IL POETA – Michael Connelly

“La morte è il mio mestiere, ci guadagno da vivere, ci costruisco la mia reputazione professionale.” Di Michael Connelly conoscevo Harry Bosch, il superpoliziotto protagonista di una serie diventata ormai leggendaria anche in tv. Non mi era ancora capitato però di avere a che fare con l’altro suo personaggio, quel Jack McEvoy tornato alla ribalta nel 2020 con “La morte è il mio mestiere” – il titolo è mutuato proprio dall’incipit del libro di cui sto per parlarvi – che non ho ancora acquistato perché mi sono detto che sarebbe stato meglio leggere questa storia partendo dall’inizio, seguendo la giusta cronologia. L’inizio è “Il Poeta”, l’anno il 1996.

Jack McEvoy è un reporter di nera con un fratello gemello poliziotto (Sean), suicidatosi in circostanze piuttosto strane. Dopo aver indagato, senza successo, sul caso di una ragazza assassinata e fatta a pezzi, Sean, sprofondato nella depressione, sarebbe arrivato al punto di “succhiare la canna” della sua pistola d’ordinanza per farla finita. Quello di Sean però non è l’unico suicidio tra gli agenti di polizia. Jack ne individua diversi, tutti collegati da un dettaglio illuminante: sulla scena di ciascuno di essi viene ritrovato un verso di Edgar Allan Poe…Non si sono ammazzati, li hanno ammazzati. Chi? Jack comincia la sua indagine, ma deve fare i conti con l’FBI. Non dirò altro della trama di questo libro praticamente perfetto per tante ragioni: il ritmo, gli incastri, i dialoghi, l’umanità e/o la disumanità dei personaggi – tanti – tra i quali si staglia la figura enigmatica di Rachel Walling, l’agente dell’FBI con la quale Jack vivrà una storia d’amore (?). “Il Poeta” non è solo un thriller, è un romanzo sul protagonismo dei media e sulla cieca competizione che oltrepassa qualunque confine etico. Leggendolo ho avuto l’impressione che Jack, più che a rendere giustizia al fratello assassinato, fosse interessato a raccontare la sua storia. È una corsa contro il tempo, ma lo è su due fronti: la cattura del killer e lo storytelling di quella cattura. A cento pagine dalla fine sembra che la trama sia arrivata al capolinea, che non ci sia altro da raccontare, invece è proprio lì che inizia la sua parte migliore. Chi è Il Poeta? Riuscirà Jack a scrivere la storia che ha in mente o lui stesso diventerà la sua storia? “Il Poeta” è stato e continua ad essere una specie di nave scuola per molti autori di thriller; è tra i romanzi più saccheggiati della letteratura di genere, un modello imitato ma inarrivabile per le doti e le qualità inossidabili di Connelly: l’abilità di stupire i lettori con infiniti colpi di scena, di mantenere alta la tensione dall’inizio alla fine delle storie, di raccontare con astuta leggerezza anche fatti e situazioni agghiaccianti. Connelly scrive tanto ma difficilmente sbaglia un libro. Voto alto, al Il Poeta e alla carriera.

Angelo Cennamo

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IL PIÙ GRANDE SPETTACOLO DEL MONDO – Don Robertson

Don Robertson, nato nell’anno del Wall Street Crash – 1929 – a Cleveland, Ohio – ah questo Midwest – lo trovate nello scaffale dei grandi autori americani sconosciuti, in buona compagnia con John Williams, Charles Webb, Eudora Welty, Larry McMurtry, Hubert Selby jr, Ivan Doig, tanto per fare dei nomi in ordine – cronologico – sparso. In Italia è pubblicato da Nutrimenti, editore che si è specializzato nello scouting di scrittori yankees del suo target, e tradotto da Nicola Manuppelli. “L’uomo autentico”, “L’ultima stagione” e “Paradise Falls I e II” sono ormai dei classici amatissimi anche da un certo lettorato italiano – ahimè – di nicchia. “Il più grande spettacolo del mondo”, primo volume della c.d. trilogia di Morris Bird III, esce negli Stati Uniti nel 1965 (l’anno di “Stoner”). Oltre mezzo secolo dopo arriva qui da noi, sempre grazie a Nutrimenti, sulla scia dei successi che ho citato prima. Il romanzo racconta la storia di un ragazzino che vive nella Cleveland degli anni ’40. Morris Bird III abita in una delle case di legno che costeggiano Edmunds Avenue, con suo padre, un omone dalla voce suadente e un piede di legno che lavora alla Radio; sua madre, una donna minuta che colleziona gufi di ceramica; una sorella più piccola e la nonna. La storia di Morris, raccontata in terza persona, ha il sapore di altri capolavori del genere, da Oliver Twist di Charles Dickens ad Huckleberry Finn di Mark Twain. Morris è un ragazzino vivace, con molte curiosità, a metà strada tra una simpatica canaglia hollywoodiana e l’Oskar Schell del romanzo post Undici Settembre di Safran Foer. Va a scuola, gioca a baseball, è innamorato di Suzanne ma anche di Veronica; è affascinato dalla sua prof, signora Dallas, brava e con delle belle gambe, e sogna di diventare un uomo valoroso come il presidente Roosvelt. A Morris il coraggio non manca, e quando il suo amichetto Stanley lascia il quartiere per trasferirsi in un’altra zona della città, quel trasloco è la migliore occasione per dimostrarlo, a se stesso e agli altri. Senza dire niente ai suoi familiari, il piccolo protaginista decide di andare, da solo, a piedi, a trovare l’amico. È un tragitto di pochi chilometri ma il romanzo di Robertson è tutto in questo viaggio: movimentato, denso di incontri e di suggestioni. Il vagabondaggio di Morris mi ha ricordato quello di Donal ne “L’ultima corriera per la saggezza” di Ivan Doig – anche questo libro è pubblicato da Nutrimenti e tradotto da Manuppelli – ma anche i giri a vuoto per New York del più celebre Holden Caulfield di J.D. Salinger. Robertson non attinge, non copia, ma la cornice è più o meno la stessa. “Il più grande spettacolo del mondo” è un romanzo fresco e scorrevole. Cleveland, l’Ohio, un’America da respirare a pieni polmoni come le case di legno e di mattoni su Edmunds Avenue che profumano di pioggia; una ventata di bella letteratura americana scritta – e letta – con gli occhi di un bambino.

Angelo Cennamo

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ULTIMA USCITA PER BROOKLYN – Hubert Selby Jr

Quando un suo amico gli suggerì di darsi alla scrittura, Hubert Selby jr conosceva a malapena l’alfabeto. Scrivo a orecchio, diceva di sé per giustificare quella prosa scomposta, con pochi punti, dialoghi senza virgolette né trattini, e una barra al posto degli apostrofi. La biografia di Selby non è molto diversa da quella di altri autori americani “on the road”: poco studio, mille mestieri, alcol, droga e qualche acciacco fisico. Come lui, anche i libri che ha scritto non hanno avuto una vita facile: censure, processi, eccetera. Selby è un outsider della controcultura americana; il suo stile, originalissimo e fuori da ogni convenzione, affascinò personaggi come Allen Ginsberg, Lou Reed, Vittorio Tondelli. Dopo aver letto Selby non sei più quello di prima, dice Alessandro Baricco, frase ad effetto ma molto vicina al vero. “Ultima uscita per Brooklyn” esce nel 1964. La prima edizione italiana la traduce Attilio Veraldi – autore tra l’altro di quel meraviglioso romanzo giallo intitolato “La mazzetta”. Nel 2017 la casa editrice Big Sur lo riporta in libreria ritradotto da Martina Testa (Martina Testa è la traduttrice di David Foster Wallace, tanto per dire). La storia si compone di sei episodi autoconclusivi ma tra loro collegati. L’ultima uscita per Brooklyn è quella di Bay Ridge, il quartiere dove Selby ha vissuto, lo stesso che abbiamo visto nel film “La febbre del sabato”, ci ricorda Paolo Cognetti nella sua bella prefazione. Il Greco è un bar frequentato da ladri,  spaccini, papponi, aspiranti teppisti e travestititi come Georgette e Tralala, prostituta e borseggiatrice di marinai, stuprata in un parcheggio per quattro pagine di libro, quattro pagine violentissime, crude, vertiginose, scritte senza un solo punto. Dal Greco fa capolino anche Harry Black, un operaio strafottente che usa il sindacato per fare i propri comodi e che prende a calci e sputi la moglie. Harry, come altri debosciati del romanzo, si lascia ammaliare dal giro di trans che frequenta il porto. È un’umanita perduta e gaia quella raccontata senza filtri da Selby, autore che andrebbe annoverato tra i grandi del Novecento americano dopo anni di oblio. Brooklyn, le luci del porto, alcol, sesso, droga: la strada come non l’avete mai letta.

Angelo Cennamo

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HO SPOSATO UN COMUNISTA – Philip Roth

Come si fa a recensire Philip Roth? Si deve proprio? Butto giù due righe su questo romanzo del 1998 – quanti bei libri sono usciti negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni Novanta – parte della cosiddetta trilogia americana con “Pastorale americana” (1997) e “La macchia umana” (2000). Siamo negli anni Cinquanta. Ira Rington, in arte Iron Rinn, è un attore radiofonico. Le umili origini, poco studio e molta autodidattica, lo spingono ad abbracciare la “fede” marxista. Ira è un omone dalle mani grandi e callose, nel fisico – e non solo – ricorda il Martin Eden di Jack London. Sposa una donna più grande di lui, Eve Frame: ex diva del cinema muto, tre matrimoni alle spalle e una figlia adulta. La storia di Ira è raccontata da Murray, suo fratello, nonché ex insegnante di inglese di Nathan Zuckerman – “Ho sposato un comunista” figura tra i romanzi zuckermaniani di Roth. Nathan ritrova il suo amato prof. molti anni dopo i fatti accaduti. Di Rington, del suo carisma, della sua sconfinata cultura, lo “scrittore fantasma” conserva tanti ricordi. Nathan ne era affascinato. Il racconto di Murray, che nello schema narrativo di Roth serve a riprodurre quel gioco di specchi tipico di molte sue opere, è per l’autore di Carnowsky una specie di viaggio a ritroso nel tempo, un viaggio nella memoria. Il matrimonio tra l’idealista Ira e la ricca e snob Eve, la capitalista Eve, sembra improbabile fin dall’inizio. Eppure il loro amore regge oltre le contraddizioni nelle quali  inciampa il più giovane marito, e nonostante il logoramento alimentato dal difficile rapporto tra Eve e sua figlia. Ma quando Eve rivela ad un giornale che Ira è una spia dell’Unione Sovietica, la crisi matrimoniale ormai in atto assume una dimensione nazionale, diventa scandalo. È il principio della fine, non solo per Ira ma anche per suo fratello Murray. “Ho sposato un comunista” è un romanzo d’amore e di utopia, un meraviglioso affresco sul maccartismo – forse il più bel romanzo che sia stato scritto su quella stagione politica – e nel contempo una commedia umana dalle tinte forti. Una storia crudele fatta di promesse e ricatti, a volte cupa, a tratti noiosa, ma ricca di pagine indimenticabili: l’ultima è da incorniciare.

Angelo Cennamo

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UCCIDI QUEI MOSTRI – Jeff Jackson

Jeff Jackson è un autore piuttosto eclettico: drammaturgo, musicista, romanziere. Nel 2013, il suo romanzo d’esordio “Mira corpora” è finalista del Los Angeles Times Book Prize. “Uccidi quei mostri” esce negli Stati Uniti nel 2018, qui in Italia oggi, 8 ottobre 2020, con la Casa Editrice Milanese (SEM) e la traduzione dell’ottimo Seba Pezzani. È un thriller rock, distopico, con venature horror. Il romanzo rock, soprattutto in America, ha un’ampia tradizione che va da Don DeLillo a Rick Moody. Con “Il tempo è un bastardo”, Jennifer Egan ci ha vinto perfino un Pulitzer. In Italia non mancano esempi di questo genere di narrativa: “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, opera cult di Enrico Brizzi, o il più sofisticato “Rosso Floyd” di Michele Mari sono stati libri di successo. Jackson però sembra andare oltre gli autori e i romanzi citati, alle suggestioni musicali vuole aggiungerne delle altre, di tipo visivo: si chiama ergodica la letteratura che scompagina i formati del libro, alterandone il sistema di lettura: ricordate “Casa di foglie” di Mark Z. Danielewski? “Uccidi quei mostri” si legge come un disco di vinile: ha un lato A e un lato B; per leggere il lato B dovete capovolgere il libro. La trama è piuttosto semplice: negli Stati Uniti si è diffusa una misteriosa epidemia che spinge a sparare a delle rock band durante i loro concerti. La protagonista del romanzo, che nella versione originale si intitola “Destroy all monsters”, come una leggendaria band di Detroit, è la giovane fidanzata di un aspirante rockstar: Xenie. Jackson tiene i lettori sulla corda, è bravo a sparigliare le carte mescolando temi e registri narrativi. La scena del delitto è l’America; la vittima, evidentemente, la cattiva musica che imperversa nel paese dopo generazioni di grandi performers. Il thriller devia nell’horror, l’horror in un poetico e coraggioso postmodernismo. Non c’è tempo di pensare, di rallentare, la storia scorre sincopata come uno spartito dei Clash. Tu chiamale se vuoi, vibrazioni.  

Angelo Cennamo

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NOMADLAND – Jessica Bruder

Quando leggete un libro, non chiedetevi se è una storia vera, chiedetevi se è una storia inventata. A Jessica Bruder – giornalista pluripremiata che si occupa di sottoculture e questioni sociali – le sono voluti tre anni di preparazione e quindicimila miglia percorsi in camper, da Nord a Sud, da Est a Ovest, per scrivere il suo libro inchiesta, così vero da sembrare un romanzo. “Nomadland” racconta un pezzo invisibile della società americana: decine, centinaia, forse migliaia di uomini e donne, perlopiù anziani, che per “sopravvivere all’America” e alla crisi, si mettono in marcia verso un destino ignoto. È un’America nomade, “fuori dai radar”. Li chiamano workcamper, moderni viaggiatori mobili che accettano lavori temporanei in cambio di un posto per roulotte gratuito. Il workcamping può sembrare uno stile di vita gioioso ed eccentrico, molti di coloro che lo praticano sono temprati e hanno spirito d’avventura, non sembrano delle vittime, in realtà la loro è una dura strategia di contrasto alla povertà. Per riempire stomaco e serbatoi, i workcamper faticano tutto il giorno facendo anche lavori pesanti, spesso senza garanzie e tutele. “La prima volta che dormi in macchina nel centro della città, ti senti una totale fallita o un senzatetto…ma è questo il bello delle persone: si abituano a tutto”. Linda May è una nonna sessantenne, ex alcolista; è lei nel racconto della Bruder a dare il volto e la voce a questi “senza casa” – preferiscono definirsi così anziché “senza tetto”. Sono più di quanto si possa immaginare, una tribù, una comunità, esiste perfino un blog che li tiene in contatto fornendo suggerimenti, notizie utili. Sentite come descrive l’esperienza del workcamping una ex giornalista della ABC rimasta senza lavoro: “Ho trovato la mia gente: un gruppo raffazzonato di disadattati che mi hanno circondato con amore e accettazione. Per disadattati non intendo perdenti e sbandati. Erano intelligenti, compassionevoli, laboriosi americani a cui è caduta la benda dagli occhi. Dopo una vita a rincorrere il Sogno Americano, sono arrivati alla conclusione che non era altro che un gigantesco imbroglio.” Lavanderie a gettoni, abbonamenti in palestra per fare la doccia: sono mille gli espedienti dei nomadi per alleggerire disagi e rimuovere le costrizioni “L’ultimo luogo libero d’America è un parcheggio.”  Una città simbolo di questo movimento è Quartzsite, in Arizona. Linda lavora in un campeggio, poi da Amazon, centinaia di km percorsi a piedi a scannerizzare merci per pochi dollari, ma sicuri, all’ora; ai giovani preferiscono gli anziani come lei: sono più affidabili. “Nomadland” è un libro bellissimo e malinconico come certe opere di Steinbeck: “Furore”, soprattutto “Viaggio con Charley”, il racconto del viaggio in furgone che Steinbeck fa con il suo barbone francese. Jessica Bruder lo ha scritto con il cuore, citando sì dati e statistiche, ma indagando nell’animo dei protagonisti. Ne è venuto fuori un reportage giornalistico romanzato con momenti di autentica poesia, come certe parole di Linda e delle sue compagne di viaggio “Tutta la mia vita è stata alta e bassi, e il momento più felice è quello in cui possiedo pochissimo…Le persone vanno e vengono nella tua vita. Non riesci a trattenerle per sempre”.

Angelo Cennamo

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LA CASA SUL LAGO – David James Poissant

David James Poissant, scrittore di Orlando (Florida), lo abbiamo conosciuto con un’antologia di racconti intitolata “Il paradiso degli animali”, pubblicata sempre da NNeditore nel 2014. A sei anni dal suo bell’esordio, Poissant è tornato in libreria, stavolta con un romanzo, carico di aspettative che, per quanto mi riguarda, non sono state tradite. “La casa sul lago” è una classica storia familiare, ambientata nell’America di Donald Trump. Cosa c’entra Trump con questo libro, vi chiederete. C’entra. Ve lo dico dopo. Siamo nel Nord Carolina, sulle rive del lago Christopher – nella realtà il lago Toxaway. Qui un’anziana coppia di docenti universitari, Richard e Lisa Starling, ospita i suoi due figli, Michael e Thad, con i rispettivi moglie, Diane, e fidanzato, Jake, per un ultimo weekend. Ultimo perché la coppia ha deciso di vendere la casa e di trasferirsi in Florida. La vicenda si sviluppa in soli tre giorni. Settantadue ore intense, durante le quali agli Starling accade di tutto. Il romanzo si apre con una tragedia: il bambino di una coppia di vicini muore annegato nel lago durante una gita in barca, nonostante il soccorso immediato e rischioso prestato da Michael. La morte del piccolo travolge di riflesso tutti i protagonisti del romanzo, rimette in discussione progetti, fa riaffiorare vecchi ricordi e squarcia il velo che aveva celato segreti fino ad allora inconfessabili. Ne viene fuori il ritratto di una famiglia come tante, ma diversa da come si è mostrata agli altri e finanche ai suoi stessi membri. Ciascuna delle tre coppie Starling fatica a tenere fede ai propri impegni. Lisa non ha mai perdonato un vecchio tradimento di Richard. Michael non vuole avere il figlio che Diane sta per dargli “Non ce lo possiamo permettere”. Thad non tollera le continue trasgressioni sessuali del fidanzato. I fratelli Starling sono depressi, abusano di alcol e droghe: non sono i figli che Richard e Lisa pensano di aver messo al mondo. In una delle scene migliori del romanzo, Michael ammette di aver votato Trump, suscitando la reazione rabbiosa degli altri. Capita di rado che in un romanzo americano uno dei protagonisti sia convintamente trumpiano. Succede ne “Il decoro” di David Leavitt, non ne conosco altri. I fratelli Starling ricordano i fratelli Lambert de “Le correzioni”; difficile non pensare al capolavoro di Franzen leggendo questo libro. Poissant sa scrivere, è ironico, ha la giusta sensibilità per affrontare temi scivolosi e già discussi in mille altri romanzi. E come Franzen, racconta l’America usando come osservatorio la famiglia. Esiste un segreto per superare le difficoltà dello stare insieme? “Come facciamo a trovare un modo?” chiede Richard a Lisa nelle ultime battute del libro. “Andiamo avanti. È l’unico modo. Andiamo avanti” risponde lei. 

Angelo Cennamo

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IL FRATELLO BUONO – Chris Offutt

“Aveva del cibo, ma non aveva fame. Aveva una Jeep, ma nessun posto dove andare. Aveva un nuovo nome, ma nessuno che potesse chiamarlo.” 

Non si può separare Chris Offutt dai luoghi dove Offutt ambienta le sue storie: il Kentucky. “Il fratello buono” – uscito negli Stati Uniti nel 1997 ma arrivato in Italia solo ventitré anni dopo con minimum fax e Luca Briasco – è fondamentalmente un libro di luoghi. La trama del romanzo è abbastanza semplice: Virgil Caudill vive nel cuore del Kentucky con la madre e una sorella sposata. È un ragazzo semplice, di indole pacifica, ma a seguito dell’assassinio del fratello Boyd, lo scapestrato della famiglia, è costretto a prendere una decisione dolorosa che gli cambierà per sempre la vita. La storia è raccontata in terza persona, al passato remoto. Offutt lavora per sottrazione, la sua prosa è come al solito disadorna, ruvida, ma efficace. Di Virgil, Offutt ci racconta ogni gesto, movimento, ogni silenzio. Il suo trasferimento dal Kentucky al Montana, dove è ambientata la seconda parte del romanzo, dà risalto ai paesaggi, protagonisti almeno quanto i personaggi in carne ed ossa. È un’America di camicie di flanella a quadri, jeans e scarponi; silenziosa, rurale, lontana dagli standard minimi di progresso. Il Montana di Offutt è perfino più sperduto del Colorado di Haruf: se di tanto in tanto non comparisse un pick-up, penseresti che tutto stia accadendo nei primi anni del secolo scorso. Gli uomini e le donne che Joe Tiller – questo è il nuovo nome scelto da Virgil – incontra nel suo peregrinare, sono dei reietti, degli sconfitti, emarginati come lui. Virgil – Joe Tiller si sente perso, sradicato dalla sua terra, che non aveva mai abbandonato prima di allora; un uomo senza casa, senza identità, senza futuro “Io non possiedo niente”. Uno dei temi del romanzo è l’uso delle armi come strumento di sopravvivenza oltre che di difesa. Offutt ci mostra l’America di Trump vent’anni prima di Trump, una società arcaica dove la vendetta personale è il solo modo per farsi giustizia e dove la grammatica dei sentimenti non contempla sfumature. Il ritmo della narrazione è lento come lo scorrere del tempo, scandito dai versi degli animali selvatici e dal vento che fa vibrare i rami degli alberi. Il Montana è così, lontano da tutto. “Vengo dal Bronx” dice uno dei personaggi a Joe Tiller. “Dove si trova?” chiede Joe.   

Angelo Cennamo

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CEMETERY ROAD – Greg Iles

C’è un cadavere nelle acque del Mississippi, è Buck Ferris.
La prima cosa che ho fatto, iniziando a leggere “Cemetery road”, è stata andare a controllare se la cittadina di Bienville esiste per davvero o è un luogo immaginario, come Holt nei romanzi di Kent Haruf, Castle Rock in quelli di King o la Macondo di Garcia Marquez. Bienville esiste, ma non si trova nello Stato del Mississippi. E allora fingiamo pure che la Bienville della Lousiana sia qualche miglio più a Est; andiamo avanti. È qui, in questo piccolo centro sulle rive del Grande Fiume, che Greg Iles, scrittore americano ma di origini tedesche, ha ambientato la sua storia: lunga, ingarbugliatissima, densa di fatti – troppi – e di intrecci sorprendenti. Dicevamo di Buck Ferris. Tutto ha inizio con il suo probabile omicidio. Buck è un archeologo, e una sua scoperta rischia di far saltare un investimento miliardario che a Bienville potrebbe portare ricchezza e occupazione dopo anni di stagnazione. La voce narrante del romanzo è di Marshall McEwan, giornalista da premio Pulitzer che da Washington è costretto a tornare nella sua città per assistere il padre, Duncan, malato terminale e vecchia gloria del giornalismo locale. Marshall era molto legato a Buck, suo mentore, una specie di secondo padre che ha supplito alla figura del vero genitore dopo la tragedia di Adam, il fratello maggiore di Marshall, della cui morte, avvenuta per una stupida sfida tra ragazzi, Duncan ha considerato responsabile l’altro figlio. L’indagine avviata da Marshall si rivela subito complicata perché nell’omicidio dell’archeologo è coinvolto il Circolo del Poker, una sorta di loggia massonica che da decenni governa e decide le sorti della città. Figura chiave di questa conventicola di affaristi spregiudicati è Max Matheson, padre di Paul – amico fraterno di Marshall e marito di Jet, ex fidanzatina del giornalista e tuttora sua amante. L’altra donna è Nadine, anche lei innamorata di Marshall e anche lei avvocato. Della trama non dirò altro. Iles è abile nel costruire un mondo e popolarlo con i suoi personaggi, non tantissimi, a dire il vero, a dispetto delle mille tracce che si sviluppano nella storia. Tutto scorre e si perde nelle acque torbide del Mississippi, il protagonista silenzioso del libro. “Cemetery road” è uno straordinario romanzo popolare sulla provincia americana, definirlo un thriller è riduttivo. L’amore, il sesso, la vita e la morte, la paternità, il capitalismo con i suoi dilemmi etici, la corruzione, il passato che ritorna, l’umana imperfezione: la carne che Iles mette sul fuoco è tanta, forse troppa – i romanzi nel romanzo sono almeno tre – ma il risultato sfiora l’eccellenza. Il finale è aperto, non escludo un sequel. Leggetelo.

Angelo Cennamo

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CORRI, CONIGLIO – John Updike

Ci sono scene di libri che non si dimenticano: le domande di Holden Caulfield sulle anatre di Central Park; il suicidio nel forno a microonde del filmaker Incandenza in “Infinite jest”; il Mickey Sabbath di Philip Roth che si fa sorprendere dall’amico Norman, mentre nella vasca da bagno prova a masturbarsi con la foto di sua figlia. L’incipit di “Corri, Coniglio” con Harry Angstrom che si unisce a sei ragazzini che giocano a basket intorno a un palo della luce, è una di queste. Che strano nome, Coniglio. Lo chiamano così per la larghezza del viso bianco, il pallore delle iridi celesti e “quel fremito nervoso sotto il naso corto mentre si ficca la sigaretta in bocca.” È il 1960 quando John Updike, scrittore del Wisconsin, con buoni precedenti sul New Yorker, fa uscire il primo dei quattro volumi dedicati al suo “Rabbit”. Il romanzo fa discutere per tante ragioni, non ultima una serie di scene di sesso che per quei tempi sono decisamente troppo esplicite. Harry è un ragazzo di ventisei anni; si guadagna da vivere dando dimostrazioni sull’uso di un attrezzo da cucina chiamato Magisbuccia. Ha una moglie, Janice, e un figlio, Nelson. Janice è una ragazza insicura, fragile, sottomessa al marito, un’alcolizzata. La nuova gravidanza l’ha pure infiacchita, imbruttita. Un bel giorno Harry monta in macchina e dal Wisconsin arriva fino in Virginia Occidentale. Harry è un uomo in fuga. La fuga di Harry “Coniglio” Angstrom è tra le cose migliori che siano mai uscite dalla penna di uno scrittore, sappiatelo. L’America è un’adolescenza senza fine, scrive Ben Lerner in “Topeka school”, ed Harry è il ritratto di un’America che non vuole diventare adulta. Prima ho citato il romanzo di Salinger; Holden Caulfield vaga per New York perché non sa come spiegare ai suoi genitori che è stato espulso dal liceo. Harry Angstrom scappa per non confessare a Janice che il loro matrimonio è stato un errore “la sua colpa è un agglomerato di fuga, crudeltà, oscenità e presunzione; un nero grumo racchiuso nelle viscere della nascita.” Lui, lei, l’altra. L’altra è Ruth, la seconda vittima di Harry, la traviata che ha smesso di credere all’amore, la donna che non spera e non si illude. La vita di Ruth è stata una sequenza di menzogne e impudicizie, ed Harry è solo l’ultimo nome sul suo brogliaccio delle presenze maschili. L’ennesima fregatura, forse. Coniglio fugge da entrambe le donne. Dribbla gravidanze, aspettative, suoceri. Uno dei temi del libro è la fede religiosa. Updike ne affida il ruolo al reverendo Eccles. Sarà lui a redimere il fuggiasco? E a quale prezzo? Di Updike è stato scritto di tutto. Di Lui, David Foster Wallace disse che era uno scrittore generazionale; “Corri, Coniglio” uscì pochi anni dopo “On the road” di Kerouac, un’altra bella storia di fughe, forse l’archetipo di questo genere di narrazione. Non so di preciso cosa abbia voluto intendere Wallace con quella espressione; che le trame di Updike siano rappresentative di una certa stagione del Novecento americano e degli umori legati a quegli anni, è possibile. Al di là di questo, Updike resta un gigante della letteratura, dentro e fuori del suo tempo; ed Harry “Coniglio” Angstrom, un personaggio che non si dimentica. 

Angelo Cennamo

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