NEMICI – Isaac Bashevis Singer

Di Isaac Bashevis Singer non si può dire che abbia scritto sempre lo stesso libro, ma che molti dei suoi libri siano capitoli di un unico grande romanzo, è abbastanza vero. “Nemici” (“Enemies, a Love story”) esce la prima volta nel 1972. Sei anni dopo, lo scrittore polacco di lingua yiddish poi naturalizzato americano, già tra gli apripista della grande tradizione ebraica che vedrà in Bellow, Malamud e Philip Roth alcuni dei suoi più illustri continuatori, verrà insignito del Nobel per la letteratura, consacrandosi tra i maggiori autori del Novecento.

Come per “Il ciarlatano” o per “Ombre sullo Hudson”, tanto per citare altri due titoli Adelphi di recente pubblicazione, i personaggi di Singer sono, come lo stesso Singer, ebrei polacchi sfuggiti alla persecuzione nazista che trovano negli Stati Uniti d’America la loro Terra Promessa. I topoi di queste storie sono fondamentalmente quattro: la fuga da Hitler; le relazioni coniugali ed extraconiugali plurime; il confronto/scontro con l’ortodossia della fede ebraica messa a dura prova dalla società consumistica americana; la fitta rete di vicendevole supporto della comunità ebraica insediatasi nel nuovo continente.

Il protagonista di “Nemici” è un bugiardo, un impostore, che a un certo punto di questa storia arriverà ad avere tre mogli. Ma andiamo con ordine. Durante la guerra, Herman Broder si salva dai campi di concentramento grazie al sacrificio di Jadwiga, una contadina polacca che lo tiene nascosto per tre anni in un fienile all’insaputa anche della propria famiglia. Forse per riconoscenza o forse no, Herman sposa Jadwiga e la porta con sé a New York. L’approdo americano però non coinciderà come per molti immigrati, ebrei soprattutto, con la realizzazione del sogno. Herman è uno squattrinato; vivacchia scrivendo discorsi per un rabbino e, nel molto tempo libero che ha a disposizione, tradisce Jadwiga fingendosi un venditore di libri. Masha, la sua amante, è una donna affascinante, traviata, scaltra, fumatrice incallita. La situazione sentimentale di Herman si complica ulteriormente quando il protagonista scopre che la sua prima moglie, Tamara, non è stata uccisa dai tedeschi come gli era stato erroneamente riferito da un presunto testimone, ma è viva, ed è arrivata a New York per cercarlo. Il precedente matrimonio di Herman, come il secondo del resto, non poteva dirsi felice. Anzi. Eppure, nonostante tutto, tra Herman e Tamara si era instaurato un legame forte, improntato al senso del dovere, e che in quel patto religioso traeva perfino una perversa forma di libidine. Nel ritrovarsi, i due scoprono che quella libidine è sopravvissuta insieme alla consapevolezza della sicura infelicità della coppia. La vita di Herman diventa un inferno. Herman non sa decidere “Le voglio tenere tutte e tre, è questa la disonorevole verità”. L’amore, il sesso non gli bastano a cancellare l’orrore del nazismo, così come non bastano alle sue tre donne. Tutti e quattro i protagonisti appaiono come delle anime in pena, segnate dalla guerra, incapaci di liberarsi dal ricordo e di ricominciare a vivere. Il mood di Singer non è mai drammatico, è più da commedia, una commedia che poi diventa farsa. La prosa tocca spesso momenti di sensualità e leggerezza; quando Herman riceve la notizia che la prima moglie Tamara è viva, trova per terra un giornale “era un foglio che parlava di corse di cavalli. Girò la pagina, lesse una barzelletta e sorrise”. I semi di Singer germoglieranno in diversi romanzi di Philip Roth: “La mia vita di uomo”, “Il teatro di Sabbath” e così via. 

Che fine riserverà Singer a Herman? 

Angelo Cennamo

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LA VOCE ITALIANA DI STEPHEN KING

Se la mente non mi inganna, quando “Americana” di Luca Briasco arrivò per la prima volta in libreria, Telegraph Avenue era già nato da qualche mese: aprile 2016. Non potevo quantificare, allora, l’azione di orientamento, sotto traccia, che l’antologia di Briasco avrebbe esercitato sul blog né ipotizzare altre forme di fascinazione che di lì a poco avrei subito più o meno consapevolmente da fonti autorevoli come quella del noto editor e traduttore di minimum fax. Dal 2016 a oggi ho incontrato Luca tre volte, sempre a Salerno. Nella prima aveva da poco terminato una presentazione ed era in compagnia di un timidissimo Chris Offutt, tra le sue scoperte migliori con William Boyle e Herbert Lieberman. Chissà perché quel pomeriggio finimmo per confrontarci su Rick Moody. Probabilmente il tutto era nato da una delle mie ossessioni sul futuro del genere postmoderno: sopravviverà o meno a David Foster Wallace? È morto e sepolto, dice Luca senza tanti giri di parole. D’accordo ma che dicono Ben Lerner e Joshua Cohen? Li avete avvisati? Nella seconda immortalammo il breve incontro con un selfie (nella foto che conservo compaiono anche le teste lucidissime di Seba Pezzani e di Corrado De Rosa). La terza volta risale a poche ore fa: martedì 12 luglio, una data che ricorderò a lungo, il giorno del tributo a Stephen King al SalerNoir Festival. Con me e Briasco, sul palco, l’amico scrittore Antonio Lanzetta. Devo confessare che parlare di King tra le colonne del duomo di Salerno con la voce italiana del Re, davanti a tante persone, e trovare perfino il modo e il tempo di sviare dal tema della serata per rituffarmi ancora una volta in quella antologia che continua a funzionare come una bussola per il mio blog, è stata una bella emozione. “Billy Summers” è l’ultimo romanzo di King. La traduzione, come di tutti gli altri libri del Re dal 2018 a oggi, è di Luca Briasco. Che esperienza è riscrivere in italiano certe trame? Come scrive Stephen King? “Nessuno mi chiede della scrittura” è da sempre un suo cruccio. La frase tratta da “On writing” ci riporta al complesso che King vive da parecchi anni come il protagonista di “Misery”, l’autore di successo che però non ha Pulitzer né National Book Award nella sua bacheca. Billy è un sicario dalla mira infallibile ma anche un lettore impegnato che alterna l’uso del fucile ai libri di Zola e Dickens. L’antifona è chiara: piantatela di sottovalutarmi, sono uno scrittore serio e non devo dimostrarvi nient’altro.

In tutti i sondaggi lanciati sui social dai fan di mezzo mondo, il romanzo più amato, il masterpiece, è “It”. I giovani perdenti che dimenticano di aver combattuto il mostro ventisette anni prima e che nel frattempo sono diventati uomini di successo, nella penna di King si trasformano in un geniale espediente: ricordarci che gli americani costruiscono il proprio riscatto sulla rimozione del ricordo, e che l’America è la terra delle seconde opportunità. Non cercatelo altrove, dice Briasco, il Grande Romanzo Americano lo ha scritto King, è “It”; se ne facciano una ragione i lettori di Roth e di DeLillo.

Come per Elizabeth Strout, anche le storie del Re, quasi tutte, sono ambientate nel Maine, lo Stato più a Nord Est degli Stati Uniti, quel quadratino in alto a destra osservando la mappa degli Usa, affacciato sull’Atlantico. È un’America che vediamo poco al cinema o in tv, una terra silenziosa, lontana dai grattacieli e dal mondo degli affari. Il gioco dei contrasti (piccolo-grande, assenza-presenza) rende il Maine decisivo nelle trame di King. Lo è altrettanto nei libri della Strout ma per ragioni diverse.

Molti anni fa qualcuno deve aver cucito sulla schiena del Re un’etichetta con su scritto: “autore horror”. King è uno scrittore horror? Non mi pare, a meno che non si spacci per horror il paranormale, il sovrannaturale. In “22.11.63” un tizio se ne va a spasso nel tempo per impedire che venga assassinato JFK. Se questo continuo viaggiare volessimo considerarlo horror, quanta paura vi fa quel mattacchione di McFly di “Ritorno al futuro”?

Briasco parla, argomenta, è un fiume in piena. Per rimanere nei tempi previsti (impossibile) devo brutalmente incalzarlo con altri spunti. Sul quadriportico del duomo intanto è calata la sera. Le luci abbagliano i relatori lasciando al buio la platea sotto il palco. Dalla macchia nera e indistinguibile del pubblico si levano le domande dei giornalisti. Anche con loro Briasco non si risparmia. Siamo alle ultime battute. Non resta che salutare. Grazie. Sipario.

Angelo Cennamo

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ANIMALE – Lisa Taddeo

Joan abbandona New York dopo che il suo datore di lavoro e amante si è sparato un colpo alla testa. A Los Angeles si mette alla ricerca di Alice, l’amica, la sola persona che può aiutarla a rielaborare i lutti sessuali che non smettono di tormentarla. 

“Se qualcuno mi chiedesse di descrivermi in una sola parola, sceglierei depravata. La depravazione mi è stata utile”.

Joan è una deparavata. Lo è diventata. Carnefice e vittima, fragile preda, ragazza tradita, mostro. Joan provoca, seduce, sogna, ricorda. Ama?

Dal Canyon si vede Hollywood, le sue vibrazioni, il denaro, “ma l’America è lontana”, scrive il poeta.  Joan sopravvive vendendo i regali preziosi dei suoi uomini, arrangiandosi con lavoretti extra. Lenny è un vecchio vicino che la sa lunga. River è l’altro. Bello, giovane, aitante. Il sesso vero, il sesso simulato, il sesso perché un giorno potresti avere bisogno di lui. 

“Animale” è una storia di luoghi oscuri e di segreti inconfessabili, di orgasmi finti, desideri spenti, viaggi nella memoria. “American Psycho” per la generazione Me Too, scrive il Times sulla cover. Lisa Taddeo è americana ma di chiare origini italiane; nel romanzo l’Italia compare spesso: la Toscana, il cibo, tradizioni. 

“Tre donne” ci ha parlato di donne, “Animale” di uomini che odiano le donne, con “Chiaroscuro” di Raven Leilani (Feltrinelli 2021) – libro che gli somiglia molto – forma un dittico ideale. Joan ritrova Alice, è più giovane di lei ma del sesso e dei maschi sa tutto. Raccontarsi aiuta, forse basta, forse no. Crudo, perfino divertente, ben scritto. 

Angelo Cennamo

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IL TENENTE – Andre Dubus

Le due vite del tenente Dan Tierney, quella a bordo della portaerei USS Vanguard, l’altra sulla terraferma, con Khristy, la ragazza che attende di sposarlo. 

Nel 1967 Andre Dubus è un giovane esordiente di belle speranze; l’Iowa Workshop e l’amicizia fraterna con Richard Yates sono credenziali di tutto rispetto. Il successo italiano, tardivo, di Dubus lo dobbiamo a Mattioli 1881, editore di talento che ama curiosare tra i grandi autori americani dimenticati. Dubus è forte, fortissimo nelle short stories, e la sua scrittura parca e vigorosa non è poi così diversa da quella di Mr. “Revolutionary road”.

“Il tenente” è il primo romanzo di Dubus, una storia di regole infrante e di falsi miti. L’insubordinazione del soldato Ted Freeman scoperchia un sistema di rituali di iniziazione che macchiano l’onore del corpo dei Marines. Dan è a un bivio: salvare il soldato Ted o il decoro della divisa per la quale ha dato tutto se stesso. 

Siamo alla vigilia della guerra in Vietnam ma i nemici della Vanguard sono tutti a bordo, parlano la stessa lingua, sventolano la medesima bandiera. Dubus mette in scena una commedia umana governata dall’arroganza, dal tradimento e l’illusione. Il piccolo mondo della Vanguard è lo specchio del mondo grande che gira fuori. Oltre la nave cosa c’è? La fidanzata di Ted, incinta di lui. E Khristy, confusa e infelice. Traduzione di Nicola Manuppelli. 

Angelo Cennamo

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DI SECONDA MANO – Chris Offutt

Una donna divorziata, senza nome, se ne va in giro su una Chevy scassata come la sua vita, insieme alla figlia piccola dell’attuale compagno, anche lui divorziato. Per regalarle una bici, la donna è costretta ad impegnare l’unico bene di valore che possiede: un paio di stivali di pelle di struzzo.

Un uomo anziano sposa una donna giovanissima. La rocambolesca luna di miele dei due, tra cavalli e pistole, ricorda una di quelle storie texane di Hap e Leonard. 

La moglie annoiata che monta in macchina e viaggia senza una meta non ha ancora fatto i conti con il suo matrimonio finito, e forse neppure con se stessa. Che ne sarà di Darla d’ora in avanti? E del ragazzo tradito dalla fidanzata che finisce per errore in un privé di gay?

I personaggi del nuovo libro di Chris Offutt – “Di seconda mano”, in uscita in Italia l’8 luglio, prima che negli Stati Uniti – sono tutti così: disperati, afflitti, delusi dall’amore e dal prossimo. Vite precarie, logorate nel corpo e nell’anima, consumate dall’illusione, dalla sfiga, attese da un futuro incerto e poco rassicurante. Tutte le famiglie infelici sono infelici allo stesso modo negli undici racconti brevi di Offutt. Il ritratto di un’America che ha smesso di inseguire il sogno e dove perfino l’apparenza non inganna più nessuno. Il minimalismo ruvido dello scrittore di Lexington è quello dei libri migliori: “Nelle terre di nessuno”, “Country dark”, il più recente “Le colline della morte”. I luoghi fanno la differenza: puoi togliere Offutt dal Kentucky ma non puoi togliere il Kentucky da Offutt. L’ho già scritto? Lo ripeto.

Angelo Cennamo

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BLU COME TE – Benjamin Myers

C’è del marcio nello Yorkshire. 

Di Benjamin Myers, scrittore e giornalista di Durham – Regno Unito – in Italia si sa poco: una sola apparizione in libreria lo scorso anno con “All’orizzonte”. Nient’altro. In questi giorni Myers ritorna con un romanzo uscito in UK nel 2016 e tradotto da Tommaso Pincio per Bollati Boringhieri. 

Manca poco al Natale e in un paesino della campagna inglese scompare misteriosamente la quindicenne Melanie Muncy, figlia di un ricco possidente della zona. A seguire il caso, su fronti diversi, sono il detective Jim Brindle e il giornalista Roddy Mace. Brindle, che lavora alla Cella Frigorifera, l’élite della Omicidi della capitale, è maniaco dell’ordine, un paranoico, uno di quelli che prima di uscire di casa spegne accende e rispegne il gas venti volte. Mace, invece, dalla City è fuggito per rintanarsi in una redazione di provincia. Perché? Fin dal primo incontro i due non si vanno a genio, ma per colpa di Brindle che non brilla di certo per simpatia. 

Il terzo protagonista della storia è Steven Rutter, un vicino di casa dei Muncy, un uomo solitario, cresciuto con una madre disinibita, padrona, che quando lui era bambino, senza pudore, lo costringeva ad assistere a sfrenate performance sessuali con tutti i maschi della zona per avere in cambio piccoli favori. 

L’indagine di Brindle si rivelerà più difficile del previsto e l’ostracismo della polizia locale che lo scorbutico poliziotto londinese attirerà su di sé, non gioverà alla soluzione del caso. 

Brindle. Mace. Rutter. Così diversi così uguali. Cosa li unisce? La solitudine. Nel giorno di Natale non c’è nessuno che li aspetti. Nessuno che chieda loro: dove sei? Quando torni a casa?

C’è un quarto protagonista, non è un uomo né una donna ma una moltitudine: gli abitanti delle valli dello Yorkshire sembrano legati da una inspiegabile e sinistra omertà. Nello sviluppo della storia ci imbattiamo in strane collusioni, possibili depistaggi, imprevedibili reti di protezione.

La dicotomia metropoli/ progresso/campagna/arretratezza, unitamente alla desolazione dei luoghi, perfettamente ricostruiti, è l’altra traccia di questo noir, ben congegnato e scritto magnificamente, senza virgole (Myers usa solo punti e qualche punto e virgola) né virgolette nel discorso diretto. Ottima anche la traduzione di Tommaso Pincio. 

Angelo Cennamo

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MONOGAMIA – Sue Miller

Sue Miller è nata a Chicago, in quel Midwest che alla letteratura americana ha dato e dà ancora tanto. Una decina di romanzi tradotti in oltre venti paesi, riconoscimenti vari, cattedre di scrittura creativa dall’Amherst College – quello di Foster Wallace – alla Boston University, una buona fama di “matrimonialista”, la Miller torna in libreria (dal 28 giugno) con “Monogamia” – “Monogamy”, viva i titoli originali – edito da Fazi con la traduzione di Martina Testa (riecco Wallace). 

Ancora una volta è la famiglia il punto di osservazione, il laboratorio dentro il quale si sperimentano le dinamiche di una piccola comunità, in questo caso del New England, tra gli anni Settanta e i Duemila. Graham, uomo massiccio e di grande vitalità, amante della buona tavola e del vino soprattutto, ha una libreria indipendente, ben avviata, riferimento di scrittori e intellettuali per reading, presentazioni e altri eventi culturali. Sua moglie Annie, minuta e dall’indole solitaria, fa la fotografa e sta per inaugurare la sua prima mostra dopo una lunga pausa. Trent’anni insieme, due figli, Lucas e Sarah, il primo nato dal precedente matrimonio di Graham con Frieda, e una vita tranquilla, piccolo borghese, di provincia. Insomma, Graham, Annie e i loro figli sono una famiglia come tante. La vicenda raccontata dalla Miller prevede un prima e un dopo. Il prima e dopo è legato alla morte di Graham, che scopriamo a un terzo della storia ma non si tratta di spoiler dacché è la stessa sinossi del romanzo a dircelo. La descrizione del trapasso, tre o quattro pagine, ci riporta alla Didion de “L’anno del pensiero magico”: l’impotenza, il dolore, l’accettazione. 

Graham è bello e grosso non solo fisicamente; la stazza della sua anima, le sue curiosità, le parole, gli abbracci, le risate, i calici di vino levati per brindare a questo o a quello scrittore, riempiono tutto il romanzo, lo riempiono da vivo e anche da morto. Graham è tante cose ma è soprattutto un marito infedele.

L’altro tema del libro è la famiglia allargata, i matrimoni dai quali, di fatto, non ci si libera mai. Gli amori fanno dei giri immensi e poi ritornano, dice il poeta, ma gestirli diventa complicato, e se agli amori dormienti si aggiunge una nuova amante, i vertici e i vortici del sentimento, l’overloving, non si controllano più. L’assenza di Graham è una lunga sequenza di stati d’animo, verità nascoste, confessioni inaspettate. L’elaborazione del lutto è la terza traccia del romanzo: Sue Miller sa entrare in ogni piega, in ogni battito, in ogni silenzio, Sue Miller scava. Nel nuovo tempo di Annie non c’è odio né rancore, c’è il vuoto. Non basta una vita per cancellarne un’altra. 

Angelo Cennamo

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MORTE E VITA DI BOBBY Z – Don Winslow

Nel 1997 Don Winslow non ha ancora pubblicato la parte migliore della sua bibliografia: la serie del narcotraffico con Art Keller protagonista (“Il potere del cane” – “Il cartello” – “Il confine”), il dittico sul surf con Boone Daniels (“La pattuglia dell’alba” – “L’ora dei gentiluomini”), la miniserie di Frank Decker, opere singole come “L’inverno di Frankie Machine” e “Corruzione”. 

Eppure di tutti questi libri “Morte e vita di Bobby Z” – tornato in libreria nel 2021 con HarperCollins – ne contiene le prime tracce, le avvisaglie, i prodromi: insomma Don Winslow sta per diventare Don Winslow. 

Tim Kearney rischia una condanna a vita. La DEA gli propone un accordo: fingere di essere il leggendario Bobby Z per arrivare allo scambio con un agente che un noto criminale tiene prigioniero. Tim ha un passato da marine di tutto rispetto, o quasi, ma da delinquente di cazzate ne ha fatte tante, anzi troppe. Diciamolo pure: Tim è un coglione e lui sa di esserlo. Ora però la sua vita è giunta a un bivio. È un bivio pericoloso, certo, ma adesso Tim ha un’alternativa “Posso tornare in galera e finire sicuramente ammazzato, o impersonare Bobby e finire probabilmente ammazzato. Scelgo la numero due, decide”.

Tutto quello che accadrà da qui alla fine del romanzo “è” il romanzo. Tim in poco tempo dovrà calarsi nel personaggio, sondare e smascherare doppiogiochisti, farà sesso con una donna che dalle sue parti, nel carcere di San Quentin, se la sarebbe sognata o al massimo l’avrebbe vista in una foto su un armadietto, diventerà il padre di un bambino coraggioso con il quale, come il Benigni de “La vita è bella”, fingerà di giocare alla guerra. Si corre, si spara, si ride. Don Winslow è il re del crime.

Angelo Cennamo

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NEMESI – Philip Roth

“Everyman”, “L’indignazione”, “Umiliazione”, “Nemesi” sono i quattro capitoli delle nemesi che chiudono la carriera di Philip Roth. 

“Nemesi” esce nel 2010. La sua brevità – poco più di centottanta pagine – si concentra su tre temi essenziali: l’epidemia di polio che colpisce la comunità di Newark nel 1944; la rettitudine e i sensi di colpa di Bucky Cantor, il ventenne protagonista della storia; l’odio di Bucky verso Dio, colpevole di averlo privato prima di sua madre morta durante il parto, poi dei suoi allievi colpiti dalla pestilenza, della propria integrità fisica, infine dell’amore incondizionato di Marcia, un tempo sua promessa sposa. 

Bucky è un giovane atleta, animatore di un campo giochi. Scartato dall’esercito per un problema alla vista, decide di combattere la sua guerra privata prendendosi cura di un gruppo di bambini. L’inutile fuga da Newark per raggiungere Marcia, costringerà Bucky a fare i conti con sé stesso e con l’Altissimo, che giudicherà unico colpevole di quella inarrestabile spirale di morte.

Quanto ci sia di Roth nel giovane ribelle di Newark è difficile dirlo: tutto o niente, Roth non smette mai di giocare con la verità. “Nemesi” è l’ultimo libro di Philip Roth, un congedo doloroso e poetico nel quale, nonostante tutto (i capolavori di Roth sono altri), ritroviamo molti pezzi del dna rothiano: l’infanzia nella città natale; l’amore perduto; la ribellione alla religione ebraica; la forza incontrastabile del destino. 

Angelo Cennamo

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EDEN – Sara Bilotti

Silvia e Giulia sono due sorelle. La morte dell’una, per suicidio stando alle conclusioni della polizia, desta nell’altra più di un sospetto. Silvia è stata assassinata? E da chi?
Quattro anni dopo “I giorni dell’ombra”, Sara Bilotti torna in libreria con un romanzo che segna un percorso nuovo, di maturazione e consapevolezza. “Eden” porta con sé i tratti tipici dell’universo narrativo della Bilotti ma nel contempo si arricchisce di altre dimensioni, più espanse e armoniche.

A occhio, due sembrano i numi tutelari di questo progetto: il Milton del “Paradiso perduto” e la Tartt di “Dio di illusioni”, la storia thriller che l’autrice americana dalla penna lenta ha ambientato in un college del Vermont. Nessuna trasposizione, sia chiaro, ma nell’inquietante figura di Julian Morrow non è impossibile riconoscere quella di Gabriele Giordani, il professore di estetica intorno al quale ruota una delle trame del libro. Eden è il nome della villa dove Giordani nasconde i suoi segreti e dove la storia prende corpo. Silvia e Giulia, dicevo. A legarle ora è una lunga lettera, il corsivo che funge da voce narrante, la linea che unisce tutti i punti di questo thriller psicologico o page turner se preferite, dal finale per nulla scontato.
Angelo Cennamo

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