NOTTE SUL NEGEV – Federica Fantozzi

 

20200401_201728

Di Federica Fantozzi mi ha sempre incuriosito la vocazione all’internazionalismo. Più che raccontare il proprio mondo, Federica racconta il mondo nella sua interezza, e lo fa fuori da ogni canone, schema o target precostituito. “Notte sul Negev” esce nel 2001 ed è il secondo dei quattro romanzi ad oggi presenti sul suo scaffale, dopo l’esordio di “Caccia ad Emy” e i due più recenti capitoli di Amalia Pinter, la giornalista d’assalto alla quale Federica ha affidato il pensiero e lo sguardo sull’attualità con particolare riferimento al crimine. Quattro libri diversissimi ma con una matrice comune: il viaggio, l’esplorazione. Ho già detto in diverse occasioni che la categoria di autrice noir a Federica Fantozzi le sta stretta, e che il male di cui sono intrise le sue storie non è che il pretesto per raccontare molto altro. L’intrigo, il complotto misti all’avventura sono la cifra della narrativa fantozziana. E al centro di queste quattro – per adesso – storie c’è sempre una figura femminile: leggendo “Notte sul Negev” non vi sarà difficile ritrovare nel personaggio di Camilla l’embrione, la prima versione o stesura, di Amalia Pinter. Il romanzo è ambientato in Israele, dopo l’anno 2000. Una giovane diplomatica inglese viene mandata in missione in Terrasanta alla soglia di una nuova Intifada. La trattativa di pace tra israeliani e palestinesi si è arenata a Camp David, e le residue speranze di ristabilire l’ordine sono rimesse alla visita di Amodio I, il primo Papa di colore. Gerusalemme è un incrocio di etnie composite oramai allo sbando; Fantozzi ne riproduce i colori e gli umori, sembra di essere lì. Allo stesso modo con il deserto, dove si svolge buona parte della storia; sono i passaggi più coinvolgenti del libro. Specialmente di notte, iI Negev brulica di silenzi e di versi di animali, gufi, civette: le vere sentinelle contro il male. “Notte sul Negev” è un romanzo di atmosfere prima di tutto, un viaggio in un luogo ricco di storia e di suggestioni dove la fede ha più spesso diviso anziché unito i popoli.  Le descrizioni di Federica Fantozzi sono precise, dettagliate; i retroscena dei fatti ben argomentati e documentati –  Federica Fantozzi sa scrivere. Riusciranno Camilla e il Papa ad allentare la morsa del fanatismo e dell’incomprensione? Buona lettura.

 

Angelo Cennamo

Standard

THE OUTSIDER – Stephen King

20200328_151757
Può un uomo accusato di omicidio trovarsi al momento dei fatti in due posti diversi? È intorno a questa curiosa bilocazione che si dipana la trama di The outsider, romanzo che Stephen King fa uscire nel 2018.
Ma andiamo con ordine. In una cittadina immaginaria dell’Oklahoma, Flint City, viene ritrovato il cadavere martoriato di un bambino. Tutti gli indizi convergono su un insospettabile, Terry Maitland, un professore di inglese e allenatore di una squadra di baseball di pulcini, marito e padre esemplare. Il suo arresto è spettacolare: l’uomo viene ammanettato allo stadio davanti a duemila persone tra le quali la moglie e le sue due figlie. Siamo alle prime battute del romanzo. I protagonisti sulla scena, oltre Terry, sono Ralph Anderson, il poliziotto che sottopone il coach alla frettolosa umiliazione dell’arresto, e il procuratore distrettuale Samuels. Terry, allibito di fronte all’invasione di campo della polizia, non smetterà di professarsi innocente: quel giorno si trovava in un’altra città, ad un convegno letterario insieme a dei colleghi, ripreso addirittura da una televisione locale. Ma come spiegare allora le impronte e le tracce del suo DNA sul luogo del delitto?
“Vi sarei grato se uno dei due mi spiegasse perché avete arrestato l’uomo che nel 2015 è stato eletto cittadino dell’anno di Flint City. È stato un errore, a cui magari possiamo porre rimedio insieme, o i vostri cervelli del cazzo sono andati in pappa?”.
A parlare è Howie Gold, l’avvocato difensore di Terry, tra i personaggi più riusciti del libro. King è ormai a proprio agio nei panni del romanziere thriller, genere che ha iniziato ad esplorare solo da qualche anno ma che gli ha già procurato dei buoni riscontri con la trilogia di Mr Mercedes. A pagina 175 però accade quello che non ti aspetti: la storia deraglia sul binario del Fantasy, sicuramente a King più congeniale; sì ma a quale prezzo? È una cesura che di fatto dà inizio ad un altro romanzo. Chi è Terry Maitland, un impostore o la vittima di una misteriosa concatenazione di eventi? Qui King allarga lo spettro della trama tirando nella storia altre figure che si riveleranno decisive nella seconda parte del racconto. Troppa carne al fuoco, urlerà qualche simpatizzante deluso da una possibile deriva metafisica. Stavolta il Re ha toppato. Prevedibile, diranno altri, dovendo l’autore giustificare la duplice collocazione del protagonista negli attimi in cui si consuma il delitto. Qual è la verità? Leggendo il libro ciascuno se ne farà un’opinione come è giusto che sia. Ad ogni modo, The outsider è un romanzo dagli standard piuttosto alti – eviterò di fare classifiche – per qualità della scrittura – la traduzione italiana è dell’ottimo Luca Briasco – spessore dei personaggi, soprattutto per la trama, mai scontata o noiosa. È un libro avvincente nel quale non mancano riferimenti all’attualità e al sociale – Trump, la gogna mediatica, la spregiudicatezza di certe operazioni di polizia… Una storia che King forse avrebbe potuto contenere anche in quattrocento pagine anziché cinquecentoventinove e concludere con meno disordine? Può darsi. Ma avercene di romanzi così.
Angelo Cennamo
Standard

TOPEKA SCHOOL – Ben Lerner

TOPEKA SCHOOL - BEN LERNER

Non so quale direzione prenderà il romanzo nei prossimi decenni. Ogni tanto viene fuori qualcuno che ne decreta la morte. Penso che ovunque dovesse andare, lì, in quello spazio, ci sarà sicuramente Ben Lerner. Scrissi qualcosa di simile a proposito di Ali Smith e del suo “Inverno”. Topeka School è un libro ambizioso che contiene quattro storie e nessuna (vera) trama. Il senso del romanzo – a tratti saggio mascherato – sconfina oltre il perimetro del racconto, che sembra non esserci. Lerner lavora per addizione, confezionando una sorta di trattato sociologico sul linguaggio, sul suo potere mistificatorio, sulla sua degenerazione nei social. È un libro difficile, piatto, senza sussulti, in cui sono il vigore e la magnificenza della scrittura a colmare i vuoti di empatia ai quali il giovane autore del Kansas ci ha abituato.

Siamo negli anni Novanta. Adam Gordon è un eccellente studente della Topeka High School e un asso dell’oratoria pubblica. Come un novello Protagora, Adam se ne va in giro per il Paese ad asfaltare altri suoi coetanei in agguerrite competizioni di dialettica. Il romanzo di formazione di Adam si alterna a quello dei suoi genitori – Jonathan e Jane, esemplari della borghesia radical chic di sinistra – e del giovane bullizzato Darren, scritto in corsivo. Il contrasto tra l’ambiente progressista in cui è cresciuto Adam e il mondo esterno, rozzo e violento, è uno dei topoi del libro oltre che il paradigma di un linguaggio-comunicazione asimmetrico per stile e incisività. L’esperimento di Lerner è riuscito? A tratti no: non mancano momenti di noia e passaggi inutilmente astrusi che rischiano di allontanare il lettore dalle diverse trame e sottotrame. Topeka School però ha tutti gli ingredienti e le dinamiche del Grande Romanzo Postmoderno, un libro denso di parole che parla di parole e dell’uso spesso distorto che ne si fa.

Angelo Cennamo

Standard

PATRIMONIO – Philip Roth

PATRIMONIO - PHILIP ROTH

È sempre difficile districarsi tra verità e finzione quando si legge un libro di Philip Roth. Patrimonio esce nel 1991. È una storia apparentemente autobiografica, simbolicamente al confine tra le sue due stagioni letterarie. Scrivendo la dolorosa vicenda della malattia e della morte dell’anziano genitore, Roth smette i panni del figlio – Roth nasce come scrittore che si ribella ai valori familiari, alla tradizione ebraica, al perbenismo (Lamento di Portnoy ne è il romanzo più significativo) – e diventa padre, lui che nella vita padre non lo è mai stato.

A ottantasei anni mio padre aveva perso quasi per intero la vista dell’occhio destro, ma per tutto il resto sembrava godere di una salute fenomenale per un uomo della sua età quando fu colpito da quella che il medico della Florida diagnosticò, sbagliando, come paralisi di Bell, un’infezione virale che provoca la paralisi, di solito temporanea, di un lato del viso”.

Hermann Roth, figlio di un cappellaio ebreo, arrivato negli Usa dalla Galizia polacca alla fine dell’Ottocento, era quel che si dice un self-made man. Con la terza media era riuscito a farsi assumere da un compagnia di assicurazioni di cristiani fino a diventarne dopo qualche anno direttore generale. Il racconto in prima persona fatto dal secondogenito Philip è un viaggio nella memoria oltre che il diario della malattia; un diario dettagliato, scritto con il sarcasmo e la leggerezza di un grande romanziere. Non è un libro tetro, Patrimonio, ma una storia – vera o in parte vera che sia – ricca di umanità e di vita, nella quale si alternano pensieri taciuti a dialoghi strazianti. La scena in cui Hermann, durante una cena, scappa al piano di sopra perché si è fatto sotto, e piange dalla vergogna quando Philip lo raggiunge in bagno, impestato dal tanfo degli escrementi lasciati in giro, per spogliarlo e lavarlo, è di una intensità unica “Questo, dunque, era il mio patrimonio. E non perché pulire fosse il simbolo di qualche altra cosa, ma proprio perché non lo era, perché non era altro, né più né meno della realtà vissuta che era. Ecco il mio patrimonio: non il denaro, non i tefillin, non la tazza per farsi la barba, ma la merda”. Hermann deve decidere se farsi asportare o meno il tumore che gli è stato diagnosticato al cervello. È un’operazione rischiosa, soprattutto per un uomo della sua età. Quanto tempo gli resta? Ne vale la pena? Pagine palpitanti, traboccanti di emozioni, le parole si alternano ai silenzi, Roth scrive anche quelli, Roth getta finalmente la maschera e dà in pasto al lettore la propria intimità, la disperazione, la solitudine di fronte alla morte. Il gran finale, l’ultimo giro di giostra. Tutto questo è Patrimonio, tutto questo è il genio di Roth.

Angelo Cennamo

 

Standard

UN’ALTRA OCCUPAZIONE – Joshua Cohen

UN'ALTRA OCCUPAZIONE - JOSHUA COHEN

Nel suo romanzo Selva oscura, Nicole Krauss fa partire due newyorkesi di successo per Tel Aviv alla ricerca di una nuova dimensione, professionale e spirituale. Joshua Cohen, giovane scrittore ebreo della East Coast come la Krauss, nel 2015 fa trasferire a New York due veterani dell’ultima guerra di Gaza dopo la leva obbligatoria nell’esercito israeliano. Yoav e Uri vengono occupati da David King, cugino del primo, nella sua ditta di traslochi. Negli Usa le ditte di traslochi non si limitano a spostare il mobilio da un appartamento all’altro, fanno molto altro: sbattono fuori gli inquilini morosi, confiscano beni, e non sempre con metodi leciti. Per puro caso ho letto il libro di Joshua Cohen Un’altra occupazione dopo Selva oscura. Sono due romanzi certamente diversi per trama e stile, ma asimmetricamente sovrapponibili per alcuni dei temi trattati: la fede, l’identità, le radici. “Non puoi smettere di essere un soldato, proprio come non puoi smettere di essere un ebreo” dice un rabbino a Uri in uno dei dialoghi più appassionanti di questa storia. Lo si può dire anche degli scrittori? Nei romanzi degli autori ebrei americani la componente religiosa è importante, è quasi una missione. Talvolta può appesantire la lettura, risultare soffocante; nel bellissimo romanzo della Krauss, a mio avviso, lo è. Il massimalismo di Cohen è più dinamico – la traduzione italiana è di Claudia Durastanti; Cohen imbastisce la sua trama sul contrasto e la similitudine. Nella prima parte del romanzo giganteggia la figura di David King, il cugino imprenditore di Yaov, ebreo come lui, repubblicano per convenienza, ricco, alle prese con una ex moglie avida e inviperita, una figlia tossicodipendente, filopalestinese, e una capoufficio onnipresente che vorrebbe sposarselo. “Tutte le sue battaglie erano sul suo viso. Tutte le persone che era, in lotta tra loro: il re, il sempliciotto, l’uomo che si era fatto da sé, l’incompleto”. Yoav è per David il ponte con Israele, la sua madrepatria, la sua Famiglia. I due giovani soldati ebrei, che stando alle parole di quel rabbino non smettono mai di essere quello che sono, si ritrovano nella Grande Mela come due alieni. Tutta la seconda parte del racconto scorre tra il presente e i ricordi della vita militare: i check point sulle linee di confine, i turni di guardia, gli spari, i percorsi nei tunnel. Yoav e Uri oggi impacchettano e spostano mobili, fanno mille incontri, ma non hanno smesso di essere due soldati, e presto si accorgeranno che quella nuova occupazione non è poi tanto diversa dalla guerra che hanno combattuto.

Angelo Cennamo

Standard

STO PENSANDO DI FINIRLA QUI – IAN REID

 

STO PENSANDO DI FINIRLA QUI - IAIN REID

Due fidanzati viaggiano in macchina su una statale sperduta e indefinita degli Stati Uniti. Sono diretti alla fattoria dei genitori di lui. Lui è Jake, ragazzo dotato di grande intelligenza e molto colto. Alto, magro, introverso. Lei, voce narrante della storia, non ha nome. L’incontro con i genitori di Jake è surreale. La coppia non sembra essere in casa. Poi compare sulla scena in un’atmosfera quasi spettrale. Nella casa si respira una strana aria. La ragazza è a disagio. Nel viaggio di ritorno la tensione comincia a salire. Il paesaggio è desertico, nevica. Il racconto è una sequenza di pensieri e di osservazioni sulla personalità di Jake e sul futuro di quella relazione ancora incerta. Nelle ultime cento pagine, la svolta clamorosa. I due si fermano davanti ad una scuola abbandonata. Jake scende dalla macchina e sparisce nel buio. La ragazza si mette sulle sue tracce, lo cerca tra i lunghi corridoi di quella scuola che subito ci appare spaventosa. Inizia l’incubo. Inizia il thriller. Iain Reid è un giovane scrittore canadese, Sto pensando di finirla qui il suo romanzo di esordio dal quale è tratto l’atteso film di Netflix per la regia del premio Oscar Charlie Kaufman. Il libro di Reid cancella il confine tra mainstream e letteratura di genere, è una storia semplice, con due soli personaggi ma  densa di suggestioni, ipnotica, con una conclusione sorprendente che dilata il tempo e l’identità dei protagonisti. La qualità della scrittura è eccellente, così come la costruzione della trama: partenza in sordina, poi un crescendo di emozioni, dubbi, ipotesi che nel finale si riveleranno infondate. Tra Stephen King e il cinema di Stanley Kubrick.

Angelo Cennamo

Standard

GLI ESTIVI – LUCA RICCI

GLI ESTIVI - LUCA RICCI

“Chi ama non dovrebbe mai sposarsi, o chi si sposa non dovrebbe mai amarsi” è il senso in un tweet de Gli estivi, secondo capitolo, dopo Gli autunnali, di una futuribile quadrilogia che espone Luca Ricci nel ruolo di miglior matrimonialista della letteratura italiana. Al centro della storia – raccontata in prima persona da un funzionario Rai che di tempo libero ne ha così tanto da potersi concedere una seconda attività di scrittore – c’è una coppia di ultracinquantenni con un matrimonio ormai spento, noioso. Il romanzo, ambientato perlopiù sul litorale del Circeo e nel traffico della Pontina, si apre con un colpo di fulmine in una notte di stelle cadenti. In Trascurate Milano un uomo adulto si fa sedurre da una ragazzina tra i vagoni della metropolitana. Memorie di un sottosuolo vibrante e spregiudicato che sovverte l’ordine e la moralità della superficie. Ne Gli estivi il romanziere senza nome e senza idee perde la testa per un’adolescente in vacanza con delle amiche “Un desiderio che non aveva espresso, esaudito da una stella che non aveva visto cadere”. È un amore platonico, immaginato, fatto di sguardi, pensieri sconci e messaggi senza risposta. Un inconfessabile appuntamento con la fantasia che si ripete estate dopo estate, con lei che nel frattempo arriva a sposare un uomo perfino più adulto di lui. Lo scrittore senza nome ci fa venire in mente il Dorigo di Buzzati, la sua paura di invecchiare, l’incapacità di vivere la normalità familiare dei suoi coetanei. C’è sempre un po’ di Buzzati nelle trame di Ricci, il Buzzati migliore, quello malinconico, solitario, sopraffatto dal rimpianto. Lui, lei, l’altro. L’altro è Lello Annibali “…pubblicava i miei romanzi ed era il mio vicino di casa al mare, scapolo impenitente quanto goffo, segnato da palesi contraddizioni: misantropo con pose da viveur, Don Giovanni afflitto da impacci cronici“. Annibali è il vincitore morale del romanzo; ha il ruolo che ne Gli autunnali fu di Alberto Gittani: la sponda perfetta del protagonista, la voce della sua coscienza immatura, fragile, incompiuta. Solo, nostalgico, lussurioso – la scena di lui che se ne va in giro a promettere schede telefoniche a delle minorenni in cambio di sesso, è esilarante: Annibali ricorda il Sabbath di Philip Roth. Ma il suo personaggio serve a Ricci soprattutto a dare corpo e voce ad un’editoria di qualità che nel nostro paese sta andando alla deriva. Ecco l’altro tema del libro: la letteratura e tutto quello che le gira intorno. È un mondo senza speranza, orientato dai non lettori più che dai lettori, e dalle solite conventicole. Gli estivi è un romanzo sulle occasioni perdute ma anche il tributo ad un’epoca e ad una narrativa della quale Ricci si candida ad essere il giusto erede.

Angelo Cennamo

Standard

IL LIBRO DEI NUMERI – JOSHUA COHEN

 

 

IL LIBRO DEI NUMERI - JOSHUA COHEN

 

Leggete i libri lunghi. Perdetevi nei libri lunghi, anche in quelli più complessi, folli, che vi disorientano o che vorreste abbandonare dopo poche pagine, per sfinimento. Joshua Cohen è un giovane scrittore americano. Americano del New Jersey ed ebreo, come Philip Roth e Paul Auster. In Italia lo pubblica – inspiegabilmente – un piccolo editore, semisconosciuto: Codice Edizioni. Inspiegabilmente perché, a mio modesto avviso, il fatto che un romanziere come Cohen, tra i tre o quattro americani più interessanti della sua generazione, sia arrivato qui da noi solo per la geniale intuizione di una minuscola per quanto intraprendente casa editrice, è davvero singolare. Ma questa è un’altra storia.

Da diversi mesi avevo rimandato la lettura de Il libro dei numeri, romanzo uscito negli Usa nel 2015 e osannato da buona parte della critica, a cominciare dal compianto Harold Bloom “Questo di Cohen è un libro di una potenza devastante”. Mi sono deciso a farlo sull’onda emotiva del David Foster Wallace Tribute, che avevo presentato qualche giorno prima alla Feltrinelli di Salerno. Cosa c’entra Wallace, direte. C’entra. Pochi scrittori infatti ricordano il golden boy di Ithaca come Joshua Cohen per lo stile massimalistico-argomentativo, per la scrittura così virtuosa, algebrica, rigorosamente plasmata sulla modernità, fitta di dettagli talvolta esasperanti – la traduzione italiana è della bravissima Claudia Durastanti.

Se state leggendo questa storia su uno schermo, andate a fanculo. Parlerò solo se sfogliato come si deve“. L’incipit del romanzo è folgorante. Lo è anche il resto. Ma di cosa parliamo? Il libro dei numeri ha una trama piuttosto semplice: uno scrittore fallito, Joshua Cohen come l’autore, viene ingaggiato come ghostwriter dal ceo di una grossa azienda informatica, una specie di Google, nella finzione chiamata Tetration, anche lui di nome Joshua Cohen. Il Cohen imprenditore è l’uomo che ha fatto a pezzi la carta stampata a cui l’altro Cohen ha dedicato tutta la vita. Entrambi hanno quarant’anni. La sfida lanciata da Cohen, il terzo Cohen, il Cohen autore, è intrigante: dimostrare che la letteratura sopravviverà a internet. Non è la prima volta che uno scrittore esplora il mondo dell’informatica attraverso la forma del romanzo; avevano già fatto qualcosa di simile Dave Eggers con Il cerchio e Jonathan Franzen con Purity. L’esperimento di Cohen però segue un percorso diverso: Cohen cioè non intende avvicinare il libro a internet, vuole portare internet dentro il libro. Il risultato è stupefacente, considerata anche la complessità di una sfida che procede lungo il crinale, delicatissimo, della dualità: parola/numero-letteratura/internet-carta stampata/ebook-CohenScrittore/CohenImprenditore. Lo stesso titolo del romanzo evoca il suo doppio: il IV libro della Bibbia. Gli ebrei vagano per quarant’anni nel deserto prima di poter accedere alla Terra Promessa (quaranta come l’età dei protagonisti). Nella versione di Cohen, i quarant’anni decorrono dal 1971 – nascita del microprocessore – e terminano nel 2011, con lo scandalo di WikiLeaks. Cos’altro aggiungere; Cohen confeziona un’opera gigantesca per originalità e per ampiezza narrativa. L’invenzione del motore di ricerca diventa infatti lo spunto per inglobare mille altri argomenti, di matrice storica e sociologica, in un poderoso e inarrestabile flusso di parole che l’autore di Atlantic City declina secondo le nuove applicazioni della scrittura: link, mail, messaggistica di varia natura. Come avrete capito, Il libro dei numeri è un romanzo-saggio che scavalca i confini della narrativa alla quale siamo stati abituati fino ad ora; un’opera destinata a diventare una pietra miliare della letteratura dei nostri tempi. E allora? Allora coraggio, non lasciatevi impressionare dalla mole; prendetevi una pausa, tirate il fiato, e fiondatevi tra le settecento e passa pagine di questo libro maledettamente folle, vertiginoso, unico, irripetibile.

Angelo Cennamo

Standard

L’UOMO CHE AMAVA I LIBRI – George Pelecanos

L'uomo che amava i libri - George Pelecanos

Quanto George Pelecanos sia legato a Charles Willford e a Elmore Leonard, maestri del crime che lo hanno preceduto di una generazione, lo si capisce fin dalle prime battute di questo romanzo: L’uomo che amava i libri è dedicato a loro. Da qualche anno, in Italia, di Pelecanos si erano perse le tracce. Sem Libri oggi lo ripropone con la sua ultima opera, una delle migliori. La trama del romanzo è semplice e pochi sono i personaggi che ne fanno parte. Siamo a Washington. Michael Hudson riesce ad evitare una condanna per rapina grazie alla manipolazione del testimone chiave del suo processo. A salvare Michael è il detective Phil Orzanian. Phil non è uno stinco di santo. Nella tradizione di altre figure del poliziesco americano e non solo americano (il Rocco Schiavone di Manzini, ad esempio), Phil arrotonda i suoi guadagni con dei lavoretti sporchi. Il favore reso a Michael non è gratuito. E’ qui che la storia comincia a prendere quota, intersecandosi con una seconda traccia che porta al terzo protagonista del libro: Anna, la bibliotecaria del carcere che trasmette a Michael la passione per la lettura. Anna è una donna sposata ma ha un debole per il (quasi) redento Michael. Fuori dal carcere, i due avranno modo di rivedersi. Lui continuerà a darle del lei. Parlano, si guardano, bevono qualche birra insieme. La passione per i libri li unisce oltre la soglia di quella quotidianità che non ammetterebbe deroghe. Una storia d’amore in un thriller classico, vecchia scuola, dai meccanismi perfetti, dal ritmo sostenuto e con frasi brevi, mai una parola di troppo. Leggere Pelecanos è un vero piacere.

Angelo Cennamo

                                  

Standard

Wallace, il realismo disperato di un genio della modernità

DAVID FOSTER WALLACE Ritratto bianco e nero

Raccontare l’apatia con garbo ed umorismo. La sconfitta della noia è come l’estasi istantanea in ogni atomo. Se sei immune alla noia, non c’è nulla che tu non possa fare. Giudicare l’opera di David Foster Wallace separandola dalla pulsione di morte che abitava la sua mente e che alla fine lo ha condotto al suicidio, è impossibile. Il realismo isterico della sua scrittura,  vertiginosa, torrenziale, lo sguardo malincomico – malincomico con la M – sulle vicende umane affrescate nelle pagine dei pochi romanzi  pubblicati sono indissolubilmente legati al noto malessere e a quel gesto risolutorio, forse inaspettato. La sera del 12 settembre del 2008, nella sua casa di Claremont, in California, pare che Wallace avesse pianificato tutto: scritto due righe di commiato alla moglie Karen, salutato i cani Jeeves e Drones, e ordinato negli  scatoloni giù in garage i manoscritti del romanzo al quale stava lavorando già da parecchi anni. Un librone di cinquemila pagine che si sarebbero ridotte a poco più di mille, aveva confidato a Jonathan Franzen. Per completare questo librone Wallace aveva rinunciato a convegni, conferenze stampa e uscite con gli amici. Dopo il successo di Infinite Jest, le aspettative dei lettori erano altissime. Un impegno troppo gravoso. E a chi come lo stesso Franzen si preoccupava negli ultimi tempi del suo stato di salute e gli chiedeva come stai, lui alla sua maniera rispondeva:  mi sento un po’ peculiare. I pezzi del  romanzo che Wallace stava scrivendo vennero successivamente assemblati dal suo editor, Michael Pietsch, in un libro di circa 800 pagine, pubblicato col titolo de Il Re Pallido. E’ l’ultimo atto, il testamento inconsapevole di un genio compreso, capace di ricodificare la grammatica della narrativa nordamericana e non solo quella, completando l’opera di altri avanguardisti: John Barth, Don DeLillo, Thomas Pynchon. Incontrai Wallace nel giugno del 2006, a Capri, in occasione di un celebre appuntamento letterario organizzato sull’isola da Antonio Monda. Era la prima edizione. L’immancabile bandana, t-shirt rossa con una scritta, uno stravagante bermuda a vita alta, l’aria svampita di chi è stato trascinato controvoglia in un luogo troppo esotico per le sue abitudini: l’aspetto di Wallace era quello di un nerd che aveva svoltato. Lui e Jonathan Franzen, amici e rivali, confusi tra la folla che neppure li riconosceva, si aggiravano sulla piazzetta come turisti anonimi. A distanza di anni, ritrovo quelle immagini nella mia memoria e sul web, confuse tra mille altre evocate dai suoi scritti: appunti di viaggio, racconti, romanzi, interviste. Leggere Wallace è come sentirsi spalancare gli occhi, e quando sfogliamo i suoi libri, per un certo numero di pagine ci piace immaginare, come ha scritto qualcuno, di essere lui, di essere David Foster Wallace.

Angelo Cennamo        

Standard