CUORI IN TRAPPOLA – Jennifer Hillier

Jennifer Hillier è nata a Toronto ma ha vissuto per molti anni nel nord ovest degli Stati Uniti, nello Stato di Washington. “Cuori in trappola”, il suo nuovo romanzo (dal 13 gennaio in libreria), il primo arrivato in Italia con Fazi editore e la traduzione di Giuseppe Marano, è ambientato proprio nei sobborghi di Seattle, in quel lembo di terra glaciale e operoso che per mille motivi si discosta dai panorami più familiari al genere thriller della costa atlantica e californiana. 

Qui tre adolescenti – Angela Wong, Georgina Shaw e Calvin James – dopo aver bevuto a una festa, si lasciano andare a un pericoloso gioco erotico. Georgina è amica di Angela e Calvin è il suo ragazzo. Di Angela, dopo quella festa, si perde ogni traccia, ma a distanza di quattordici anni, il suo corpo fatto a pezzi viene ritrovato in un bosco vicino alla vecchia casa di Georgina, oggi manager di successo di una nota casa farmaceutica. Angela è stata uccisa da Calvin, “lo strangolatore di Sweetbay”, nel frattempo accusato anche di altri delitti. Georgina finisce sotto processo e condannata per occultamento di cadavere.

La Hillier mette subito in chiaro la dinamica dell’assassinio: ci sono dubbi sulla responsabilità di Calvin? Pare di no. Eppure la storia non manca di colpi di scena e scivola via, rapidamente, attraverso un triplice canale temporale: il tempo fatti, la detenzione di Georgina, la sua uscita dal carcere. La vicenda raccontata dalla Hillier – che (solo) per certi versi ricorda quella di Meredith Kercher, la studentessa inglese assassinata in Italia alcuni anni fa – è strutturata sulla doppia linea dell’amicizia tra Angela e Georgina, e la relazione tra quest’ultima e Calvin.

Altra figura chiave della storia è quella di Kaiser Brody, un vecchio compagno dei tre protagonisti che ritroveremo nel ruolo, ingrato, del poliziotto che arresta Georgina.

Gli intrecci barra sfumature, sessuali e psicologici, sono molteplici. È il punto di forza del romanzo. Ma “Cuori in trappola” non è solo un thriller; lo sviluppo ulteriore della trama aprirà infatti un nuovo capitolo: la maternità, vissuta, repressa, calpestata, con esiti imprevedibili, crudeli soprattutto. Insomma, Jennifer Hillier sa tenerci sulla corda anche spoilerando se stessa: la morte non è tutto. “Cuori in trappola” è un romanzo di vite spezzate, amori dannati, sogni traditi. Non c’è scampo né redenzione.

Angelo Cennamo

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LINCOLN HIGHWAY – Amor Towles

Amor Towles ha uno strano nome per essere nato a Boston. Di lui in Italia non si sa molto, ma c’è un dettaglio che potrebbe incuriosirvi: uno dei suoi libri di maggiore successo, “Un gentiluomo Mosca”, è finito, insieme ad altre ventiquattro opere di fiction, in un bizzarro sondaggio del New York Times sul più bel romanzo degli ultimi 125 anni. 

“Lincoln Highway” è uscito nel 2021 sia negli Usa che in Italia, pubblicato come il già citato “Un gentiluomo a Mosca” da Neri Pozza. È una storia lunghissima, più lunga delle 634 pagine che la compongono. Densa, densissima di fatti, nomi, circostanze, divagazioni, forse non tutte necessarie. Polifonica, con tre voci narranti, due appartengono a due dei protagonisti, più una terza (fuori campo).

Siamo nel Nebraska, l’anno è il 1954. Il giovane Emmett Watson è tornato a casa dopo aver scontato un anno di riformatorio per aver colpito e ucciso un suo coetaneo. Qui lo attendono il fratellino Billy e una montagna di debiti che lo costringeranno a cambiare aria. Emmett vorrebbe trasferirsi in Texas ma il sogno di Billy è quello di raggiungere la madre, fuggita molti anni prima a San Francisco. Billy è convinto che sia ancora viva e che stia aspettando lui ed Emmett proprio lì, in California. A dividerli è solo la storica Lincoln Highway, la prima strada ad attraversare gli Stati Uniti dall’Atlantico al Pacifico. Il piano sarà anche fantasioso, ma prima di partire ai Watson capiteranno due imprevisti. Il primo si chiama Duchessa, l’altro Woolly. Duchessa e Woolly sono fuggiti dal riformatorio dove Emmett ha scontato la sua pena con un numero degno di Harry Houdini.

Questo, per sommi capi, è il nucleo della storia raccontata da Towles; tutto il resto è un’infinita e rocambolesca sequela di intoppi, contrattempi, sotterfugi, furti, menzogne ed inseguimenti nei quali i quattro ragazzi, più Sally – una vicina di casa dei fratelli Watson e voce narrante insieme a Duchessa – verranno risucchiati per oltre cinquecento delle 634 pagine del romanzo, sul cui sfondo non c’è la Lincoln Highway ma New York, perché è lì che una delle mille deviazioni della trama condurrà Emmett, Billy, Duchessa e Woolly. New York è raggiante, operosa, promette di realizzare qualunque sogno; “Lincoln Highway” è soprattutto un libro di sogni oltre che di attraversamenti. Si viaggia sì, ma a ritroso, nell’infanzia, alla ricerca di ricordi, eredità e genitori smarriti; nella letteratura come nella storia: su un treno merci, i fratelli Watson incontreranno un nero di nome Ulysses; Billy gli farà conoscere l’origine del suo nome e gli racconterà della peregrinazione dell’eroe omerico, la stessa di quel girovago senza meta. Epico e appassionante come certi classici, da Twain a Kerouac, da Salinger a Chabon. Meraviglioso.

Angelo Cennamo

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CRY MACHO -Richard Nash

Richard Nash è uno scrittore e drammaturgo americano, “Cry Macho” il suo romanzo di punta. In Italia è arrivato con cinquant’anni di ritardo, sulla scia del successo cinematografico riscosso dall’omonimo film interpretato dal Re Mida Clint Eastwood.

È una storia di frontiera, picaresca, un po’ western un po’ crime. Mike Milo ha avuto un passato glorioso nel circuito dei rodei, prima cioè che gli piombasse addosso “l’anno perduto”: un divorzio doloroso più altre disavventure, incidenti compresi. A soli trentotto anni, Mike può dirsi un uomo finito, con una bacheca piena di trofei inutili e un futuro tutto da inventare. L’incarico affidadatogli dal suo ex datore di lavoro di riportare il figlio dal Messico in Texas – missione che non ha nulla a che vedere con i buoni sentimenti – è per lui una specie di ultima spiaggia.

Dopo le prime cento pagine, la scena del romanzo cambia. Mike, che oltre domare i cavalli e farsi addomesticare dalle belle texane non ha particolari qualità né sembra brillare per intelligenza, si avventura con un furgone scassato in Messico alla ricerca del piccolo Rafo, questo il nome del ragazzino, che attualmente vive (così almeno gli è stato riferito) con la madre, donna piuttosto violenta e perversa. Tutta la seconda parte della storia è il viaggio di ritorno dei due protagonisti dal Messico al Texas. Oltre duecento pagine di fughe e di nuovi incontri, alcuni piacevoli altri meno, in cui il rapporto tra Mike e Rafo dall’iniziale diffidenza reciproca si ribalta in una surrogata ed imprevedibile paternità. Rafo è un ragazzino vispo, cresciuto praticamente da solo, per strada, un Oliver Twist texano, cocciuto ma molto religioso e generoso oltre ogni aspettativa. Mike è stato padre di una bambina morta prima che il suo matrimonio finisse. Insomma è una gara tra due disperati, il rapito e il rapitore. Nash è bravo a tenere alto il ritmo del racconto, la trama si dipana in molti rivoli, non tutti necessari e ben collegati, ma Mike e Rafo “funzionano”, non si dimenticano. 

“Cry Macho” è un romanzo sulla perdita e sull’essere padre. Uscì negli Usa nel 1975; Winslow, Vlautin, Offutt, Lansdale non erano ancora approdati alla scrittura: chissà che non abbiano anche loro una copia di questo libro. 

Angelo Cennamo

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RIPOSA, CONIGLIO – John Updike

Finisce più o meno com’è cominciata trent’anni prima, la storia di Harry Angstrom: con una partitella a basket. Oggi però le cose vanno diversamente, Harry non ha la baldanza dei tempi del liceo e le sue coronarie gli hanno giocato più di un brutto scherzo. Tap su rewind. “Riposa, Coniglio” – “Rabbit at rest” nella versione originale – è il quarto capitolo della celebre saga del Coniglio. Uscì nel 1990 e a John Updike valse il secondo premio Pulitzer della sua carriera, il primo se lo aggiudicò con il terzo volume della stessa serie, “Sei ricco, Coniglio”. 

Siamo nell’ultimo scorcio della stagione reaganiana, la Guerra Fredda – la rigida contrapposizione tra Est e Ovest che per Harry dà senso e misura agli Stati Uniti d’America – è finita. I coniugi Angstrom, cinquantasei anni lui, cinquantaquattro lei, si sono trasferiti sotto il sole della Florida, mentre il loro unico figlio, Nelson, manda avanti le due concessionarie Toyota – “Il terreno” – ereditate da sua madre Janice. Negli ultimi tre decenni gli Angstrom non si sono fatti mancare nulla: povertà, ricchezza, droga, tradimenti reciproci, fughe, ritorni, tragedie familiari come la morte per annegamento della sorellina di Nelson.

Il Grande Romanzo di Coniglio Angstrom stupisce per la sua progressiva perfezione di stile e di contenuti, circostanza questa che ha pochi precedenti, e i Pulitzer vinti, attenzione, non con i primi due capitoli ma con gli ultimi due, confermano l’insolita evoluzione di una storia che non solo non si sgonfia ma oltre le mille pagine acquista addirittura nuova linfa in termini di bellezza e di appeal dei personaggi. Mi diceva un commesso della Feltrinelli che i romanzi di Updike, autore particolarmente prolifico ma poco tradotto in Italia – i titoli attualmente disponibili saranno all’incirca sei o sette – si vendono col contagocce. È un peccato perché Updike è tra le voci più interessanti e rappresentative del secondo Novecento americano, almeno quanto John Cheever, Saul Bellow, Bernard Malamud, Richard Yates, Philip Roth…

Tornando al romanzo, tutta la vicenda si compie tra la Florida e la Pennsylvania. Il rapporto tra Harry e Nelson è una delle tracce principali. Diciamola tutta: per quanto gli voglia bene, Harry non sopporta Nelson, non gli è mai andato a genio quel figlio prima mammone, oggi cocainomane e ladro in casa propria. A Harry, Nelson non piace neppure fisicamente: la calvizie incipiente, il codino, l’orecchino, per non parlare del sospetto che il ragazzo sia omosessuale e magari malato di AIDS, lo rendono ai suoi occhi un essere quasi ripugnante. 

Uno dei personaggi chiave del libro è senz’altro Teresa, o Pru, la nuora di Coniglio. Il bacio in bocca che nella scena iniziale lei dà al suocero al suo arrivo in aeroporto, accende una spia che tiene i lettori in allerta fino alle ultime battute. Il sesso. Cosa ne sarebbe del resto di Coniglio Angstrom e del suo autore – “Un pene con un grosso vocabolario” disse di lui David Foster Wallace – senza quel sofisticato e pruriginoso punto di osservazione che in tempi recenti avrebbe mandato su tutte le furie i paladini della Cancel Culture?

Ma c’è dell’altro. Il sogno. Nella storia lunghissima raccontata da Updike, con il pubblico che si alterna al privato (le quattro stagioni di questo simpatico WASP sono la cronaca precisa di una grossa fetta del Novecento americano), il successo che gli Angstrom sono riusciti a conquistare grazie al duro lavoro e all’eredità milionaria destinata alla sola Janice, ora rischia di essere mandato in frantumi dalla dipendenza di Nelson e dalla sua spregiudicatezza nella gestione degli affari. Nessuno dei personaggi del libro, né Harry né Janice né Pru, e nemmeno le amanti o ex amanti di Harry, è moralmente al di sopra di qualcun altro. Tutti sbagliano, tutti invocano il perdono, tutti perdonano tutti. 

“Riposa, Coniglio” è un romanzo sulla infelicità di qualunque condizione familiare ma anche sulla impossibilità di emanciparsi dalla famiglia. A pochi metri dalla conclusione, dall’alto di un drone immaginario, Updike ci mostra il corpo di Harry steso sul campo di basket con gli occhi spalancati al cielo: la sequenza di un film da premio Oscar.

Angelo Cennamo

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UN ANNO DI LIBRI

Brutta parola bilancio. Cercherò di evitarla, ma un paio di cose su questo 2021 le voglio dire. Un ottima annata, come il titolo di quel vecchio film con Russell Crowe, ve lo ricordate? Intanto due esordi pazzeschi, entrambi finiti nella shortlist di Telegraph Avenue, quelli della giovanissima afroamericana Raven Leilani con “Chiaroscuro”, e dello scozzese Douglas Stuart con “Storia di Shuggie Bain”, vincitore del Booker Prize nel 2020. Il ritorno ai vecchi fasti di Chuck Palahniuk dopo una serie di prove opache: “L’invenzione del suono” è un libro coraggioso e geniale, un raro esempio di avanguardismo in tempi in cui si sperimenta pochissimo. I racconti di “Scusate il disturbo”, un altro bel tassello che si aggiunge alle precedenti raccolte del minimalista Richard Ford, perfetto nella forma breve quanto nella lunga distanza. “Un piede in paradiso” di Ron Rash ha fatto un giro immenso prima di approdare in Italia, ci sono voluti vent’anni e l’intraprendenza de “La Nuova Frontiera”, editore sempre attento alla narrativa made in Usa. Rash è tra i migliori scrittori americani viventi, qualcuno lo sa? 

Il 2021 ha segnato anche l’atteso ritorno di Don DeLillo, il suo brevissimo “Il silenzio” è stata però la più grande delusione della stagione insieme a “L’arresto” di Jonathan Lethem, che con questo libro di flop consecutivi ne ha inanellati almeno tre. “Billy Summers”, preceduto dalla raccolta “Later”, ha invece riportato Stephen King agli standard di altri tempi. Se non sai cosa leggere, vai alla voce Stephen King: otto volte su dieci ti andrà bene. Tre bellissimi romanzi sono quelli dei premi Pulitzer Louise Erdrich (“Il guardiano notturno”) e Richard Powers (“Smarrimento”), e “Crossroads” di Jonathan Franzen, il primo episodio della saga familiare degli Hildebrandt. C’erano aspettative altissime su Franzen e non sono state deluse.

Veniamo agli italiani. “Due vite” di Emanuele Trevi è un romanzo intimo, accorato, ben scritto, ma poi? Sul premio Strega sarebbe meglio stendere un velo pietoso. I libri migliori erano altrove. Tre su tutti: “Di chi è la colpa” di Alessandro Piperno, romanzo maestoso sulla identità e l’impostura, “Sembrava bellezza” di Teresa Ciabatti, “Gli invernali” di Luca Ricci, terzo capitolo della sua quadrilogia sulle stagioni. Una citazione a parte merita “Dice Angelica” di Vittorio Macioce, opera che sfugge a qualunque canone: visionaria, originale, anzi unica. I romanzi citati sono autenticamente italiani, nel senso che potevano essere scritti solo qui, per voce, stile, mood ecc.

Un’ultima annotazione sul Giallo. Accanto alle belle prove dei collaudatissimi Antonio Manzini (“Vecchie conoscenze”) e Alessandro Robecchi (“Flora”), aggiungerei il trittico di Davide Longo (Longo, Scuola Holden, avrebbe meritato lo Scerbanenco con “Una rabbia semplice”); il romanzo sulla Lucania di Piera Carlomagno (“Nero Lucano”), il noir in salsa texana di Omar Di Monopoli (“Brucia l’aria”), i thriller di Antonio Lanzetta (“L’uomo senza sonno”) e Piergiorgio Pulixi (“Per mia colpa”).  

Angelo Cennamo

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STORIA DI SHUGGIE BAIN di Douglas Stuart è il libro dell’anno

Le famiglie infelici non si somigliano, scrive Tolstoj. L’infelicità della famiglia Bain però contiene dentro di sé qualcosa di universale “Se capisci una disperazione, capisci qualsiasi disperazione” dirà un giorno Raymond Carver al suo giovane studente David Leavitt. Prima di riuscire a pubblicare “Shuggie Bain” – in Italia “Storia di Shuggie Bain”, edito da Mondadori con la traduzione di Carlo Prosperi – romanzo di esordio e vincitore del prestigioso Booker Prize nel 2020 – Douglas Stuart si è sentito dire “no, grazie” da ben trentadue – trentadue! – case editrici. 

È il 1981. Glasgow è una città messa in ginocchio dalla crisi economica. Al numero 10 di Downing Street – quanto dista Londra da Glasgow? – Margaret Thatcher deve fronteggiare l’onda d’urto del mondo operaio. Di lì a poco, gli irlandesi U2 urleranno “Sunday Bloody Sunday” rivelando al mondo l’orrore della guerra di religione tra cattolici e protestanti. Cosa c’entra la religione nelle vicende della famiglia Bain, vi starete chiedendo. C’entra, perché all’origine di questa storia c’è un’idea di felicità familiare fondata sulla appartenenza e la condivisione di certi principi. È il perimetro nel quale cresce l’insoddisfazione e matura la fine del matrimonio tra Agnes Bain e il suo primo marito. Agnes Bain – fate attenzione a questo nome perché la storia che porta il nome di Shuggie è soprattutto la “sua” storia – è una donna bellissima e inquieta, data (probabilmente) in moglie ad un uomo cattolico dal quale ha avuto due figli: Catherine e Leek. La fuga da questo marito, buono, premuroso, perfetto per i suoi genitori ma non per lei, ha il volto di Shug, un tassista – questa storia è piena di taxi e di tassisti – rozzo e donnaiolo. Nasce il terzo figlio, Shuggie. Shuggie non è la voce narrante del libro, ma tutto il racconto è filtrato attraverso il suo sguardo. L’unione tra Agnes e Shug è corrotta dall’incomprensione e dai continui tradimenti di lui. Agnes si rifugia nell’alcol. Inizia un calvario fatto di traslochi, miseria, pregiudizi. Nel villaggio di Pithead, abitato perlopiù da minatori disoccupati e da mogli frustrate, la presenza di Agnes porta curiosità e scompiglio; la pietra dello scandalo rotola tra una lussuria avvilente e una perenne indigenza, in un continuo alternarsi di vicende pubbliche e private. I soldi dei sussidi non bastano mai. La puttana dal cappotto rosa e il figlio frocetto sono sulla bocca di tutti. Agnes non si dà per vinta, resiste finché le forze l’assistono, nella sua vita ormai non c’è spazio che per l’alcol. Il rapporto travagliato tra il piccolo Shuggie e sua madre è il cuore di questa storia, umana e brutale al tempo stesso. Il corpo seminudo e martoriato di Agnes avvolto dalle braccia del figlio è una Pietà rovesciata. Siamo alle ultime battute del romanzo, le più commoventi. Scorrono i titoli di coda. Standing ovation. 

Agnes Bain è il miglior personaggio femminile degli ultimi vent’anni, a metà tra Anna Karenina e la Magnani di Roma Garofolo nel film di Pasolini: se “Storia di Shuggie Bain” è libro dell’anno, è soprattutto per merito suo.  

Angelo Cennamo

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ULISSE – James Joyce

Nessuna recensione per l’Ulisse di Joyce. Sarebbe sciocco e presuntuoso aggiungere altre parole alle mille già dette su un’opera che sfugge a qualunque canone. Penso sempre a quella breve lectio di Carmelo Bene, per me il migliore esegeta di Joyce. Ascoltare Carmelo Bene è (quasi) come leggere il libro.

L’Ulisse è un romanzo? È una lunghissima poesia? È qualcos’altro? Non lo so. Quello che so è che queste 867 pagine – nella edizione Feltrinelli a cura di Alessandro Ceni – mi hanno divertito, ma anche annoiato, stancato, stupito, istruito. Ecco: mi hanno istruito. Dopo aver letto l’Ulisse penso o mi illudo di essere un lettore migliore. Perdetevi nell’Ulisse, senza domande né timore. Non capirete tutto, ma capirete abbastanza, di voi, di Joyce, della letteratura.

Angelo Cennamo

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IL GUARDIANO NOTTURNO – Louise Erdrich

Anni Cinquanta. Una piccola comunità di nativi americani, nella riserva della Turtle Montain, in Nord Dakota, è minacciata da un disegno di legge – la House Concurrent Resolution 108 – che propone di smantellare le ultime tribù, tra le quali quella dei chippewa, e cancellare di fatto l’identità indiana. 

“Emancipazione” è la parola beffarda che si insinua tra le idee di integrazione e di liberazione, ma non dalla schiavitù: dall’essere indiani, “Emanciparli dalla loro terra”.

È da qui che Louise Erdrich, scrittrice da sempre sensibile alle tematiche di quella minoranza, la sua minoranza, riprende il racconto del Grande Romanzo dei Nativi Americani iniziato con altri libri di successo come “Il giorno dei colombi”, “La casa tonda”, “LeRose”. 

La storia della Erdrich è ispirata a fatti realmente accaduti. Suo nonno, Patrick Gourneau, capo della tribù e unico personaggio esistito, lottò strenuamente contro quel disegno di legge. E allora Thomas Wazhashk, questo il nome di Gournau nella finzione, non poteva non essere uno dei protagonisti del romanzo.

Thomas è un uomo saggio, innamorato della propria moglie, moderatamente colto, impegnato nel sociale. Di notte fa il guardiano in uno stabilimento di rubini destinati agli orologi Bulova. In quelle ore, Thomas si ritaglia piccoli spazi per pensare, scrivere, e osservare nel cielo Ikwe Anang, la stella donna che lui ama come una persona. Sono forse le pagine migliori, le più poetiche del racconto.

L’altra protagonista è la giovane Patrice, detta Pixie, la sola a mantenere una famiglia sgangherata composta da un padre alcolizzato, una madre arcigna e diffidente, un fratello aspirante pugile. Patrice vive con poco, non ha un’auto per recarsi a lavoro né un telefono per avvertire quando non può andarci. Il viaggio in città per ritrovare Vera, la sorella scomparsa col suo bebè, è una delle tracce del romanzo. Patrice è corteggiata da Loyd Barnes, insegnante di matematica e gestore di un circolo di pugilato. Ma Barnes non sembra avere particolari chances di conquista, perlomeno non quante ne avrebbe il suo giovane allievo Wood Mountain: è molto più adulto di lei, soprattutto non è indiano.

E qui siamo ad un altro degli argomenti affrontati dalla Erdrich: l’identità refrattaria ad ogni tentativo di contaminazione. Si direbbe un pregiudizio a contrario. “Se sposassi un’indiana, diventerei indiano anch’io?”, chiede Barnes al vecchio Thomas. “No, ma ti vorremmo bene lo stesso”, risponde lui.   

Le vicende di Pixie e di Thomas hanno come sfondo un’America povera, rurale, che non ha ancora conosciuto l’energia elettrica, sull’orlo dell’estinzione, ma combattiva e animata da un forte senso di solidarietà. I personaggi del romanzo, tutti, comparse comprese, sono disegnati dalla Erdrich con cura e con l’esperienza di chi quella storia l’ha conosciuta da vicino. “Scrivi di quello che sai”. Louise Erdrich lo fa da tanti anni e lo fa bene. Premio Pulitzer meritato.

Angelo Cennamo

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BILLY SUMMERS – Stephen King

Tra i mille personaggi di Stephen King, Billy Summers si ritaglierà un posto speciale nel cuore dei lettori, ne siamo sicuri.

Sicario dalla mira infallibile, Billy vorrebbe abbandonare il campo, ma un incarico da due milioni di dollari non si può rifiutare. La storia di King ha un doppio fondo: Billy, che è un appassionato lettore di Zola e Foster Wallace, si prepara all’ultima missione realizzando un sogno: si traveste da romanziere e inizia a scrivere la sua biografia. 

L’incontro con Alice, una ragazza “raccolta” per strada e sottratta alle attenzioni sessuali di tre balordi, accende la trama e trasforma questo non-thriller quasi romanzo sperimentale in un appassionante road book. Billy potrebbe essere il padre di Alice, ma tra i due nasce una tenera amicizia fatta di reciproche premure e di una sinistra complicità. Come il protagonista, anche Alice è in fuga da se stessa e da un passato che non ha radici. 

L’infinito viaggiare dei due, alla ricerca di vendetta e di un’improbabile redenzione, ci mostra molti pezzi d’America, e un King non più confinato nel solito Maine. Le due vicende principali possono apparire sconnesse tra di loro, peccare forse di verosimiglianza, leggerezza, in alcuni passaggi caricarsi di materiale superfluo, ma “Billy Summers” e le sue avventure riescono a tenerci incollati fino all’ultima pagina, perfino a commuoverci. Il miglior libro di King degli ultimi anni. Traduzione di Luca Briasco.

Angelo Cennamo

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GLI INVERNALI – Luca Ricci

La quadrilogia di Luca Ricci viaggia verso la sua conclusione. Dopo “Gli autunnali” (2018) e “Gli estivi” (2020) arriva in libreria il terzo capitolo della serie, la stagione fredda “L’inverno è la storia delle cose che abbiamo sepolto”. 

“Gli invernali” non è il sequel del libro precedente, le storie di Ricci sono autoconclusive e i personaggi cambiano di volta in volta, eppure tutti e tre i romanzi sono legati dal “doppio filo” delle relazioni personali (matrimonio/adulterio), e di un certo mondo culturale: guasto, autoreferenziale, statico, anzi stitico. “Gli invernali” si discosta dagli altri due romanzi anche per ragioni, come dire, strutturali: la storia è polifonica e si esaurisce in un arco temporale brevissimo, solo ventiquattr’ore. 

Scena uno. Antonio è un editore indipendente con le pezze al culo che si rifiuta di pubblicare il romanzo del suo migliore amico. Glenda, la moglie, un ufficio stampa molto precario. La coppia si ritrova a cena proprio con Tommaso, lo scrittore respinto, e la moglie Veronica, figlia di un Magnifico Rettore che finanzia entrambi. 

Scena due. Camilla Lellis, scrittrice di romanzi rosa, e il suo amante Eugenio, noto agente letterario, si vedono a colazione con il marito di lei, un tecnico di fibre ottiche che di arte non sa nulla.

Scena tre. Una vecchia scrittrice, Nora, chiede all’ex marito, il temutissimo critico letterario Carlo Offenbach, di promuovere con una recensione il romanzo d’esordio del suo giovane amante Nanni.

La giostra nella quale si muovono gli otto protagonisti del libro è vertiginosa, pirotecnica, esilarante. La migliore dote di Ricci è il sarcasmo. Merce rara. Ricci l’ha affinata in corso d’opera, lavorando per addizione, aggiungendo strati, doppifondi, migliorando ulteriormente i dialoghi – “Gli invernali” è essenzialmente un romanzo di dialoghi – inserendo aforismi degni di Ennio Flaiano e gag alla Woody Allen. “Date retta a me, la letteratura farà la fine dell’Opera e del balletto. E saranno cazzi per tutti noi”. 
Il pessimismo comico di Ricci non risparmia nessuno: autori, editori, critici, bookblogger da social immortalate con tazze e libri sulle cosce. La lunga scena dell’incontro tra Nora e Carlo, con lei che perora la causa di Nanni e lui che temporeggia, dice, non dice, pontifica, si trasforma in un piccante gioco di seduzione retroattiva. Carlo simula, ammicca, ricorda, sogna, finisce magicamente sul trampolino della piscina di “Per sempre lassù” di David Foster Wallace. 

Scrivi di quello che sai, e Ricci obbedisce all’infallibile brocardo: la ritrosia di Antonio maschera una scabrosa e rocambolesca vicenda adulterina (per Ricci è come la terra rossa per Nadal). Il blocco di Tommaso invece nasconde una precisa ostinazione, la stessa del Lello Annibali de “Gli estivi”: non cedere alle lusinghe del mercato “Avrei potuto scrivere gialli, come tutti. Nessuno stronca un giallo, non ne vale la pena”. Il dramma è servito.

La lenta agonia dell’editoria, del suo goffo e avvilente terziario, come nel film di Sorrentino si consuma su una terrazza romana, aspettando una nevicata che non arriverà mai.

Angelo Cennamo

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