che c’è una consuetudine tra i due, so che si è in un momento intimo ma non romantico, di accudimento ma anche di fastidio, di necessità  non grave. Chiunque di noi ha vissuto quello, e chiunque di noi così può essere precipitato in una storia che gli appartiene. Allora cosa vogliamo dire? Che nelle nostre vite non succede niente? Che sono irrilevanti per questo? Su un piano universale certo che lo sono, è rilevante solo che la terra abbia agganciato una nuova luna, ma sul piano della narrativa le nostre storie piccole quotidiane sono tutto: perché sono l’unico ambito in cui viviamo, dunque anche l’unico ambito di giudizio. A me questo mi fa volare. Restare in silenzio in una stanza presa in affitto mentre di là due coniugi anziani guardano la tv è la siepe di Leopardi: oltre c’è l’infinito. 

In questi racconti c’è sempre un antefatto e un postfatto di cui non sappiamo nulla. Carver arriva al centro. È come se ci spalancasse una finestra per farci vedere cosa sta accadendo in quel preciso momento nella stanza. Carver fa con le parole quello che Edward Hopper fa con le immagini: ci mostra l’attimo in cui tutto è già accaduto. 

Sì ma questa è la misura del racconto. Cosa fai in un racconto? Entri nella stanza con il letto già disfatto e decidi se l’ha buttato per aria un ladro o una coppia che ha scopato tutta la notte, poi esci. È il racconto che fa questo. A te non piacciono i racconti, ma secondo me puoi affinarla questa cosa, puoi venire anche tu nella terra dove ti consegnano un nucleo incandescente. Quello che tu chiami il centro è il nucleo incandescente. Hopper è più freddo, più elegante, più upperclass. Carver soffre come una bestia. Ti ricordi quando mettesti su X una foto on the road e io ti dissi che la piana di Battipaglia o la Route 66 hanno un sentire che si somiglia? Ecco, io a Carver riconosco quella fatica. Ma forse sono io. Se io non avessi letto Carver e non ci avessi visto dentro la piana di Battipaglia oggi farei un altro lavoro e io e te non staremmo prendendo questo caffè.

I protagonisti delle storie di Carver non sono né degli eroi né persone comuni, sono uomini e donne sull’orlo di un’infelicità che si sta cronicizzando. Ricordano molto i personaggi di un altro gigante del realismo minimalista: Richard Yates. Ma se i personaggi di Yates inseguono un sogno senza raggiungerlo, quelli di Carver il sogno manco lo inseguono, perché sarebbe tempo sprecato. 

Voilà. perfetto. Lui è il cronista dell’infelicità. mica un ruolo semplice? lo psicopompo americano, un hermes traghettatore, con tinte molto evidenti, pensa per esempio alla torta di compleanno. A me viene mal di stomaco solo a pensarci, o alla stessa sequenza finale delle guglie della cattedrale disegnate a occhi chiusi…è molto significativo questo ossimoro che usi “giganti del minimalismo”, ci hai pensato? 

Carver ha scritto solo racconti e poesie, non si è mai confrontato con la forma del romanzo. Apparentemente può trattarsi di una libera scelta dettata dal gusto personale, da un’attitudine; probabilmente un’esigenza più terra terra: la perenne corsa contro il tempo per consegnare in cambio di poco e subito. Carver scriveva con i figli piccoli che gli urlavano addosso e le bollette di luce e gas che si accumulavano sul frigo. È complicato concentrarsi per anni su un romanzo se rischi uno sfratto per morosità. 

Gli americani amano raccontarla così, anche Alice Munro diceva sempre “scrivo racconti perchè ho 3 figli”, ma io sono italiana vengo da lo cunto de li cunti, da Boccaccio, da Pirandello, Verga, Banti, Ortese, non lo penso affatto. Scrivere un racconto è una cosa difficilissima, non puoi letteralmente sbagliare una parola, non un rigo, una parola. È un afflato. Ogni cosa che scrivi porta già in sé la sua misura, non c’entrano nulla le condizioni esterne. Rispetto al consegnare e pubblicare poi comprendi bene che c’è un abisso tra il mercato americano che ama i racconti e quello italiano che quasi li tiene in spregio. L’altro giorno Lorenzo Marone mi ha chiesto se avessi faticato a pubblicare racconti. No. Ma già che mi abbia fatto la domanda la dice lunga. (Dostoevskij aveva sempre lo sfratto, la vecchia si prende un’ascia in testa perché è una padrona di casa- eppure quante pagine sono delitto e castigo?)

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ANNI FELINI – Alessio Forgione

Quando nel 2018 lessi Napoli mon amour, il romanzo d’esordio pubblicato da NNEditore, ne ricordo ancora la cover, per Alessio Forgione immaginai un percorso letterario diverso da quello di molti altri autori della sua generazione. Chi nasce in un posto come Napoli capisce fin da subito di ereditare un’identità più marcata rispetto a quella di chiunque altro. I lettori di Telegraph Avenue sanno che seguo poco la narrativa italiana. Sanno anche della riluttanza che ho maturato da alcuni anni verso tutto ciò che esprime la tradizione della mia città. Scrivere a Napoli o di Napoli o semplicemente scrivere “se sei di Napoli” può rivelarsi un fattore di rischio. Il rischio di farsi risucchiare nel magma e nel dramma della perenne imitazione di sé per diventare come quelle statuine vip riprodotte dai maestri presepisti a San Gregorio Armeno. Ho già speso in altre circostanze parole di stima per Alessio Forgione perché attraverso i gangli della sua corazza di scrittore (si può anche leggere scrittore di razza) non ha mai lasciato che filtrasse la grammatica del pastorello che tanto piace invece ai cantori del posto al sole e del mare fuori. Anni Felini, il nuovo romanzo, conferma questa rara abilità di resistere ai cliché di un linguaggio – linguaggio non lingua – ai quali Napoli sembra purtroppo condannata senza appello. Il romanzo si apre con un gattino che sopravvive miracolosamente a un incidente d’auto. Giorgino diventa uno dei cinque gatti di Daniele (Papà Gattone), musicista napoletano con dei trascorsi londinesi, trasferitosi fuori città, nella “casa degli ulivi”, per lavorare all’uscita di un nuovo disco. Nella casa di Daniele arriva anche il protagonista della storia, uno scrittore in crisi di ispirazione e reduce da una lunga e burrascosa relazione sentimentale. Nei primi capitoli il romanzo assume la forma di una fiaba: Forgione dà voce ai gatti di Daniele e li fa interagire con la componente umana della casa. I gatti parlano tra loro, Daniele e il suo amico parlano con i gatti, il lettore vede e sente tutto. Qui la prosa è volutamente basica, elementare come quella di una filastrocca, per riprodurre un punto di osservazione e un lessico familiare che faccia comunicare i gatti alla maniera dei bambini. Che io ricordi, nella letteratura italiana contemporanea esistono almeno due precedenti di romanzi con animali parlanti. Qualche anno fa Giordano Meacci diede la parola a un branco di cinghiali in un libro che sfiorò il premio Strega. Più recentemente Bernardo Zannoni ha fatto lo stesso con una faina. La vicenda di Forgione però è più complessa, non si tratta cioè di una semplice storia animalista. Il focus del romanzo è tutt’altro. Anni Felini secondo me è un romanzo sulla cancellazione. Cancellazione è anche il titolo di un romanzo di Percival Everett diversissimo da questo ma con dei punti di connessione che nelle righe successive risulteranno più chiari. Cos’è che cancella Forgione nel suo testo? Intanto la distanza tra uomini e gatti e ogni subalternità degli uni rispetto agli altri. I gatti vivono seguendo l’istinto, è vero, gli uomini invece pensano e programmano. Ma al di là di questo, non ci sono altre differenze. Forgione cancella Napoli, che come spiegavo prima non ingombra la scena, non copre, non fagocita tutto: resta ai margini. Napoli viene indicata come “La città delle chiese abbandonate”, una specie di legge del contrappasso che Forgione si autoinfligge per distinguersi da chi del nome della città ne fa invece un uso smodato e compulsivo anche attraverso l’iconografia vesuviana o decumana o peggio: culinaria. La Napoli velata di Forgione affiora solo in qualche parola dialettale o nel ricordo di Ciro Esposito, il tifoso ammazzato prima della finale di Coppa Italia a Roma, e Annalisa Durante, la quattordicenne di Forcella stroncata da una pallottola vagante nel corso di un conflitto a fuoco tra clan. Forgione cancella perfino il racconto: usa il presente indicativo rappresentando i fatti in un divenire sempre attuale. Ogni cosa accade mentre la leggiamo. L’ultima cosa che Forgione rimuove dalla storia è il futuro. Le vite incerte e precarie dei gatti somigliano molto a quella del protagonista, un giovane uomo disorientato, in bilico avrebbe pensato Saul Bellow, alle prese con un romanzo da completare e con un amore sbiadito. Anni Felini non ha una vera trama, è un romanzo di senso non di trama; nel corso delle centonovanta pagine vi renderete conto che non succede nulla di speciale oltre le accelerazioni di una quotidianità che Forgione riportata a una condizione primordiale, essenziale come quella degli animali in casa. Bret Easton Ellis direbbe che i personaggi di Forgione non fanno: esistono. Anzi, coesistono.

Angelo Cennamo

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QUEER – William Burroughs

Leggere Queer di William Burroughs, scrittore leggendario del Missouri, è come leggere due storie, quella dentro il libro e quella fuori dal libro, la storia “del” libro, la sua gestazione lunghissima, la prima stesura che risale al 1952, i dubbi, le esitazioni, i tagli, la pubblicazione avvenuta oltre trent’anni dopo, nel 1985. Queer fu scritto sotto l’effetto di droghe (una prassi, direte, per un autore della Beat Generation) a Città del Messico, dove Burroughs si era trasferito dal Texas per un increscioso incidente giudiziario. È un romanzo autobiografico e incompleto, e strambo come tutti i libri di Burroughs. In questi giorni Adelphi lo ripropone in una versione inedita e con una nuova veste grafica. Il titolo fu suggerito a Burroughs da Jack Kerouac, suo amico e convivente per diversi mesi. Quanto la poetica di Kerouac abbia influito nella stesura del testo è difficile stabilirlo, resta il fatto che di Queer sono esistite un paio di versioni, su una delle quali aleggia lo spettro della moglie dell’autore, uccisa da un colpo di pistola sparato dallo stesso Burroughs forse per errore. Senza quella morte, confesserà lui qualche anno dopo, “non sarei mai diventato uno scrittore”, uno scrittore speciale e fuori dal comune, aggiungo io. In Queer, che è il secondo romanzo di Burroughs, ritroviamo le prime tracce di una prosa originale, messa a punto con più mestiere nei libri successivi e definita “cut-up”. Partendo dall’idea che anche le parole sono immagini, il metodo consiste nel tagliare delle pagine di un testo per poi ricomporle in un altro testo. In poche parole, Burroughs rubava dai libri di altri autori per poi assemblare “pezzetti vividi di dettagli che svaniscono”. Di cosa parla Queer. La trama, che non c’è – potete entrare nel racconto a pagina quaranta o sessantadue, cambia poco – è incentrata sulla relazione tra il tossicodipendente Lee – un uomo di mezza età, un alter ego di Burroughs, che trascorre la vita adescando ragazzi nei bar – e Eugene Allerton. Lee si innamora di Eugene ma non cerca un vero e proprio contatto con lui, Eugene è piuttosto il pubblico delle sue esibizioni, lo spettatore privilegiato dei suoi “numeri”. Intorno ai due amanti c’è un’umanità sordida, che si muove in un’ampia Interzona, da Città del Messico a Panama, uno scenario degradato che ricorda molto da vicino la Brooklyn di Hubert Selby Jr, altro outsider della letteratura, vissuto come Burroughs nella morsa degli stupefacenti, ma da squattrinato. Un tema importante di Queer è quello del controllo. Se, da un lato, Lee deve tenere a freno il proprio desiderio di drogarsi e il forte appetito sessuale, dall’altro Eugene non accetta nessuna costrizione “non gli piaceva avere impegni fissi”.    Queer è un libro crudo e lucente sulla falsariga di Pasto Nudo, il capolavoro, il romanzo dal quale non si può prescindere per conoscere a fondo l’anima e l’impronta inclassificabile di Burroughs. Nessuno è come William Burroughs. 

Angelo Cennamo

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OPERAZIONE SHYLOCK – Philip Roth

È il romanzo più politico di Philip Roth, più de La nostra gang, la satira contro Nixon, e di Complotto contro l’America, l’ucronia che vede gli Usa allersi alla Germania nazista dopo l’insediamento alla Casa Bianca di Charles Lindbergh. Ma è prima di tutto il romanzo col quale Roth fa definitivamente i conti con la propria identità ebraica: ingombrante, difficile da governare, incompresa, oggetto di scherno. Un processo lungo iniziato vent’anni prima con Lamento di Portnoy e proseguito con romanzi reali come La controvita o immaginari come Carnovsky, il libro che porta Nathan Zuckerman al successo e che fa morire di crepacuore suo padre. Si tratta fondamentalmente di un romanzo storico, ma attenzione: Roth è un furbacchione, è un furbacchione perché della storia e della sua non-fede religiosa ne fa un uso diverso da quello dell’invettiva o pistolotto che dir si voglia; Roth si serve dell’irrisolta questione ebraica per seguire quel tracciato pirandelliano che lo ha reso celebre, il canovaccio di sempre, vale a dire lo scambio di ruolo, il travestimento, il mascheramento. Operazione Shylock è più di ogni altra cosa un romanzo sull’identità. Tutta la vita Roth non ha fatto altro che tradurre in inchiostro se stesso indossando i panni di altri. È stato il suo gioco preferito, cinico, raffinato, un gioco ampiamente collaudato e portato all’estremo soprattutto in due libri: I Fatti, la finta autobiografia nella quale l’autore di Newark dialoga con l’alter ego Zuckerman, e questo (pubblicato nel 1993, in Italia ancora per poco con Einaudi e la traduzione di Vincenzo Mantovani), che ha come protagonisti addirittura due Philip Roth, il più vero dei quali però non è lo scrittore ma il suo sosia, la voce della coscienza, l’uomo che Roth forse non ha avuto il coraggio di essere fino in fondo o che è sempre stato senza rendersene conto. Nei giorni in cui deve intervistare un suo collega israeliano, Aharon Appelfeld, il vero Roth scopre l’esistenza di un altro se stesso che sta pianificando un’operazione folle; la chiama diasporismo: riportare gli ebrei in Europa per sottrarli a un secondo Olocausto arabo. L’altro, l’impostore, ha già preso impegni con uomini politici del posto e con il leader polacco Walesa. La vicenda è ingarbugliata ma il proverbiale gioco di specchi tra le due verità in questo caso non investe solo l’ego di Roth ma include anche le ragioni dei due contendenti. La partenza dello scrittore per Gerusalemme e l’incontro scontro con il Roth n. 2 innesca una ingegnosa sequela di eventi tragicomici col coinvolgimento di servizi segreti e di mille altri personaggi, impossibile da riassumere in poche parole per via delle complesse implicazioni filosofiche che Roth pone al vaglio del lettore in difesa di ciascuna delle posizioni in campo. Operazione Shylock non è un romanzo per tutti (se non avete nessun rudimento sulla questione israelo-palestinese oppure non vi interessa affatto l’argomento fareste meglio a scegliere o riscegliere altri titoli di Roth), e per quanto mi riguarda non lo inserirei neppure in una virtuale top ten del maestro insieme al Teatro di Sabbath, Pastorale, Macchia Umana, Patrimonio, La mia vita di uomo eccetera. Ma è pur sempre un romanzo di Roth, dammaticamente attuale, ipnotico, istruttivo, perfino divertente. 


Angelo Cennamo

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UN OTTIMISTA IN AMERICA – Italo Calvino

“In America nessuno ha scelto un luogo piuttosto d’un altro: ci si capita per caso e subito lo si fa proprio.”

Venticinque anni prima di “Lezioni americane”, il libro basato su una serie di lezioni preparate in vista di un ciclo di sei discorsi da tenere all’università di Harvard per l’anno accademico 1985-1986 (la morte lo colse prima di arrivarci), Italo Calvino fece il suo primo viaggio negli Usa “Partendo per gli Stati Uniti, e anche durante il viaggio, spergiuravo che non avrei scritto un libro sull’America (ce n’è già tanti!). Invece ora ho cambiato idea. I libri di viaggio sono un modo utile, modesto eppure completo di fare letteratura.” Il libro in verità non fu mai pubblicato perché, rileggendo le bozze, l’autore  giudicò il materiale raccolto “troppo modesto” per farne un’opera letteraria e “non abbastanza originale” come reportage giornalistico – avesse potuto vedere cosa si spaccia oggi per letteratura, l’umile scrittore avrebbe cambiato idea senza nessuna remora. Calvino gli States li girò in lungo e in largo per sei mesi, tra il 1959 e il 1960, incontrando uomini d’affari, politici, letterati, ma anche tanta gente comune. Soprattutto New York…”perché io New York la amo.” Per definire la Grande Mela Calvino ne coglie subito il senso, l’immagine basica, la sensazione più intima “prima di tutto New York è  un ritmo…una città elettrica, impregnata di elettricità.” Gli spazi, enormi, i grattacieli, ovvio, ma anche le auto “tutte lunghe, lunghissime, talora assurdamente lunghe e larghe.” Eppure Calvino sembra ambientarsi presto, non è il marziano a Roma di Flaiano, ma un giovane uomo curioso, un attento osservatore che non giudica. Il sogno, il pragmatismo, la ricchezza, e le diseguaglianze, talvolta feroci: la descrizione del fenomeno di chi sceglie di vivere nei camper per poi muoversi alla ricerca di lavori stagionali è una “Nomadland” di altri tempi.”

“Comincio a capirla, Chicago. Forse comincia a farmi paura. Insomma, comincia a piacermi. È la vera città americana, produttiva, materiale, brutale, tough” ( e di lì a poco ci sarebbe nato anche il primo presidente di colore, “negro” avrebbe scritto Calvino, rischiando la ghigliottina della futura Cancel Culture). La West Coast è un’altra storia. Il Pacifico è un mare infido, diverso, poco familiare, e Los Angeles, più che una metropoli, sembra un’accozzaglia di quartieri troppo diversi tra loro. “Capisco che dovrei scrivere qualcosa su Hollywood, ma non ho nulla da raccontare.” Dell’altra America, quella povera del New Mexico, con i suoi deserti e le riserve di indiani, di quella sì. O del profondo Sud, dalla Georgia all’Alabama dove “le case dei negri sono tuguri di legno” e la sola speranza di riscatto si chiama Martin Luther King. È un tempo di vigilia: King, Kennedy, la luna e tutto il resto. Il reportage di Calvino è preciso, dettagliato, colto, affettuoso, un On the road senza filtri o allucinazioni, lucido e generoso. Calvino ha amato l’America, noi amiamo lui: il romanziere, l’intellettuale, il viaggiatore.

Angelo Cennamo

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PERCHÉ CORMAC McCARTHY NON È NATO IN ITALIA

Perché in Italia non abbiamo avuto scrittori come Cormac McCarthy, Stephen King, William Burroughs, Toni Morrison, Don Delillo, Thomas Pynchon…? Le ragioni sono diverse. Storiche, prima di tutto. Poi d’identità, per quanto storia e identità vadano a braccetto. L’America è un paese relativamente giovane, ciononostante è pervenuto al romanzo prima di noi, che per oltre un millennio ci siamo allenati più a poetare che a narrare… “santi, navigatori e poeti”. L’America è un paese segnato da mille conflitti, non solo razziali, e da contraddizioni talvolta difficili da spiegare (la letteratura si nutre di contrasti, il miglior propellente dei romanzi è lo scontro, il dissidio); fin dalle sue origini terra di conquista e di sogni da inseguire: realizzati (Singer, Updike, Bellow, Roth, Bret Easton Ellis…), miseramente falliti (Richard Yates, Raymond Carver, il Philipp Meyer di Ruggine Americana…). A sua volta il sogno postula il viaggio – sogno e viaggio contano tantissimo in questo discorso – da Huckleberry Finn di Twain e Furore di Steinbeck a On the road di Kerouac, senza contare l’affollatissima epica Western di autori come Guthrie, McMurtry, McCarthy, di outsider della non fiction (Jessica Bruder con Nomadland) e dell’autofiction (Eddy L. Harris con Mississippi Solo, William Least Heat-Moon con Strade Blu…), possiamo dire che il romanzo americano è un viaggio senza fine, un perenne trasloco. Be mine, il quinto Bascombe di Richard Ford racconta la traversata in camper di un padre e di suo figlio disabile. L’ultimo regalo di Frank a Paul è un viaggio. Il viaggio è anche speranza in un nuovo approdo, voglia di ricominciare. L’America si è forgiata attraverso continue ondate migratorie, dall’esterno e dal suo interno; alcune sono già state tradotte nei libri (Europa e Africa), altre lo saranno nel breve periodo (Asia e Oceania). È un paese di grandi dimensioni. Gli spazi sconfinati, quelli abulici come il piatto Midwest e gli Appalchi, ma anche gli altri più ostili dal punto di vista climatico, incidono non poco sui processi creativi e sulla scrittura, le conferiscono cioè un respiro ampio, una più vasta universalità, autenticità non per forza subordinate al piccolo rituale. Esistono poi delle ragioni tecniche legate alla forma della comunicazione. I diversi linguaggi del cinema, della tv, del fumetto, della musica (Il rap spiegato ai bianchi di David Foster Wallace e Marck Costello…), unitamente al mito della forza, si pensi ad esempio ai Supereroi della Marvel o a certi personaggi del cinema di Ford o Tarantino, e della giustizia fai da te attraverso l’uso delle armi, hanno definitivamente conquistato la letteratura americana, amalgamandosi perfettamente tra loro (Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay di Michael Chabon e la serie di Hap e Leonard di Joe Lansdale sono tra i migliori esempi di come il fumetto abbia plasmato a sua immagine la letteratura). In italia questo processo non si è compiuto, forse per una certa diffidenza verso forme d’arte giudicate colpevolmente minori, forse per una ossequiosa dipendenza dalla “lingua letteraria” che è dura a morire. Un altro aspetto essenziale della china presa dalla letteratura d’oltreoceano nel corso degli anni, molto meno dall’avvento della Woke Culture, è la totale assenza di condizionamenti politici, di scuole, e conventicole. Ben altra storia rispetto per esempio al potere di vita e di morte che ebbe il gruppo Einaudi negli anni di Ginzburg e compagni, ai veti e ai filtri imposti a testi e ad autori non graditi per motivi squisitamente ideologici. Infine il coraggio o l’incoscienza di sperimentare nuove forme di racconto, che in America è incoraggiato fin da subito in molti corsi di scrittura, mentre in Italia viene puntualmente soffocato da editori poco visionari, più attenti ai bilanci che al valore reale dei manoscritti e alla loro capacità di sfidare le mode.  

(Foto di John Domini).

Angelo Cennamo

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L’EMPORIO DEL CIELO E DELLA TERRA – James McBride

James McBride, scrittore e giornalista newyorkese vicino ai settanta, è cresciuto tra Brooklyn e il Queens in una famiglia poverissima e numerosa: padre (afroamericano), madre (polacca) e undici fratelli. Dopo aver lavorato nelle redazioni del New York Times, Rolling Stone e Washington Post, McBride ha fatto il musicista jazz, poi lo sceneggiatore per Spike Lee. L’esordio nella narrativa risale al 1995 col memoir Il colore dell’acqua; la definitiva consacrazione è arrivata vent’anni più tardi con The Good Lord Bird, vincitore nel 2013 del National Book Award, cui è seguito, nel 2022, Il diacono King Kong. In questi giorni è uscito in Italia con l’editore Fazi e la traduzione di Silvia Castoldi The Heaven & Earth Grocery Store (L’Emporio del Cielo e della Terra), romanzo che negli Usa ha riscosso un successo clamoroso vendendo oltre un milione di copie (presto diventerà anche un film prodotto da Steve Spielberg). La storia è ambientata perlopiù a Pottstown, Pennsylvania, in un minuscolo quartiere di case fatiscenti e strade sterrate dove vivono neri ed ebrei, insieme ai bianchi “che non potevano permettersi di meglio”. Siamo negli anni ’30 dello scorso secolo. Chicken Hill, questo il nome del quartiere, è un microcosmo di mille storie con tanti personaggi che ruotano intorno alle figure principali di Moshe e Chona. Nella prima parte del romanzo, Moshe, ebreo rumeno proprietario di un teatro e di una sala da ballo, si innamora di Chona, una bellissima americana di origini bulgare, un’avida lettrice e un’idealista che, nonostante sia “storpiata dalla poliomielite”, non nutre “un briciolo di amarezza o un briciolo di vergogna”. Generosa e disponibile con tutti, Chona diventa un presidio di solidarietà quando insieme al marito rileva l’Emporio del cielo e della terra (a dire il vero, l’iniziativa la prende lei, Moshe ne farebbe a meno “Siamo ricchi, questa è una zona di neri e di poveri, e noi non lo siamo! Andiamocene in centro. Apriremo un negozio lì”). E così mentre Moshe ha successo nella sua attività artistica, Chona gestisce il negozio di alimentari che dà il nome al romanzo, offrendo credito a chi è più bisognoso. Leggendo di questo emporio mi sono ricordato del Brokeland Records, il negozietto di vinili dove Michael Chabon ha ambientato uno dei suoi romanzi migliori, Telegraph Avenue (perdonate questa specie di autocitazione). Come il Brokeland anche l’emporio è “un caravanserraglio dove la gente sta insieme, si rilassa… e si racconta storie a più non posso”. Un crocevia di gusti e culture diverse. Un giorno alla porta di Moshe e Chona bussano i vicini Nate e Addie per chiedere aiuto: Dodo, il loro nipotino dodicenne, diventato sordo per via di un’esplosione, si trova in pericolo; a seguito della morte della madre il ragazzino è rimasto orfano e presto le autorità verranno a prelevarlo per rinchiuderlo in un istituto. È il primo dei due eventi che fa decollare la storia. Nate e Addie sono disperati, occorre agire in fretta ma non sanno dove sbattere la testa. Moshe e Chona, che non hanno potuto avere figli, prendono a cuore la sorte del ragazzino e accettano di nasconderlo nell’emporio. Dodo è intelligente (non sente ma è abilissimo a leggere le labbra), brillante, sensibile, nella sua disabilità Chona ritrova la propria condizione, e grazie a lui per la prima volta sperimenta la desiderata maternità. Il secondo momento importante del romanzo è la separazione tra Chona e Dodo (madre e figlio). Quando la donna si ammala gravemente il bambino viene portato via e incarcerato a Pennhurst (un istituto psichiatrico abusivo) con la complicità di Doctor Roberts, il personaggio che incarna il male, il più cattivo del cast di McBride, membro del KKK e figura viscida contro la quale gli abitanti di Chicken Hill si uniscono nel tentativo di liberare Dodo. Unirsi è un po’ la parola chiave della storia e per questa piccola comunità, il cui melting pot simboleggia tutta l’America. L’Emporio del Cielo e della Terra è un romanzo sulla inclusività e la tolleranza. Una storia d’amore e di pace che non inciampa tuttavia nella retorica buonista e dell’accoglienza di questi anni. Chicken Hill è come la Napoli di Pino Daniele: ha mille colori, è un’America che sta imparando a stare insieme, che rapidamente prende forma e identità oltre ogni steccato, pregiudizio e intento separatistico. La prima parte del romanzo, per via dei numerosi riferimenti alla cultura ebraica, ricorda i capolavori di Isaac Bashevis Singer, capostipite di una lunga e gloriosa tradizione letteraria che ha visto in Bellow, Malamud, Roth, Safran Foer, Yoshua Cohen… alcuni dei suoi epigoni. McBride è uno scrittore “antico”; la sua prosa rigogliosa è una sinfonia di generi musicali che a volte stordisce per la complessità delle immagini e per la profondità degli stati d’animo, i retropensieri della sua fauna umana. Il suo nuovo libro è un atlante di sentimenti, un manuale di convivenza. Un antidoto contro il solipsismo e l’egoismo dei nostri anni. Nessuno si salva da solo. 

Angelo Cennamo




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PER SEMPRE – Richard Ford

La pentalogia di Bascombe Richard Ford avrebbe potuto concluderla alla maniera di John Updike, esattamente come era cominciata una quarantina di anni prima. Nell’ultima pagina di Riposa, Coniglio Harry Angstrom stramazza al suolo mentre gioca una partitella a basket con dei ragazzini. La stessa scena è nell’incipit del primo libro (Corri, Coniglio). L’idea di mostrarci Bascombe nel tentativo di rimettersi a scrivere a settantaquattro anni suonati e dopo tutto quello che gli è capitato fino ad ora, Ford deve però averla scartata dall’inizio; meglio andare sul sicuro, seguire “Lo stato delle cose” e quel doveva andare proprio così che è sempre stata la filosofia di vita del suo personaggio migliore. Si può leggere Per sempre (Be mine), in Italia con Feltrinelli e la traduzione di Cristiana Mennella, senza aver conosciuto le parti iniziali di questa lunga storia? Direi di sì, ma al vostro posto non lo farei. Proviamo allora a riavvolgere il nastro e a dare qualche informazione utile a chi volesse scavalcare i capitoli prececenti, nell’ordine: Sportswriter, Il giorno  dell’Indipendenza (premio Pulitzer), Lo stato delle cose, Tutto potrebbe andare molto peggio, per concentrarsi solo sulle ultimissime trecentocinquantacinque pagine, ammesso che siano davvero le ultime. 

Scrittorucolo, giornalista sportivo, poi agente immobiliare a Haddam, nel New Jersey, due divorzi, un figlio e una ex moglie morti, un tumore superato: Bascombe è tutto questo e molto altro ancora. Per sempre si apre con una nuova tegola per Frank: a Paul, il secondo figlio, oggi quarantasettenne, viene diagnosticata la SLA. Già da bambino Paul aveva dato segnali di scarsa tenuta mentale: ne Il giorno dell’Indipendenza lo avevamo visto rubare delle confezioni di preservativi e aggredire il commesso del negozio. Paul non provava interesse per nessuno sport, era affetto da una strana balbuzie e sognava di fare il ventriloquo. Haddam ha sempre dato rifugio a persone strambe, che portano gli stessi abiti ogni giorno, che sono impegnate nella stessa cosa a tutte le ore, che ridono di cose che sanno solo loro “Paul era uno di questi emarginati”. La sua vita non è mai stata all’insegna del successo “non ha nessun bestseller al suo attivo, né brevetti di software, né trofei… Paul non è mai arrivato”. Ha vissuto un po’ così, ma finché non si è ammalato, la vita “se l’è fatta piacere”. Nella prima parte del romanzo lui e suo padre sono dentro una Honda Civic, in partenza per la clinica del Minnesota dove sperimentano una nuova cura. Frank c’era già stato nel 2001 per farsi “bombardare la prostata di titanio”. Ora però è diverso: Frank ha un figlio che sta morendo, perché è di questo che si tratta. Paul non ha scampo e suo padre lo sa. Lo sa ma non cede: si dà degli obiettivi, prova a mappare e ad organizzare il tempo che gli resta “La vita è una questione di sottrazione graduale” leggiamo in Tutto potrebbe andare molto peggio. Accudire Paul è faticoso “Il moribondo fa sentire escluso e inadeguato chi non sta morendo, perché morire è una lotta che non somiglia a nessun’altra”. Il rapporto padre-figlio di Ford ribalta quello di figlio-padre del Philip Roth di Patrimonio, romanzo molto vicino a questo, che tocca le stesse corde. Frank sostiene Paul ma non smette di inseguire il piacere. Come Sportswriter, il primo capitolo della serie, Per sempre parla del grande tema della letteratura americana: la ricerca della felicità. Si può essere felici nonostante le tragedie che ci capitano nella vita? Frank pensa di sì. Non è un caso che l’introduzione del romanzo Ford l’abbia intitolata Happiness. Quando il figlio è in clinica, Frank è in compagnia di Betty Tran, la giovane massaggiatrice vietnamita con la quale mestamente gioca a fare l’innamorato. Una garbata relazione platonica da duecento dollari l’ora. Betty è la migliore attrice non protagonista del libro. È una ragazza carina, minuta e gentile, ma non è la Ramona di Herzog: non oltrepassa mai la soglia. Non deve. Non vuole. Prima che sulla vita di Paul scendano i titoli di coda, Frank noleggia un vecchio camper per andare a Mount Rushmore nel South Dakota, per poi proseguire oltre Rapid City, nel luogo con le effigi dei quattro presidenti scolpite nella montagna. La scena in cui Frank sale a bordo del camper nel quale non ci si sta neppure in due è straordinaria “A svegliare una bestia così ci si sente piccoli, ma anche potenti: una sensazione tipicamente americana, fatta per essere basica, comunque credo di poterla gestire, magari potrebbe anche piacermi”. È il momento più bello e significativo del romanzo, siamo in zona Strade blu di William Least Heat-Moon e Nomadland di Jessica Bruder; per quanto Ford li abbia ambientati nei sobborghi chic del New Jersey, i libri di Bascombe sono soprattutto romanzi on the road. Il viaggio con papà di Paul è goffo e doloroso, anche comico “Purtroppo durante la sosta ai box (lui crede che l’abbia abbandonato), Paul si è bagnato i pantaloni, ma adesso in macchina non ci si può fare nulla. Da veterano della prostata, conosco bene certe situazioni e posso capire cosa prova”. I dialoghi serrati tra i due sono pieni di scontri e di sbuffi. Nelle ultime battute Frank e Paul li vediamo di fronte alle sculture nella montagna, fermi a osservarle quasi inebetiti in mezzo a tutto quel silenzio. Ma perché sono proprio lì? “È fantastico”, dice Paul “completamente inutile e ridicolo… al mondo ci sono troppe poche cose fatte apposta con questa stupidità”. Per la prima volta lui e Frank vedono la stessa cosa nello stesso modo. Sipario. Applausi. 

Angelo Cennamo

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CONVERSAZIONI AMERICANE. DAVID FOSTER WALLACE / con Vanni Santoni

Quando nel 1984 pubblicò Il pianeta Trillafon rispetto alla cosa brutta sulla “Amhrest Review”, la rivista del college, lo studente David Wallace non aveva ancora aggiunto il cognome materno a quello del padre. Lo farà tre anni dopo in occasione dell’uscita del suo primo libro: La scopa del sistema, la tesi di laurea riscritta e trasformata in uno dei romanzi più sgangherati e sorprendenti degli anni ’80. Immaginiamo che siano le tre del pomeriggio di un lunedì di fine estate, e che stia raggiungendo Vanni Santoni in taxi all’università La Sapienza, per parlare di David Foster Wallace. Vanni mi ha dato appuntamento nella biblioteca di Lettere. Ma perché? Forse perché è il luogo più wallaciano che c’è a Roma, a parte il Foro Italico? Immaginiamo di sederci su una poltroncina vicina alla sua, rivestita di una pelle che un tempo doveva essere color testa di moro. Il tavolo di noce è graffiato. Sopra ci sono: una bottiglia di acqua minerale ormai a temperatura ambiente, due bicchieri di plastica, un atlante, e una copia di Infinite Jest aperta all’anno di Glad, scarabocchiata con almeno sei penne diverse. È quella di Fandango, la prima edizione, tradotta da Edoardo Nesi. Prima di arrivare a parlare di Infinite Jest, però, facciamo un passo indietro e ripartiamo dal primo romanzo. Negli anni in cui Wallace esordisce, la scena letteraria americana è dominata dal realismo minimalista di autori come Carver, e gli esordienti Bret Easton Ellis e Jay McInerney. Wallace infrange quel mood con una prosa espansa, massimalistico-argomentativa (realismo isterico), che si immaginava archiviata col postmodernismo del primo Pynchon. 

Credo che per prima cosa, ancor prima di evocare “La scopa del sistema”, sia necessario inserire nella conversazione William Gaddis. Da noi Wallace è stato subito accostato a Pynchon, mentre negli Stati Uniti il paragone era sempre doppio: think Pynchon, think Gaddis, scriveva l’Atlantic (che poi tirava in mezzo anche Beckett). Probabilmente ciò è avvenuto perché Gaddis, da noi, è sempre stato letto pochissimo, anche tra i lettori forti. Onore quindi al Saggiatore, che ha da poco ripubblicato il suo capolavoro “Le perizie”, e speriamo che questo recupero vada abbastanza bene da convincerli a riproporre anche “J.R.”, la cui edizione Alet è oggi del tutto introvabile. Leggendo o rileggendo Gaddis, il lettore italiano troverà la parte più cospicua del DNA di Wallace, per quanto l’allievo superi il maestro sia in prosa che in cura (“Le perizie”, per quanto sia un romanzo eccezionale, è punteggiato di piccoli errori storici e di storia dell’arte). Forse anche per questo Wallace ci sorprese tanto: mancava, almeno ai più dei lettori italiani, un pezzo del puzzle. Sembrava fossero atterrati gli alieni… Mi fa venire in mente un po’ quello che è accaduto di recente, sempre da noi, con la traduzione, dopo quarant’anni, del “Lanark” di Alasdair Gray: d’un tratto i lettori nostrani – me compreso – hanno dovuto rivedere in corsa tutto ciò che credevano di sapere sul sistema di influenze che ci ha portati al new weird. Quando DFW “atterrò” da noi come romanziere (i racconti della “Ragazza dai capelli strani” erano usciti due anni prima presso Einaudi, e avevano rivelato un grande scrittore ma non ancora un fenomeno assoluto), lo fece in un contesto per lo più d’ignoranza rispetto a Gaddis (e non è che Pynchon fosse poi così letto, almeno non i suoi tomi più massicci…) e per di più con “Infinite Jest”, non col suo esordio “La scopa del sistema”, che nell’edizione Fandango del 1999, pur precedente, fu notato davvero poco: per questo ci fu quell’effetto di novità squassante. Ciò detto, non basta Gaddis a spiegare l’eccezionalità di Wallace: certo, “Le perizie” e “J.R.” sono capolavori (e si potrebbe financo tracciare un doppio parallelo: “Le perizie” —> “Infinite Jest”; “J.R.”, con tutti i suoi dialoghi —> quello che sarebbe dovuto essere “Il re pallido”) ma Wallace ha qualcosa in più rispetto a lui e a Pynchon (rispetto a Pynchon ha anche alcune cose in meno, ma questo è un altro discorso), qualcosa che riguarda il suo modo di dire le cose: non c’è, in “Infinite Jest”, la freddezza nei confronti del lettore che è propria dei grandi romanzi di Gaddis e Pynchon. Il grande romanzo massimalista postmoderno trova, con DFW, una nuova umanità. Anche per questa ragione, la definizione di “realismo isterico” mi è sempre sembrata inadeguata per Wallace – o almeno, è adeguata per i primi racconti e per “La scopa del sistema”, che pur essendo quello che si suole definire “un esordio davvero sorprendente”, patisce una certa caoticità di fondo, potremmo dire quasi un tratto caratteriale che DFW avrebbe poi emendato; ma certamente non è una definizione adeguata per il suo capolavoro, né, io credo, per quello che avrebbe potuto essere il suo secondo capolavoro, “Il re pallido”.

Nel 1989 Wallace si consacra tra le voci più interessanti della nuova letteratura americana con la raccolta La ragazza dai capelli strani, dimostrando di avere talento anche nel tratto breve. Di quei racconti qualcuno disse che erano un affronto, una burla rivolta a Bret Easton Ellis, esploso pochi anni prima con Meno di zero; altri che Wallace avesse copiato spudoratamente proprio quel romanzo di esordio. Escludendo la seconda ipotesi, il tono di quelle storie è sicuramente beffardo rispetto al realismo esasperato di certi autori come Ellis che imperversavano in quel decennio. Non trovi? 

Non c’è dubbio che il racconto che dà il nome alla raccolta prenda in giro un certo immaginario da fighetti ricchi e all’apparenza trasgressivi (ma in realtà avanguardia feroce del sistema) che era proprio del “Brat Pack” in generale e di Ellis in particolare, e a ben guardare mostra anche qualcosa che lo stesso Ellis ha messo pienamente a fuoco solo adesso, con quello splendido “Le schegge” il quale, oltre che romanzo, è anche riflessione sulla propria poetica, quasi un’opera di (auto)critica letteraria: che non c’era, in fondo, molto di realistico nelle avventure dei ragazzini di “Meno di zero” e delle “Regole dell’attrazione”. Ma credo che l’insofferenza che BEE ha sempre mostrato verso DFW non venga da questo, anche se può essere stato la miccia: gli veniva, e viene, dalla consapevolezza ineludibile – per lui sempre così wired – di esser stato surclassato. Anzi, superato, nel senso proprio che quella che doveva essere la sua epoca nelle lettere americane (e quindi, visto il periodo di ancor vigente egemonia, mondiale) fu costretta a un tramonto anticipato. E sia chiaro, lo dico da fan di Ellis: quando DFW se ne uscì con Infinite Jest mostrò di essere, semplicemente, di un altro pianeta: quello abitato dai Dostoevskij o dalle Woolf, e che negli Stati Uniti di quell’epoca era abitato giusto da Pynchon e DeLillo (più McCarthy, ma con un piede dentro e uno fuori… pure questo sarebbe un bel discorso da affrontare, ma appunto… è un altro discorso).

Parlare di David Foster Wallace senza aver letto David Foster Wallace è uno sport abbastanza diffuso. Si prende il Wallace numero due, quello che il nostro amico Gianpaolo Serino chiama “il marketing intellettivo di Wallace”, la sua rielaborazione critica filtrata attraverso mitizzazioni, svariate esegesi, analisi, raffronti, stereotipi su nevrosi e massimalismi, e lo si porta in giro per convegni, discussioni, dirette Facebook eccetera. Accade anche con altri autori: negli anni Sessanta alcuni italiani tenevano in bella mostra sul tavolino del salotto una copia dell’Ulisse di Joyce solo per fare bella figura con gli amici (semicit. di Carmelo Bene).

Direi che lo sport diffuso è soprattutto parlare di Wallace senza aver letto Infinite Jest. La raccolta di saggi “Considera l’aragosta” è molto letta. Anche i succitati racconti della “Ragazza dai capelli strani”. I vari altri librini usciti per minimum fax, pure, sono stati leggiucchiati. Quello meno letto è il Wallace romanziere: già i lettori della “Scopa del sistema” sono meno di quanti possiamo immaginare, ma il fenomeno si nota meno perché “La scopa del sistema” non è nel novero dei libri che “bisogna aver letto” e quindi nessuno ha mai bisogno di fingere di averlo letto…Tutto ciò è un po’ paradossale perché per quanto il Wallace raccontista sia bravo, e quello saggista a tratti straordinario, il livello reale della sua arte si vede nel romanzo, e in particolare nel “romanzone”. Che “IJ” sia meno letto di quanto viene dichiarato lo dimostra l’attenzione enorme che viene sempre data alle parti tennistiche, quella comunque ragguardevole data alle parti ambientate nella comunità di recupero di Ennet, e quella invece scarsa o nulla data ai momenti slapstick (quelli sì, totalmente pynchoniani) della seconda metà, o alla filmografia di John Incandenza, o al ruolo di Mario.

Qualche mese fa ho riletto per la terza volta Infinite Jest. È un romanzo che si disvela sempre in modo diverso, non smette di sorprenderci, è sempre attuale: ha anticipato fenomeni come la dipendenza dai social, perfino il trumpismo. Qual è, secondo te, il segreto di questo librone oltre la sua speciale ambientazione tennistica? 

Per me il segreto di Infinite Jest, che è poi il segreto del miglior Wallace, è la sua esattezza, e il suo secondo segreto – che si applica a tutto Wallace, ma che trova l’apice in “IJ” – è quella umanità a cui accennavo prima. Sull’esattezza, mi riferisco alla capacità della prosa wallaciana di inchiodare, grazie all’uso e alla scelta delle parole (e alla costruzione della frase), aspetti, segmenti, squarci o frammenti della realtà che prima erano invisibili o non ancora inquadrati. Di conquistare, con le parole e le frasi, ancor prima che con le idee, i personaggi o la trama, nuovi territori all’increato, oltre che al non-mappato.

Uno dei fenomeni più interessanti della letteratura americana degli ultimi decenni è stata l’amicizia-rivalità tra Wallace e Jonathan Franzen. Due ragazzi del Midwest bianchi, colti, borghesi inclini al postmodernismo. Dopo la 27ma città e il giallo ambientalista Strong Motion, Franzen si trasforma in un contract author per scrivere storie di conflitti familiari, il suo amico Dave invece non rinnegherà mai la sua vena sperimentalista di status author. Li incontrai a Capri nel 2006 al festival organizzato da Antonio Monda. Era la prima edizione de Le Conversazioni, probabilmente la migliore. Con loro ricordo Zadie Smith, Jeffrey Eugenides, Nathan Englander. Wallace era in buona forma, spiritoso, nulla avrebbe lasciato pensare a quel finale tragico di due anni dopo. 

Come per Ellis, ho sempre avuto l’impressione forte di un’insanabile invidia da parte di Franzen. Il che è normale, DFW lo straccia completamente, completamente, senza appello alcuno. Dal confronto esce mooolto più distrutto di BEE! Non sono neanche paragonabili. Del resto BEE, che pur le prende da Wallace, straccia Franzen alla stragrande. Il libro migliore di Franzen, che è un ottimo libro (naturalmente sto parlando “Le Correzioni”) è niente rispetto a “Infinite Jest”. Soprassediamo sul resto dei suoi romanzi, quantomeno per rispetto a un autore che comunque s’impegna molto, e che credo invece abbia scelto la propria strada in piena coscienza e per reale volontà letteraria… Quei due romanzi in fondo sono usciti dieci e quattordici anni prima delle Correzioni, quindi per me Franzen stava solo cercando la via, e se è diventato uno scrittore così “normie” era perché il normie già viveva potente in lui. Immagino, peraltro, che avere un amico e collega (e immediatamente contemporaneo, non di una generazione prima) che ti è così superiore sia davvero doloroso. Tutte le volte che Franzen ha scritto articoli o fatto conferenze con elementi del tipo “io e lui” ho provato imbarazzo. E sì che essendo amici ne aveva pieno diritto… Ma s’intuiva, dietro, la volontà di cercare di mettersi sullo stesso piano, e l’impressione era quella di un tizio che, credendosi un po’ più basso di chi è accanto, si costruisce uno sgabello e ci sale sopra, solo per voltarsi e rendersi conto di avere accanto un titano, alto quanto un palazzo.

Wallace ha scritto di tutto: di tennis, trigonometria, crociere, aragoste, pornografia, ha spiegato il rap ai bianchi… si può distinguere il romanziere dal saggista? 

Direi di sì. Il romanziere è molto superiore. Il saggista è grande perché è originale, ha la solita fortissima umanità, prende prospettive traverse, sceglie bene i temi, fa ridere pur non mandandola mai in vacca… tutto questo avviene in molto molto più grande nel romanzo, dove però c’è anche tutto il resto. Questa domanda e la mia conseguente risposta mi fanno venire in mente che non ho finito di rispondere quando parlavo dell’esattezza e dell’umanità wallaciane: ricordo bene quando, assieme ai ragazzi della rivista dove avevo cominciato a scrivere, esattamente vent’anni fa, nel 2004, qualcuno portò “Infinite Jest” alla riunione di redazione. Lì, com’è ovvio, restammo basiti dalla prosa e dalla portata del romanzo, e da quell’esattezza di cui sopra. Saltiamo invece avanti di quattro anni: è il settembre 2008, la rivista “Mostro” non esiste più, ma noi ci ritroviamo ancora per scrivere, bere e parlare di libri; qualcuno porta la notizia della morte di DFW. Consideriamo il modo in cui reagimmo: quel dolore, e quel sentirsi come sperduti, che assomigliava, ancorché in piccolo, a quello che si prova alla morte di un familiare che ci è caro o di un grande amico. Un dolore del tutto diverso da quello che si prova quando muore semplicemente un artista che ammiriamo molto. Perché? Io credo che ciò si debba all’umanità del nostro, e non del personaggio, che pure era un grand’uomo: proprio all’umanità che emergeva dalla sua prosa, che riusciva – caso forse unico – ad avere un’esattezza matematica degna d’un Pynchon ma a lasciare comunque spazio per i sentimenti. Un’infrastruttura segreta per il calore umano, nascosta tra le parole. Per me è questa la caratteristica che consegnerà Wallace all’eternità letteraria. Per tornare sempre alla domanda di cui sopra, circa le sue profezie e la sua attualità… a me non pare che “Infinite Jest” sia invecchiato bene rispetto alle sue previsioni, al suo elemento satirico o ai suoi giochi distopici… A volte “becca” cose attuali perché erano già presenti in nuce nella società americana di allora, ma sotto questi aspetti, si presenta chiaramente come  “un libro degli anni ’90”, pure troppo… Ciò che lo rende eterno è altro: è la capacità, ignota anche ai suoi predecessori e padri spirituali Gaddis e Pynchon (e solo parzialmente nota a DeLillo, che però ha altri punti di forza e altri obiettivi), d’infilare l’umano (che di base esatto non è) nell’esatto (che di base umano non è).

Quando si legge un autore ostico e perfettamente calato nella propria quotidianità, è lecito chiedersi quanto sia diversa la sua versione originale da quella tradotta in altre lingue. Pensi che autori come Pynchon e Wallace siano davvero traducibili? 

Non essendo un traduttore non mi azzardo troppo volentieri in valutazioni di questo tipo, ma in fondo penso di sì: Wallace ha buone traduzioni, Gaddis ha buone traduzioni. Certo, se li leggi in originale è un’altra cosa, e infatti li leggo in originale, ma cosa farei coi miei venerati Mann e Bernhard e Sebald, non sapendo il tedesco? Come ebbe a dire Bolaño, in fondo un capolavoro è un libro che resta bello anche dopo che è stato tradotto. Il discorso vale meno forse per Pynchon, del quale ad esempio “L’arcobaleno della gravità” avrebbe bisogno di una ritraduzione: l’ho letto in originale solo di recente e siccome diverse cose non mi tornavano sono andato a rivedere e c’erano molte imperfezioni, ma capisco bene che tradurre un libro del genere, magari per una cifra irrisoria rispetto all’impegno che richiederebbe per farlo bene, sia complicato… Occorrerebbero fondi pubblici per supportare queste imprese al di là dei (pur inevitabili) calcoli economici degli editori.

Quando in quella sciagurata sera di settembre si tolse la vita nella sua casa di Claremont, pare che Wallace avesse pianificato tutto: scritto due righe di commiato alla moglie Karen, salutato i cani Jeeves e Drones, ordinato negli  scatoloni giù in garage i manoscritti del romanzo al quale stava lavorando già da parecchi anni. “La Cosa Lunga”, un librone di cinquemila pagine che si sarebbero ridotte a poco più di mille, aveva confidato a Franzen. Per completare questo librone Wallace aveva rinunciato a convegni, conferenze stampa, al party per il decennale di Infinite Jest, a uscite con gli amici. E a chi come lo stesso Franzen si preoccupava negli ultimi tempi del suo stato di salute e gli chiedeva al telefono come stai, lui alla sua maniera rispondeva:  “mi sento un po’ peculiare”. I pezzi del  romanzo che Wallace stava scrivendo vennero faticosamente assemblati tre anni dopo la sua morte, nel 2011, dall’editor Michael Pietsch in un libro di circa ottocento pagine poi intitolato Il re pallido. Che opera è Il re pallido? Cosa aggiunge al Wallace che avevamo conosciuto fino ad allora? 

Come tutti gli wallaciani vissi un conflitto interiore: da un lato pensai che – per quanto l’autore avesse fatto in modo di far trovare i materiali – fosse brutto scavare nella sua tomba alla ricerca di qualcosa di incompleto; dunque un senso un po’ di profanazione. Dall’altro lato, mi precipitai a comprarlo appena uscì, e subito dopo comprai pure l’edizione italiana. Che dire del “Re pallido”… penso che l’unica cosa onesta da fare sia tacere: sono appunti, pezzi di bozze, lacerti vari, da cui è impossibile desumere come sarebbe stato il libro finito. Mi ricordo però che appena lo lessi mi colpì subito un’idea, quella del raggiungimento dell’illuminazione attraverso la noia, tant’è che la ripresi e la usai in un romanzo che poi non vide mai la luce (sarà stata la maledizione del “Re Pallido”? Eppure, giuro, avrei messo il riferimento nelle note dell’autore in calce…).

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JAMES – Percival Everett

Era uno dei romanzi più attesi del 2024, in Italia è arrivato a pochi mesi di distanza dalla ripubblicazione, stavolta con La Nave di Teseo, di Erasure (Cancellazione), l’atto d’accusa al politically correct che al cinema ha ispirato American Fiction, con la regia di Cord Jefferson e la sceneggiatura anche di Percival Everett. Di James, che negli Usa ha ben figurato e messo d’accordo più o meno tutti, compreso i quartieri alti del New York Times, va detto prima di tutto che è una riscrittura de Le avventure di Huckleberry Finn dal punto di vista di Jim, lo schiavo coprotagonista del capolavoro di Mark Twain, voce narrante nella versione di Everett. Vo-ce nar-ran-te. Prima di addentrarmi nella trama, solo in parte identica a quella del vecchio romanzo, voglio darvi un paio di indicazioni proprio sulla voce. Chi ha letto James in lingua originale (tanto per fare qualche nome: Paolo Simonetti, docente di letteratura americana a La Sapienza) ha posto l’attenzione su una delle colonne portanti dell’opera, e cioè l’alternarsi tra black speech e inglese normativo, che nella versione italiana il bravo Andrea Silvestri ha dovuto riprodurre, una faticaccia, ricorrendo perlopiù allo slang romanesco. Rispondendo a un mio commento su Facebook di qualche settimana fa, Simonetti si era lasciato andare a un giudizio alquanto netto e perentorio sull’argomento: Leggerlo in altre lingue è una perdita di tempo. Io James l’ho letto solo nella versione tradotta non disponendo di altre copie e fidandomi poco del mio black speech, e vi confesso che non è stata un’esperienza inutile. La considerazione del prof però la comprendo. Simonetti ha aperto un file su una questione a volte trascurata. Vale per James così come per molti altri testi a Stelle e Strisce che per ragioni diverse sono fortemente ancorati a codici lessicali autoctoni e per questo non del tutto riproducibili. Ma andiamo avanti. Dicevo della riscrittura di Huckleberry Finn. Pensate, prima di leggere James sono salito, in senso letterale, su uno dei miei scaffali per recuperare una vecchia copia del romanzo di Twain. Lo lessi la prima e unica volta da bambino dopo essere rimasto folgorato dal prequel: Le avventure di Tom Sawyer. Mi sono adoperato in questa rischiosa (a piedi nudi in modalità free climbing) e complicata acrobazia (non conservo i libri secondo un ordine ortodosso ma ad minchiam), perché volevo leggere i due romanzi, quello di Twain e questo di Everett, in stereofonia. Devo dire che è stata una buona intuizione. Escludendo testi come Il buio oltre la siepe della bianca Harper Lee, di storie sulla negritudine scritte “dal di dentro” la letteratura americana ne è piena: “Avevo sentito parlare di una ferrovia sotterranea” dice Jim nelle ultime pagine del romanzo, evocando il titolo di uno dei due Pulitzer vinti da Colson Whitehead. Va detto che questo ruolo del “proprietario culturale” Everett lo interpreta senza ansia da prestazione e senza caricarsi di alcuna mission; è la ragione per la quale giudico Everett il migliore tra gli scrittori afroamericani in circolazione. Ma James non è solo un meraviglioso romanzo sul desiderio di libertà, è un bellissimo libro sul Mississippi: lo scenario paludoso della fuga infinita di Jim e Huck è indubbiamente un altro architrave del racconto. Senza il grande fiume entrambi i testi, di Twain e di Everett, sarebbero stati molto diversi, di sicuro meno attraenti. Jim fugge dalla sua condizione di schiavo per ricongiungersi con la moglie e la figlia, Huck scappa da un padre padrone violento e in preda all’alcol. “Era già una brutta cosa essere schiavi, ma essere schiavi fuggiaschi era ancora peggio”. I due amici solcano il Mississippi tra il Missouri e l’Illinois su una zattera di fortuna, altre volte su una canoa. Come Cornelius Suttree di Cormac McCarthy si nutrono di bacche e pesci gatto. Uno dei temi del libro è la cultura strumento di emancipazione e di consapevolezza di sé. Jim sa leggere, nel suo disperato viaggiare ha recuperato dei libri. Di notte sogna e dialoga con Voltaire e John Locke. Combattere la schiavitù è come combattere una guerra, dice Locke in una delle sue apparizioni. “Siamo schiavi. Non siamo da nessuna parte. Una persona libera può essere dove vuole. L’unico posto in cui noi possiamo essere è la schiavitù”. A parlare è Sammy, la schiava quindicenne che a cento pagine dalla fine si unisce a Jim nella fuga. La schiava che muore due volte, la seconda volta da persona libera, dice Jim. James è una storia senza tempo, cruda, divertente, atroce, vera. Un tributo a Mark Twain e al Midwest, cuore pulsante di una nazione che ha ancora tanto da raccontare. Percival Everett ha scritto Il Grande Romanzo Afro Americano. 
Angelo Cennamo

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