Commissario Giuliano Casablanca, detto Ginko. Dalla Omicidi lo hanno imboscato all’Ufficio Passaporti…ma non per molto. Un africano tenta la fuga in Svizzera: muore folgorato sul tetto del treno. Afa, camicie sudate, puzza di piscio e di kebab tra i palazzoni della periferia milanese, il mondo di sotto, l’universo parallelo a quello della mondanità e dell’opulenza. Anche Ginko, come tutti i commissari e i vicequestori che lo hanno preceduto, ha il suo cast di poliziotti simpatici e sgangherati: l’obeso Panettone, il cineromano Zohng, lo sfaticato Minimo Sindacale.
Per un giallista la difficoltà più grande non è tanto saper scrivere, ma ritagliarsi uno spazio credibile, nuovo. In Italia ce n’è davvero poco. Paolo Maggioni lo ha trovato. Maggioni sa intrattenere, ha ritmo, diverte, fa pensare. La sua Milano marginale ricorda quella di “Torto marcio”, il romanzo della svolta di Alessandro Robecchi, lo scrittore che con Massimo Carlotto racconta il Nord Italia meglio di qualunque altro. Maggioni si muove in quel perimetro: un po’ Bisio un po’ Robecchi. Provaci ancora, Paolo.
“Era diventata famosa per un post che diceva semplicemente ‘Esiste un cane gemello?’. Tutto qui”.
Di ricente la letteratura, specie quella americana, in più occasioni ha esplorato il mondo di internet e messo in guardia dalle minacce del web: “Il cerchio” di Dave Eggers, “Il libro dei numeri” di Joshua Cohen e “Scatola nera” di Jennifer Egan, l’infelice esperimento narrativo composto interamente da tweet, sono gli esempi più noti di questo filone modernista nel quale va a collocarsi a pieno titolo anche “Nessuno ne parla”, romanzo breve – 160 pagine, edito in Italia da Mondadori – già finalista al Booker Prize 2021. L’autrice, Patricia Lockwood, poetessa e scrittrice dell’Indiana dalla biografia piuttosto singolare (è nata, pensate, in una roulotte da una famiglia nomade numerosissima) del virtuale coglie un aspetto nuovo, diverso dai precedenti citati, cioè la possibilità attraverso lo sconfinato e indecifrabile universo dei social di diventare altro, rinascere, assumere una seconda identità illusoriamente più gratificante di quella reale. La protagonista di questa non-storia, grazie a un post banalissimo per non dire stupido, diventa un’eroina del web (il portale, lo chiama la Lockwood) con milioni di follower e visualizzazioni in tutto il mondo. La sua “voce” su qualunque argomento – sesso, clima, politica ( il portale ha consentito tra l’altro l’ascesa al potere di un pericoloso dittatore) – genera curiosità, attenzione, profitto. Non siamo forse diventati tutti virologi ed esperti di diritto internazionale?, sembra ricordarci l’autrice. Ma una tragedia familiare è in agguato, come una sveglia che ti scuote nel sonno: il reale irrompe nel virtuale, lo denuda e ne mostra i limiti. La non-storia prende un’altra piega, parallela, drammaticamente vera. Il finale è un “Lincoln nel Bardo” senza poesia ma ugualmente efficace nella sua mimesi grottesca.
“Nessuno ne parla” è uno strano romanzo, scritto in terza persona, con periodi staccati, destrutturato e frammentato esattamente come il mondo dei social: la Lockwood salta da un argomento all’altro in un gioco di file che si aprono e si chiudono tra le pagine del libro. Vivace, spietato, istruttivo.
Jarred è un giovane scapestrato; per dieci anni ha tagliato i ponti con la sua famiglia: un padre alcolizzato e pieno di debiti; un fratello molto più grande di lui, un po’ megalomane, assorbito completamente dal mondo degli affari.
“Il codardo” è una storia vera? “La distanza tra invenzione narrativa e memoriale autobiografico si misura con il metro degli autoinganni”, scrive l’autore nell’esergo. I precedenti degli ultimi anni: Douglas Stuart (“Storia di Shuggie Bain”) e Jonathan Bazzi (“Febbre” e “Corpi minori”) ci confermano il trend di una letteratura introspettiva che non distingue tanto tra realtà e finzione ma pone l’accento sull’autenticità del racconto e la capacità di presa sul lettore. Il romanzo di McGinnis le contiene entrambe.
Nella storia, raccontata in prima persona, si alternano due piani temporali: l’adolescenza di Jarred – la morte della madre per aneurisma, la difficile elaborazione del lutto, gli scontri con il padre “retrocesso a Jack”, il ricovero in una struttura psichiatrica – e il dramma del presente, che vede il protagonista ventiseienne paraplegico per via di un incidente d’auto, nel quale ha perso la vita Melissa, suo primo amore, oggi sposata con un altro uomo.
Jarred, che non ha un soldo e un posto dove andare, si vede costretto a chiedere aiuto al padre. Il romanzo parte da qui, dal suo rientro a casa dieci anni dopo quella fuga improvvisa. Ma la parabola del figliol prodigo e del suo corpo spezzato qui assume significati diversi, prospettive imprevedibili, nuove consapevolezze. L’incontro con la barista Sarah, nonostante tutto, ha per Jarred il sapore di una possibile rinascita. Coltivando orchidee Jack ha curato la piaga dell’alcolismo. Nella serra dietro la casa, lui e Jarred sembrano investiti da una nuova luce: le schermaglie iniziali, le diffidenze reciproche, cominciano via via a diradarsi. Jack ha imparato a incassare i colpi, punge Jarred con l’ironia, non lo compatisce né lo asseconda, ma è sempre lì, pronto a riannodare i fili del passato, a riempire il vuoto di quell’assenza, a lottare contro la frustrazione e i sensi di colpa.
Più che un romanzo sulla disabilità, “Il codardo” è la storia di un padre e un figlio, una meravigliosa storia d’amore, un inno alla vita e al tempo che non va sprecato.
La raccolta “Why visit America” (“Perché l’America”), uscita negli Stati Uniti nel 2020 e da qualche settimana in Italia con le traduzioni di Veronica Raimo e Marco Rossari, sta incontrando i favori di un certo lettorato, abbastanza esigente e orfano di una narrativa più o meno avanguardista, fondamentalmente nordamericana. Matthew Baker – appuntatevi il nome di questo scrittore – è oggi tra le voci più innovative di quella cultura; il look da ragazzo punk: volto emaciato, felpe e giacche di pelle fuori misura, e l’asimmetria della bizarra capigliatura, lo fa somigliare alla vorticosa rappresentazione dei suoi mondi: stratificati, folli, iperbolici, stupefacenti.
I racconti di Baker – “tredici, uno per ogni striscia della bandiera americana” – richiestissimi anche dalle case cinematografiche (per “Ergastolo” si è scatenata un’asta feroce) – ci mostrano un’America del futuro prossimo distopica, o utopica se preferite, ridisegnata col compasso e il righello della provocazione: settantenni improduttivi che decidono volontariamente di uscire di scena, criminali puniti con la rimozione dei ricordi anziché con il carcere, maschi che si lasciano schiavizzare da femmine superbe e dominatrici sessuali.
Baker nemico di un Occidente assuefatto al consumo e ossessionato dal desiderio di piacere? Il ragazzo è ironico, diverte e si diverte; in ognuna delle sue storie finiamo per riconoscerci tutti, non ci serve che allungare lo sguardo, proiettarlo poco più in là delle conquiste del digitale, lavorare di fantasia (quello sempre). Racconti spiazzanti, dunque, diversi l’uno dall’altro, (quasi) mai noiosi, coraggiosi/oltraggiosi, originali o emulativi di un’originalità perduta (nella giovane coppia che si mette alla ricerca di uno sponsor per finanziare i costi del matrimonio è impossibile non rivedere la cronologia di “Infinite jest” di David Foster Wallace, anzi sembra quasi che al genio di Ithaca Baker voglia concedere un tributo).
Baker lavora per sottrazione, gioca a ribaltare la realtà costruendone una nuova, parallela, secondo la logica dantesca del contrappasso, dispensando equità e giustizia, invertendo regole e convinzioni, e ricorrendo a una scrittura chirurgica, millimetrica, sinuosa quanto basta. Baker è fluido, camaleontico, sceglie di essere disturbante e cinico; a volte pecca di narcisismo (chi non lo è stato alla sua età?). Scrivere e riscrivere questi racconti più o meno brevi, armonizzarli in un flusso vitale che rifiuta il reale e lo sostituisce con il profetico, inventare questo lungo viaggio, epico, attraverso un’America altra che si riflette nell’America vera, non dev’essere stato facile, il risultato tuttavia mi è parso eccellente: in “Perché l’America” riconosciamo il tratto dei libri imprescindibili, quelli che sfidano il tempo e le mode del momento, sparigliando canoni, generi, architetture, significati. Lo stile di Baker è stato accostato a quello di giganti come Houellebecq, Atwood, Borges, Calvino, prima ho citato Foster Wallace, in una specie di mimesi del tutto cambia ma tutto si tiene, reminiscenze di un cut-up che procede per immagini impresse nella mente: letture precedenti, affinità elettive. Esiste ancora uno spazio incontaminato nella letteratura moderna, una foresta di parole vergini, un suolo lunare levigato e senza orme? Non lo so, ma Baker sembra averlo trovato.
Niente di serio. Niente di nuovo. Il racconto episodico di una famiglia disfunzionale – l’ennesima – attraverso ricordi e aneddoti.
“La maggior parte dei ricordi ci abbandona senza che nemmeno ce ne accorgiamo; per quanto riguarda i restanti, siamo noi a rifilarli di nascosto, a spacciarli in giro, a promuoverli con zelo, venditori porta a porta, imbonitori in cerca di qualcuno da abbindolare che si abboni alla nostra storia. Scontata, a metà prezzo”.
La scoperta del sesso, le amicizie, i parenti: sprazzi di vita forse vissuta o forse no, poco importa. Si ride? Io non ho riso. Un po’ “Lessico famigliare” della Ginzburg, un po’ “Lamento di Portnoy” di Philip Roth. Veronica Raimo scrive meglio di suo fratello, ha una prosa meno vischiosa e contorta del più noto Christian – apprezzabile più in veste di traduttore che di autore – ma il plot di questo libro è troppo debole: tanta leggerezza senza planare dall’alto.
Da via Foria, dove ho parcheggiato, al Teatro Bellini sono quattro passi. Venerdì 8 aprile, il tour di David Leavitt fa tappa a Napoli. Leavitt è accompagnato da Riccardo Cavallero e Teresa Martini di Sem, l’editore italiano che due anni fa ha pubblicato in anteprima mondiale “Il decoro” e che da qualche mese ha riportato in libreria “La lingua perduta delle gru” con la nuova traduzione di Fabio Cremonesi. La sala attigua al teatro è gremita. Leavitt mi stringe la mano e sorride quando gli ricordo che nel 2020 “Il decoro” è stato libro dell’anno per Telegraph Avenue. Ha un’aria da barone universitario, è molto alto, indossa una giacca a quadretti blu sopra il maglione e la camicia, e dei pantaloni marrone scuro non proprio intonati a tutto il resto. Il cranio è rasato e i due puntini azzurri al centro del viso osservano la piccola folla che nel frattempo si è assiepata all’ingresso. Napoli e l’Italia sono luoghi a lui familiari: Leavitt ha vissuto in Toscana per otto anni e un giorno conta di ritornarci. Oggi vive in Florida con suo marito Mark e, tra un romanzo e l’altro, insegna scrittura creativa all’università. Gli interventi che si susseguono sul palco sono precisi ma monotematici, raramente si esce dal perimetro dell’omosessualità o della pansessualità (Leavitt preferisce dire così). Il giovane interprete che dopo la cena gli darà uno strappo in hotel, si chiama Matteo Renzi. Leavitt appartiene a quella generazione di mezzo di grandi autori americani tutti esordienti negli anni Ottanta: Jay McInerney, Bret Easton Ellis, David Foster Wallace, Jonathan Franzen, Michael Chabon; quando glielo ricordo lui si schermisce e cita proprio Foster Wallace che una volta lo chiamò David-TestaDiCazzo-Leavitt (è riportato nella biografia di Wallace). Risate in sala. Degli scrittori che hai nominato, dice, ho conosciuto di persona solo Chabon; la risposta rende l’idea di quanto l’America sia vasta e variegata. Variegata perché Leavitt a quel gruppo è vicino solo per la cittadinanza e per un fatto generazionale: il suo mood letterario infatti è più europeo, più classico (quasi mai legge narrativa contemporanea), e i ripetuti viaggi in Italia (parla un discreto italiano) ce lo confermano. Tra Leavitt e l’Italia c’è un legame stretto, un comune sentire; qui da voi, dice, sono più popolare che nel mio paese. Mi è venuto in mente John Fante: quando morì, dopo una lunga malattia e la cecità, negli Usa non se lo ricordava più nessuno ma in Francia era diventato una leggenda. A cena, Leavitt è seduto a capotavola, dietro di lui c’è una foto di Pino Daniele e Massimo Troisi abbracciati. Leavitt ricorda di aver visto “Il postino” ma della fusion napo-americana di Daniele non sa nulla. Donald Trump è uno temi dell’ultimo romanzo e anche un buon argomento di conversazione. In Florida governa il repubblicano Ron DeSantis, una specie di sosia dell’ex presidente che viene dato in forte ascesa nei sondaggi: Leavitt teme un tragico déjà-vu. Poco male, gli dico, magari scriverai il sequel de “Il decoro”.
La pizza Margherita di “Lombardi” è deliziosa come la pastiera e tutto il resto. L’aria si è rinfrescata e passeggiare per via Foria a fine serata con Riccardo e Teresa è piacevole: programmi, progetti, nuove uscite. Leavitt è già andato via con Matteo Renzi. Il tour prosegue.
Scrittore del Kentucky ma originario di San Francisco, Walter Tevis ci ha lasciato solo sei romanzi, la metà dei quali diventati dei cult grazie anche ai fortunati adattamenti cinematografici che ne sono seguiti.
“Lo spaccone” è il primo libro di Tevis, il primo di Tevis, il primo sul gioco del biliardo. Fu pubblicato nel 1959 (lo stesso anno esordì anche Phillip Roth con Goodbye, Columbus) ma il grande successo arrivò due anni dopo con il film interpretato da Paul Newman.
Lo spaccone è Eddie Felson, un giocatore di biliardo professionista. Un giorno Eddie parte dal Kentucky col compare Charlie Fenniger – l’uomo che gli ha insegnato a spennare polli nelle sale di provincia – per sfidare a Chicago il leggendario Minnesota Falts e portarsi a casa in una sola sera diecimila dollari. La sala di Bennigton è un luogo sacro, non ha nulla a che vedere con le bettole che Eddie ha bazzicato finora, ci si arriva in ascensore, e una volta varcato il portone, lo sguardo si perde tra le decine di tavoli che fino a tarda notte brulicano di avventurieri della stecca. I dettagli sono importanti: tecnici, precisi, maniacali, dalle tattiche del gioco ai materiali degli arredi, gli abiti.
Eddie è belloccio, simpatico uno che si sa vendere bene, un talento naturale, ed è con con queste doti che incastra chi accetta le sue sfide. Leggendo il romanzo non si può fare a meno di immaginarlo con il volto di Newman.
“Dentro di sé sentiva che per tutta la vita aveva aspettato di giocare in quel modo, gli era solo mancata l’occasione e adesso l’aveva finalmente trovata”. Ma fai attenzione, Eddie, Minnesota Falts è un osso troppo duro per i tipi come te: conosci i trucchi del mestiere, d’accordo, ma ti manca il carattere.
In una stazione di pullman Eddie conosce Sarah, una studentessa universitaria rimasta storpia ad una gamba per via della poliomelite. Sarah è l’unico protagonista femminile del libro; la sua fragilità, i suoi silenzi accendono la curiosità del frenetico bullo. Ad unirli è la sola passione per l’alcol. In una delle ultime scene, di ritorno da un viaggio in Kentucky con uno strano coach che lo finanzia per ritrovare vigore e voglia di vincere, Eddie dice alla ragazza di essere stato sul punto di comprarle un anello, quell’anello. “È la verità o è un gioco?”, chiede mestamente Sarah. E lui: “Ammetto che certe volte per me è la stessa cosa”. Eccolo Eddie Felson, ed ecco il senso della storia: il sogno americano è nell’azzardo, e la scommessa più grande, ora, è ritrovare Minnesota Falts alla Bennington per un’ultima sfida.
Forse in pochi avrete sentito parlare di Steven Millhauser, scrittore newyorchese ormai ottantenne dallo stile così raffinato da essere accostato a geni della scrittura come Borges e Nabokov. Eppure Millhauser è una figura di spicco della narrativa americana contemporanea, e alcune delle sue opere si sono aggiudicate premi prestigiosi.
“Questa è la notte della rivelazione. Questa è la notte in cui le bambole si risvegliano. Questa è la notte del sognatore nella mansarda. Questa è la notte del pifferaio nei boschi”.
“La notte dell’incanto” – “Enchanted night” – esce negli Usa nel 1999 ma arriva in Italia solo ventitrè anni dopo, edito da Mondadori e con la traduzione di Sonia Folin. Ispirato a “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare, il libro è una rapida carrellata di personaggi che popolano una calda notte d’agosto in una cittadina del Connecticut. Istantanee di un tempo smarginato o frammenti di un sogno, se preferite, in cui tutto accade under the moonlight, con la dea luna che troneggia “Dall’alto della sua scranna guarda giù, sui tetti e sui camini, sulle traverse dei pali del telefono costellate di isolatori di vetro, sui camion che sfrecciano sulla superstrada”.
Haverstraw è un trentanovenne frustrato, alle prese con un romanzo che non riesce a finire. Vive in una mansarda piena di libri; ha conservato tutti i giocattoli della sua infanzia e di notte incontra la signora Kasco, la madre di un suo vecchio amico. La signora, che ha vent’anni di più, è attratta da Haverstraw e prova a sedurlo. Le conversazioni notturne tra la milf e lo scribacchino stranulato sono il nucleo di questa non-storia di 130 pagine, divisa in paragrafi brevissimi – la struttura del romanzo ricorda quella dei “Sillabari” di Parisi – nella quale incontrerete uomini e donne sospesi tra il reale e l’irreale: un manichino che dietro la vetrina dei grandi magazzini “sogna di evadere, abbassare la guardia, di abbandonarsi alla sensualità del movimento”; una banda di ragazze liceali che se ne va in giro a rubare oggetti insignificanti lasciando sempre un biglietto scritto a matita: “SIAMO LE VOSTRE FIGLIE”; delle bambole che magicamente si animano proprio come il manichino su Main Street.
“La notte dell’incanto” è un puzzle di suggestioni, una fiaba moderna che riscrive il romanzo secondo altri schemi; schegge di tenerezza di un’afosa notte americana che non avete mai vissuto.
Mattia Lanza è uno scrittore di successo, tradotto in tutte le lingue, con milioni di copie vendute nel mondo. Denaro, fan in delirio, una famiglia esemplare e un appartamento a Park Avenue (New York).
Tutto gira per il verso giusto fino alla sera in cui, tornato nella sua villa al Circo Massimo, “Il re del thriller italiano” trova la moglie e i due figli piccoli in un lago di sangue. Per due anni Mattia sarà l’unico indiziato di quella strage assurda che non sembra avere alcun movente. Due anni d’inferno che si concluderanno con il proscioglimento da ogni accusa e un solo desiderio: ricominciare a vivere. Mattia sa di avere una sola via di fuga dal passato, la cosa che gli riesce meglio: scrivere. Con l’aiuto della sua agente Giulia Brandi, si trasferisce in un luogo isolato, sul promontorio di Punta Acqua Bella, in Abruzzo, e inizia a lavorare a un nuovo romanzo.
“La casa sul promontorio”, l’ultimo romanzo di Romano De Marco – edito da Salani – inizia da qui. Ma fate attenzione a tutto quello che accadrà d’ora in avanti, perché l’autore vi condurrà in un dedalo di fatti e di situazioni che procederanno su due diversi piani narrativi, sovrapposti, concentrici: la storia raccontata da De Marco e quella raccontata dal suo alter ego.
Dicevo di Lanza che è uno scrittore molto amato e che i suoi bestseller sono richiestissimi anche all’estero; eppure nella sua bacheca non troverete né premi Strega né Campiello: Lanza è quel che si dice un autore “commerciale”, e di questo un po’ ne soffre. Il complesso di Lanza è lo stesso del Paul Sheldon di “Misery”, il libro nel quale Stephen King sfoga tutta la sua frustrazione per non essere considerato alla stregua dei suoi colleghi del Pulitzer. “Mi chiedono quanto guadagno, quanti libri vendo, ma non mi fanno mai domande sulla tecnica narrativa”, scrive King in “On writing”. “La casa sul promontorio” è un romanzo molto kinghiano: per contenuti, atmosfere, scavo psicologico. L’incontro tra Mattia e la sua vicina di casa, Eva Albani, è uno dei momenti chiave della storia. Eva è il personaggio più riuscito del libro; come Mattia, l’affascinante gallerista è fino alle ultime pagine sospesa tra il bene e il male (vittima o carnefice?). La sua ambiguità dà sostanza alla trama, e contribuisce a mantenere alta la tensione. La relazione tra i due protagonisti è un continuo alternarsi di slanci sessuali e diffidenze reciproche.
Eva, Mattia, i loro vissuti, il paesaggio che li circonda, sono i cardini del romanzo. Il silenzio del luogo è foriero di incontri sinistri: Mattia si sente spiato, seguito, strane presenze minacciano il clima di serenità che con fatica lo scrittore è riuscito a ritagliarsi in quello spicchio di terra sull’Adriatico.
Il “Cape Fear” di De Marco è “governato” da un costante senso di attesa: tutto tace ma sta per accadere qualcosa, lo si avverte in ogni pagina. Mattia Lanza nella finzione è “il re del thriller italiano”, Romano De Marco lo è per davvero, e chissenefrega dello Strega e del Campiello. De Marco è soprattutto uno scrittore onesto: nel suo libro non mancano colpi di scena ma non troverete furbate: le furbate sono un pessimo investimento per chi scrive. Cos’altro aggiungere: leggete “La casa sul promontorio” e fate un salto nella bella Ortona, il (vero) paese di De Marco.
Questa storia inizia una notte di ottobre del 1968. Daniel ha quattordici anni. Lui e il padre sono seduti nella vecchia Buick di famiglia, fermi sul ponte che attraversa il Moon Like, il bacino artificiale che ha sepolto la città di Long Lincoln dopo essere stata evacuata e spostata oltre la diga. Sono attimi carichi di tensione. Il padre di Daniel ha perso tutto: la moglie, il lavoro e di lì a poco verranno a pignorargli la casa. L’uomo è a un passo dal baratro; decide di trascinarci dentro anche il figlio. La scena della Buick che si lancia nel lago è al termine dell’incipit: l’auto precipita, comincia il racconto.
L’uscita in Italia di “Moon Like” – edito da Einaudi con la traduzione di Luca Briasco – era stata preceduta da un coro di giudizi unanimi che per mesi aveva occupato riviste specializzate, blog, social: il miglior Lansdale degli ultimi anni, era questa la voce che circolava con insistenza tra addetti ai lavori e lettori forti. Il romanzo si colloca negli spazi preferiti dal padre di Hap e Leonard, quelli a lui più congeniali: la storia di formazione, il Texas orientale, i pregiudizi razziali, il rapporto padre figlio, l’amore precario, il segreto. Tutti i tòpoi della narrativa lansdaliana in “Moon Lake” li ritroviamo nella giusta armonia, perfettamente dosati e, rispetto ai romanzi più recenti, direi migliorati.
Dopo essere stato salvato da una ragazza di colore (Ronnie Candles), Daniel deve piano piano costruirsi una nuova vita. Nella seconda parte, dieci anni dopo, il protagonista compare nei panni di uno scrittore esordiente e di giornalista alle prese con due questioni molto delicate: la vera causa della scomparsa della madre, e gli affari sporchi dei politici locali che hanno piegato la città ai loro interessi.
Daniel capisce di essere in pericolo e che la sua presenza lì, a Long Lincoln, è poco gradita. La lotta per non lasciarsi intimidire e “affogare” di nuovo nel Moon Lake sarà serrata e non priva di colpi di scena.
Facile accostare questo romanzo ad altri due vecchi capolavori di Lansdale: “La sottile linea scura” e “In fondo alla palude” – aggiungerei “Acqua buia” – le atmosfere dark e gli ingredienti che ho citato prima sono bene o male gli stessi; ma gli archetipi di questo mood letterario, sempre sottostimato nei circuiti altolocati di Pulitzer e National Book Award, restano decisamente Mark Twain e Harper Lee.