UN UOMO SOLO – Antonio Iovane

Da qualche anno Antonio Iovane, giornalista d’inchiesta oltre che scrittore, sta ricostruendo un pezzo importante della nostra storia recente. Con “Il brigatista” (2019) e “La seduta spiritica” (2021), pubblicati con Minimumfax, Iovane ha raccontato gli Anni di Piombo e la vicenda Moro ricorrendo a una lingua diversa – nel 1973 Tom Wolfe coniò l’espressione “New jurnalism”, ricordate? – introducendo nuovo materiale, dettagli, e offrendo spunti di riflessione a chi quei fatti non li ha conosciuti per ragioni anagrafiche o li ha semplicemente dimenticati, rimossi dalla memoria. “Un uomo solo” si inserisce in questo percorso ricognitivo-divulgativo diventato ormai un brand letterario. Stavolta però Iovane fa un passo indietro per condurci sulla riviera ligure: Sanremo, 26 gennaio 1967. L’uomo solo è Luigi Tenco.

In poco più di cento pagine – agili, veloci anche nella punteggiatura, con le fasi salienti della storia che si susseguono in lunghi periodi senza punti – Iovane ricostruisce le ultime ore del cantante: lui, Dalida, il festival, e quella “Ciao amore, ciao” che forse avrebbe meritato maggiore fortuna. Quando fu ritrovato senza vita nella camera 219 dell’hotel Savoy, Tenco non aveva neppure trent’anni. Un colpo di pistola gli aveva spappolato il cervello. Suicidio? Iovane non apre nuovi file, si limita a riportare i fatti senza omettere nulla. Ma lo scoop non è solo nella precisione del racconto: Iovane dà voce ai protagonisti inserendoli in una trama noir. “Un uomo solo” è una storia di inquietudini più che di canzoni, e Luigi Tenco un giovane animato da propositi più grandi di lui per essere un semplice cantautore alla ricerca di una ribalta nazionalpopolare. Molti di voi faticheranno a comprendere le ragioni del gesto di Tenco, specialmente in un contesto ludico e festoso come quello di Sanremo; fu solo la sbandata di un disadattato, il cedimento di una mente debole? – così lo liquidarono molti suoi colleghi e organizzatori del festival. No. Tenco si uccise in un tempo difficile, di transizione, trascinato da un clima che di lì a poco sarebbe diventato irrespirabile; Mina e Battisti non emularono Tenco, ma le loro “fughe” dai riflettori ebbero a che vedere anche con quel clima. Tenco mal sopportava la leggerezza della canzonetta disimpegnata, e il biglietto lasciato prima dello sparo ce lo ha confermato. Tenco era un paranoico? Un fanatico fuori contesto? Una sola cosa è certa: l’edizione di quel festival non fu sospesa per lutto. 

Angelo Cennamo

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IL SERPENTE MAIUSCOLO – Pierre Lemaitre

Pierre Lemaitre chiude col noir pubblicando il suo primo noir, scritto negli anni Ottanta e rimasto chiuso in un cassetto per qualche strana ragione spiegata dallo stesso autore nell’introduzione del romanzo. “Il serpente maiuscolo” è arrivato in libreria senza nessun’altra operazione di editing o cosmesi, difetti e imperfezioni compresi. È una storia a metà tra il Giallo e il Pulp, divertente anche per la trama surreale che Lemaitre ha costruito intorno alla figura della protagonista: Mathilde Perrin. Mathilde è una sessantenne tarchiata, vedova; ha una figlia sposata con un idiota, per di più americano, e vive in una villa fuori Parigi con un cucciolo di Dalmata. Quello che più conta, però, è che Mathilde è stata un’eroina della Resistenza francese. Non è un dettaglio, è l’antefatto dal quale si dipana tutta la storia e che fa di questa anziana signora, un po’ burbera, una micidiale serial killer. Attenzione: l’identità criminale della signora Perrin la scopriamo fin dalle prime pagine, non è un mistero. Ecco il ribaltamento: l’assassino di Lemaitre lo conosciamo già a pagina venti. 

Protagonista numero due. René Vassiliev è l’ispettore di polizia che indaga sulle vittime di Mathilde. Vassiliev è un tipo taciturno, goffo, forse poco portato per il mestiere che fa; uno spilungone di due metri, magro, inappetente. Vassiliev prende ordini dal commissario Occhipinti e nel tempo libero flirta con l’infermiera del patrigno. Poverina!

Protagonista numero tre. Henri. È il personaggio più oscuro del romanzo, l’uomo dietro le quinte, la mente, il committente delle missioni omicide della signora Perrin. In alcuni passaggi del libro abbiamo la sensazione che non esista, che sia un’invenzione di quella pazza che va in giro ad ammazzare sconosciuti senza un chiaro criterio selettivo. Eppure Mathilde non fa che evocarlo, dichiarare ai lettori la simpatia, diciamo pure l’amore che non ha smesso di provare per il “Comandante” dai tempi della Resistenza, e a giustificarsi per qualche errore di troppo commesso nel suo macabro gioco di delitti.

Speriamo che Lemaitre ci ripensi: il noir ha ancora bisogno di lui.

Angelo Cennamo

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COME DIVENTARE SE STESSI (David Foster Wallace si racconta) – David Lipsky

In Italia di David Lipsky, giornalista e scrittore newyorchese, si sa ben poco. Nel 1996, all’indomani dell’uscita di “Infinite jest”, “Rolling Stone” chiese a Lipsky di seguire David Foster Wallace nel tour promozionale del libro: cinque giorni di viaggi in macchina, in aereo, hotel, tavole calde, reading, lezioni, soprattutto confessioni, maturate in un clima di intimità, amicizia, improvvisa empatia. La lunga intervista registrata su nastro diventerà prima un libro, questo, poi un film “The end of the tour”. Nel 1996 Wallace è lo scrittore americano più celebrato, e la popolarità del suo romanzo di oltre mille pagine – almeno quattrocento furono tagliate dall’editor Michael Pietsch – si riverbera in ogni angolo del paese. È un clamore che si autogenera e amplifica anche tra chi il romanzo non lo ha letto ma ne parla lo stesso (molti). Wallace si confida, racconta paure, debolezze, nevrosi, ma anche la convinzione di aver fatto un buon lavoro: se “La scopa del sistema – il primo romanzo scritto ancora tra i banchi universitari – sostanzialmente fa un po’ cacare…l’ho scritto molto velocemente, riscritto senza troppa attenzione…di Infinite jest ne sono fiero”. È la prima volta che un libro di Wallace supera le cinquecento pagine. Come si spiega il successo di un romanzo così lungo e di difficile lettura?  “Uno non legge un libro di mille pagine perché ha sentito dire che il suo autore è un tipo simpatico. Lo legge perché gli hanno fatto capire che l’autore è geniale”. Nonostante la fragilità e le tante insicurezze, Wallace dunque è consapevole di essere un genio. “Infinite jest” è un libro ostico ma anche divertente, molte sue parti parlano alle terminazioni nervose dei lettori, dice. “Terminazioni nervose” è un’espressione ricorrente, l’approccio sensoriale è un aspetto essenziale, direi decisivo nella letteratura di Wallace. Quando Lipsky gli chiede come se lo immagina un suo lettore medio, l’altro David risponde con il proprio identikit: giovane, colto, nerd.
La breve vita del Wallace scrittore prima ancora del Wallace uomo, è un percorso sinuoso e accidentato fatto di alterne fortune e di rovinose cadute. Due anni dopo la “Scopa del sistema” Wallace pubblica “La ragazza dai capelli strani”; è il libro della consacrazione ma anche l’approdo a una scrittura e ad una visione percepite come un ultimo stadio. Il ricovero in un ospedale psichiatrico nel bel mezzo del master ad Harvard diventa lo spartiacque tra un prima e un dopo. Nei primi anni Novanta Wallace si dedica alla stesura del romanzo che non avrebbe mai immaginato di scrivere. Lo scrive per se stesso, senza fretta né condizionamenti di tipo commerciale “Noi scrittori sperimentali non scriviamo per i soldi. Ma non siamo mica santi. Vogliamo comunque essere letti”. Già dai primi capitoli si intuisce che l’opera è particolarmente ambiziosa, nuova, spiazzante. Wallace sonda gli amici più stretti: Jon Franzen e Mark Costello, il compagno di università con il quale ha scritto il saggio “Il rap spiegato ai bianchi”. L’anticipo pagato dall’editore è sostanzioso. Non andare in giro a raccontarlo, gli suggerisce Pietsch. 

Le confessioni di Wallace abbracciano tutta la cultura americana: dalla musica di Alanis Morissette al cinema e alla tv, dalla politica alla letteratura. Abbastanza sprezzanti sono i giudizi su John Updike. Sentite cosa dice di “American Psycho” di Bret Easton Ellis: “Secondo me l’agente e l’editore non gli hanno fatto un buon servizio anche solo a lasciarglielo pubblicare”. Il libro di Lipsky è un saggio, un reportage, o un romanzo (roadbook) su due giovani autori – uno famoso l’altro no – che si scambiano esperienze e pareri sulla vita negli Usa? Non lo so. Penso però che leggerlo sia il modo migliore per approfondire il fenomeno David Foster Wallace dopo averne conosciuto la parte esterna, esclusivamente narrativa, e invidiare Lipsky per quella opportunità che, ne siamo sicuri, se la ricorderà per il resto della sua vita.

Angelo Cennamo

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IL FRANCESE – Massimo Carlotto

Il debutto di Massimo Carlotto con Mondadori ha il significato di un approdo odisseico: il Giallo Mondadori è il poliziesco italiano per antonomasia, quale altra destinazione editoriale sarebbe stata più naturale e confacente a uno dei maestri riconosciuti del genere noir? Con “Il Francese” Carlotto si addentra in un mondo che ha già esplorato in altri libri – mi vengono in mente titoli recenti come “Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane” e “La signora del martedì” – ma qui la storia cambia. Cambiano soprattutto il punto di osservazione e lo spettro della trama, tutto sommato breve (poco più di duecento pagine) ma densa di corollari e di sfumature che del romanzo ne fanno quasi un trattato di sociologia. 

Toni Zanchetta, detto “Il Francese”, non è un magnaccia qualsiasi, un pappone come un altro. No, lui è un “macrò”, e le sue dipendenti, che non meritano l’appellativo di puttane e nemmeno di escort, le chiama “mademoiselles”. Nella “maison” – i francesismi si sprecano – ne ha dodici, una diversa dall’altra: per età, ruolo, storia, prezzo. Un ampio campionario per accontentare tutti i gusti, dalla studentessa universitaria alla milf borghese con un marito assente, dall’anoressica, buona per i palati fini dei più perversi, alla casalinga annoiata in cerca di denaro facile. Toni ci sa fare, le donne le arruola con mestiere, e loro si lasciano convincere “nel tempo di uno Spritz”. Non è esoso come gli altri protettori, si accontenta della metà, ma guai a chi sgarra. 

Serena Perin, detta Claire, uno dei pezzi pregiati della “maison” di Toni, scompare dai radar. Dov’è finita? La vicenda parte da qui. Su Toni si accendono le luci della Procura, difficile non pensare a lui. Il caso viene affidato al commissario Franca Ardizzone, un osso duro, la migliore attrice non protagonista del libro. La storia decolla nei chiaroscuri della provincia veneta, il territorio di Carlotto, il suo habitat narrativo, il Nordest dell’Alligatore e di tanti altri – Carlotto è tra i pochi giallisti che non si lascia imbrigliare dal successo facile della serialità, e il coraggio di divagare in nuovi spazi lo sta premiando. Le indagini sono serrate: quelle della polizia, certo, ma anche l’indagine condotta dall’indagato, con altri metodi, più cruenti, sicuramente illegali. Toni ora rischia di perdere tutto, non solo la libertà. 

“Il Francese” è un romanzo sul vizio e la dipendenza. Il Nordest di Carlotto è un girone dantesco popolato da disperati e disperate, uomini e donne inariditi dalla lussuria, strangolati da una povertà improvvisa, strisciante, piombata su aziende e famiglie senza preavviso. 

Uno dei temi del romanzo è la curiosità morbosa per il crimine e la sua narrazione, televisiva e sui social, che può condizionare perfino l’operato della polizia e influenzare le giurie popolari. Nessuna salvezza, nessuna redenzione. Ce la farà Toni a sopravvivere? 

Angelo Cennamo

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L’OSPITE PERFETTO – Herbert Lieberman

Herbert Lieberman, drammaturgo e scrittore del secolo scorso, appartiene a quella lunga schiera di grandi autori americani in Italia semisconosciuti. minimum fax ha iniziato a pubblicarlo qualche anno fa, a piccole dosi, iniziando da “Città di morti”. “L’ospite perfetto” è il quarto libro tradotto nella nostra lingua, il più datato: 1971. La storia è semplice, costruita intorno a tre personaggi quattro al massimo, ambientata in un fazzoletto di terra di una provincia americana. I coniugi Albert e Alice Graves si godono la pensione nella nuova casa di campagna, fuori dal mondo, in una pace assoluta: Albert ne ha bisogno per ritemprarsi dopo i due infarti che lo hanno costretto a lasciare anzitempo il lavoro; Alice, come il marito, è una donna sola, amante della natura, e dalla personalità irrisolta per non essere diventata madre. Con un pretesto, irrompe nelle loro vite il diciannovenne Richard Atlee, figura enigmatica, dall’identità ignota, foriera di cattivi presagi. Da quel giorno Richard non andrà più via dalla casa dei Graves.

La vicenda raccontata da Lieberman parte in sordina, ma pagina dopo pagina la tensione cresce: Richard, che dapprima si nasconde nell’intercapedine della cantina, al buio, tra resti di animali e oggetti trafugati, successivamente viene invitato a stare ai piani superiori. La sua presenza è benvoluta soprattutto da Alice, che in quel ragazzo dall’aria selvaggia, silenzioso e servizievole, sembra aver trovato il figlio desiderato. Ma se i Graves col tempo cominciano ad affezionarsi al loro ospite contro ogni aspettativa del lettore, l’intera comunità si mostra invece diffidente e ostile. La traccia principale del romanzo è proprio la doppia considerazione di Richard: un bravo ragazzo in cerca di protezione, per i Graves, un vagabondo pericoloso per tutti gli altri, dal Reverendo Horn – che non lo vuole più in chiesa la domenica – allo sceriffo Birge, che nella seconda parte della storia acquisterà un ruolo decisivo. In alcuni passaggi del romanzo Richard appare una vittima indifesa, in altri una specie di mostro capace di qualunque nefandezza. Cosa nasconde? Perché non riesce a stare lontano dai Graves? E perché i Graves, ad un certo punto, desiderano liberarsi di lui?

“L’ospite perfetto” è un thriller diverso dai precedenti romanzi di Lieberman pubblicati in Italia – “Città di morti”, “Il fiore del male”, “Caccia alle ombre” – per struttura e ambientazione, ma di questi ha la stessa potenza attrattiva, qualità di scrittura, snodi psicologici. È una storia di solitudine e di abbandoni, una parabola biblica sul senso della giustizia, l’amore per il prossimo, la gratitudine. 

Angelo Cennamo

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ANNIENTARE – Michel Houellebecq

Cupezza, flemma. Non abbiate timore né fretta di arrivare alla conclusione di questo magma di parole, spegnere l’abat-jour (meglio leggerlo a tarda sera, in totale silenzio) su pagina 743 e lasciare che gli ultimi pezzi (saranno soprattutto quelli a rimanervi impressi) tornino a bussare alla vostra mente. 

Di Michel Houellebecq si dice che scriva sempre lo stesso libro. Magari sempre lo stesso bel libro, se c’è da assecondare questo luogo comune, perché di luogo comune si tratta. Houellebecq non scrive mai lo stesso libro, Houellebecq racconta la vita e la morte: di quale altra sostanza è fatta la letteratura?

“Annientare” somiglia molto alla Francia di questi anni – stavo per usare la parola affresco, mi sono fermato giusto in tempo – per quanto l’autore collochi la storia tra il 2026 e il 2027, forse per tenerla distante dai condizionamenti pandemici dell’attualità. Il protagonista è un uomo di mezza età, Paul Raison, consigliere del ministro dell’Economia Bruno Juges, possibile candidato all’Eliseo. Houellebecq ha scritto un romanzo politico? Paul e Bruno non sono propriamente amici ma hanno molto in comune: competenza, etica professionale, a legarli però è soprattutto una scarsa empatia coniugale. Come Bruno, Paul è un uomo solo, separato in casa con la moglie Prudence. Occhio a Prudence: è uno dei personaggi più interessanti del libro. Donna enigmatica, inafferrabile, esageratamente vegana, sessualmente spenta, apparentemente incapace di qualunque slancio emotivo. Il matrimonio di Paul si direbbe finito, almeno nella prima parte della storia. Ma quella di Paul e Prudence non è la sola coppia del racconto. Cécile, la sorella di Paul, è sposata con Hervé, un ex notaio. I due incarnano una diversa idea di relazione (Cécile è una cattolica ortodossa dal temperamento decisamente più esuberante rispetto a quello opaco di Prudence) e di cittadinanza: Cécile e il marito simpatizzano per la destra del Rassemblement national, schieramento politico avverso a quello di Bruno Juges e di Paul. 

Lo scenario della vicenda politica è incandescente: il governo è minacciato da una serie di attacchi informatici e sul web circolano dei video compromettenti. Houellebecq gioca su più fronti, il suo realismo talvolta sconfina nella non fiction – sono i momenti meno appassionanti del libro – altre volte diverge nell’onirico (Paul sogna molto), in altre ancora nel postmoderno-filosofico. Dicevamo delle coppie del romanzo, di Paul e Prudence e di Cécile ed Hervé. Ce ne sono almeno altre due. Aurélien, fratello di Paul e di Cécile, è sposato con Indy, una giornalista arrivista e senza scrupoli, che ha scelto di essere madre ricorrendo alla fecondazione eterologa pur non avendone la necessità (l’inseminazione artificiale è uno dei temi del romanzo). L’altra è composta dal padre malato di Paul, ex funzionario dei Servizi Segreti, e dalla sua attuale compagna. Il pubblico e il privato si alternano e si mescolano nella lunga narrazione, agevolata per fortuna da paragrafi brevi. I tracciati della Francia e delle famiglie dei protagonisti sono ondivaghi, i destini sorprendenti.

Il nichilismo di Houellebecq è un marchio di fabbrica, ma stavolta assistiamo a qualcosa di diverso. L’Houellebecq di “Annientare” è più vicino allo scrittore romantico del finale di “Serotonina” che all’esistenzialista conosciuto con i libri precedenti: “Le particelle elementari”, “Piattaforma”, “La carta e il territorio”. “Annientare” è un romanzo sul prendersi cura dell’altro, un romanzo d’amore. Houellebecq è cambiato.  

Angelo Cennamo

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FULL OF LIFE – John Fante

Nick Fante, è lui il grande protagonista di “Full of life”, romanzo uscito nel 1952, il più popolare del John Fante ancora in vita. Il padre Nick – tutti i personaggi qui compaiono con i nomi veri – era partito da un paesino dell’Abruzzo, Torricella Peligna, per cercare fortuna in Colorado. È un uomo burbero, cocciuto, superstizioso, avvinazzato soprattutto. Lui e John formano una coppia sfavillante, in questo libro, molto di più ne “La confraternita dell’uva”, pubblicato nel 1977, qualche anno prima che il romanziere-sceneggiatore di Denver, ormai cieco, con entrambe le gambe amputate e prossimo alla morte, dettasse alla moglie “Sogni di Bunker Hill”.

“Full of life” è essenzialmente la storia di una gravidanza; la trama parallela, il danneggiamento del pavimento della casa dove abitano John e Joyce, è l’espediente che consente a Fante di tirare dentro Nick, il vecchio padre muratore e nonno trepidante. Le due vicende, quella della dolce attesa di Joyce e dei lavori di ristrutturazione della casa, procedono tra gag spassosissime e momenti di profonda tenerezza. Nick Fante, che in altri libri – tutti autobiografici, si chiama Svevo Bandini o Nick Molise, è un arcitaliano, una maschera, i cui tratti esasperati servono al figlio per tenere insieme le due anime del racconto, di questo e di tutti gli altri: le origini abruzzesi, la nuova vita in America.

È un bel romanzo, “Full of life”, nonostante Fante abbia confidato in una lettera di averlo scritto per soldi; una specie di prova generale del suo capolavoro della maturità (“La confraternita dell’uva”), nel quale il rapporto padre-figlio si arricchisce di nuove sfumature e di altra bellezza.  

Angelo Cennamo

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L’ANNO DEL PENSIERO MAGICO – Joan Didion

“La vita cambia in un istante…”.
Quando veniamo colti dalla notizia della morte di uno scrittore o di una scrittrice che abbiamo amato, l’istinto ci porta a riaprire i libri che ci ha lasciato, o a cercarne degli altri. “Joan Didion, giornalista” troviamo scritto in molti articoli o notiziari che circolano sul web, perché la Didion è stata soprattutto questo, una giornalista, professione che ha svolto al servizio delle più importanti testate americane e che ha dilatato fino al punto di trasformarla in un nuovo genere letterario – “New Journalism” – che mescola la verità nuda e cruda con altre verità possibili, passate attraverso il setaccio o, se preferite, la lente d’ingrandimento dell’immaginazione.

Non si possono separare la vita e la carriera di Joan Didion da quella di John Gregory Dunne, marito, collega, socio, collaboratore, complice della Didion e padre di Quintana, la loro unica figlia, adottata, e divenuta, obtorto collo, parte integrante, direi essenziale, della bibliografia della Didion.  

La sera del 30 dicembre del 2003, mentre Joan è di là in cucina a preparare la cena, John, che sta dialogando con lei dal salotto, smette improvvisamente di parlare. In pochi minuti la stanza, l’appartamento di Manhattan si trasformano in un pronto soccorso. John ha avuto un infarto, per lui non c’è scampo. La fine di John arriva a distanza di qualche giorno dal ricovero di Quintana in terapia intensiva per una subdola forma di polmonite.

Questo è l’antefatto, questo è il fatto. Ora tocca a Joan raccontarcelo, alla sua maniera. “Quella prima notte avevo bisogno di star sola. Avevo bisogno di star sola perché lui potesse tornare indietro. Questo fu l’inizio dell’anno del mio pensiero magico”.

Rileggendo il libro mi sono chiesto qual è la differenza tra il lutto vissuto dalla Didion – “L’anno del pensiero magico” è un romanzo sull’elaborazione del lutto – e quelli capitati a ciascuno di noi. La differenza è una sola: Joan Didion il suo lutto sa raccontarlo, ha le parole per descrivere il naturale processo delle cose che riguardano l’intera umanità, nessuno escluso. La Didion ha gli strumenti. La Didion ha il talento. “Io sono, o sono diventata, il mio modo di scrivere”.  Le 236 pagine del libro sono una lunga riflessione sugli attimi immediatamente successivi all’infarto di John: l’arrivo dell’ambulanza, la corsa in ospedale, i vestiti raccolti in un sacchetto di plastica insieme agli effetti personali, la prima notte da sola, la preoccupazione per Quintana, sedata e monitorata in un altro ospedale, almeno lei si salverà? E i ricordi, tanti, un’infinità: i viaggi, per lavoro o per vacanza, i libri e le sceneggiature scritte a quattro mani, il lessico famigliare, gli anni all’università, la California, New York. Cronaca di una vita borghese che per quanto agiata non può sottrarsi alle regole della natura, sfuggire ai paradigmi della biologia. Il dolore è un luogo sconosciuto finché non ci si arriva; il rischio è quello di lasciarsi soffocare, per non parlare dell’autocommiserazione, piangersi addosso, sguazzare nel vuoto, prerogativa dei soli esseri umani: Non ho mai visto un animale commiserarsi, ha scritto D.H. Lawrence.  
“Il dolore, quando arriva, non è affatto come ce lo aspettiamo”, il dolore è fatto di ondate impreviste, spesso ingestibili.
La morte di John, cui seguirà quella di Quintana – la Didion ne parlerà in “Blue Nights” – ribalta ogni cosa, confonde, spinge a ricostruire la sequenza perduta dei fatti, a rimetterli in ordine e a collegarli tra loro. John, pensa l’autrice, potrebbe tornare indietro. La resurrezione della carne, la Didion non c’ha mai creduto, ma l’illusione che John ritorni da lei, quella sì, può essere praticabile, dev’esserci un modo: scrivere, scrivere, scrivere. 

Nel memoir della Didion, nel suo intimismo, ho ritrovato lo stesso dolore messo da Oriana Fallaci in “Lettera a un bambino mai nato”; la vita interrotta, la vita negata. “L’anno del pensiero magico” è una storia di morte ma è una storia raccontata con garbo, che non stanca e non affligge.

Angelo Cennamo

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DIECI LIBRI AMERICANI

Richard Yates, scrittore minimalista nato vicino New York  nel 1926 e morto nel 1992 in Alabama, è stato scoperto in Italia per caso, grazie alla versione cinematografica del suo libro meno ignoto: “Revolutionary road”. Pur essendo un gigante della letteratura americana, cantore della middle class dei sobborghi metropolitani, Yates non riscosse neppure in patria il successo che avrebbe meritato. “Non voglio soldi, voglio lettori”, pare abbia detto in uno dei numerosi momenti di sconforto. Pensate, nessun libro di Yates vendette negli Usa più di dodicimila copie. Le sue storie disturbanti, popolate perlopiù di personaggi sconfitti, traditi, che affogano i dispiaceri nell’alcol sfiorando talvolta la follia, non erano esattamente in linea con i gusti, soprattutto con l’ottimismo dei lettori americani del tempo. L’insuccesso di Yates penso sia dipeso essenzialmente da questo. Eppure “Cold spring Harbor”, ma anche “Easter Parade” e “Disturbo della quiete pubblica”, oltre le raccolte di racconti e il già citato “Revolutionary Road”, sono libri davvero imperdibili.

“La ventisettesima città”, pubblicato nel 1988, è l’esordio di Jonathan Franzen. Un romanzo bizzarro, postmoderno, sicuramente diverso dalle storie familiari arrivate più tardi, negli anni Duemila (“Le correzioni”, “Libertà” ecc.). Il primo Franzen è uno scrittore sperimentalista, non il contract author dickensiano che abbiamo conosciuto nella maturità.

“Falconer” è tra le cose migliori lasciateci da John Cheever, altro maestro di minimalismo e di shortstories insieme a Raymond Carver e Richard Yates. Di Cheever non si può fare a meno di leggere “I racconti”, il librone azzurro pubblicato da Feltrinelli, così come i suoi diari: “Una specie di solitudine”.

“Beloved”, qui da noi “Amatissima”, titolo impronunciabile, è il capolavoro della scrittrice afroamericana e premio Nobel Toni Morrison. Il romanzo uscì nel 1987, negli stessi mesi in cui Stephen King pubblicò “It”. Interessante il parallelismo citato da Luca Briasco in un suo saggio tra queste due opere. Leggete “Beloved” ma cercate anche l’approfondimento di Briasco sull’argomento.

“Il centauro” è un libro quasi introvabile. Del prolifico John Updike, scrittore di sintesi come Philip Roth tra realismo e avanguardismo, in Italia è arrivato ben poco oltre la nota quadrilogia del Coniglio. Non ne conosco le ragioni. Updike è stato un romanziere geniale, meriterebbe maggiore attenzione e supporto editoriale. 

“Il rap spiegato ai bianchi” David Foster Wallace lo scrisse ad Harvard insieme a un compagno di corso, Mark Costello, prima di sprofondare in uno dei suoi baratri esistenziali. Non sarà il miglior libro di Wallace ma è un libro di Wallace.

“La casa tonda”, vincitore del National Book Award, ci porta tra i nativi americani. Louise Erdrich, anche premio Pulitzer nel 2021 con “Il guardiano notturno”, racconta solo storie di pellerossa. Difficile stilare una graduatoria dei suoi romanzi, sono uno più bello dell’altro.

“Il migliore” di Bernard Malamud, voce di spicco della narrativa ebraica americana e autore anche di altri due libri magnifici come “Il commesso” e “Le vite di Dubin”, è il più bel romanzo che sia stato scritto sul baseball. Molti di voi ricorderanno il film con Robert Redford che ne fu tratto. 

“Avviso ai naviganti” di Annie Proulx – anno 1994 – racconta la storia di Quoyle, un giornalista di Brooklyn sposato con una donna infedele che, dopo aver perso nello stesso giorno moglie e lavoro, decide di trasferirsi nell’isola di Terranova con le sue due figlie. Il romanzo si aggiudicò sia il Pulitzer che il National Book Award. Un caso rarissimo, credo si sia ripetuto solo una volta con “La ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead.

Richard Powers, come William Vollmann, appartiene alla stessa generazione e “corrente letteraria” di Foster Wallace. Finché fu in vita, Wallace oscurò entrambi. Ma la vita di Wallace non fu lunga, e Powers – un po’ meno Vollmann – ebbe modo di rifarsi. “Orfeo” uscì nel 2014. Come quasi tutte le storie di Powers, da “Generosity” a “I sussurri del mondo” – altro premio Pulitzer – fino al più recente “Smarrimento”, si fonda su una originalissima mescolanza tra scienza e umanesimo. 

Angelo Cennamo

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LA SCRITTRICE DAL PENSIERO MAGICO

Joan Didion ci ha lasciato ieri all’età di 87 anni, pare per una complicazione del morbo di Parkinson. La Didion era nata a Sacramento nel 1934 e si era fatta le ossa nella redazione di Vogue prima di diventare una figura di spicco del cosiddetto “New Journalism” (l’espressione fu coniata da Tom Wolfe), ovvero quel genere di scrittura affermatasi dai primi anni Sessanta che mescola la narrativa con la non fiction. La ricordiamo per i suoi numerosi articoli, reportage, collaborazioni con alcune delle più importanti testate americane (New York Times, Life, Esquire), sceneggiature di film di successo come “Qualcosa di personale”, “È nata una stella”, per libri indimenticabili – in Italia editi da Il Saggiatore e Edizioni E/O – due su tutti: “L’anno del pensiero magico”, che nel 2005 si aggiudicò il National Book Award, e “Blue Nights”. Con la sua scrittura piana, senza orpelli, con classe, coraggio e autenticità, la Didion ha raccontato le trame oscure della politica americana, il costume, drammi personali come la malattia della figlia e la morte del marito, John Gregory Dunne, col quale ha condiviso anche diversi progetti professionali.

“La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Ti siedi a tavola e la tua vita non è più la stessa”. Buon viaggio, Joan.

Angelo Cennamo

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