THE RESORT – Bentley Little

Di Bentley Little, autore dell’Arizona, sui sessanta, lanciato da Dran Koontz nei primi anni Novanta, e delle sue affinità con Stephen King ne ho già scritto a proposito di The Consultant, il thriller aziendale che ha ispirato anche una fortunata serie televisiva su Amazon Prime, in Italia pubblicato da Vallecchi con la traduzione di Ariase Barretta. The Resort, romanzo del 2004 ma arrivato da noi solo quest’anno, sempre con Vallecchi, conferma la forza creativa di Little che, più di ogni altra cosa, è un superbo e prolifico costruttore di trame. 

Mi piace pensare che esista una felice simmetria (una magica corrispondenza) tra la bellezza di certe cover e quella delle pagine che seguono. Vedendo la cover di The Resort capisci subito che oltre quel disegno coloratissimo e luminoso – mooolto americano – di Stefano Bonazzi si nasconde una storia intrigante e ben congegnata. Il romanzo racconta una vacanza di cinque giorni di una normalissima famiglia californiana, i Thurman (marito, moglie e tre figli), in una spa esclusiva chiamata Reata, situata in un luogo sperduto, quasi irraggiungibile, nel deserto dell’Arizona. Fin dall’arrivo però i Thurman si accorgono che in quel villaggio chic e reclamizzato accadono cose difficilmente spiegabili: feste rumorose in camere vuote, strane presenze in piscina, dipendenti che improvvisamente cambiano il loro aspetto, misteriose sparizioni. 

Little si diverte a giocare con i contrasti: la luce del deserto e il buio dell’orrore; il divertimento (spesso forzato) e il sentimento della paura; il piacere dello svago e il male fisico; la libertà e il benessere che evocherebbe una qualunque vacanza e la costrizione, l’impedimento, perfino il dolore. I cinque giorni dei Thurman non finiscono mai e il terrore che piomba addosso ai villeggianti produce una specie di dipendenza: i Thurman subiscono umiliazioni, disservizi di ogni genere eppure si ostinano a rimanere, come bloccati da una forza invisibile che li plagia e li trattiene nel pantano oltre la normale sopportazione. Difficile staccare gli occhi da questo magnifico page turner a metà strada tra Shining (riecco King) e Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace. Little ci tiene col fiato sospeso dall’inizio alla fine, dà voce agli adulti ma anche ai ragazzi, ai figli della coppia protagonista, che nel corso della macabra vacanza scoprono le tentazioni del sesso, il senso della competizione e dell’amicizia, il disagio più estremo. Da quarant’anni Stephen King ha appiccicata sulla schiena la scritta “maestro dell’horror”. Ma siamo sicuri che King scriva romanzi horror? Bentley Little lo fa, meglio di tanti suoi colleghi più blasonati, e senza flirtare con altri generi. 

Angelo Cennamo

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UN ANNO DI LIBRI

Con L’ospite di Emma Cline e Baumgartner di Paul Auster, che in Italia uscirà il 21 novembre ma che ho già letto e recensito sul blog, si chiude il mio anno di libri. Farò in tempo a leggere Formichità, l’attesissima (e lunghissima) opera prima dello sceneggiatore Charlie Kaufman e Il capanno del pastore dell’australiano Tim Winton. Da domani inizierò a selezionare i cinque libri che faranno parte della shortlist di Telegraph Avenue (19 novembre) e tra i quali verrà poi scelto il libro dell’anno (4 dicembre). Come sempre sarà un’operazione complicata vista la mole delle pubblicazioni e l’equivalenza per qualità di molte di esse. Il 2023 è stata, tutto sommato, una buona annata libresca, contrassegnata dal ritorno di grossi autori, da riconferme confortanti, buoni esordi, e interessanti operazioni commerciali come la collana Americana, tuttora in corso con il Corriere della sera. Mediamente leggo un centinaio di libri all’anno, molti dei quali li recensisco qui e altrove. Classificarli non è un esercizio né utile né interessante: come dico sempre, la shortlist e il libro dell’anno sono un gioco, un modo come un altro per divertirsi e sentirsi comunità. Telegraph Avenue in questi sette anni è cresciuto moltissimo per numero di visualizzazioni (in Italia e nel resto del mondo) e nella considerazione di lettori e addetti ai lavori. Incontrarvi sul blog, sui social e in giro tra festival e presentazioni mi “fa sentire più umano”, direbbe uno scrittore che amo. Buone letture a tutti e stay tuned, please. 

Angelo Cennamo

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L’OSPITE – Emma Cline

Molti di noi ricordano l’esordio di Emma Cline, scrittrice originaria di Sonoma, tra le voci più interessanti della nuova narrativa americana, amatissima dai lettori e acclamata dalla critica (è raro che le due cose vadano di pari passo). Girls fu un caso editoriale in tutto il mondo, era il 2016: Cline aveva appena ventisette anni e davanti a sé un futuro promettente. Dopo la raccolta Daddy e la non proprio esaltante novella Harvey, ispirata alla nota vicenda del produttore cinematografico Weinstein, arriva in questo finale di 2023 L’ospite (in Italia con Einaudi e la traduzione di Monica Pareschi), un page turner di grande qualità, serratissimo, che fa risaltare le doti migliori di Cline: introspezione, cura dei dettagli secondo un’estetica quasi delilliana – ben calibrata, moderna, colta e pop allo stesso tempo, senza sbavature e barocchismi. L’ospite è una storia densa di sensualità, drammatica, la cui ambientazione West-Coast-Borghese sembra mutuata da certi romanzi di Bret Easton Ellis. La protagonista si chiama semplicemente Alex e ha ventidue anni. Di lei non sappiamo altro. Alex apre il romanzo trascinandosi un passato invisibile del quale l’autrice non lascia trapelare nulla. Quel vuoto di conoscenza è l’altra parte del racconto: in quell’assenza di riferimenti Cline nasconde la premessa ma anche la spiegazione di tutto il resto… scelte, atteggiamenti, raggiri. Un espediente non da poco. Pensate per esempio agli antefatti che accompagnano tutte le trame di Raymond Carver: da dove sbucano quei personaggi? Che ne era di loro prima dello sviluppo della storia? Alex è una escort? Probabilmente sì, eppure nelle 274 pagine del romanzo non leggeremo mai quella parola, né altre simili. Oggi la vediamo muoversi ingioiellata ed elegante nella villa sull’oceano di Simon, il suo compagno cinquantenne che come il lettore ne ignora provenienza, parentela, studi e tutto il resto. Simon ne è realmente innamorato o la tiene con sé solo per esibirla ai suoi amici come farebbe un cacciatore con una preda? Difficile stabilirlo, ma durante un party in piscina la fino ad allora impeccabile fidanzata commette un errore imperdonabile che rimette in discussione ogni cosa e che finirà per innescare un effetto domino di nuove imposture. Sì, imposture perché Alex è prima di tutto una bugiarda e un’opportunista sempre sull’orlo di un nuovo abisso, e che di fronte a situazioni estreme, non esita a spacciarsi per quello che non è e a servirsi perfino di un bambino per attuare uno dei suoi piani. La corsa contro il tempo per provare a rimediare a quell’errore iniziale è tutto il romanzo. Splendido, emozionante, impetuoso. 

Angelo Cennamo

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DOG SOLDIERS – Robert Stone

Scorrendo il file di Robert Stone su Amazon o Ibs o Mondadori eccetera, troverete un solo romanzo tradotto in italiano: Dog Soldiers, che per una drammatica coincidenza è tornato in libreria (con minimum fax, la traduzione di Dario Impieri e un’insolita prefazione di Massimo Carlotto) proprio nei giorni in cui è riesploso il conflitto israelo-palestinese. La trama di Stone è ambientata nei primi anni Settanta, tra il Vietnam e la California. Il Vietnam è uno dei tre grossi traumi della storia recente americana, con l’assassinio di JFK e l’attacco dell’11 Settembre. Stone quel contesto lo conosce bene – scrivi di quello che sai – al punto da ricostruirlo con una sorprendente vividezza di dettagli e di immagini, dialoghi impeccabili, e con uno stile che attinge all’esperienza della Beat Generation. È quello il brodo di coltura in cui Stone si è formato: Dog Soldiers possiamo immaginarlo come l’anello di congiunzione tra Pasto Nudo di William Burroughs e On The Road di Jack Kerouac. John Converse, il protagonista del romanzo, è un giornalista e drammaturgo di insuccesso volato in Vietnam in cerca di ispirazione. La Saigon che gli viene incontro, nonostante la guerra, si mostra accogliente e piena di distrazioni: alcol, droga, prostituzione. John ne rimane travolto in tutti i sensi, anzi “con” tutti i sensi. Il caos entrato nella vita di John è lo stesso “disordine” con cui ha convissuto l’autore del libro: la personalità prismatica di Stone, che non ha mai nascosto il proprio modus vivendi anarchico-libertino (diciamo così), non era infatti diversa da quella dell’antieroe del suo romanzo. John fa il narcotrafficante in Vietnam, la moglie Marge ne diventa la sponda in California. “Ho capito come funziona”, dice Marge “O ce l’hai o non ce l’hai. Se ce l’hai va tutto bene. Se non ce l’hai è tutta una merda. Si o no. Acceso o spento. Partire o fermarsi”. I due si muovono sul doppio binario della storia, che nella seconda parte si trasforma in un avvincente road book. La fuga disperata di John e Marge è la metafora di una perdizione non prevista, la rimozione della moralità il tema centrale del romanzo. I personaggi di Stone non hanno pregi né virtù, non aspirano alla giustizia, non inseguono il bene; si riconoscono nelle loro fragilità e si lasciano guidare dagli eventi, perché sono completamente incapaci di prevederli figurarsi di governarli. La guerra è fuori, la guerra è dentro. Capolavoro.

Angelo Cennamo

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TRA LE ONDE – Namwali Serpell

“Non voglio dirti cos’è successo. Voglio dirti cosa ho provato”. 

Cassandra Williams ha dodici anni, suo fratello Wayne ne ha sette. Sono da soli su una spiaggia che giocano. Lei lo fa entrare in una buca, lo ricopre di sabbia fino al collo. Poi la corsa in acqua con Wayne che scompare tra le onde. Inizia così The Furrows – Tra le onde – il nuovo romanzo di Namwali Serpell, in Italia edito da Fazi con la traduzione di Enrica Budetta – tra i dieci libri dello scorso anno secondo il New York Times. Serpell è una giovane scrittrice afroamericana, originaria dello Zambia. Insegna inglese all’università di Harvard, e con Capelli, lacrime e zanzare, il romanzo precedente, si era imposta all’attenzione del pubblico e di molti suoi colleghi, a cominciare da Jonathan Lethem che per lei ha una sorta di venerazione: “un talento selvaggio” scrive sulla quarta di copertina. 

The Furrows è una storia dolorosa, un po’ onirica, che a metà strada evolve in un Mistery geniale, sulla falsariga di certi film di Alfred Hitchcock e Stanley Kubrick. Cassandra, come i genitori di lei (padre ingegnere, madre pittrice), non si rassegna all’idea che Wayne possa essere morto. Quel giorno, dopo aver perso i sensi, si era ritrovata a parlare con uno sconosciuto che l’aveva soccorsa. Subito dopo l’uomo era svanito nel nulla, proprio come il corpo di suo fratello. 

Oggi Cassandra è adulta ma quel ricordo tragico non l’abbandona mai. Rivede Wayne ovunque: in aereo, nei ristoranti, nei vagoni della metropolitana, finché un giorno non le capita uno strano incontro che dà una sterzata alla storia, nella prima parte raccontata con la sua voce, nella seconda con quella di un altro protagonista che, non ci crederete, ha lo stesso nome e cognome di suo fratello. 

Ho letto Tra le onde nel giorno in cui è stato pubblicato il brano inedito dei Beatles, come sapete ricostruito e completato con l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale. Non ho potuto fare a meno di pensare alle due vicende, a quella di Cassandra che “fa” rivivere il fratello morto, e a quella di Paul McCartney, che decide di riportare in sala dell’incisione i suoi amici Lennon ed Harrison. Due vicende tristi per ragioni diverse ma due vicende sicuramente tristi. Tra le onde è un romanzo sulla memoria e sulla rivisitazione del tempo, sul senso dell’identità e l’illusione, ma è soprattutto un romanzo sulla perdita e la sua accettazione. L’identità misteriosa dell’altro Wayne, nella seconda parte, aggiunge alla trama nuova tensione e accende la curiosità del lettore. È il crinale del vero e del falso il miglior propellente del romanzo. La scrittura di Serpell ha la stessa magia e brillantezza di quella di Tiffany McDaniel, autrice capace di allargare le maglie del realismo e di condurci nelle zone più buie dell’inconscio.

Angelo Cennamo

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LOU REED IL RE DI NEW YORK – Will Hermes

Una sera del 1997, al Madison Square Garden, David Bowie presentò Lou Reed come il “re di New York”. Reed negli anni Sessanta era diventato fonte di ispirazione per tanti giovani artisti angloamericani come l’allora diciassettenne Bowie: “Era una musica così cool che non credevo fosse umanamente possibile”. L’amicizia tra le due rockstar è tra le parti più interessanti di “Lou Reed il re di New York” di Will Hermes – edito in Italia da minimum fax con la traduzione di Chiara Veltri e Paola De Angelis – una biografia così vasta e articolata da rivelarsi già dalle prime battute una mappa straordinaria per orientarsi nel suggestivo mondo della cultura e della controcultura americana nel trentennio che ha visto cambiare per sempre la scena musicale e non solo quella. Le oltre settecento pagine di Hermes celebrano il primato di Reed ma danno spazio anche a tutti gli altri protagonisti che sono ruotati intorno alla star, perché “Al pari di molti artisti, ed essere umani compiuti, Reed è stato il prodotto di una comunità”. La comunità di Reed si chiama Velvet Underground, una band di scarso successo commerciale ma che negli anni della rivoluzione sessuale ha avuto un peso specifico paragonabile a quello di grossi team come Beatles e Rolling Stones “i primi artisti rock importanti a non avere alcuna possibilità di attrarre un pubblico di massa”. I distacchi, i ritorni, la nostalgia: la lunga storia di Reed, che è fatta di rovinose cadute, dipendenze da alcol e da ogni genere di droga, trasgressioni e malattie mentali, è indissolubilmente legata a quella dei Velvet. Una volta però chiusa l’esperienza col gruppo, Reed si trova davanti a un bivio: reinventarsi come musicista o mollare tutto. Il rock si sta scindendo in due scuole di pensiero: il progressive, molto ispirato dalla musica classica europea, e il glitter, che punta al punk. Entrambi i filoni hanno per capitale Londra, la patria di Bowie. Reed capisce che deve ripartire da lì. Il suo primo album da solista lo incide a Londra; la consacrazione arriverà con il disco successivo (Transformer, uscito l’8 novembre del 1972), che conterrà due dei suoi maggiori successi di sempre: Perfect day e Walk on the Wilde Side, con quella doppia linea di basso – una suonata col contrabasso acustico l’altra con un Fender Jazz elettrico del 1960 – che farà storia. Quello di Reed è un percorso avventuroso ma corroborato da mille altri interessi e da numerose contaminazioni che oltrepassano i confini della musica: non è un caso che i due mentori di Reed abbiano avuto poco a che fare con il rock. Il primo è Dalmore Schwartz. Il grande Schwartz che a soli venticinque anni arrivò al successo con una raccolta intitolata Nei sogni cominciano le responsabilità e che ispirò il protagonista de Il dono di Humboldt, il romanzo col quale Saul Bellow vinse il Pulitzer, fu uno dei professori di Reed alla Syracuse University. In cattedra ci arrivò proprio grazie all’intercessione di Bellow dopo che l’alcol e la depressione lo avevano reso uno straccio e avviato alla morte. L’altro è Andy Wharol, l’inventore della Pop art fu anche il primo a credere nei Velvet e a fargli da manager. Come Wharol, Schwartz occupa buona parte del libro e ci consente di scoprire un lato forse poco conosciuto della star: la passione per la scrittura. Reed pensava di farne un mestiere prima che la sua vita sterzasse definitivamente verso amplificatori e chitarre elettriche (“sono uno scrittore, non farò altro che aggiungere la musica” diceva ai compagni di corso alla Syracuse). Amava autori come William Burroughs (Heroin e I’m Waiting for the Man sono di fatto la versione musicale di Pasto Nudo) e Hubert Selby Jr “Hubert Selby Jr, William Burroughs, Allen Ginsberg e Delmore Schwartz… Riuscire a fare quello che hanno fatto loro, nel breve spazio di una canzone, usando parole altrettanto semplici. Se arrivi allo stesso risultato di quegli scrittori, aggiungendoci batteria e chitarra, non puoi fare di meglio sulla terra”. Ed è esattamente questo che Reed ha fatto in quarant’anni di carriera, tra alti e bassi, numerose collaborazioni con altri artisti, riscoperte e adattamenti a nuovi mood musicali, tour in giro per il mondo, riconoscimenti forse tardivi, esperienze letterarie fatte di poesie e recensioni, gli amori di una notte e quelli di una vita, come Laurie Anderson, la donna che lo ha visto morire per un brutto male al fegato nel giorno del compleanno di Sylvia Plath e Dylan Thomas e che ne ha tramandato il mito. Quale eredità Lou Reed lascerà ai posteri? Tanta roba, ma davanti a ogni altra cosa l’impronta della sua passeggiata selvaggia, con quelle due linee di basso che ci fanno battere il cuore. Du du du du du – du du du du. 

Angelo Cennamo

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BAUMGARTNER – Paul Auster

In Italia uscirà il 21 novembre con Einaudi e la traduzione di Cristiana Mennella, ma è già disponibile nella versione inglese. Romanzo breve che si divora in poche ore. Alla soglia dei settant’anni, Seymour Baumgartner si interroga sul passato felice con Anna, la moglie oggi assente, e sui giorni che gli restano. Il flusso di malinconica coscienza ricorda quello del penultimo Bascombe (Tutto potrebbe andare molto peggio). “La vita è una questione di sottrazione graduale” dice l’everyman di Richard Ford, Seymour ha perso la cosa più preziosa che aveva: Anna. L’approccio di Seymour non è all’altezza della stessa saggezza di Bascombe, uomo cinico e dalla corteccia dura. L’alter ego di Auster (il romanzo è stato scritto durante un delicato ricovero ospedaliero dell’autore) ha un che di romantico che lo rende più fragile e goffo, ma la sua profonda umanità traspare in ogni pagina, in ogni singola frase del libro. L’amore per Anna e l’accettazione della perdita è la traccia essenziale del romanzo. Il resto è corollario. Simpatico, autentico, Seymour è uno dei personaggi più riusciti di Auster, e speriamo non sia l’ultimo. Baumgartner è un manuale di sopravvivenza che non insegna nulla ma ci guida verso una maggiore consapevolezza, alla ricerca dei dettagli più invisibili e decisivi del nostro vivere. 

Angelo Cennamo

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GLI ULTIMI AMERICANI – Brandon Taylor

Nato a Prattville, Alabama, trentaquattro anni fa, Brandon Taylor nel 2020 si è rivelato tra le voci più interessanti della letteratura americana dei nostri tempi con il romanzo Real Life – Una Vita Vera –  finito nella shortlist del Booker Prize e del National Book Critics Circle John Leonard Prize. 

Gli Ultimi Americani – con Bollati Boringhieri e la traduzione di Francesca Manfredi – è una raccolta di storie che si legge come un solo romanzo.

Siamo in pieno Midwest. Iowa City è “quel buco di città, nel mezzo di uno stato nel mezzo di un paese”. In un quartiere poco distante dal centro, un gruppo di studenti universitari segue un seminario di poesia. Il contesto sembrerebbe quello dell’Iowa Writers’ Workshop, tra le più accreditate accademie di autori americani, riferimento per ragazzi e ragazze che sognano di diventare i nuovi John Cheever e Raymond Carver. Tra questi scopriamo Seamus, aspirante poeta, omosessuale (l’omosessualità è una delle tracce del libro), che si mantiene lavorando in una casa di riposo. Il contrasto tra l’urgenza delle cose pratiche, il tangibile quotidiano e il fuoco sacro dell’arte è l’altro tema affrontato da Taylor. Il seminario frequentato da Seamus ricorda il quartier generale dei realvisceralisti dei Detectivi Selvaggi di Bolaño, una specie di porto franco dove le ambizioni di giovani visionari si scontrano con la ruvidezza della vita reale, mescolandosi a vicende sentimentali o più banalmente sessuali, talvolta brutali, come l’incontro tra Seamus e il rozzo Bret. L’approccio violento e imprevisto tra i due mi ha riportato all’ultimo Pasolini all’idroscalo di Ostia. Ha ancora senso fare il poeta negli anni Duemila?, si chiede Seamus (I poeti sono amati solo perché non sanno stare al mondo, scrisse Saul Bellow). Dipende. “Esiste un genere di poeta per cui lo scopo di tutto quanto è il prestigio. La poesia stessa è il prestigio: e se nessuno ti vede scrivere una poesia, se nessuno ti vede fare il poeta, allora non sei davvero un poeta”. Il gruppo, dunque. Visto da dentro e osservato da fuori: Ivan, un altro dei personaggi, “era sicuro che i poeti, cosi come i ballerini, andassero tutti a letto insieme. Come se fossero un branco inquieto… L’Iowa era una specie di inverno culturale, in quel senso: erano tutti venuti in quel buco di città, per studiare arte, per affinare se stessi e le proprie idee allo scopo di farne armi perfette, terribili e, nella deprivazione monastica che trovavano lì, si rivolgevano gli uni agli altri. Ogni specie morente è alla ricerca del proprio conforto”. Specie morente. Ecco cosa sono i poeti e gli altri artisti di Brandon Taylor: una specie in via di estinzione “gli ultimi americani”. Ivan è un ex ballerino che va avanti a prestiti studenteschi accumulando debiti su debiti per studiare finanza. Per venirne fuori decide di darsi al porno. Sono le vite precarie di Taylor, ragazzi che faticano nel lavoro e nelle relazioni. Fyodor è un insegnante vegano, detesta il compagno Timo “assassino di animali” perché impiegato in un mattatoio. Bea sopravvive dando lezioni di nuoto. In queste vite non accade nulla di speciale, i personaggi di Taylor non fanno: esistono, direbbe Bret Easton Ellis. Lottano tra disuguazianze e nuove opportunità, dolore e desiderio, talento e mediocrità. 

Angelo Cennamo

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CHE FINE HA FATTO JANICE GANTRY? – John MacDonald

Il nome di John MacDonald (24 luglio 1916 Sharon, Pennsylvania – 28 dicembre 1986 Milwaukee, Wisconsin)  figura sulla lista dei grandi scrittori americani in Italia sconosciuti. La lista è lunga, attraversa generi, epoche, stagioni, mode, e se non fosse per editori attenti come Mattioli 1885, pagine straordinarie come ad esempio quelle di Che fine ha fatto Janice Gantry? forse non ci sarebbe mai capitato di leggerle. MacDonald, che anche dalle nostre parti ha sfiorato la popolarità con Il Termine della Notte (romanzo-verità che anticipò il capolavoro di Truman Capote A Sangue Freddo) e soprattutto con Cape Fear, è stato un autore piuttosto prolifico, e di spessore – di solito le due cose non vanno di pari passo – l’unico scrittore di thriller ad aggiudicarsi il prestigioso National Book Award. 

Che fine ha fatto Janice Gantry? è datato 1961. La versione “made in Italy” (da domani in libreria) è come sempre di Nicola Manuppelli. La storia si svolge in una provincia della Florida e ha come protagonista un certo Sam Price, oggi assicuratore, un tempo discreto giocatore di football. Sam se la cavava abbastanza bene sui campi di gioco ma a causa di un infortunio ha dovuto abbandonare. Questa almeno è la sua versione. La verità però è un’altra, più squallida, e ha a poco a che vedere con ossa, muscoli e legamenti.

La disavventura che gli ha stroncato la carriera sportiva ha spinto Sam all’isolamento e portato al fallimento il suo matrimonio con Judy, una splendida pin-up che non smette di tormentarlo nei ricordi e che lo costringe a continue e inutili comparazioni con altre donne. Ma lo sfortunato effetto domino che ha segnato la vita di Sam non si esaurisce con il football e con Judy, prosegue con un paio di eventi direi decisivi per il romanzo: la relazione breve con Janice Gantry; l’incontro (nel momento peggiore) con una sua vecchia conoscenza: Charlie Haywood. Fatti che danno sostanza alla trama avviandola in due direzioni parallele: il crimine e l’eros, i temi preferiti di MacDonald. Janice, più comunemente Sis, vedova di un uomo molto violento, è una ragazza esuberante e sessualmente vorace (non so perché l’ho immaginata come la Ramona di Herzog di Saul Bellow). Con Sam la scintilla è scoccata subito ma Sam è assillato dal passato, e poi quel musone romantico tutto casa-lavoro-pesca non ha le giuste ambizioni per realizzare i sogni di una donna concreta come Sis. Per quanto i due continuino a flirtire e a dividere lo stesso ufficio, ora Miss Gantry ha deciso di sposare un altro, un avvocato molto più grande di lei, Cal McAllen, anche lui vedovo con due figli adulti… soprattutto danaroso. Cal ci viene descritto come un tipo “smorto”, anonimo “potrebbe commettere un omicidio davanti a quaranta testimoni e nessuno di loro si ricorderebbe nulla di lui”. I personaggi di Cal e Sam ruotano come rivali intorno alla figura di Sis, ma di fronte a un caso eccezionale i due decidono che quella reciproca diffidenza merita una tregua. Il caso eccezionale è proprio l’improvvisa scomparsa della ragazza, dietro la quale potrebbe esserci un oscuro disegno di Charlie, già condannato per aver tentato di scassinare una cassaforte e poi fuggito dal carcere senza lasciare traccia. Sam una sera se l’è ritrovato in casa. Lo ha ospitato e protetto in nome della vecchia amicizia, ma questa cortesia si rivelerà una brutta rogna. Parte da qui la storia di Sam Brice. La lunga e rocambolesca indagine che lo vede coinvolto in prima persona occuperà tutta la seconda parte di questo bel romanzo sul senso del dovere e sugli amori, che iniziano e non finiscono mai. 

Angelo Cennamo

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LE SCHEGGE – Breat Easton Ellis

Non ricordo se vi ho mai raccontato dell’embargo al quale un tempo sottoposi i libri di Ellis per via di quella stupida rivalità tra lui e David Foster Wallace. È una storia imbarazzante e assurda che non vale la pena di essere raccontata. Ne parlo unicamente per dare la misura di quanto fosse importante tra gli anni Ottanta e Novanta negli Stati Uniti un certo discorso sul linguaggio, di come un preciso mood letterario “nell’epoca minimalista ispirata dalla new wave e dal punk in cui sguazzavamo nel 1981” a un certo punto (1987) finisse per scontrarsi con una nuova forma di massimalismo che sembrava archiviata con il miglior Pynchon, e di come tutto questo logos si riflettesse tra i lettori dell’uno e dell’altro autore traducendosi in un delirio collettivo ad excludendum. 

Tredici anni dopo Imperial Bedrooms, Bret Easton Ellis ritorna alla narrativa col romanzo forse più ellisiano di tutti. Si dice che Ellis scriva sempre lo stesso libro e Le Schegge (The Shards – Einaudi – traduzione di Giuseppe Culicchia) per molti versi conferma questa – virtuosa non noiosa – coazione a ripetere iniziata con Meno di zero, l’opera che a soli vent’anni scaraventò l’autore californiano on the stage della letteratura yankee o, se preferite, sull’onda anomala del Brat Pack, a surfare insieme a scrittori come Tama Janowitz e Jay McInernay (nel romanzo McInernay viene citato in un flashback datato venerdì 12 settembre 2008: quel venerdì David Foster Wallace si impiccò nella sua casa di Claremont, a poche miglia dal luogo indicato. È un caso che Ellis abbia collocato il finto appuntamento con McInernay proprio in quel weekend? Chiusa parentesi). Meno di zero Ellis lo adopera come canovaccio per raccontare non solo la gestazione del romanzo ma per ripercorrere le tappe di avvicinamento a un successo che lo ha travolto fin dagli esordi contro ogni pronostico. L’operazione si spinge oltre la metafiction: Ellis esce dal primo romanzo (“ma non c’era una storia, c’erano scene ma non aveva una vera e propria trama, c’era solo un tono sordo, divagante, che cercavo di perfezionare”) per diventare se stesso e traslocare insieme al plot nell’altro libro. Un romanzo è un sogno che chiede di essere scritto nello stesso modo in cui ci si innamora di qualcuno, leggiamo nell’inicipit. Al centro di questo sogno si muove la tipica gioventù di Ellis, losangelina, bianca, altoborghese, sessualmente ibrida, sfacciata, incredibilmente matura per quell’età, patentata “A L.A. diventavi adulto la settimana in cui prendevi la patente”, disinteressata alla politica anche se alla Casa Bianca c’è un ex attore, elegante fuori e dentro le uniformi scolastiche stilose alla “I giardini dei Finzi-Contini” della Buckley High School. Ragazzi senza adulti intorno, con genitori assenti perché alcolizzati o in carriera, che fluttuano da un posto all’altro “a me non importava cosa facessero i personaggi. Esistevano, e volevo solo trasmettere uno stato d’animo, immergere il lettore in un’atmosfera particolare creata da dettagli attentamente selezionati”. Prestate attenzione alle ultime cinque righe, contengono il senso di tutto: per almeno due terzi della storia, i protagonisti di Ellis “esistono”, non fanno. Esistere include qualunque gesto, anche il più insignificante narrativamente parlando, ma Ellis quei gesti nel romanzo ce li mette lo stesso, gli servono a riprodurre gli stati d’animo di una generazione, la sua, e la giusta atmosfera di una metropoli beata del proprio successo e terrorizzata dal Pescatore, un serial killer sulla cui identità vi interrogherete dalla prima all’ultima pagina. 

Bret è un adolescente diffidente, turbato fino alla paranoia. La sua alterazione è così vibrante e amplificante nella percezione dei fatti da condizionare perfino il lettore. Come gli altri diciassettenni della combriccola, Bret beve, fa uso di droghe, si impasticca di tranquillanti. È fidanzato con la bellissima Debbie – tutti i protagonisti del romanzo sono alti e belli da fare schifo – figlia di un noto produttore cinematografico, come lui omosessuale.

La storia, puntellata da decine di dischi in classifica, film di successo e noti romanzi di Stephen King e Joan Didion soprattutto, è accompagnata da una tensione crescente che si riversa su due tematiche essenziali. La prima: l’attesa (nelle prime duecento pagine) poi conoscenza (nelle successive cinquecento) di un nuovo compagno di scuola: Robert Mallory (Robert è a mio avviso il personaggio più riuscito del romanzo: folle, bugiardo o leale a seconda dei casi, misterioso, carismatico come lo Svedese di Philip Roth). La seconda: la sospetta implicazione di Robert nei delitti del serial killer, che non solo uccide ma tortura anche gli animali delle sue vittime. Un altro tema centrale del romanzo è l’omosessualità di Bret, repressa e taciuta con Debbie, vissuta fino allo stremo (talvolta solo fantasticata) con i suoi amici, drammatizzata in un episodio decisivo della storia che ci riporta a Il laureato di Charles Webb. Le schegge è un romanzo tragico e sensuale su una stagione americana che nessuno ha saputo raccontare meglio di Ellis, e su una generazione allucinata e disillusa, perennemente in fuga da se stessa. 

Angelo Cennamo

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