I DIFETTI FONDAMENTALI – Luca Ricci

Penso che il destino di un libro sia legato anche al suo titolo. I titoli sono importanti. “Pastorale americana” sarebbe diventato il romanzo cult che conosciamo se Roth lo avesse intitolato “Le disavventure della famiglia Levov” o che so “La figlia ribelle”? Non credo. Luca Ricci deve averlo capito: titoli come “L’amore ed altre forme d’odio”, “La persecuzione del rigorista”, “Gli invernali”, “Trascurate Milano”, sono una subdola istigazione all’acquisto. Non fa eccezione “I difetti fondamentali” – uscito la prima volta nel 2017 e ora ripubblicato da Bur con l’aggiunta di un racconto inedito – l’opera che ha aperto il varco alla popolarità dell’autore pisano, consacratosi pochi mesi più tardi con il romanzo d’esordio “Gli autunnali”.

“I Difetti fondamentali” è una raccolta di quattordici storie – oggi quindici – di scrittori, raccontate partendo dai difetti, perché il più delle volte sono proprio quelli a delineare la personalità di chi scrive. I protagonisti ci appaiono come dei disadattati, degli alieni incompresi, uomini e donne confusi, alle prese con una quotidianità nella quale non sembrano trovare posto né considerazione. Prendete uno scrittore. Cosa fa? Qual è il suo ruolo? Ricci si interroga sul senso di una vita spesa a scrivere ore ed ore, giorno dopo giorno, e su quale sia la migliore collocazione anche fisica per un romanziere: l’isolamento allontana dalla realtà, ma stando in mezzo agli altri si rischia di sconfinare nel documentarismo, si riducono gli spazi dell’immaginazione, la fiction perde quota. Soprattutto, è ancora utile studiare Lettere in un Paese che non investe più un euro nella cultura e che non legge? Ezio, uno dei personaggi de “Il velleitario”, suggerisce al suo giovane amico di lasciare gli studi; i grandi scrittori, gli dice, traggono esperienza dalla strada, si sporcano le mani con lavori umili. Lui fa il barista, e forse il romanzo che ha sempre sognato, immaginato, prima o poi riuscirà a finirlo. Ma vivere alla sua maniera non è forse già come averlo scritto? Le storie di Ricci sono uguali e diverse, spesso hanno come sfondo una Roma sonnolenta, distratta, la città decadente dei premi letterari e delle terrazze radical chic che abbiamo visto nel film di Sorrentino, La grande bellezza. La città eterna perché eternamente sospesa in un tempo indefinito ed indefinibile, tra eccitazione e delusione, desiderio e disincanto.

“I difetti fondamentali” è un atto d’amore, il generoso tributo a un mestiere che somiglia a un sogno e che regala sogni, un libro amaro e commovente che evoca le atmosfere di grandi autori del passato: Buzzati, Flaiano, Moravia, Tommaso Landolfi. Ricci è bravo a coniugare l’alto con il basso, la tradizione del Novecento con la modernità. La scrittura è misurata, minimalista quanto basta, ironica, raffinata ma mai esibita “L’arte del racconto al suo meglio”.

Angelo Cennamo

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CHRONIC CITY – Jonathan Lethem

La combriccola di Perkus Tooth. Si sarebbe potuto intitolare anche così questo romanzo di Jonathan Lethem, il miglior Lethem, lo scrittore destinato in quello stesso tempo ad ereditare da David Foster Wallace la cattedra di scrittura creativa all’università di Pomona, in California. Ultimi fuochi di un postmodernismo ancora vivo e vegeto, diremmo, insieme a “Il tempo è un bastardo” di Jennifer Egan – premio Pulitzer – uscito l’anno dopo, nel 2010; libro sul quale, a detta di qualcuno, sarebbero comparsi definitivamente i titoli di coda di questo genere letterario (non se la prendano Ben Lerner e Joshua Cohen, figli di una generazione che ha raschiato il barile dei vari Pynchon, Barthelme e DeLillo). 

Mentre scrivo, “Chronic city” lo si può acquistare su Ibs o Amazon a poco meno di quattro euro. Sic transit? Non so. Potrebbe anche essere il segnale di un gusto letterario che comincia a prendere le distanze da “certa roba difficile” – ammesso che quella distanza, in Italia almeno, sia mai stata più breve – per sostituirla con letture meno complicate e lineari. 

Ma rimaniamo sul pezzo. “Chronic city” è la storia/non storia/ di un gruppo di amici newyorchesi tra i quali spiccano le figure di Perkus Tooth – un critico rock, strabico e mezzo matto, dipendente dal caffè e da una droga leggera chiamata per l’appunto “Chronic”, spacciatagli da un certo Foster Watt – e Chase Insteadman, ex star della televisione, oggi famoso per essere il fidanzato di un’astronauta bloccata nello spazio. Chase è la voce narrante del libro, le cui quattrocentocinquanta e passa pagine, più che il racconto di una vicenda reale,  sembrano una gigantesca allucinazione fatta di vasi ipnotici da comprare all’asta, cene e party mondani, tigri in giro per la città a seminare terrore, tradimenti come quello dello stesso Chase con la ghostwriter Oona Laszlo. 

Perché “Chronic city” è un romanzo interessante – perché “Chronic city” È un romanzo interessante. Lo è perché Lethem ha l’abilità di costruire un mondo alieno e di tirarci dentro. “Troppi Jonathan nella letteratura” scrive il Franzen di “Purity”, eppure nessuno è bravo come Lethem a raccontarci, a mostrarci New York (“Brooklyn senza madre”, “La fortezza della solitudine”, “I giardini dei dissidenti” sono dei meravigliosi affreschi – che brutta parola – di New York City). La Manhattan distopica, borghese, decadente e drogata, di “Chronic city” non fa eccezione. La non-storia di Lethem è una sequenza di situazioni paradossali e deliranti che trovano nell’ossessione per il consumismo, nella dipendenza e la solitudine, delle solide linee guida. A catalizzare l’attenzione del lettore è soprattutto Perkus, personaggio a metà strada tra il Don Chisciotte di Cervantes e lo Zarathustra di Nietzsche. È intorno a lui che ruota la folle giostra di Lethem. Libro geniale.

Angelo Cennamo

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DI LÀ DAL TRAMONTO – Stewart O’Nan

Malato di tubercolosi e strozzato dai debiti, sul letto di casa sua Francis Scott Fitzgerald detta l’ultimo romanzo alla segretaria Frances. Non farà in tempo a finirlo. Leggendo di lui mi è tornato in mente il Fante di “Sogni di Bunker Hill”. Storie diverse, certo, ma che nel cinema e nella malattia – più tragico il declino di Fante – sembrano sfiorarsi, e implodere nella malinconia. 

Polvere di stelle quella di Fitzgerald, sul tetto del mondo vent’anni prima con “Il Grande Gatsby”, rintronato dall’alcol e distratto dall’infelicità alla soglia dei quaranta.

Negli stessi giorni in cui riporta in libreria “L’amore dell’ultimo milionario” (“The last tycoon”) Minimumfax fa uscire un secondo romanzo, gemello di quello di Fitzgerald, scritto però da un autore americano contemporaneo qui in Italia semisconosciuto (Stewart O’Nan). “Di là dal tramonto”, questo il titolo, racconta proprio l’ultimo pezzo di strada di Fitzgerald, il suo capolinea.

Chi si aspetta una biografia riadattata scoprirà un vero romanzo, scritto meravigliosamente, nel quale i corpi, i pensieri e le azioni di Scott, Zelda e Scottie acquistano vita propria, separandosi dalla verità ma rimanendone anche fedeli. 

Nel tempo della rivoluzione dal muto al sonoro, l’industria del cinema ha bisogno di sceneggiatori: per Fitzgerald è una boccata d’ossigeno dopo gli ultimi insuccessi e i costosi ricoveri della moglie Zelda. O’Nan muove la storia su tre piani: Hollywood, le dinamiche familiari, la relazione sentimentale tra lo scrittore e la giornalista Sheila Graham. Fino alla fine, Fitzgerald rimane in bilico tra la moglie e l’amante, donne lontane, lontanissime anche nello spazio: sulla costa atlantica Zelda, in California Sheila. Sorprende come O’Nan riesca a tenere sul binario della narrativa, la migliore possibile, una storia che per ovvie ragioni sarebbe destinata a deflagrare nel documentarismo. Il racconto è equilibrato in tutti i suoi aspetti; evocativo sì, ma senza sconfinare nell’agiografia; denso di avvenimenti: storici, cinematografici (tante le star citate che interagiscono con il protagonista), sentimentali. O’Nan è bravo a tenersi fuori dalla storia, a non farsi prendere cioè dall’istinto interpretazionista. Di cosa parliamo quando parliamo di “Di là dal tramonto”? Della vita di uno dei più grandi scrittori americani di sempre. Ma anche, soprattutto direi, di una straordinaria opera di fiction.

Angelo Cennamo

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L’AMORE DELL’ULTIMO MILIONARIO – Francis Scott Fitzgerald

Alla soglia dei quarant’anni, poco prima che morisse, fiaccato nel fisico e da una gravosa esposizione debitoria, del Francis Scott Fitzgerald che nel ’25 aveva conquistato l’America con “Il Grande Gatsby” era rimasto ben poco. 

Come altri suoi colleghi (pensate a John Fante), Fitzgerald pensò di riciclarsi come sceneggiatore nella nuova Hollywood del sonoro, affamata come non mai di scrittori disposti a migrare negli studios in cambio di compensi abbaglianti. L’esperienza alla Metro Goldwyn Mayer tuttavia non sortì gli effetti sperati: Fitzgerald e il cinema parlavano lingue troppo diverse. Nel ’38 lo scrittore originario del Minnesota iniziò allora a lavorare ad un nuovo romanzo, rimasto incompiuto e pubblicato postumo in più di una versione. Si sarebbe dovuto intitolare “The last tycoon”. Nel 1976 il libro o quel che ne rimaneva fu tradotto in un film da Elia Kazan.

Le parole con le quali Fitzgerald cerca di convincere il suo editore sulla bontà del progetto (un romanzo breve di cinquantamila parole) – riportate nell’appendice della nuova edizione italiana di minimum fax uscita con un altro bel romanzo “Di là dal tramonto” di Stewart O’Nan, che ripercorre proprio gli ultimi anni di vita di Fitzgerald – danno la misura della disperazione o quasi di un uomo che ha l’urgenza di guadagnare nuovo denaro dopo i lunghi periodi di “astinenza”.

“L’amore dell’ultimo milionario” racconta la storia di Monroe Stahr, personaggio ispirato alla figura del noto produttore Irving Thalberg. La voce narrante è di Cecelia Brady, la figlia ventenne del rivale di Stahr, perdutamente innamorata del protagonista, il quale però non ha occhi che per l’irlandese Kathleen Moore, il personaggio forse più affascinante e riuscito del romanzo. Kathleen è una donna enigmatica; per molte pagine prova a respingere il corteggiamento serrato di Stahr; le ragioni della misteriosa resistenza sarà lei stessa a spiegarle in una lettera.

L’amore al centro, dunque, ma c’è un secondo tema, ineludibile: Hollywood, le sue tentazioni, l’industria del cinema. I dialoghi tra Stahr e lo scrittore inglese George Boxley, reclutato come sceneggiatore, ci dicono molto del disagio vissuto dallo stesso Fitzgerald alla Metro Goldwyn Mayer: lui, il grande romanziere, costretto a lavorare in squadra con degli scribacchini  semianalfabeti, pennivendoli con “un vocabolario che non supera cento parole”. È importante leggere i frammenti lasciati da Fitzgerald, divisi in episodi numerati, con le pagine in appendice, che di fatto ne completano il senso e la trama, rimasta per ovvie ragioni lacunosa e a tratti disarticolata. 

“L’amore dell’ultimo milionario” è soprattutto il ritratto fedele di un tempo (l’America del post Wall Street Crash), di un mondo (la rivoluzione del cinema che da muto inizia a parlare), di un autore caduto nella polvere e a un passo dalla fine. Bello, malinconico, istruttivo. 

Angelo Cennamo

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AMATISSIMI – Cara Wall

Cosa tiene insieme Charles Barrett e sua moglie Lily è un bell’argomento, il più interessante forse di questa lunga storia che ha inizio nel Mississippi e nel Massachusetts degli anni Cinquanta per concludersi nella New York dei movimenti studenteschi e delle proteste pacifiste. Charles è il rampollo di una famiglia alto borghese, inizialmente destinato a studi storici ad Harvard, come il padre. Lily ha perso entrambi i genitori a quindici anni in un incidente d’auto. L’incontro tra i due è plasmato da un’insospettata evidenza: Charles ha “incontrato” Dio; ora vuole studiare teologia e diventare ministro di culto. Lily è atea. Il corteggiamento di Charles è discreto ma serrato, una goccia che scava la roccia. Nel cuore di Lily non c’è posto per l’amore, soprattutto per l’amore di Dio, ma un giorno Charles arriverà a sposarla. La storia di Charles e di Lily, donna arida di sentimenti e senza speranza, incrocia quella di James MacNally e di Nan. James è poverissimo; come Charles si iscrive a teologia per diventare anche lui ministro di culto. Ma fate attenzione: James non crede in Dio. Perlomeno, non alla maniera di Charles. I suoi dubbi sembrano andare d’accordo con le solide convinzioni di Nan, ragazza devota e a sua volta figlia di un pastore del profondo sud. 

Nella seconda parte della storia, le due coppie le ritroviamo nel centro di New York: Charles e James – entrambi – vengono assunti dalla Terza Chiesa Presbiteriana in un momento che è delicatissimo anche per le trasformazioni sociali con le quali il mondo religioso deve fare i conti. Charles e James hanno stili diversi nella loro missione di cambiamento, e per quanto la Chiesa Presbiteriana si professi apolitica, tra mille diffidenze, il piglio movimentista e pragmatico di James e l’approccio più ortodosso, astratto, di Charles sembrano completarsi a vicenda. La diversità dei due ministri si riflette soprattutto nella condotta delle rispettive mogli. Fin da subito, infatti, le due coppie ci appaiono asimmetriche: è come se Nan e Lily avessero sposato il ministro sbagliato. Ma le prove più difficili, quelle che testeranno la solidità dell’amicizia tra i quattro e la tenuta dei loro matrimoni, arriveranno nel finale. Sentite le parole di Charles in una delle scene salienti “Esistono tre tipi di prove nella vita…quelle inviate da Dio…che portano quasi sempre alla saggezza, perciò vale la pena affrontarle. Poi ci sono quelle che vi imponente voi stessi, e che bisognerebbe abbandonare sul nascere…E infine, ci sono le prove che noi creiamo l’uno per l’altro…e che sono più complicate, perché è impossibile sapere quale mano sia alla guida”.

“Amatissimi” è il romanzo d’esordio di Cara Wall, scrittrice newyorchese, fresca di laurea all’Iowa Writer’s Workshop, la più quotata scuola di scrittura degli Stati Uniti – e si vede – la stessa che negli ultimi anni ha sfornato talenti come Nickolas Butler e Stephen Markley (l’autore di “Ohio”). Cara Wall non è da meno, e la vivacità della sua prosa dissipa ogni dubbio sulla presunta “serialità del prodotto” che a volte viene tirata in ballo per mettere in discussione certe scuole. “Amatissimi” è un romanzo sulla continua ricerca della fede in Dio e negli uomini. Una tempestosa storia d’amore e di amicizia che in alcuni passaggi può ricordare “Crossroads” di Jonathan Franzen. Libri che ci lasciano con tante domande. I libri migliori. 

Angelo Cennamo

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LA LINGUA PERDUTA DELLE GRU – David Leavitt

Che ne sarà stato di Owen Benjamin dopo averlo lasciato a pagina 364 raggomitolato come una palla sul pavimento della cucina di suo figlio Philip, ce lo siamo chiesto in tanti. 

Nel 1986 David Leavitt è una specie di enfant prodige della letteratura nordamericana: due anni prima, poco più che ventenne, aveva esordito con una raccolta di racconti intitolata “Ballo di famiglia”. Il tema centrale delle storie è praticamente lo stesso delle opere che seguiranno (l’omosessualità), a cominciare proprio da “La lingua perduta delle gru”, il più noto dei romanzi di Leavitt, che da qualche settimana Sem ha riportato in libreria con una nuova traduzione di Fabio Cremonesi. Il quasi debutto di Leavitt si inserisce forse nel decennio più prolifico di esordi memorabili della narrativa a stelle e strisce: Auster, McInerney, Ellis, Foster Wallace, Franzen, Chabon… 

La vicenda si svolge a New York, grosso modo tra la Second Avenue e Central Park. Più che alla metropoli sfavillante di “American Psycho” o a quella grigia e ferrosa di “Underworld”, la città che Leavitt usa da sfondo per il suo racconto ha un non so che di rassicurante e al tempo stesso di sobrio. L’appartamento dove abitano da oltre vent’anni Owen e Rose è stato messo in vendita; il probabile trasloco della coppia diventa la metafora di un cambiamento più grande che sta per abbattersi su ognuno dei componenti della famiglia. Philip, l’unico figlio dei due, decide di rivelare ai genitori la propria omosessualità. Sul chi deve confessare cosa e a chi, Leavitt imbastisce una trama piena di spunti e di sfumature emotive che sorprendono in quanto a precocità e talento, nella quale sono proprio i coniugi Benjamin a ritagliarsi i ruoli più interessanti del romanzo. 

Tutte le domeniche pomeriggio Owen saluta Rose ed esce di casa per andare  non si sa dove. Quell’assenza ingiustificata e insindacabile fa parte di un patto: negarsi la verità a vicenda. Quella tra Owen e Rose è dunque la simulazione di un matrimonio felice. Tra silenzi e trasgressioni reciproche, tutto sembra filare liscio fino a quando l’outing di Philip non infrange definitivamente quel patto di inquieto vivere. 

L’altro pezzo della storia è il racconto, sempre in terza persona, della vita adulta di Philip lontano dal suo nucleo familiare: le amicizie (l’incontro con Jerene, la studentessa lesbica la cui storia sembra specchiarsi in quella del protagonista), il sesso, gli amori, e nel finale il rinnovato rapporto con il padre, improvvisamente autentico, senza imposture. La verità ci renderà liberi: in quella tribolata notte newyorchese, Philip e Owen finalmente lo sono. 

Angelo Cennamo

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VERSO IL PARADISO – Hanya Yanagihara

Quando di un romanzo si dice che è ambizioso, si dovrebbe spiegare se l’ambizione in questione abbia o meno prodotto dei risultati o tradito le aspettative. “Verso il paradiso” (di Hanya Yanagihara – edito da Feltrinelli con la traduzione di Francesco Pacifico) è un libro lunghissimo, circa ottocento pagine; forse basterebbe questo a renderlo ambizioso: convincere i lettori ad acquistarlo. Le tre storie che lo compongono – almeno tre, perché poco alla volta la narrazione si dilata/sfibra così tanto da contenerne altre dieci – si toccano sì e no in un paio di punti: i nomi dei protagonisti (gli stessi), e un luogo molto chic di New York (Washington Square) intorno al quale gravitano alcune delle situazioni raccontate.

“Verso il paradiso” è romanzo ucronico: l’autrice cioè ha riscritto la storia secondo schemi e paradigmi alternativi rispetto alla realtà. E si sviluppa in tre epoche diverse: il 1893, il 1993, il 2093. 

Tre le storie, tre le epoche, quattro i temi affrontati: amore omosessuale, identità, libertà, malattia. 

La prima sezione, per chi scrive la più interessante, sembra rubata alla grande letteratura russa dell’Ottocento: il rampollo di una ricca famiglia newyorchese si rifiuta di sposare un uomo molto più anziano di lui e fugge dalle grinfie del nonno padrone con uno spiantato di dubbia moralità. 

Nella seconda storia, sotto la cappa dell’AIDS, un giovane assistente si lega al socio più adulto dello studio legale dove lavora. Tra le pieghe del racconto l’autrice lascia un’impronta autobiografica: il giovane innamorato è di origini hawaiane.

La terza parte, la più corposa per numero di pagine, ci proietta in una New York del futuro, flagellata dalla dittatura e da una misteriosa epidemia che somiglia molto alla pandemia di questi anni (Yanagihara riferisce che ha iniziato a scrivere il romanzo nel 2016, prima quindi che si scoprisse l’esistenza del covid-19. Ha iniziato, dice lei, ma quando ha finito?). 

Insomma, avrete capito che “Verso il paradiso” non è un romanzo come tanti altri, e più che le trame, non proprio irresistibili – in alcuni passaggi noiosissime, in altri più vivaci – sono il senso e la struttura (bella l’idea degli universi paralleli in cui sembrano muoversi i protagonisti) a fare la differenza; la collocazione spazio-nonspazio-temporale-atemporale di tutta la narrazione. Interessanti anche i richiami a Orwell (soprattutto nella terza parte), e a Dante (le tre sezioni ci appaiono come l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso della Divina Commedia). 

La scrittura di Hanya Yanagihara è scorrevole e luminosa, ma la terza storia avrebbe richiesto un cambio di voce e di registro: non si può raccontare il futuro con la stessa prosa della precedente vicenda ottocentesca. “Non è un grande romanzo ma è un romanzo molto americano” ha scritto Claudia Durastanti. Cosa resta? L’ambizione, quella sì. E un pizzico di delusione.  

Angelo Cennamo

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CORPI MINORI – Jonathan Bazzi

Dopo l’esordio clamoroso con “Febbre”, nel 2019, aveva davanti a sé due possibilità: continuare a raccontare se stesso o scrivere un’altra storia. Jonathan Bazzi ha optato per la prima, forse quella a lui più congeniale, ma anche la più rischiosa: se decidi di dare in pasto la tua vita ai lettori, senza filtri, abbellimenti, rivisitazioni (Karl Knausgard, Emmanuel Carrère, Annie Ernaux, Giuseppe Berto, William Burroughs, John Fante con Arturo Bandini…) devi chiederti per prima cosa se gli altri staranno ad ascoltarti. Bazzi deve aver calcolato così bene il rischio da rendere trasparenti perfino le ragioni della sua scelta: “Esistono tipi di scrittori diversi, ci sono i grandi inventori di trame e personaggi e poi quelli troppo fedeli ai nomi e ai volti, troppo incarnati. A me, secondo tipo o figlio del mio tempo, interessa raccontare la realtà ulteriore che talvolta ammanta quella che vedono tutti… Ciò che mi accade non accade davvero a me, non mi è davvero accaduto, mi si dà già come un fatto esterno, un esproprio, tutti noi spettatori della nostra stessa vita…Io non sono tutti questi fatti …Io sono quel punto neutro, inqualificato che osserva…” [a pagina 282 di “Corpi minori”, il nuovo libro, uscito in questi giorni con Mondadori]. 

Dunque per Bazzi la distinzione tra romanzo e autobiografia è superata, “oltremodo sopravvalutata”; Bazzi vede la propria vita come rappresentazione della realtà; è un’idea condivisa da tutti quelli che la letteratura la amano così tanto da sovrapporre i due piani: la verità e il suo racconto.

Ora resta da capire se la vita di Jonathan Bazzi valga o meno la pena di essere raccontata. 

“Corpi minori” è un romanzo (?) dicotomico, giocato sulla binarietà: periferia/centro, povertà/ricchezza, accettazione/pregiudizio, sesso/amore, interiorità/mondo esterno. “Febbre” è il resoconto di una scoperta: la sindrome dell’HIV; “Corpi minori” il suo corollario. La storia riparte da Rozzano (Rozzangeles) ma proietta il giovane io narrante tra le strade di Milano, le stesse che danno il titolo ai paragrafi del libro. Quello di Jonathan è un corpo nudo, ne vediamo i lividi, i muscoli levigati da ore e ore di yoga, i segni degli amori – di una notte o di un anno – che si susseguono tra una lezione universitaria e l’altra. Ne ascoltiamo il respiro. È un corpo minore perché soccombe alla violenza, all’indifferenza, all’amore. Il vialone che separa Rozzano da Milano è la distanza tra l’angoscia e il sogno; via Missaglia è come lo stradone che percorrono Lila e Lenù nel romanzo di Elena Ferrante quando escono dal rione Luzzatti per conquistare Napoli. La vita di Jonathan Bazzi è speciale nella misura in cui ci appare uguale e unica rispetto a quella di tanti altri che non hanno le parole e la voce di Bazzi per poterla raccontare.

Angelo Cennamo

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IL CIARLATANO – Isaac Bashevis Singer

In origine, tra il dicembre del 1967 e il maggio del 1968, apparve a puntate sul “Forverts”, il quotidiano yiddish di New York. Tutti i personaggi di Singer sono perennemente sospesi tra la Polonia e l’America – la terra promessa di chi è sfuggito alla furia nazista di Hitler – divisi tra il sacro e il profano: cosa vuol dire essere ebrei in quel nuovo mondo secolarizzato e affamato di denaro?

“Appena arrivati dicevano tutti la stessa cosa: l’America non fa per me. Ma poi, a poco a poco, si sistemavano, e non peggio che a Varsavia”. 

Hertz Minsker fa eccezione. Colto ma senza titoli di studio, Hertz campa alle spalle degli amici più facoltosi e delle donne che seduce con le sue vaghe teorie sulla felicità; da quarant’anni dice di lavorare a un romanzo, “un capolavoro che avrebbe stupito il mondo”. Hertz Minsker è un ciarlatano.

Sentite come ce lo descrive Singer: “Era alto e magro, di carnagione chiara. Intorno alla pelata aveva lunghi capelli castani. Tutto in lui era affilato: il cranio, il naso, il mento, il collo”. 

Il secondo protagonista maschile del romanzo è Morris Kalisher, di tutt’altra pasta rispetto allo stralunato e lussurioso amico d’infanzia Hertz. Ricco immobiliarista, pragmatico, con un gran fiuto per gli affari, Morris è sposato con Minna, donna senza scrupoli, infedele, una poetessa senza talento e incapace di parlare l’inglese. “Datti da fare come tutti gli ebrei, non perdere tempo con Freud” dice Morris al suo amico più erudito, ma Hertz fatica ad ambientarsi, si annoia, in quella “terra senza illusioni” preferisce bivaccare davanti ai bar e trastullarsi con le sue amanti, nonostante Bronia, la quarta moglie che per lui ha lasciato un precedente marito e due figli. Che canaglia! Hertz ne è consapevole.

La svolta shakespiriana, a metà libro, imprime un’accelerazione alla storia, che da commedia diventa farsa, da farsa tragedia. Il crollo di Morris. La lunga scia di contaminazioni col profano ha prodotto solo guasti. L’uomo d’affari, doppiamente umiliato, riflette e decide: tornerà ad essere ebreo. Ne “La controvita” di Philip Roth, Henry Zuckerman, dopo aver tradito la moglie ed essere sopravvissuto a un delicato intervento chirurgico, abbandona tutto e fugge in Israele per ritrovare le radici della sua fede. Come nella letteratura di Singer, anche nei romanzi di Philip Roth ci capita di incontrare ebrei poco ortodossi corrotti dal materialismo, dalla tentazione della carne. 

Il dialogo tra Hertz e Morris, da pagina 92 a pagina 94, è una delle scene migliori del libro, un inconsapevole redde rationem fatto di equivoci e sospetti che spalanca la porta al più classico dramma della gelosia. La tensione cresce, anche l’interazione tra i personaggi prende un ritmo più frenetico. Manca poco alla fine, ma le storie di Hertz, Bronia, Morris e Minna sono ancora lì tutte da scrivere. 

Angelo Cennamo

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VINELAND – Thomas Pynchon

È il quarto romanzo di Thomas Pynchon – “Un lento apprendistato” è una raccolta di racconti – scrittore invisibile al mondo dei lettori ma anche in tante librerie: se vi va bene, di lui troverete al massimo “L’arcobaleno della gravità”, opera pubblicata un ventennio prima di questa e di ben altro spessore e difficoltà. 

Ho voluto rileggere “Vineland” per non sottrarmi a quel richiamo periodico che lo scaffale del mio studio mi lancia tutte le volte che mi vede in preda all’avvilimento, impantanato nella mediocrità del presente (non ve l’ho detto ma il mio scaffale ha dei misteriosi poteri sensoriali).

Vineland è il nome di una cittadina immaginaria del Nord della California. Un microcosmo abitato da nostalgici, disadattati, visionari come Zoyd Wheeler – Wheeler è anche il cognome dei coniugi protagonisti di “Revolutionary road” di Richard Yates. Chi è questo Zoyd? Un ex hippy che campa grazie all’assegno di invalidità mentale che gli viene corrisposto per delle strane performance seguite da radio, televisioni e da folle di curiosi: una volta all’anno Zoyd si lancia a peso morto contro le vetrine di bar e ristoranti della zona. Zoyd Wheeler vive in una roulotte con la figlia adolescente Prairie: Frenesi, la moglie, un’ex cineasta, lo ha lasciato, facendo perdere ogni traccia di sé. A chi mi legge concedo solo questi pochi elementi della trama-non-trama che in verità è molto più ampia e ricca di eventi e personaggi di quanto si possa immaginare. Il fatto è che ricostruire l’intera storia-storie sarebbe perfino più faticoso che leggerla-leggerle: ho ripreso il romanzo dallo scaffale anche per comprendere alcune sue parti più oscure, diradare le ultime nebbie, ma per quanto “Vineland” venga annoverato tra i libri più facili di Pynchon, solo Thomas Pynchon sarebbe in grado di capire fino in fondo Thomas Pynchon. E allora vi basti seguire il senso più che la trama del libro: una gigantesca allegoria, una lunga sequenza di metafore, un’analisi critica molto critica degli anni ’80 e delle politiche neoliberiste di Ronald Reagan? Direi proprio di sì. “Vineland” è tutto questo e anche di più: un romanzo comico e folle, colorato, labirintico, massimalistico, perfino noioso. Perché compriamo i libri di Pynchon anche se di Pynchon capiamo poco? Perché Pynchon ci insegna a leggere. 

Angelo Cennamo

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