UN ALTRO FINALE PER LA NOSTRA STORIA – Silvia Bottani

Due anni dopo l’esordio de “Il giorno mangia la notte”, Silvia Bottani torna in libreria con un nuovo romanzo, breve, sul tempo e sulla memoria. I protagonisti sono un “atleta mentale” quarantenne, divorziato, con una figlia adolescente, e una sua ex fidanzata, sorella del suo miglior amico negli anni della scuola, scomparso misteriosamente vent’anni prima. Dopo aver chiuso i ponti con la vecchia azienda, Mauro Massari oggi ha cambiato vita: dà ripetizioni, scrive tesi per laureandi, poco altro. Lei, Bianca Cerutti, si occupa invece di territorio, energia, ambiente, ma l’ecologia ha poco a che vedere con questa storia, così come a rimanere sullo sfondo è il talento, l’unico forse, di Mauro per la mnemonica, grazie alla quale, da ragazzo, ha vinto diverse gare internazionali. Mauro è un persona semplice, obbligata anche dalle attuali ristrettezze economiche a rinunciare a spese pazze e a svaghi. La sua progressiva rinuncia alle cose è “inversamente proporzionale all’ampiezza del mondo” che negli anni è riuscito a costruire nella propria mente. Ed è proprio la mente di Mauro il “luogo” di questo romanzo. Più che una trama, il libro ha un senso: il passato non muore mai, esiste, è tangibile, vive in una parte di noi, possiamo perfino abitarlo “La memoria è una solitudine abitata e ha un costo, erode la vita reale… Sto bene lì dentro”. Attraverso ricordi e conversazioni, Mauro e Bianca fanno rivivere Fabio, il terzo protagonista del romanzo. Fabio è protagonista nell’assenza, come la bisnonna di Lenore del primo Foster Wallace. Leggere “Un altro finale per la nostra storia” è come sfogliare un album di vecchie foto “Tutti vogliamo ricomporre l’immagine di noi, per questo ci raccontiamo senza tregua la nostra storia personale”. Le foto non sono ingiallite ma nitide, per la straordinaria attitudine che ha Mauro di attualizzare il ricordo, di connetterlo al presente, e di proiettarlo nel futuro (il futuro di Mauro è Martina, sua figlia). 

“È assai più dolce il ricordarsi del bene che il goderne, come è più dolce lo sperarlo, perché in lontananza sembra di poterlo gustare” il passato leopardiano di Mauro è una vicenda di occasioni perdute, di appuntamenti mancati, di appunti da riscrivere. “Mi piace ancora l’idea di stare in luogo a cui non appartengo, e a un tratto andarmene così come sono venuta” gli fa eco Bianca, l’altro passeggero di questo tempo sospeso in cui l’improbabile e il possibile non si escludono per principio. L’incontro tra Mauro e Bianca è una storia delicata e malinconica, volutamente lenta per conferire al tempo la dimensione più adeguata al significato del racconto: la larghezza. L’essenzialismo di Silvia Bottani non è solo un fatto estetico: giova al contenuto. Parole sottratte, frasi brevi ma precise; il discorso diretto e quello indiretto sono resi fluidi dall’assenza di trattini e virgolette. Semantica e corpo della infinita rincorsa a un amore da immaginare.  

Angelo Cennamo

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LA VITA INTIMA – Niccolò Ammaniti

Il suo ultimo romanzo, “Anna”, risaliva al 2015. In questi otto anni, circa, Niccolò Ammaniti si è dedicato ad altro: alla regia televisiva, per esempio. Otto anni tra un libro e il successivo, in un paese come gli Stati Uniti è una distanza più o meno regolare (Franzen, Eugenides, Chabon, Moody, Meyer, Egan, Donna Tartt…), in Italia è un tempo lunghissimo e rumoroso, soprattutto per uno scrittore molto seguito come lui, giovane protagonista in quella generazione di “cannibali” che negli anni Novanta aveva cercato una sintesi tra l’avantpop di Bret Easton Ellis e il pulp di Quentin Tarantino. A suo modo, Ammaniti c’era riuscito.

“Le storie, quelle importanti, quelle che cambiano i destini, sono fiumi impetuosi, difficili da imbrigliare”. 

Il monito della voce fuori campo di questo nuovo romanzo sembra introdurre il lettore sulla scena di un thriller in cui la casuale concatenazione dei fatti e delle circostanze risulta decisiva. La protagonista è una quarantenne palermitana di buona famiglia, ex indossatrice, con un passato nell’atletica leggera. Maria Cristina Palma è la donna più bella del mondo, così dice almeno uno studio dell’università della Louisiana. Dopo essere sopravvissuta all’incidente che invece è costato la vita al suo ex marito, un noto scrittore, Maria Cristina ha sposato Domenico Mascagni, l’attuale presidente del Consiglio italiano; vive in un superattico di trecento metri quadrati a due passi da piazza Navona, è seguita da due personal trainer, ha intorno a sé uno sciame di assistenti e collaboratori sui quali si erge il misterioso Bruco, uno spin doctor invisibile che scandisce i tempi, i modi, le strategie. 

“Questa storia inizia con un urlo di dolore” l’urlo lanciato da Maria Cristina per un banale incidente domestico. L’effetto domino che ne segue guiderà il lettore nei diversi blocchi narrativi tra dialoghi fabiovolani: “Devo riconoscere che con gli anni sei diventata più intensa… Quindi da giovane ero insignificante?… No. Ma la vita ci segna, rendendoci più interessanti” e una serie di luoghi comuni sugli agi dell’alta borghesia che fanno rimpiangere il Piperno di “Con le peggiori intenzioni”. 

Piuttosto modesta e stereotipata è la rappresentazione di Nicola Sarti (finto perfino nel nome, nome da commissario più che da imprenditore), una vecchia fiamma di Maria Cristina ricomparsa dal nulla dopo vent’anni. Sarti si “avvinghia” alla preda ritrovata come uno stalker, mostra il polso stretto in un Rolex (che fantasia!) e per fare colpo – non dovesse bastare il Rolex – annuncia a miss universo di possedere una catena di hotel a cinque stelle (con quattro non sarebbe stato persuasivo). L’interlocuzione tra la Lady D e l’aspirante Dodi Al-Fayed di Ammaniti è un po’ letteratura rosa, un po’ fiction agiografica di Rai Uno (i dialoghi sono la parte peggiore del romanzo). A completare il quadro di questo “Pomeriggio cinque” su carta è la storia commovente del factotum-badante-innamorato-ma-troppo-povero-per-farsi-avanti che segue Maria Cristina anche nella sua nuova vita da vip. 

Maria Cristina è bella, è ricca, è potente, ma piange “La malinconia è la felicità di essere tristi” chiosa Niccolò Hugo.  Piange perché anche i ricchi piangono, e perché la bella donna sta vivendo una vita che non le somiglia per niente. Piange perché, a un certo punto della storia, sul suo smartphone compare uno strano video. Panico. Terrore. Sospetto. Dubbio. Azzardo. Il romanzo che sembra un thriller diventa un vero thriller psicologico, ma il morto ammazzato non c’è. Corre Maria Cristina, vorrebbe essere altrove – “La vita intima” è un romanzo sull’altrove; la sua zona disagio ora è incontrollabile. Ammaniti può riscattarsi puntando sul Bruco, il personaggio che gli è venuto meglio, ma stecca il colpo. La storia (peccato non averla raccontata in prima persona) gli sfugge di mano, prende altre direzioni, si sbriciola (alcune buone parti sono intervellate da altre sciatte e sconclusionate), e quel video è un mastice troppo debole per ricomporla. Dove vuole andare a parare Ammaniti? Che Maria Cristina non si senta libera nei panni della first lady e che il caso governa il mondo secondo il paradigma di Paul Auster, ce lo ha già detto a pagina trenta. Qual è il senso di tutte le altre? 

Angelo Cennamo

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SEI RICCO, CONIGLIO – John Updike

Harry Angstrom è un uomo di mezza età. Ora lo vediamo andare in giro per le strade di Brewer – Pennsylvania – a bordo di una Toyota Corona color zuppa di pomodoro riscaldata, sicuro di sé. Harry ha ereditato la concessionaria del suocero “il re degli imbroglioni”, stecchito da un infarto. Gli affari vanno a gonfie vele, i soldi girano: Harry può dirsi finalmente un americano realizzato. È “l’uomo in vetrina”. Il direttore. Si gode il denaro delle auto vendute “gli piace sguazzare nei soldi” e il rispetto degli abitanti di Brewer “gli piacciono i cenni di saluto che gli riserva la cittadinanza, dopo averlo considerato men che spazzatura dai tempi del liceo in poi”. Con lui, quasi al timone della barca, c’è il vecchio e malaticcio Charlie Stavros che dieci anni prima aveva avuto una relazione con sua moglie Janice. Ma Harry non serba rancore. Harry è un uomo di ampie vedute in fatto di sesso e quello che succederà nelle ultime pagine di questo terzo capitolo della serie ci confermerà che il lupo perde il vizio ma non il pelo.

Siamo nel 1979. Di acqua ne è passata sotto i ponti, eppure Coniglio non sembra cambiato più di tanto neppure fisicamente. Dopo il lavoro può sgranchirsi le gambe stando all’aria aperta, giocare a golf, sfogliare la sua rivista preferita, e ricominciare a considerare Janice come una donna desiderabile, una donna con cui fare sesso, e non solo mentre lei dorme. 

Cosa o chi potrebbe turbare questo clima di benessere a tutto tondo, a parte la presenza sempre minacciosa della matriarca Bessie, la suocera che come un puparo muove i fili della famiglia Angstrom? L’uragano che si profila all’orizzonte di queste giornate di calma apparente ha le sembianze di un picchiatello a un passo dalla laurea, la giovane testa di cazzo della famiglia, degno discepolo di Coniglio. Dal Midwest arriva quel “piccolo punk tristanzuolo” di Nelson, il figlio di Harry e Janice, con un obiettivo preciso: lavorare con papà e chissenefrega degli ultimi tre esami da dare all’università. La pace è finita. Harry è nel panico “Tu mi prometti solo di girare al largo dalla mia concessionaria e di riportare il culo nell’Ohio”, dice a quel nanerottolo di poco più di un metro e settanta (ma sarà davvero figlio suo?). 

“Sei ricco, Coniglio”, romanzo del 1981, premio Pulitzer meritatissimo, è con “Riposa, Coniglio” (l’ultimo capitolo della fortunata serie), “Il centauro” e “Coppie”, una delle vette più alte della prolifica carriera letteraria di questo gigante del Novecento americano, da qualche anno scivolato nello scaffale dei dimenticati e come Philip Roth nel tritacarne di filologi bigotti e invasati catechisti del romanzo.  “Updike sa tutto delle Toyota, mentre io che vivo in campagna non conosco neppure i nomi degli alberi”. La celebre riflessione di Roth sulla capacità dell’amico rivale di documentarsi su tutto prima di scrivere, contiene un dato interessante. Mette in luce una prerogativa di Updike che salta subito agli occhi del lettore e che fa la differenza in una possibile o impossibile comparazione tra questi due scrittori tra i quali, nonostante tutto, esistono diversi punti di contatto. Roth si è concentrato sugli aspetti immateriali dell’esperienza umana: la vita, la morte, l’amore in tutte le sue forme, l’odio, la famiglia, la religione, la malattia, la verità e la finzione, la scrittura soprattutto. Updike ha esplorato la materia, è entrato nei dettagli della quotidianità, ma della quotidianità dell’uomo qualunque più che degli intellettuali o degli uomini d’affari che popolano l’universo borghese dello scrittore di Newark. Il realismo pragmatico, il precisionismo di Updike riempiono un vuoto che Roth non ha mai pensato di dover colmare. Ma è sul sesso che John e Philip sembrano sovrapporsi con poche differenze. “Sei ricco, Coniglio” precede “Il teatro di Sabbath” – cito due libri esemplari sotto questo aspetto – di quattordici anni. La cronologia suggerisce una possibile influenza (?) del primo sul secondo nella descrizione dei momenti di intimità:

Coniglio Angstrom, che trova in un cassetto gli scatti porno della moglie del vecchio Webb, è a un passo dall’onanismo di Mickey Sabbath, il personaggio di Roth sorpreso dall’amico Norman nella vasca da bagno con in mano una foto di sua figlia. Scene da un matrimonio, quello di Harry e Janice, passato tra adulteri, fughe, ripicche, ma più solido di quanto si creda. E la storia continua. 

Angelo Cennamo

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IL DIACONO KING KONG – James McBride

Cuffy Lambkin, per gli amici Sportcoat o King Kong, per via di quello strano liquore che gli rintrona il cervello, è il diacono della chiesa battista di Five Ends. Siamo a Brooklyn, nel 1969. Le Cause Houses sono un luogo malfamato ma la fratellanza supera ogni steccato e la chiesa è un avamposto contro il crimine e la devianza giovanile. 

Sportcoat parla col fantasma di Hettie, la moglie morta annegata che qualche anno prima ha fatto sparire chissà dove la cassetta con le offerte del club natalizio. È un tipo bizzarro, questo diacono, ma ha una storia, e tutti gli vogliono bene. Il romanzo si apre con uno sparo. Non ci crederete ma a premere il grilletto di una vecchia P38 è proprio Sport. La vittima (non) designata è Deems Clemens, un giovanissimo spacciatore che in un altro tempo era stato “messo sulla via del Signore” dallo stesso diacono, suo catechista e anche allenatore di baseball (il baseball ricorrerà spesso), insomma una specie di secondo padre. Ma per quale dannata ragione Sport ha sparato a Deems? È un falso mistero, lo scoprirete leggendo il libro. Scoprirete anche che lo sparo è un’astuzia di James McBride – scrittore afroamericano, jazzista, sceneggiatore per Spike Lee, vincitore del National Book Award nel 2013 con “The Good Lord Bird” – per tenere insieme il suo affresco (una volta si diceva così) su questa sgangherata “Repubblica di Brooklyn” degli anni Sessanta, dove i gatti urlano come esseri umani, i cani mangiano le proprie feci, “le zie fumavano come ciminiere e morivano a centodue anni”, e dove processioni di formiche seguono la pista di uno strano formaggio. “Il diacono King Kong” – edito in Italia da Fazi con la traduzione di Silvia Castoldi – è un agglomerato di situazioni, intrecci, identità, senza una vera trama. La finestra (aperta) su un cortile di traffici poco leciti, liturgie salvifiche, un’umanità di disperati allegri (neri, ispanici, italiani) di cui Tommy Elefante, un timido scapolo sovrappeso che prova a resistere alle pressioni dei clan, è il miglior attore non protagonista. McBride è un Colson Whitehead con il dono dell’ironia. Leggendo il romanzo potrebbe tornarvi in mente “Il ritmo di Harlem”, con il quale questo graphic novel dai colori accesi ma tutto da immaginare, forma un dittico ideale. 

La leggerezza di McBride è quella di sempre, e il suo crime comico, a metà tra l’Huckleberry Finn di Twain e il sangue e merda del “Pulp Fiction” di Tarantino – tra i dieci romanzi del 2022 per il New York Times – riesce perfino a commuoverci.

Angelo Cennamo

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IL GRANDE ROMANZO DI CONIGLIO ANGSTROM

Tempo fa lanciai un sondaggio sul Grande Romanzo Americano, che non è esattamente il più bel romanzo americano – un giorno magari ne riparleremo. Con un certo margine “Pastorale americana” di Philip Roth si impose su numerosi altri capolavori del ‘900 e passa, dal “Grande Gatsby” a “Le avventure di Augie March”, da “IT” a “Underworld”. Era un gioco, direte. Certamente. Non partecipai al voto per ovvie ragioni e se avessi dovuto esprimere una preferenza mi sarei trovato nell’imbarazzo di decidere tra una decina di titoli almeno. Senza nulla togliere al romanzo di Roth o al mio amato David Foster Wallace (“Infinite Jest”), credo che alla fine mi sarei orientato sulle quadrilogie di Frank Bascombe e di Coniglio Angstrom, gli everyman di Richard Ford e John Updike, in Italia editi rispettivamente da Feltrinelli e Einaudi. Otto libri amatissimi dai lettori di tutto il mondo e premiati con ben tre Pulitzer, uno per Ford (“Il giorno dell’Indipendenza”), due per Updike (“Sei ricco, Coniglio”, “Riposa, Coniglio”). Bascombe e Angstrom non hanno molto in comune se non l’aver vissuto più o meno sotto lo stesso cielo, a distanza di qualche anno l’uno dall’altro (Harry è più anziano di Frank). Saggio e pragmatico l’antieroe di Ford, una vera e propria testa di cazzo quello di Updike, perennemente in fuga, da se stesso e dagli altri, oggi anche dalle librerie: Updike in Italia si legge pochissimo ed è un peccato, ma non per Updike, piuttosto per chi continua ad ignorarne l’esistenza. Se non avete ancora fatto la conoscenza di quella simpatica canaglia di Harry Angstrom, vi consiglio di sbrigarvi prima di tutto – non si sa mai che finisca fuori distribuzione, è già accaduto una volta – poi di leggere i quattro romanzi seguendo la giusta cronologia: “Corri, Coniglio”, “Il ritorno di Coniglio”, “Sei ricco, Coniglio”, “Riposa, Coniglio”. Buona lettura.

Angelo Cennamo

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WALLACE COME ESPERIENZA RELIGIOSA

“Una cosa divertente” che faccio sempre è leggere cosa scrive Gian Paolo Serino, critico letterario e mio nuovo amico (ebbene sì). Giorni fa, Serino ha pubblicato su Facebook un post molto interessante su David Foster Wallace demolendo di fatto il mio scrittore del cuore. Del post condivido poco per ovvie ragioni, ma le argomentazioni di Gian Paolo sono “terribilmente, terribilmente…” adeguate rispetto a chi nel genio di Ithaca non riesce a trovare spunti o elementi di attrazione (è lecito). 

Provo allora a dire la mia su alcuni punti (il post è lunghissimo) che non mi trovano d’accordo.

“David Foster Wallace è un classico autore da esibire: più commentato che letto”. 

Vero. Alla pari di Joyce e Proust, per esempio. Una volta Carmelo Bene disse una cosa divertentissima su “Ulisse”: negli anni Sessanta lo trovavi sui tavoli dei salotti della borghesia. Messo lì, di sguincio, ostentato. Non lo leggeva nessuno ma andava mostrato agli ospiti per fare bella figura. È il destino degli scrittori difficili ma così osannati dalla critica che non ti va di trascurarli. A costo di fingere.

“Wallace non è altro che un prodotto, un logo da esportazione sinonimo di una qualità narrativa più ventilata che effettiva, di una ricerca più vicina al marketing intellettivo che all’intelletto”.

Al di là dell’estetica del periodo (così bello da sembrare scritto proprio da Wallace), io penso che il marketing intellettivo di Wallace (che esiste per davvero) sia un prodotto non di Wallace ma di chi lo adora talvolta senza pudore (mi ci metto anch’io) al punto di generare un nuovo contenuto fuori dal contenuto reale. La mitizzazione di Wallace ha creato nel tempo un secondo Wallace che viaggia sul canale parallelo del Wallace autentico. Un Wallace filtrato attraverso l’esegesi, l’analisi, il giudizio, il gusto, e destinato a chi Wallace non lo ha mai letto o non lo ha ancora letto. Forse perché ne ha paura.

E poi: siamo proprio sicuri che la prosa di Wallace “è  sempre siderale”? Non sarà piuttosto DeLillo l’autore “siderale”, tanto per rimanere nel circolo del postmodernismo? Cosa c’è di siderale in “Una cosa divertente che non farò mai più”, “La scopa del sistema” o “La ragazza dai capelli strani”?  

“Bisogna leggere Wallace per capire che “la cultura di massa è la grande ninna nanna che culla gli Stati Uniti d’America col suo affettato la la la”?, si chiede Serino. No, non è necessario. Ma, attenzione, Wallace è andato oltre questa nota. Wallace si concentra sul pericolo della dipendenza che la cultura di massa può ingenerare. E questo passaggio, che non mi pare avere precedenti, è anche il tema centrale di “Infinite Jest”, che (io) invece considero un romanzo originale per quanto la definizione di “blob cartaceo o bobina impazzita” di Serino mi piaccia molto, e per quanto mi trovi perfettamente d’accordo sulle pregresse peripezie di Gaddis da lui citate, che non hanno solo ispirato Wallace ma almeno una decina di autori della sua generazione. Insomma, Wallace o piace troppo o non piace per nulla.

Angelo Cennamo

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VIZIO DI FORMA – Thomas Pynchon

C’è una cosa che voglio dire di Pynchon prima che me ne dimentichi: Pynchon è forever young, l’eterno ragazzo della letteratura americana; cioè la sua verve narrativa è paragonabile a quella di un adolescente. Prendete ad esempio “Vizio di forma”, il romanzo è uscito nel 2009: Pynchon allora aveva superato i settanta, eppure, leggendo il libro, si ha la sensazione che ne abbia cinquanta di meno. Sarà per la comicità demenziale (alcuni passaggi fanno pensare alla filmografia di Jim Carrey), per la freschezza della scrittura, per il cazzeggio infinito che mette in secondo piano tutto il resto. Come sempre la trama è un pretesto, conta il senso, conta il mood. “Vizio di forma” è prima di tutto il tributo a una stagione finita alla quale Pynchon ha strizzato l’occhio anche in altre pubblicazioni: l’epopea hippy, l’esercito del surf e dell’LSD californiano degli anni Settanta. Se vogliamo, il libro è una gigantesca allucinazione, oltre che un affresco (uh che brutta parola) preciso e sbiadito dal “fumo”. Ma nei rari momenti di lucidità – scherzo – intravediamo eccome una storia noir, divertente, e architettata (occhio a pagina 46) come da uno specialista del genere. Il protagonista di questa storia è Doc Sportello, un investigatore privato (e drogato), reclutato da una vecchia fiamma (Shasta) per indagare sulla scomparsa del suo nuovo amante, un ricco immobiliarista finito in un brutto giro nel quale sarebbe implicata anche la moglie di lui. Doc accetta l’incarico solo perché è ancora innamorato di Shasta, ma già dalle prime battute le cose si mettono male, molto male. 

Per comprendere appieno il talento di Pynchon occorrerebbe leggere i suoi libri in lingua originale, senza nulla togliere alla traduzione di Massimo Bocchiola per Einaudi, e soprattutto conoscere i retroscena della cultura americana che incorniciano ogni storia, a cominciare dalle citazioni musicali. Tutti gli altri sono chiamati a uno sforzo maggiore: può accadere cioè di non capire tutto, di perdere il filo; pazienza, non è questo lo spirito col quale approcciare autori così bizzarri.

I romanzi di Pynchon somigliano a certi abiti stravaganti che vediamo sfilare sulle passerelle dell’alta moda: nessuno si sognerebbe di indossarli, però quanti spunti, quanti suggerimenti. Mappe di orientamento per cogliere il filo (questo è il filo che conta) della buona scrittura contemporanea. Pynchon non può mancare nello scaffale. Pynchon serve. Serve per imparare a leggere meglio e a scrivere meglio. Dicevo di Sportello: che fine farà il nostro Doc? Be’, ecco… diciamo che… ma chissenefrega di Doc Sportello. 

Angelo Cennamo

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EMPIRE FALLS (IL DECLINO DELL’IMPERO WHITING) – Richard Russo

Romanzo sulla disgregazione, di una comunità, della sua economia, di due famiglie: i Whiting e i Roby. Richard Russo è un newyorchese innamorato del Maine, ed è proprio in questo piccolo stato del nordest americano, affacciato sull’Atlantico, che decide di collocare la sua storia. Il libro esce in un anno cruciale per il destino della nazione e del mondo intero, il 2001; nel 2002 vince il Pulitzer battendo in finale – udite udite – “Le correzioni” di Jonathan Franzen (che si rifarà col National Book Award) e “John Henry Festival” di Colson Whitehead (che di Pulitzer ne vincerà addirittura due qualche anno dopo). I libri di Russo sono delle ottime biografie degli Stati Uniti e “Il declino dell’impero Whiting” – che io preferisco chiamare con il titolo originale “Empire Falls” – così come il più recente “Le conseguenze”, sempre edito da NeriPozza, ce lo confermano. La vicenda, molto lunga, oltre 600 pagine, si snoda attraverso le vite semplici degli abitanti di una piccola cittadina (Empire Falls) dal passato operoso, e che oggi vivacchia con i rimasugli di una stagione non più ripetibile. La stagnazione economica, l’impoverimento dei suoi abitanti, è incarnato da Miles Roby, personaggio che ricorda un po’ il Morris Bober del capolavoro di Malamud per la bontà, la fede, la rettitudine, lo spirito di sacrificio con i quali affronta le dure sfide del presente. Miles cuoce hamburger in una tavola calda (Empire Grill) di proprietà di Francine Whiting, vedova di Charles Whiting e matriarca di una ricca stirpe di imprenditori. La sola speranza di Miles è ereditare il ristorante – la vedova gliel’avrebbe promesso ma non se ne comprendono le ragioni – e assicurare un futuro a Tick, l’unica figlia avuta dal matrimonio (finito anche quello) con Janine. L’Empire Grill è il “luogo” della storia ma anche il crocevia di una narrazione apparentemente lenta, costruita intorno a un infinito viavai, confessioni, ricordi, strane coincidenze, fughe, ritorni, con una polifonia ben calibrata e dialoghi perfetti. Le affinità elettive o inclinazioni artistiche di Miles e del defunto Charles Whiting, arrivato a dirigere l’impero economico del capostipite dopo un decennio di latitanza “poetica” in Messico, sono una traccia interessante. Ma di piste ce ne sono tante altre: il divorzio tra Miles e Janine, che a quarant’anni si è data alla palestra e al sesso sfrenato con Walter Comeau (Volpe Argentata); il rapporto difficile tra Miles e quel “disturbatore della quiete pubblica” di suo padre; gli scontri con il fratello-socio che coltiva marijuana; le tentazioni della traviata Charlene, della quale Miles è silenziosamente innamorato da anni. E poi c’è lei, la matriarca Francine, con i fasti, i fantasmi del passato, e una tragedia familiare poco chiara. 

Le storie di Russo, che scorrono su un doppio binario temporale (l’infanzia e l’età adulta di Miles), sono dense, vaste alla maniera di Whitman; alcuni passaggi possono sembrarci inutili rispetto alla trama principale, ma sono parte di quella “moltitudine” e di un impianto largo che pretende di includere tutto per risultare più credibile e attrattivo.

La voce di Miles è così forte, udibile dal lettore, da annullare quasi la terza persona che Russo ha scelto per raccontarci degli abitanti di quella terra sperduta. Dov’è l’America, cosa accade nel mondo mentre Miles, Max e Janine vivono le loro vite? Un puntino su una mappa geografica, questo è Empire Falls. 

Angelo Cennamo

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L’ECLISSE DI LAKEN COTTLE DI TIFFANY McDANIEL È IL LIBRO DELL’ANNO PER TELEGRAPH AVENUE

Trentasette anni, originaria dell’Ohio, Tiffany McDaniel è una delle voci più interessanti della nuova letteratura americana. Un’osservata speciale. Con il suo romanzo d’esordio “L’estate che sciolse ogni cosa” si è aggiudicata il “Not-the-Booker Prize” di The Guardian 2016 e imposta all’attenzione della critica di mezzo mondo.

“L’eclisse di Laken Cottle” – Atlantide, traduzione di Clara Nubile – conferma una linea narrativa originale e innovativa che non si piega alle offerte editoriali più in voga, appiattite su trame collaudate e riciclate con pochi margini di rischio. È una fiaba dark sul senso del divenire e sul destino che ci attende. McDaniel si fa tentare dal gotico ma vola più in alto: è un po’ Borges, un po’ Shirley Jackson. Il buio che come una cappa scende sulla vicenda del romanzo, non è il blackout tecnologico che “silenzia” i personaggi dell’ultimo DeLillo, è un buio vero, assenza di luce, un lento spegnimento del sole che ingoia ogni cosa. E mentre la terra si oscura, Laken, il protagonista, cerca disperatamente di fare ritorno dalla propria famiglia. Quel buio è l’eclissi della mente che nasconde la verità, gli verrà spiegato nelle ultime scene del viaggio. A Laken non resta allora che annullarsi, rimuovere sovrastrutture e pregiudizi per ritrovare la rotta verso casa.

C’è sempre qualcosa di mistico nelle storie di Tiffany McDaniel. Una strana e briosa magia che turba i lettori e “smuove le montagne” avrebbe chiosato un altro genio del Midwest che non ha fatto in tempo a conoscerla. “L’eclisse di Laken Cottle” è il libro dell’anno per Telegraph Avenue. 

Angelo Cennamo

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LA SHORTLIST DEL 2022 DI TELEGRAPH AVENUE

Matthew Baker, giovane scrittore del Michigan, look da ragazzo punk: volto emaciato, felpe e giacche di pelle fuori misura, è autore di numerosi racconti apparsi su riviste come The New York Times Magazine e The Paris Review. Variety lo ha indicato tra “i dieci più interessanti narratori da seguire”. “Perché l’America” (“Why visit America” Sellerio – traduzione di Veronica Raimo e Marco Rossari) è una raccolta di shortstories – tredici, una per ogni striscia della bandiera americana – originali, innovative per forma e contenuto, richiestissime anche dalle case cinematografiche, che ci mostrano un’America del futuro prossimo distopica, o utopica se preferite. Un libro che “alza l’asticella”, insomma, prezioso, rassicurante per nostalgici come il sottoscritto di David Foster Wallace.

“Ferrovie del Messico” (Laurana) è un vero prodigio, non saprei definirlo in altro modo. Il romanzo, lunghissimo ma scorrevole, è circolato tra i lettori con un passaparola quasi carbonaro, tanto che tuttora è difficile trovarlo in libreria, vi conviene prenderlo direttamente online. Lo ha pubblicato Gian Marco Griffi, scrittore quarantenne cresciuto nel Monferrato – della scuderia di Giulio Mozzi – ma sembra scritto da Roberto Bolaño a sei mani con Thomas Pynchon e Vinicio Capossela. Tra le cose migliori uscite in italia negli ultimi anni. 

Di Hernan Diaz, autore argentino di Buenos Aires naturalizzato americano, avevamo già letto e apprezzato “Il falco”, romanzo epico che ha reiventato il genere western e che nel 2018 ha sfiorato il Pulitzer. Con “Trust” (Feltrinelli – traduzione di Ada Arduini) Diaz ci conduce nel mondo di Wall Street per raccontarci una storia oscura e di non facilissima lettura, con quattro versioni diverse. Interessante la trama, stupefacente la struttura.  

La discussa biografia di Philip Roth (Einaudi – traduzione di Norman Gobetti) è un’opera monumentale sotto ogni aspetto, imperdibile per tutti i lettori (quelli più rodati) del genio di Newark. Precisa, dettagliata, scritta (come un romanzo) da Blake Bailey (già autore delle biografie di Richard Yates e John Cheever) ma con il cuore e lo stile del protagonista. Siamo sicuri che non ci sia anche il suo zampino? “Non voglio che mi riabiliti. Solo che mi rendi più interessante”.

Tiffany McDaniel proviene da una terra feconda dal punto di vista letterario: il Midwest americano. Se non lo avete ancora letto, vi suggerisco di recuperare il bellissimo “L’estate che sciolse ogni cosa”, romanzo di formazione con una forte impronta gotica. “L’eclisse di Laken Cottle” (Blu Atlantide – traduzione di Clara Nubile) è una fiaba dark sul senso del divenire e sul destino che ci attende; un’altra bella prova di questa giovane romanziera dal talento cristallino. Opera dai contorni mistici, a metà tra il realismo magico di Borges, il postmodernismo di DeLillo, il lirismo di Cormac McCarthy.  

Sono questi i libri selezionati per la shortlist 2022 di Telegraph Avenue. Uno dei cinque, il 15 dicembre, sarà scelto come libro dell’anno. 

Angelo Cennamo

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