PURPLE AMERICA – Rick Moody

Hiram Frederick Moody III, scrittore e musicista newyorchese meglio conosciuto con lo pseudonimo di Rick Moody, allievo di John Hawkes dal quale ha attinto il piglio sperimentalista, il coraggio di esplorare nuove forme di intrattenimento infrangendo i vincoli e le regole più comuni della tradizione. È stato amico di David Foster Wallace, ha collaborato con riviste prestigiose come  “Esquire”, “New York Times”, “Harper’s” e “New Yorker”. Spesso viene accostato ad autori del passato come Updike e Cheever, io invece trovo che Moody somigli solo a se stesso o che i suoi riferimenti siano altri. Nel 2022 figurava tra gli autori che hanno partecipato alla William Gaddis Centenary Conference. Come Thomas Pynchon e Russell Banks, un altro dei suoi maestri, Gaddis ha sicuramente plasmato la voce di Moody, che nel tempo è arrivato a coniugare il postmodernismo della vecchia guardia con una narrazione emotivamente più accessibile.

Purple America (Rosso Americano) – uscito negli Usa nel 1997, lo stesso anno di Pastorale Americana di Philip Roth, Underworld di Don DeLillo e Mason & Dixon di Thomas Pynchon, e pubblicato in Italia da La nave di Teseo – è il romanzo della consacrazione di Moody dopo i primissimi successi Cercasi batterista, chiamare Alice e Tempesta di ghiaccio. La storia tragicomica riflette il modo di scrivere di Moody: frasi lunghissime e la capacità di sorprendere ricorrendo a più registri, dal comico al drammatico. Tutto accade in quarantotto ore, un tempo breve che nel romanzo però si dilata all’inverosimile. Hex Raitliffe è un trentottenne balbuziente alcolizzato con “massicci occhiali da saldatore legalmente-non-vedente-incapace-di vedere-a-un-palmo-dal-naso” tornato a casa dalla madre gravemente malata per accudirla dopo che il suo patrigno l’ha abbandonata di punto in bianco. Hex non è un figlio perfetto, anzi nella sua vita non è riuscito a combinare nulla di buono –  questo romanzo è fondamentalmente una storia di fallimenti e di occasioni mancate – lo sguardo di Moody verso i suoi personaggi è indulgente, misericordioso, altre volte cinico, brutale, come se volesse prendersi gioco, beffarsi delle debolezze altrui. La tenerezza con la quale Exe aiuta la donna (paralitica e quasi del tutto afona) a fare il bagno nel dettagliatissimo incipit (sette pagine senza un punto) ricorda la premura  del giovane protagonista di un altro bellissimo romanzo italiano di qualche anno fa: L’invenzione della madre, opera prima di Marco Peano. Come nel libro di Peano, le parole di Moody danno corpo al corpo, il corpo del genitore ingabbiato, martoriato dalla tetraplegia, che arriva a implorare il suicidio assistito come ultimo desiderio. Ma il rapporto tra Exe e la madre, che evolverà in un finale thriller, è solo uno dei diversi temi affrontati. Moody alleggerisce il dramma della malattia e della fuga del patrigno, coinvolto nella  stessa giornata anche in un incidente a una centrale nucleare, con una trama parallela, più grottesca, che ha come protagonista una ex compagna delle medie di Hex, Jane Ingersoll. Le due vicende viaggiano insieme ma sembrano non toccarsi. La descrizione anatomico-cabarettistica del breve corteggiamento, tra eros e tanathos, soprattutto del primo bacio tra i due e del conseguente accoppiamento sessuale: goffo, avvilente, esilarante, con Jane che “bofonchia vocali inedite”, è un pezzo di altissima letteratura, tra le scene migliori del romanzo. Non saprei dire quanti libri abbia venduto o venda Rick Moody nel suo paese e all’estero, quello che so è che Moody scrive meglio di tanti autori americani in Italia più popolari di lui “La bocca di lei sa di porti del New England, di sigarette, alcool, esperienza”. Nel 2001, il New Yorker lo inserì tra i venti giovani autori americani che avrebbero segnato la letteratura del nuovo secolo. Il suo ultimo libro è The Long Accomplishment: A Memoir of Struggle and Hope in Matrimony (La lunga impresa del mio matrimonio), uscito nel 2019 con Henry Holt e co. – in Italia edito da La Nave di Teseo.  

Angelo Cennamo

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THE PALE KING – David Foster Wallace

“Raccontare l’apatia con garbo e umorismo. La sconfitta della noia è come l’estasi istantanea in ogni atomo. Se sei immune alla noia, non c’è nulla che tu non possa fare”. Si può giudicare l’opera di David Foster Wallace separandola dalla pulsione di morte che abitava la sua mente e che a soli quarantasei anni lo ha portato al suicidio? Il realismo isterico della prosa massimalistica, lo sguardo malincomico sulle vicende umane affrescate nelle pagine dei pochi romanzi  pubblicati e dei racconti, sono probabilmente legati a quel malessere, all’urgenza, già altre volte avvertita, di abbandonare la vita. La sera del 12 settembre del 2008, nella sua casa di Claremont (California), pare che avesse pianificato tutto: scritto due righe di commiato alla moglie Karen, salutato i cani Jeeves e Drones, ordinato negli  scatoloni giù in garage i manoscritti del romanzo al quale stava lavorando già da parecchi anni. “La Cosa Lunga”, un librone di cinquemila pagine che si sarebbero ridotte a poco più di mille, aveva confidato all’amico Jonathan Franzen. Per completare questo librone Wallace aveva rinunciato a convegni, conferenze stampa, al party per il decennale di Infinite Jest, a uscite con gli amici. E a chi come lo stesso Franzen si preoccupava negli ultimi tempi del suo stato di salute e gli chiedeva al telefono come stai, lui alla sua maniera rispondeva:  “mi sento un po’ peculiare”. I pezzi del  romanzo che Wallace stava scrivendo vennero faticosamente assemblati tre anni dopo la sua morte, nel 2011, dall’editor Michael Pietsch in un libro di circa ottocento pagine pubblicato col titolo Il Re Pallido. Parliamo evidentemente di un romanzo incompiuto, ma quale opera di Wallace non lo è? Soprattutto, siamo proprio sicuri che si tratti di un romanzo? La risposta è nell’introduzione o parte metanarrativa, che troviamo, pensate, a pagina ottantacinque “Questo libro non è opera di fantasia, bensì sostanzialmente vero e accurato: Il Re Pallido è di fatto più un libro di memorie che una storia inventata”. Chiaro, no? Un libro di memorie ispirato all’esperienza che il giovane studente universitario David  Wallace avrebbe vissuto per tredici mesi presso l’Agenzia delle Entrate della sperduta Peoria, nell’Illinois “Il libro è basato in buona parte sui vari taccuini e diari che ho tenuto durante i miei tredici mesi come liquidatore standard al Ccr del Midwest. Il Re Pallido è, in altre parole, una specie di libro di memorie professionali”. Mm, bello scherzo, in tanti hanno abboccato. E sì perché tra il 1985 e il 1986 Wallace era impegnato negli studi universitari e a scrivere il suo primo romanzo, in quell’ufficio di Peoria non mise mai piede. Dunque? La noia. È questo il vero argomento, del romanzo? Assolutamente sì. Ma attenzione, non parliamo solo di quel non luogo a procedere della felicità, quel baratro astratto di malinconia nel quale è facile perdersi per sempre. La noia si può sconfiggere, è questo il messaggio contenuto nel libro. Lasciarsi attraversare senza opporre resistenza, sviluppare la capacità, a volte innata a volte acquista, di trovare l’altra faccia della ripetizione meccanica dell’inezia, dell’insignificante, del ripetitivo, dell’inutilmente complesso “eccola la chiave alla base di tutto, la chiave della vita moderna e della vera felicità: essere, in una parola, inannoiabile”. Il Re Pallido è un monumento di introspezione, un’opera di narrativa ma nel contempo un trattato di filosofia, un saggio di psicologia, il migliore testamento che un incursore dell’entropia come Wallace potesse lasciare ai suoi lettori. I libri di Wallace ci spalancano gli occhi, ci mostrano l’invisibile, nuove forme, altri colori, e ci fanno provare un’esperienza unica: la sensazione per un certo numero di pagine di essere lui, David Foster Wallace.

Angelo Cennamo

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CITTÀ IN ROVINE – Don Winslow

Dieci anni prima era fuggito dal Rhode Island su un’auto scassata, con un figlio di diciotto mesi, un padre rimbambito e un paio di borsoni stipati nel bagagliaio, inseguito dalla mafia e dai federali. Oggi Danny Ryan è socio di due hotel sulla Strip di Las Vegas, ha una grossa villa e centinaia di milioni di dollari in banca. Danny non è solo un uomo ricco, è molto di più. Ma tutto ha un prezzo e il passato non si può cancellare, Danny lo sa: non ha dimenticato quando lavorava come uno sguattero sui moli di Providence, pecora nera di una gang irlandese che faceva la guerra ai mangiaspaghetti italiani; il sangue versato, i sacrifici e le rinunce per arrivare dov’è adesso, in cima al mondo. Città in rovine, con HarperCollins e la traduzione di Alfredo Colitto, è il terzo capitolo di una trilogia già tutta scritta prima del 2022 con la quale Don Winslow avrebbe deciso di congedarsi per sempre dai suoi lettori (uso il condizionale perché non credo nel ritiro definitivo di Winslow… “Il clamoroso ritorno del re del crime!” già vedo la fascetta del New York Times sul prossimo libro di seicento e passa pagine, e le file chilometriche per un selfie o una copia autografata), l’ultimo episodio di un solo grande romanzo – le avventure di Danny Ryan – ispirato all’Iliade e all’Eneide. Un progetto ambizioso, epico è il caso di dire, che ha impegnato Winslow per almeno un trentennio, costringendolo a studiare addirittura il latino in un liceo e a frequentare corsi universitari online su Omero e Virgilio. Dicevo della fuga di Danny da Providence al Nevada. A Las Vegas il nostro amico è diventato uno stimato uomo d’affari, un magnate dei casinò. Ora Danny potrebbe tirare i remi in barca e godersela, ma tutto quell’oro non gli basta. Insegue nuovi primati, fare altri investimenti per avere denaro pulito e resettare il marcio della sua vita precedente. Il chiodo fisso si chiama Lavinia, l’hotel più chic di Las Vegas. Danny vuole comprarlo, anzi soffiarlo a qualcun altro, e trasformarlo in un “Sogno”. Una scommessa pericolosa che può costargli il suo impero e farlo ripiombare nel buio. Un’implosione. Tutto crolla dall’interno, non è così, Danny? Il cancro che ha divorato tua moglie, la depressione che ha portato al suicidio la tua star hollywoodiana. L’ultimo tratto della storia di Danny Ryan parte da qui. Tra scalate societarie, tangenti, amori impossibili, offese irreparabili e nuovi sospetti, si ricomincia a sparare. Altro sangue, un altro Inferno: la guerra di Providence non è finita.

“Cinque pagine al giorno a qualunque costo. Indipendentemente da dove mi trovassi. Indipendentemente dall’ora del giorno o della notte. Indipendentemente da quanto fossi o non fossi stato stanco. Cinque pagine. Dopo circa tre anni di quella routine, avevo un libro”. Per tutto questo tempo è stata la sola regola di scrittura osservata da Winslow. Le ultime cinque pagine di Città in rovine sono dedicate ai ringraziamenti per una carriera lunga e irripetibile che lo pone nel ghota del romanzo crime di ogni tempo. Winslow ne ha per tutti, dalla moglie ai colleghi – Stephen King su tutti – dai figli agli editori che hanno creduto e investito nelle sue storie. Per finire, i lettori, milioni nel mondo, follower compresi (me compreso) con i quali lo scrittore newyorchese continua a comunicare sui social. Ma siamo davvero ai titoli di coda? 

Angelo Cennamo

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I DIARI DI JOHN CHEEVER

Nella mezza età c’è mistero, c’è mistificazione. Il massimo che riesca a cogliere di questo periodo è una specie di solitudine“. I diari che John Cheever scrisse dalla fine degli anni quaranta fino alla sua morte, sono stati pubblicati in Italia da Feltrinelli, nel 2012, con il titolo  Una specie di solitudine e con la traduzione di Adelaide Cioni. “Dopo aver tradotto questo libro ho deciso che non tradurrò più opere di narrativa per almeno due anni, perché mai avevo letto un libro in cui l’autore si denuda progressivamente fino a toccare quel punto”, aveva detto la Cioni al termine del suo lavoro. Chi era John Cheever? Dietro l’immagine patinata di uno dei più celebrati scrittori americani del Novecento scopriamo un uomo pieno di contraddizioni: Cheever amava la moglie e i suoi figli ma si sentiva fragile, profondamente solo, incompreso, era attratto dalle donne ma anche spaventato dall’idea di riconoscersi  omosessuale “So di avere una natura tormentata… mi spaventa l’indefinitezza, il pensiero di essere omosessuale mi atterrisce“. Il lungo racconto che Cheever fa della propria vita è forse il suo libro migliore, il più poetico, un flusso di coscienza dettagliato, preciso, che ci porta ad altre opere letterarie; mi vengono in mente per esempio la saga di Bascombe di Richard Ford, certe esperienze di Raymond Carver e Chuck Kinder, o le lettere struggenti di John Fante, autore dalla personalità abbastanza vicina a quella di Cheever per la dipendenza dall’alcol, la malattia che lo ha colpito negli ultimi anni, soprattutto per le alterne fortune economiche. “Sembra proprio che, giunto a metà della mia vita, io non abbia fatto nessun progresso, a meno che non sia da considerarsi un progresso la rassegnazione… Siamo più poveri che mai. Siamo in ritardo con l’affitto, abbiamo poco da mangiare, relativamente poco: lingua e scatola e uova. Una montagna di bollette. Io posso scrivere un racconto alla settimana, forse più. Ci ho già provato in passato e non ci sono mai riuscito, ma riproverò” non vi ricorda l’Arturo Bandini di Chiedi alla polvere?

Dicevo dell’amore per la moglie Mary. Cheever ce la descrive come una donna talvolta cinica, scorbutica, poco attenta alle sue premure. La detestava per questo, ma ne era geloso e soffriva quando lei, sempre più di frequente, respingeva i suoi slanci affettivi e sessuali. L’idea del divorzio li accompagnò per tutta la vita “Mi infilo in quel bidone dell’immondizia che è l’idea del divorzio“.

Il tormento per la scrittura è ricco di spunti interessanti “Mi piacerebbe avere un vocabolario più muscolare. E devo stare attento con il mio accento raffinato” altre volte “mi ribello alla parlata comune“. Numerosi i passaggi in cui Cheever parla dei suoi colleghi, dell’antipatia per Saul Bellow “Le sue recensioni mi fanno vomitare… Ho usato la prima persona informale ben prima che uscisse Le avventure di Augie March, magari non dirà niente di sensato, ma non gli troverete una ciocca di capelli fuori posto”, alla stima per Nabokov “Apro Nabokov e rimango incantato da questa gamma di ambiguità, questa meravigliosa atmosfera di falsità… Lo stile della mia scrittura sarà sempre in certa misura prosaico“. Di John Updike scrive “Penso che non avesse pari tra gli scrittori della sua generazione“. Divertente il racconto di un incontro a colazione con Philip Roth “Bevo un drink, vado incontro a Philip Roth alla stazione con i due cani al guinzaglio… la conversazione prende un filone sessuale, ma lui parla, trovo, con grazia, acutezza, spirito”. Nelle parole che seguono, la passione per Hemingway e il dispiacere alla notizia della sua morte “Si è sparato Hemingway, ieri mattina. Era un grande uomo. Non c’è mai stato, nella mia epoca, nessuno alla sua altezza”.

Ma più di ogni altro, il filo conduttore di questi diari è la lotta contro l’alcol: spietata, umiliante, devastante “Uso il whisky come antidolorifico per buona parte della giornata“. Il quadro che gli prospetta lo psicologo è quello di un nevrotico, narcisista, egocentrico, senza amici. Dopo vent’anni di dipendenza Cheever decide di farsi aiutare dagli Alcolisti Anonimi, entra in una clinica per disintossicarsi. Il tempo che fugge via, il successo, i premi, l’omosessualità che non è più vissuta come un tabù, gli acciacchi fisici e una diagnosi che non dà scampo: quanta vita. Una specie di solitudine è una storia che intenerisce, commuove, trascina. Il ritratto di un uomo irrisolto e pauroso che ci confessa i propri limiti ma che non smette di combatterli.

Angelo Cennamo

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VIRGIL WANDER – Leif Enger

Il nome di Leif Enger, scrittore del Minnesota sulla sessantina, è essenzialmente legato alla sua opera prima. Nel 2001 La pace come un fiume, recentemente inserito tra i libri della collana Americana curata da Sandro Veronesi per il Corriere della sera, fu salutato come uno dei primi capolavori del nuovo secolo – il 2001 è anche l’anno de Le correzioni di Jonathan Franzen e di Empire Falls di Richard Russo (che proprio a Franzen soffiò il Pulitzer). Più o meno negli stessi mesi uscirono L’opera struggente di un formidabile genio di Dave Eggers, altra opera prima, e Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay di Michael Chabon. Potrei continuare ma sarà meglio parlare d’altro. 

Virgil Wander è datato 2018, dieci anni prima Enger aveva quasi bissato il successo dell’esordio con Così giovane, bello e coraggioso. In Italia il romanzo arriva in questi giorni (23 aprile) con l’editore Fazi, la traduzione di Stefano Tummolini e la cover di Jessica Brilli – la cover è pazzesca. Ancora una volta Enger ci porta nel suo Minnesota, che per quella speciale regola identitaria di cui ho già parlato in un recente articolo, viene più ampiamente denominato Midwest. Ah, questo Midwest! Greenstone è una cittadina di poche migliaia di anime, costeggia il Lago Superiore, un lago enorme, grande come un mare, che tocca più stati americani e a nord il Canada. Non saprei dire se esista per davvero, Greenstone intendo, non il Lago Superiore, ma non credo sia importante saperlo. Leggendo il romanzo l’ho immaginata come la Crosby di Olive Kitteridge, nel Maine di Liz Strout, e la Holt di Kent Haruf, nel Colorado: un posto silenzioso, lontano dalla civiltà metropolitana e dallo showbusiness. Insomma, quell’America di provincia chiusa in sé stessa, ancorata alle vecchie tradizioni e dominata, talvolta sopraffatta, da una natura tanto spettacolare quanto inospitale. In più Greenstone è un posto sfigato, lo dicono tutti e lo pensa anche Bob Dylan per aver bucato due volte le ruote della sua auto mentre attraversava il centro. Virgil Wander un uomo del Midwest “che non ha mai volato troppo in alto, che aspirava giusto alla decenza…”. Quando alla fine degli anni ’80 arriva a Greenstone, orfano di entrambi i genitori ed ex studente di teologia, Virgil trova una città al tramonto: miniere dismesse, gli impianti della Slake chiusi. Con pochi dollari a Greenstone ci potevi comprare casa e vivere senza stenti. Virgil ne ha comprata una proprio sopra il cinema Empress, l’unico della città. La sera proietta film, di giorno lavora al municipio. Tutto scorre liscio. Poi un giorno la sua Pontiac scassata vola nel lago e Virgil muore. Questo almeno è quello che pensa la gente. E invece no, la verità è che Virgil si salva ma da quel tragico incidente viene fuori un altro uomo, con poca memoria, forse più stupido, con le parole che vanno e vengono, e una vita da ricostruire. La storia di Enger parte da qui, dal secondo tempo di Virgil. Una storia che somiglia a un motore diesel, che chiede al lettore di non avere fretta perché qui il tempo è importante. Lo è per Virgil, lo è per tutti gli altri personaggi che popolano Greenstone e che affiancano il protagonista, uomini e donne alla ricerca di una seconda opportunità. Ecco il tema di questo meraviglioso romanzo sempre giocato sul filo dei ricordi: tutti abbiamo il diritto di sperare. 

Angelo Cennamo

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IL COMPLOTTO – A.M. Homes

Una quindicina di libri tra fiction e non fiction all’attivo, una serie di articoli pubblicati su riviste prestigiose come Granta, The New Yorker, McSweeneey’s e Vanity Fair, un paio di suoi racconti letti e studiati dagli allievi del corso di scrittura creativa che David Foster Wallace teneva all’università di Pomona, premi, attestati e riconoscimenti vari: il palmares di Amy Michael Homes, scrittrice newyorchese originaria di Washington e tra le voci più innovative della letteratura americana degli ultimi due decenni almeno, devo riconoscere che fa un certo effetto. Con The Unfolding – Il Complotto, Feltrinelli, traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini – la Homes torna al romanzo dopo più di dieci anni – Che Dio ci perdoni uscì nel 2012. Il tempo delle sue 459 pagine è compreso tra il 4 novembre del 2008 e il 20 gennaio del 2020: i giorni dell’elezione alla Casa Bianca di Barack Obama, il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti. Lo sconfitto è John McCain, l’eroe del Vietnam che proprio Wallace celebrò in un reportage intitolato Up, Simba, inserito nella raccolta Considera l’aragosta. La sconfitta di McCain è un duro colpo per Big Guy – Il Grand’uomo – uno dei principali finanziatori della campagna repubblicana “È un’apocalisse ufficiale, il mondo sta andando all’inferno e non sono contento.” Big Guy, ultraconservatore bianco sulla sessantina (personaggio che sembra ritagliato su quello dei fratelli miliardari e ultrareazionari Charles e David Koch) è il protagonista assoluto di questa storia, a metà tra realismo e satira politica. Nella prima scena del libro lo vediamo seduto al bar di un hotel di Phoenix che, in preda al panico, prova a escogitare un piano per salvare il suo paese dalla deriva socialista nella quale sta per sprofondare “Qualcosa di grosso”, dice a un tizio che incontra al bar, “Una correzione forzata”. Sudato e fuori di sé, butta giù degli appunti confusi su un tovagliolo di carta: “Il piano di un patriota per salvare la nazione… Non lo facciamo per noi, lo facciamo per la nostra storia, per proteggere e preservare”. Nonostante si tratti di uno “stronzo”, di un uomo rozzo, di un razzista, Big Guy ci risulta simpatico, comico, in alcuni passaggi perfino tenero e fragile. 

Il romanzo viaggia su due binari paralleli, uno politico l’altro familiare, decisamente più intrigante del primo, specie per chi non è addentro alle questioni storiche degli States, più armonioso anche dal punto di vista descrittivo. Il Grand’uomo ha una moglie alcolizzata (Charlotte), per un terzo del racconto ricoverata in clinica, e una figlia diciottenne (Meghan), che nel 2008 ha votato per la prima volta, una ragazza instabile, provata da un brutto pomeriggio trascorso in un bosco col suo cavallo Ranger dove un’altra studentessa tempo addietro era stata trovata morta. Meghan, che al padre corregge i congiuntivi, fa domande strane, nel finale del romanzo farà una scoperta devastante che rimetterà in discussione molte cose della sua vita. Nei capitoli più politici, il Grand’uomo lo è alle prese con una banda di idioti come lui (Bo, Kissick, il giudice, Metzger, Frode, il Generale, Tony – il funzionario gay che ora lavorerà con Obama ma che all’occorrenza tornerà utile ai repubblicani) arruolata per realizzare il golpe che dovrà salvare la nazione. Il gruppo di tanto in tanto si riunisce per mettere a punto il piano. In una delle scene più esilaranti, tutti gli uomini del deficiente su esercitano al tiro al bersaglio contro un manichino di Charlotte. In un’altra Il Grand’uomo si ritrova coinvolto in una misteriosa rete di sovversivi alla stregua di Oedipa Maas de L’incanto del lotto 49 di Thomas Pynchon “Una fottutissima Apocalypse Now”. The Unfolding è un romanzo molto dialogato e i dialoghi sono perfetti, direi la parte migliore. Un altro aspetto interessante della scrittura è (la solita) abilità con cui Homes tratteggia i personaggi maschili. Dicevo del doppio binario della storia. Il primo è la vivacissima satira politica che investe un’America conservatrice incapace di accettare il dato elettorale: la vicenda è ambientata nel 2008 ma non sfugge il riferimento (profetico) ai fatti più recenti dell’assalto a Capitol Hill per il quale è finito sotto processo Donald Trump. L’altro è il dramma familiare nel quale si ritrova invischiato il protagonista. Nel giorno del Ringraziamento Big Guy è seduto da solo in una tavola calda giù a Palm Springs, in California, mentre sua moglie è in clinica a disintossicarsi, e sua figlia “che non conosce tutta la storia” trascorre la ricorrenza con il suo padrino Tony “queer non dichiarato”. Big Guy è giù di corda, prova a telefonare a Charlotte in clinica ma non gliela passano e la telefonata si trasforma in una fantastica gag. Si ride. Si ride molto. Ho immaginato Big Guy come l’ultimo Coniglio Angstrom di Updike, l’uomo sbagliato, lo “stronzo” che prova a resistere alle sue strane manie, a recuperare il tempo perduto, a godersi i pochi brandelli rimasti di una famiglia finita a pezzi.

Angelo Cennamo

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CONVERSAZIONE SU JOHN FANTE CON ROMANO DE MARCO

L’8 maggio del 1983, quasi quarantuno anni fa, ci lasciava John Fante, autore di romanzi indimenticabili come Chiedi alla polvere, Aspetta primavera, Bandini, La strada per Los Angeles. Fante era nato a Denver, nel Colorado, l’8 aprile del 1909, da uno scalpellino abruzzese (Nicola Fante) e da una casalinga dell’Illinois (Mary Capolungo) anche lei di chiare origini italiane: i suoi genitori si erano trasferiti a Chicago partendo da un paesino della Basilicata. Se avete voglia di conoscere la vita di questo autore potete leggere i suoi libri, tutti o quasi tutti hanno una forte connotazione autobiografica, oppure il ricco epistolario raccolto nel volume Lettere 1932 – 1981, edito da Einaudi, sulla cui cover campeggia per errore la foto di un altro scrittore: l’inglese Stephen Spender. Vabbè. A due passi da piazza Navona, mi ritrovo a parlare di Bret Easton Ellis e del suo ultimo romanzo con il mio amico Romano De Marco. È una conversazione lunga, al termine della quale ne iniziamo un’altra, non ricordo come e perché, su John Fante. Per una curiosa asimmetria, De Marco lo si può considerare un Fante al contrario: è nato in Abruzzo come “Svevo Bandini”, ma ha il cuore e la testa in America, basta dare un’occhiata alle sue storie crime (una è un vero e proprio romanzo americano). Romano ride, poi arrivano i caffè e nel frattempo mi mostra un vecchio articolo che scrisse proprio sul suo collega di Denver qualche anno fa. Ci sei andato giù duro, gli dico. Secondo me è uno scrittore sopravvalutato, se ci pensi lo hanno santificato per delle circostanze abbastanza fortunose. Voglio dire, se non lo avesse riscoperto Bukowski (pare che il giovane Bukowski un giorno avesse trovato in una biblioteca pubblica – le uniche che poteva frequentare non avendo allora il becco di un quattrino – Ask The Dust, e si fosse riconosciuto nello spiantato Arturo Bandini; da scrittore affermato, alla fine degli anni ’70, Bukowski riuscì a conoscere e diventare amico di Fante al punto da pretendere dal proprio editore la ripubblicazione di alcune opere ormai dimenticate dell’anziano collega) oggi quanti lo conoscerebbero? Secondo me nessuno. Hai ragione. Del resto, quando Fante morì, negli Stati Uniti in pochi ne avevano sentito parlare, Fante si era guadagnato da vivere col cinema non con i libri. In Francia invece (Nemo propheta…) era diventato un divo. Da noi fu rilanciato, se non ricordo male, da una collana del quotidiano La Repubblica. D’accordo, Roma (Roma è Romano), ma a quanti scrittori come Fante è toccata la stessa sorte? Se Anna Gavalda non avesse trovato per caso su una bancarella parigina una copia di Stoner, che cinquant’anni prima in America aveva venduto sì e no tremila copie, chi lo avrebbe conosciuto John Williams? Ci saremmo persi anche quel capolavoro Western di Butcher’s Crossing. Per non parlare di Richard Yates: nessuno dei suoi romanzi vendette negli Usa più di dodicimila copie “Non voglio soldi, voglio lettori!”. In Italia si accorsero di lui grazie a quel film con Di Caprio e Kate Winslet (Revolutionary Road). Sai bene che la lista degli scrittori ignorati in vita è lunga e ne fanno parte mostri sacri come Franz Kafka, Nathanael West, Edgar Allan Poe, Emily Dickinson… Beh, anche questo è vero. Vedi, Angelo, quello che non mi convince però è questa smodata enfatizzazione dell’opera di Fante. Una parte della critica italiana si è spinta addirittura a definirlo uno degli scrittori più importanti della sua generazione, alla stregua di Hemingway, Faulkner, Steinbeck. Mi riferisco, in particolare, al movimento culturale che c’è dietro il John Fante festival inaugurato una ventina di anni fa a Torricella Peligna. Non solo. Trovo fuorviante anche una certa narrazione etnica che ci è pervenuta su Fante, pagine e pagine sulle sue origini italiane bla bla bla. Diciamola tutta: Fante non parlava l’italiano, non conosceva l’Italia (se non per i racconti del padre) né sentì mai la necessità di approfondire tale conoscenza, nemmeno con il paese di origine dei suoi antenati che ha dedicato un premio letterario alla sua memoria. Pare che una volta, alla fine degli anni ’50, trovandosi in Italia per scrivere delle sceneggiature, il nostro amico volle farsi un giro a Torricella Peligna. Ebbene, giunto nella piazza del paese, indovina cosa fece? Invece di scendere dall’auto e guardarsi intorno, chiese all’autista di fare inversione e di tornare  a Roma. “Per paura di scoprire un luogo diverso da quello idealizzato attraverso i racconti di suo padre e per non correre il rischio di infrangere la sua natura mitologica” disse il suo biografo. Ma dai! Sì, sapevo di questo aneddoto. Onestamente non saprei dire se sia una storia vera o solo una leggenda, fatto sta che tutta l’opera di Fante, nel bene e nel male, è pregna di cultura italiana, dai riferimenti enogastronomici alla religione, dall’educazione ricevuta dal piccolo “Arturo” ai difficili rapporti con il padre padrone Nicola (nelle storie a volte indicato come Nick Molise altre volte Svevo Bandini). Aspetta primavera, Bandini è uno dei più bei romanzi italiani del ‘900. Ci metterei anche La confraternita dell’uva, il suo vero capolavoro, altro che Chiedi alla polvere. Quanto ai paragoni con Faulkner e Hemingway, forse saranno esagerati. Fante era sicuramente un minimalista e un realista come gli scrittori che hai citato, la differenza sostanziale rispetto agli altri due io la vedo nei contenuti delle storie, negli argomenti affrontati, più che nella qualità delle narrazioni. Hemingway ha scritto di viaggi, corride, guerre, safari; Faulkner di vicende dolorose e crude. Come dici tu, Fante ha trascurato gli eventi internazionali che in quegli anni stavano tormentando mezzo mondo: nazismo, fascismo, comunismo… alla maniera di Philip Roth per esempio, ha preferito concentrarsi su se stesso, sull’ambizione di scrivere e sugli stenti di una giovinezza difficile, misera ma piena di speranza: ha ripercorso le tappe della sua vita professionale e familiare, ha raccontato dei figli, dei genitori italiani, perfino del suo cane (stupido)… possiamo fargliene una colpa? Ha scritto di tutto questo giocando con la verità e la finzione, senza filtri, con schiettezza e cinismo, ricorrendo ai registri della commedia:  Fante ci fatto ridere, Hemingway e Faulkner non ci sono mai riusciti. Ok ok, Mr. Telegraph. Ma che mi stavi dicendo di Ellis? Non me lo ricordo più.

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ROMANZO SENZA UMANI – Paolo Di Paolo

Un grande lago coperto di ghiaccio in un inverno gelido e buio. Un uomo di mezza età cammina per ore verso una sponda “che immaginava più vicina”. Insegue una meta imprecisata, invisibile. La prima scena di Romanzo senza umani, l’ultimo libro di Paolo Di Paolo, ci mostra  un luogo spettrale e poco rassicurante, con al centro uno sconosciuto venuto da chissà dove. L’uomo di mezza età si chiama Mauro Barbi, fa lo storico; il lago è il lago di Costanza: quattro secoli e mezzo fa, tra il 1572 e il 1573, per un anno intero rimase ghiacciato per effetto di un fenomeno classificato come “Piccola era glaciale”. Mauro, che a quel congelamento ha dedicato degli studi, oggi ritorna sul lago per provare a ricostruire un pezzo della propria vita, una parentesi di qualche lustro che per delle strane ragioni dev’essergli sfuggita. È un uomo assente, distaccato, introverso, distratto. Diciamola tutta: Mauro è un uomo antipatico, un misantropo che per pensare a “quel cazzo di lago” si è perso un sacco di cose perché mentre succedevano lui era altrove. Entrando in un negozio di pc, Mauro si accorge che il commesso è un suo ex allievo, lo riconosce subito, ma il commesso non riconosce lui. Il fatto lo turba: come è possibile che un anno di supplenza non abbia lasciato nessuna traccia? “Cosa ricordano, gli altri, di noi?”. È l’episodio che accende la storia: Mauro capisce che è arrivato il momento di uscire da quella criogenesi virtuale che si è autoimposto e di comprendere le ragioni dello “spopolamento” che è avvenuto (accaduto) nella sua esistenza. Che fine hanno fatto: Fiore, Cardolini, Meri, Arnaldo Cicchese, Ragazza belga di Madrid, Pamela Mangione, Anna & Sofia? Il misantropo ravveduto parte per Monaco con in testa una lista di nomi e di buoni propositi. Risponde a delle mail che aveva ricevuto quindici anni prima. Prova a riannodare i fili di una vita rimasta in stand-by dentro un limbo insondabile e misterioso, buio come le acque del lago che ha studiato. Il primo ricordo: Susanna. Tra loro una tenera amicizia sul punto di…, l’attimo fuggente, uno dei tanti, che Mauro non ha afferrato “Che ce ne facciamo di una storia d’amore che non abbiamo avuto? Del sesso che non abbiamo fatto? Farlo adesso avrebbe senso?”. E delle canzoni di David Bowie che Meri aveva selezionato per lui su quell’iPod bianco prima che salisse sull’aereo, ha ancora senso ascoltarle oggi? Tra i rimpianti e i sensi di colpa c’è affinità. Romanzo senza umani è una storia pervasa di malinconia. Un romanzo sulla memoria collettiva, che poi è una menzogna anzi una truffa scrive Di Paolo, un romanzo sulla memoria perduta di Barbi, semmai. Mauro è uno stranulato, un uomo fuori posto, come certi protagonisti dei romanzi di Saul Bellow, maestro del romanzo borghese e conversato – questo è un romanzo borghese e conversato. Un uomo proiettato nel passato, incapace di vivere il presente: quando propone una diretta televisiva dal lago, il responsabile del programma gli spiega che la vicenda storica di quattro secoli fa non interessa a nessuno, che la gente vuole sapere se quel gelo potrà ripetersi oggi. L’Herzog di Di Paolo e il suo lago ghiacciato sono la stessa cosa. Mauro è un uomo solo. In una delle scene più belle – nannimorettiana – del romanzo lo vediamo al telefono a mendicare una improbabile familiarità con Consuelo, la ragazza che lo ha investito in un incidente d’auto. Mauro è la parte lesa, ma Consuelo gli vomita addosso tutto il suo odio perché le hanno ritirato la patente. Gelo/disgelo, assenza/presenza: Mauro è un “Uomo in bilico” tra rimpianto e desiderio, storia e attualità, le sue dicotomie sono al centro di ogni capitolo del libro. Il minimalismo di Di Paolo con la sua prosa rigogliosa ma strozzata in frasi brevi, fa uno strano effetto. Di Paolo è uno scrittore colto che non rinuncia al pop, e le sue storie sono spesso dominate dal fattore tempo, nella accezione più ampia della parola (ricordo, nostalgia ecc). Mentre scrivo queste poche righe Romanzo senza umani viene annunciato tra i dodici finalisti al premio Strega. Cosa aggiungere… in bocca al lupo, Paolo. 

Angelo Cennamo

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HO QUALCHE DOMANDA DA FARTI – Rebecca Makkai

Di Rebecca Makkai, scrittrice dell’Illinois con trascorsi all’Iowa Writers’ Workshop, qualcuno di voi avrà letto I Grandi Sognatori, finalista al premio Pulitzer e al National Book Award, tra i dieci migliori libri del 2018 secondo il New York Times. In Italia il romanzo è stato pubblicato da Einaudi nel 2021. A tre anni di distanza, Makkai torna con un nuovo libro, stavolta edito da Bollati Boringhieri e tradotto da Marco Drago, che ha tutte le carte in regola per bissare il successo dell’opera precedente. “Ho qualche domanda da farti” è un romanzo complesso, con una partenza lenta ma che via via disvela un ingranaggio prodigioso, ad ampio spettro, al cui interno si sviluppano diverse trame tenute insieme da un tragico evento: l’assassinio di una liceale avvenuto ventitrè anni prima. La storia è raccontata in prima persona dalla protagonista, Bodie Kane, una docente di cinema e nota podcaster losangelina chiamata a tenere un corso nel suo ex liceo, in mezzo ai boschi del New Hampshire. La storia, scritta sotto forma di lettera/diario, Bodie non la racconta al lettore ma a un altro personaggio del libro che non compare mai fisicamente sulla scena, un personaggio che potremmo considerare “chiave” qualora attribuissimo al romanzo una connotazione noir, ma farlo non sarebbe onesto o leale: rischieremmo infatti di deviare l’attenzione sul delitto, tralasciando le parti più importanti della narrazione. Se da un lato Bodie torna a indagare su quella vicenda, già archiviata con una condanna probabilmente ingiusta, attraverso uno dei suoi allievi del corso, dall’altro Makkai sembra spingerci in altre direzioni. Più che sulla morte di Thalia Keith, questo è il nome della studentessa, Makkai indaga sul senso del ricordo e su come certe verità vengano percepite, elaborate a distanza di anni. Ritornando nel suo vecchio liceo, Bodie è costretta a fare i conti con un passato che ricordava diverso, lei stessa si percepiva diversa. Chi è il vero colpevole della morte di Thalia? Di colpevoli ce ne sono tanti, ciascuno ha inferto il suo piccolo colpo tacendo o traendo conclusioni affrettate, spesso falsate dall’antipatia o dal pregiudizio, altre volte dall’invidia “È sempre per il gusto del gossip che abbiamo diffuso storie di insegnanti con cotte per gli studenti, che guardavano le gambe delle. E ci abbiamo perfino creduto”.  

Bodie ha due figli, un marito dal quale si è separata ma non del tutto, è un amante a distanza che nei momenti decisivi pare sfuggirle. Una delle trame del libro ha a che vedere con la ferocia di un certo uso distorto dei social. Per aver messo un like ad un tweet senza neppure essersene resa conto, Bodie finisce al centro di una polemica violentissima. È il volto virtuale del pregiudizio, che ci guida su altri terreni scivolosi: l’ossessione per la correttezza del lunguaggio e la sensibilità di facciata per essere inclusi nel gruppo o nella bolla giusta “Non posso raccontare un caso di violenza di un bianco ai danni di un nero perché io sono bianca. Sarebbe un’appropriazione” dice un’allieva di Bodie nelle prime battute del romanzo.

“È una storia in cui lei era abbastanza giovane, abbastanza bianca, abbastanza bella e abbastanza ricca da indurre la gente a prestare attenzione…Una storia in cui eravamo tutti abbastanza giovani da pensare che ci fosse uno più furbo che potesse darci le risposte. Una storia che forse abbiamo capito male”. 

Angelo Cennamo

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AH, QUESTO MIDWEST!

“Di là dalle pianure di flanella, i grafici d’asfalto e gli orizzonti di ruggine sbilenca, e di là dal fiume tabacco sormontato da alberi piangenti e monetine di sole che filtrano sull’acqua alla foce, nel punto oltre il frangivento, dove i campi incolti rosolano striduli al caldo antimeridiano…”. L’Illinois di Foster Wallace è una landa piatta, monotona e ventosa, l’aspirante tennista era arrivato perfino a calcolare l’incidenza del vento sul topspin e la traiettoria della palla, ma non voglio dilungarmi su questo: di Wallace dirò più avanti. Cosa intendiamo per Midwest, quanti e quali sono gli stati che lo compongono, e perché ne parliamo come di un monolite, quasi di un pezzo a sé degli Stati Uniti? La regione è vasta: una decina di stati o poco più, nessuno lo sa con esattezza, compresi tra le Montagne Rocciose e i Grandi Laghi, una grossa fetta degli Usa i cui confini non sono precisi né sovrapponibili a quelli delle mappe, così come non è nitida la sua identità culturale. Eppure, se provate a chiedere a qualcuno che abita da quelle parti di dove sei, che provenga dal Wisconsin o dall’Ohio – non sono proprio la stessa cosa – state sicuri che vi risponderà: Sono del Midwest. D’accordo ma proviamo a tracciare un quadro, a tirare due linee, senza correre il rischio di semplificare troppo e indulgere agli stereotipi sulla natura e la consistenza “midwestern” evocata da una certa narrativa, come dire, più folcloristica. L’Heartland è un’America prevalentemente bianca, prevalentamente evangelica, e prevalentemente conservatrice (la working class bianca, l’elettorato di Trump questa espressione l’ha rilanciata alla grande), cortese, ancora di sani principi (non dirò bigotta), moderatamente più arretrata e decadente di quella sulle due coste, con un’impronta etnica nordeuropea, al cui interno la parte rurale domina su quella urbana e sulle poche grandi città, tre o quattro in tutto, con la sola Chicago che può misurarsi con metropoli del calibro di New York e Los Angeles. Non è l’America che legge di più ma è tra quelle che scrive meglio. L’Iowa Writers’ Workshop è la prima scuola di scrittura creativa degli Stati Uniti e simbolo di questo cuore pulsante della letteratura americana; dovessimo stilare un elenco di chi è passato di qui come docente o semplice allievo, da John Cheever a Raymond Carver, faremmo notte. L’immagine della prestigiosa accademia come di una cattedrale in mezzo al deserto evoca quella iniziale dell’ufficio tributi di Peoria dove Wallace ha ambientato il suo romanzo incompiuto sulla noia, pubblicato postumo da Michael Pietsch col titolo de Il Re Pallido. Il viaggio nel Midwest letterario parte da qui, dal genio di Urbana e dalla sua amicizia rivalità con Jonathan Franzen, scrittore originario di Western Springs, Illinois. Di Franzen Wallace aveva letto La ventisettesima città, il primo romanzo. Divenne immediatamente suo fan, gli scrisse una lettera, Franzen gli rispose. I due si misero d’accordo per incontrarsi a Cambridge ma “Mi tirò il pacco”, ricorda Franzen “Dave non si presentò. In quel periodo della sua vita ci dava dentro con le sostanze”.  Il 1992 fu un anno cruciale: Franzen pubblicò un secondo libro, il giallo ambientalista Strong Motion, Wallace iniziò a immaginare il suo librone sul tennis e le dipendenze. Un giorno di aprile, insieme, montarono in macchina e si diressero verso Syracuse in cerca di un appartamento. A Franzen serviva “un posto dove trasferirmi insieme a mia moglie, dove entrambi ci potessimo permettere di vivere e dove fossimo alla larga da chiunque volesse farci notare quanto il nostro matrimonio stesse andando a rotoli”. A Wallace un paio di stanzette dove poter finalmente scrivere Infinite Jest. “Era amabile nel modo in cui è amabile un bambino, e capace di ridare amore con la purezza dei bambini. Se l’amore era escluso da ciò che scriveva, era perché non si è mai sentito degno di riceverlo. È stato prigioniero, per tutta la vita, dell’isola di se stesso” dirà di lui Franzen in Farther Away. Cosa univa Wallace a Franzen, al di là della voglia di scrivere e di quella reciproca stima ormai consolidatasi dopo le prime pubblicazioni? La provenienza. La terra piatta del Midwest, quel vuoto pneumatico di sovrastrutture e di incrostazioni culturali che era servito a entrambi per inventare cose nuove. A sperimentare. Sia Wallace che Franzen nascono come autori postmoderni, qualche anno più tardi (2001), con Le correzioni Franzen da status author diventa contract author, vira su storie familiari: attraverso i legami e i conflitti della famiglia osserva e racconta i mutamenti della società, una prerogativa fino ad allora delle donne. Libertà esce nel 2010. È il quarto romanzo di Jon, che nel frattempo viene incoronato da Time come il più grande scrittore americano vivente. La storia di Walter e Patty Berglund muove da Ramsey Hill, un quartiere esclusivo della cittadina di St. Paul, nel Minnesota, un sobborgo che ricorda quello di Revolutionary Road di Richard Yates. Qui Walter e Patty crescono i loro due figli Jessica e Joey secondo i principi della buona tradizione liberale e progressista. I quattro sono la famiglia americana tipo: una bella casa, il giardino curato, l’invidia del vicinato. Ma per arrivare ad assomigliare all’idea di famiglia che di essi hanno tutti gli altri, a quella foto patinata, i coniugi dovranno percorrere tutto il tempo del romanzo, che è un tempo lungo, durante il quale la tenuta del matrimonio sarà minacciata da una serie di vicende torbide e da tradimenti. Libertà è fondamentalmente la storia di un triangolo: Walter, Patty e il musicista sbandato Richard Katz, già compagno di università di Walter, personaggio fortemente ispirato all’amico scrittore con la bandana. Walter è l’immagine di quella purezza inseguita da Franzen nel libro successivo (Purity), Richard invece è il ritratto della ribellione e della maledizione. Patty e Richard ci danno dentro mentre a migliaia di chilometri da loro Bush ha mandato a morire migliaia di marines in Afghanistan, e Walter si distrae con una crociata ambientalista per salvare dall’estinzione la “dendroica cerulea”, un uccellino di cui non importa niente a nessuno. Cosa resterà di quella felicità iniziale? 

Due anni dopo la morte del marito per suicidio, Karen Green, la vedova di Wallace, e il suo editor decidono di pubblicare le centinaia di cartelle che lo scrittore aveva ordinato in un paio di scatoloni, giù in garage, prima di impiccarsi. È un romanzo incompleto, d’accordo, ma quale romanzo di Wallace lo è? L’idea è quella di “Raccontare l’apatia con garbo ed umorismo. La sconfitta della noia è come l’estasi istantanea in ogni atomo. Se sei immune alla noia, non c’è nulla che tu non possa fare”. Il Re Pallido racconta i tredici mesi che l’ancora studente Dave Wallace avrebbe trascorso (dice lui) all’Agenzia delle Entrate di Peoria, nell’Illinois. Le aspettative dei lettori sono altissime, Wallace ne avverte la tensione e la sua separazione dal Nardil (di fatto un farmaco salvavita) non lo agevola. La noia non è solo quel non luogo a procedere della felicità, quel baratro astratto di malinconia nel quale è facile perdersi per sempre. La noia si può sconfiggere, è questo il messaggio che Wallace intende lanciare nel suo prossimo libro. La ripetizione dei gesti, delle procedure in ufficio sono un mantra, rituali religiosi, liturgie laiche. Wallace non credeva in Dio, qualunque forma di dipendenza lo spaventava. 

Sul legame forte con la fede e sull’ossessione per certe convinzioni, Nickolas Butler, giovane autore del Wisconsin passato per l’Iowa Writers’ Workshop, ha costruito la trama di Uomini di poca fede, romanzo pubblicato negli Usa nel 2019 e arrivato da noi l’anno successivo con l’editore Marsilio e la traduzione di Claudia Durastanti. Barba incolta, camicie di flanella a quadri, bretelle e scarponcini: Butler è anche fisicamente uno scrittore del Midwest. Uomini di poca fede è uno spaccato preciso e vivido della provincia americana, con i suoi ritmi lenti, il senso della famiglia e dell’amicizia, la fede comune e quella più integralista di certe chiese. Un romanzo colmo di umanità a metà strada tra Benedizione di Kent Haruf e Gilead di Merilynne Robinson, altra star dell’American Heartland. 

Come Nickolas Butler anche Stephen Markley ha frequentato le aule del prestigioso Workshop dell’Iowa. Nel 2019 il suo romanzo di esordio Ohio fu un caso letterario. Il romanzo racconta di quattro ex compagni di liceo che si ritrovano una notte d’estate nella città che hanno lasciato molti anni prima. L’incipit è un lungo piano sequenza del corteo funebre in onore del caporale Rick Brinklan, caduto in battaglia in Iraq. Un pick-up attraversa il centro di New Canaan, un posto dimenticato da Dio ma tra le poche cittadine sopravvissute alla deindustrializzazione di quel tempo. Sopra il pick-up c’è il feretro del soldato ucciso, ma la bara è vuota. Sono immagini potenti che evocano altre narrazioni, della carta stampata e del cinema. 

La provincia rurale e credulona è il teatro delle storie di un’altra straordinaria autrice dell’Ohio, la giovanissima Tiffany McDaniel. Il suo libro di punta L’estate che sciolse ogni cosa è un romanzo di formazione dalle atmosfere gotiche; il lirismo, il misticismo di alcuni passaggi però fanno deviare la forma letteraria in quella del poema. Il tema ricorrente dell’angelico e del demoniaco, la magia di certi avvenimenti, così come sviscerato da McDaniel alla maniera del Pasolini di Petrolio, è uno dei tratti distintivi di questa autrice dal talento cristallino (il suo L’eclisse di Laken Cottle è stato libro dell’anno per Telegraph Avenue nel 2022). La vicenda del romanzo si sviluppa in un breve arco temporale, vale a dire l’estate del 1984. La scelta del 1984 – anno che dà il titolo al capolavoro di George Orwell – non sembra casuale, così come non lo è ogni altro particolare di questa storia che ha pochi precedenti nella letteratura recente (It?).

È opinione comune che in quella casa di Claremont, la sera del 12 settembre del 2008, non sia solo calato il sipario sulla vita di Foster Wallace ma che la lunga storia e controstoria del romanzo postmoderno americano siano giunte al capolinea. Autori come il premio Pulitzer Joshua Cohen e Ben Lerner sembrano tuttavia sconfessare questa linea di ferma intransigenza che si era già palesata con la pubblicazione dei primi capolavori di Thomas Pynchon. Topeka School di Lerner, scrittore e poeta del Kansas, originario proprio di Topeka, è un libro denso di parole che parla di parole e dell’uso spesso distorto che ne si fa. Siamo negli anni Novanta. Adam Gordon è un eccellente studente della Topeka High School e un asso dell’oratoria pubblica. Come un novello Protagora, Adam se ne va in giro per il Paese ad asfaltare altri suoi coetanei in agguerrite competizioni di dialettica. Quello di Lerner è una sorta di trattato sociologico sul linguaggio, sul suo potere mistificatorio, sulla sua degenerazione nei social. Un libro difficile, piatto come la sua Heartland, senza sussulti, in cui sono il vigore e la magnificenza della scrittura a riempire i vuoti. Non sappiamo che direzione prenderà il romanzo nei prossimi anni, ma ovunque dovesse andare lì, in quello spazio, ci sarà Ben Lerner. 

Angelo Cennamo

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