JOYLAND – Stephen King

 

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Quando leggi che nell’estate del 1973 il giovane Devin Jones, dal New England, si trasferisce nella Carolina del Nord per lavorare in un parco giochi, la prima cosa che ti viene da pensare è: e io, in quei mesi cosa facevo? Joyland come l’Edenlandia di Napoli? L’ho immaginata così. Riecco allora Tolstoj: racconta il tuo villaggio e racconterai il mondo. Un trucco, un meccanismo, che Stephen King conosce alla perfezione e che ripete puntualmente in ogni libro quando spalanca le porte del suo Maine a milioni di lettori sparsi in ogni angolo del pianeta. Nel mondo di Devin c’è una fidanzata che lo ha lasciato, Wendy, e un sogno: diventare uno scrittore famoso. Joyland è un luna park frequentato perlopiù da zoticoni, una fabbrica del divertimento, è soprattutto un luogo dove un ragazzo squattrinato come Devin può guadagnarsi qualche dollaro, rimuovere i brutti ricordi, fare nuove amicizie. Attenzione però, che ci crediate o meno, tra ottovolanti e ruote panoramiche, in quel tunnel dell’orrore, là in fondo, potete imbattervi nello spettro di una ragazza sgozzata molti anni fa. Si chiamava Linda Gray, come la Sue Ellen di Dallas. Ma non equivocate: Joyland non è affatto un romanzo horror. Con troppa superficialità King viene etichettato maestro del genere horror. King è maestro di sentimenti, non dell’horror. Joyland è un magnifico romanzo di formazione che ricalca – sia pure con originalità – uno schema collaudatissimo nella letteratura anglo-americana, un tracciato narrativo seguito da mille altri autori, da Dickens a Salinger, da Bellow a Lansdale, da Cameron a Donna Tartt. Devin come Holden Caulfield? Perché no. Holden sfugge alla famiglia per ritardare la brutta notizia dell’espulsione dal liceo. Devin fugge da Wendy, la ragazza che gli ha spezzato il cuore. Ma a Joyland avrà tempo e modo di rifarsi. A Joyland si diventa adulti.

Angelo Cennamo

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IL TRIBUNALE DELLE ANIME – Donato Carrisi

Il tribunale delle anime - Donato Carrisi

La Penitentiaria Apostolica – più comunemente Tribunale delle anime – fu istituita nel XII secolo per giudicare i peccati più gravi, quelli che richiedono approfondimenti, assoluzioni ragionate, studiate con maggiore cura. Il più grande archivio del male è confinato tra le mura del Vaticano. Da qui prende le mosse questo romanzo del 2011, il secondo di Donato Carrisi dopo il best-seller internazionale Il suggeritore, per avventurarsi su un terreno scivoloso, impervio per uno scrittore, ma sempre affascinante, affastellato da mille suggestioni e falsi miti: l’eterna lotta tra il bene e il male. Carrisi ambienta la sua storia in una Roma tenebrosa, gotica, ozpetekiana. Lo scenario ideale, forse indispensabile, per investigare su un ordine religioso clandestino che si muove nell’illegalità. Una ragazza scompare nel nulla. Un fotoreporter viene assassinato. Ad indagare sono una poliziotta milanese, Sandra Vega, e Marcus, un prete penitenziere dal passato indecifrabile a causa di un persistente vuoto di memoria. Le personalità asimmetriche dei due protagonisti sono il primo colpo in canna ben calibrato da Carrisi: se Marcus deve fare i conti con le proprie amnesie, Sandra è invece obbligata a ricordare la tragica fine del marito. I loro destini si incroceranno davanti al Martirio di san Matteo di Caravaggio – tutto il romanzo è intriso di citazioni bibliche, dipinti e luoghi sacri – in una delle scene più adrenaliniche e meglio descritte dall’autore. Le indagini sulla ragazza, e non solo quella, portano a Jeremiah Smith, un personaggio inquietante e dall’identità sconosciuta fino alle ultime pagine del racconto. Chi è Jeremiah? Come fa ad avvicinare le sue vittime? Il Tribunale delle anime è un romanzo sul senso del perdono, sul contagio inaspettato del male, sul confine invisibile tra la salvezza e la perdizione: il vero pericolo non è la tenebra ma quel luogo intermedio dove la luce diventa ingannevole, perché c’è sempre  “un luogo in cui il mondo della luce incontra quello delle tenebre”. È soprattutto un romanzo sulla ricerca della fede. La fede è un dono nascosto, va cercato, dice Carrisi, che a pagina 441 si supera nella rappresentazione della folgorante scoperta di Sandra, ormai prossima alla quadratura del cerchio.

Angelo Cennamo

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RUMORE BIANCO – Don DeLillo

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Tutti vogliono possedere la fine del mondo” scrive Don DeLillo nell’incipit di Zero K. È la frase che dà inizio al racconto ma che nel contempo chiude il cerchio di una narrazione più vasta, cominciata molti anni prima, nel 1985, con un libro gemello di questo, intitolato Rumore bianco. Jack Gladney è un professore di studi hitleriani in un campus universitario dove gli scarti della cultura pop americana hanno oscurato qualunque altra forma di apprendimento. La quarta moglie di Jack, Babette, soffre di vuoti di memoria e, di nascosto, si sottopone ad una terapia sperimentale per superare le proprie ossessioni. Le stesse di suo marito “Il rimpianto più profondo è la morte. L’unica cosa da affrontare è la morte. Non penso ad altro. Il punto è uno solo : non voglio morire” dice Jack al suo collega Murray nelle ultime pagine. È la frase che racchiude il senso del libro agganciandolo all’altro, il cui protagonista, Jeffrey Lockart, affida il sogno della resurrezione alla tecnica avveniristica della criogenesi. Con Rumore bianco DeLillo ci conduce nella quotidianità di una famiglia progressista con figli di matrimoni precedenti, larga come la trama del romanzo che non scorre mai in divenire ma procede in orizzontale attraverso il racconto delle sensazioni, delle manie dei protagonisti. “E se la morte non fosse altro che un rumore?”. Il vero problema, dice Heinrich, il figlio sofista e catastrofista della coppia, sono le radiazioni che ci circondano ogni giorno: radio, forno, tv, forno a microonde, fili elettrici. I campi elettrici e magnetici sono la nostra rovina. Leggendo il libro, la prima immagine che balza alla mente è quella di un luogo chiuso, senza finestre, illuminato giorno e notte dai neon. Un luogo sommerso dalla plastica e dalla carta, da involucri, buste, etichette, dal ronzio, sottile, quasi impercettibile dell’aria condizionata e dei banconi refrigeranti. Il supermercato è il luogo dove questa non-storia prende corpo, si inspessisce di richiami filosofici e sociologici, fino a tradursi in una nevrosi collettiva che porterà i protagonisti ad un vero delirio, prima a seguito del deragliamento di un carro cisterna che genererà una nube tossica, poi con la ricerca ossessiva di un farmaco che promette l’annientamento della paura. Non saprei come definire quest’opera così bizzarra, originale, la cosa forse più simile che ci sia alla narrativa di David Foster Wallace. Penso che certi libri servano spingere i lettori in luoghi inesplorati. Forse tra cinquant’anni di Rumore bianco non se ne parlerà più così tanto, o forse se ne parlerà più di oggi.

Angelo Cennamo

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ON WRITING – Stephen King

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Non mi chiedono mai del linguaggio, dice Stephen King parlando di sé in questo delizioso pamphlet autobiografico che somiglia a un vero romanzo. Dove comincia una vita?, si chiede Sandra Petrignani nell’incipit del suo libro su Natalia Ginzburg. Quella di King comincia in prima elementare, quando per una fastidiosa malattia all’orecchio il piccolo Stevie è costretto a saltare l’anno scolastico. Mesi e mesi di detenzione forzata durante i quali  il bambino prodigio comincia a buttare giù i primi racconti – fin da subito storie fantastiche – pagati con pizzicotti sulle guance e le mance dei parenti. Ma quella frase iniziale – non mi chiedono mai del linguaggio – la dice lunga sul personaggio, sulla frustrazione forse, di chi, nonostante abbia venduto decine di milioni di libri in ogni angolo della terra, continua a non essere preso troppo sul serio dalla critica e da una fetta di lettori snob. Hai voglia di dire che il linguaggio non deve presentarsi sempre in giacca e cravatta e che l’obiettivo della narrativa non è la correttezza grammaticale, ma mettere a proprio agio il pubblico e poi raccontargli una storia: lo steccato che divide la letteratura mainstream da quella di genere resta ancora alto, e non solo in Italia. Né serve citare gli illustri precedenti di Dickens, Twain o Simenon, tre dei numerosi abbagli dei palati fini, per invertire la sciocca credenza del disvalore di certe narrazioni.

Ma On Writing non è affatto un libro polemico, anzi. I numerosi aneddoti che l’autore racconta nelle duecentosettantanove pagine che lo compongono sono un utile compendio non solo per chi ha l’ambizione di avviarsi al difficile mestiere di scrittore, ma anche per un semplice lettore.

Scrivi con la porta chiusa, correggi con la porta aperta”: notate l’effetto di questa frase, la perfezione anche stilistica. Una volta scritta la prima stesura, il racconto si apre all’esterno, al vaglio di chi legge. Non sarebbe male, aggiunge King, immaginare un lettore ideale, un amico, un parente che stia lì a giudicare quello che scriviamo. Mai abusare degli avverbi o della forma passiva. Mi raccomando, eliminate le parole superflue. La scrivania è meglio tenerla nell’angolo della stanza, non al centro: la vita non dev’essere di sostegno all’arte, ma viceversa. Piccoli suggerimenti, una sorta di cassetta degli attrezzi, nulla di speciale, anche perché il solo modo per imparare a scrivere è quello di leggere e scrivere molto, non esistono scorciatoie. Quanto all’aspetto strettamente biografico, quella di King è davvero una vita speciale, ricca di eventi, non tutti esaltanti: l’alcol, la droga, un gravissimo incidente d’auto. Figlio di ragazza madre costretta a fare mille mestieri per crescere e mantenere agli studi i suoi due figli, King, come dicevo, fin da ragazzo ha manifestato una spiccata propensione alla creazione di storie. Prima il giornalino della scuola, poi i romanzi scritti nel retrobottega di una lavanderia, è stato questo il suo primo lavoro nonostante la laurea e un’abilitazione all’insegnamento. Interessante il passaggio nel quale King racconta il momento della svolta. Lui e sua moglie sono in macchina senza un becco di un quattrino. Lei ha il figlio in braccio che vomita. E’ malato. Ha bisogno di un farmaco costoso. Rientrando a casa, King apre la cassetta postale e ci trova dentro la lettera del suo editore che gli annuncia di aver acquistato Carrie, il romanzo d’esordio, il libro che gli frutterà oltre quattrocentomila dollari. Il resto è storia nota.

Angelo Cennamo

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IL SINDACATO DEI POLIZIOTTI YIDDISH – Michael Chabon

 

Il sindacato dei poliziotti yiddish

 

La chiamano letteratura ucronica, perché l’autore riscrive la storia immaginando scenari ed epiloghi diversi rispetto ad avvenimenti già accaduti. Il complotto contro l’America di Philip Roth ne è un fulgido esempio. Per certi versi, anche la trilogia americana di James Ellroy. In questo romanzo pubblicato nel 2007, e preceduto da capolavori come Wonder boys (1995) e Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay (2001), Michael Chabon – scrittore ebreo-americano ed erede di una gloriosa tradizione letteraria della quale hanno fatto parte autori come Bellow, Malamud e lo stesso Roth  – immagina che gli ebrei dopo la seconda guerra mondiale non siano approdati in Palestina, ma abbiano trovato rifugio in Alaska, luogo meno pericoloso di Israele ma di sicuro più noioso. Più che una Terra Promessa, la terra delle promesse, in primo luogo quella della imminente Restituzione della terra ai nativi. Ci troviamo nel distretto federale di Sitka, città inospitale in ogni senso – nelle quattrocento pagine del libro non si intravede un raggio di sole, un filo d’erba, un odore che non sia quello del tabacco o di un’ascella sudata. Qui, in una camera d’albergo, viene ritrovato il cadavere di un campione di scacchi eroinomane. Si faceva chiamare Emanuel Lasker, come un celebre scacchista dell’Ottocento, ma il suo vero nome era Mendel Shpilman. Figlio di un rabbino ultraortodosso, Mendel, fin da bambino, per la sua spiccata intelligenza e per una serie di prodigi compiuti, era considerato da tutti il Messia. In tanti accorrono al suo funerale, e piangono, ma non lui, la speranza persa, “la perdita del colpo di fortuna che non è mai arrivato”. A indagare sull’omicidio è un curioso detective, un uomo alcolizzato, divorziato da una donna che è anche il suo capo in polizia, con una sorella morta in un misterioso incidente aereo ed un padre – anche lui scacchista – morto suicida. Meyer Lansdman è un uomo sull’orlo di una crisi di nervi. Un ebreo laico, del tutto indifferente alle questioni religiose. La sua vicenda personale, goffa e travagliata dall’inizio alla fine, si intreccia con la trama pubblica del libro, ovvero con la questione storico-religiosa legata all’Olocausto, per quanto riveduta e corretta da Chabon. “Sono tempi strani per essere un ebreo” e di stranezze questo romanzo ne è davvero pieno. La narrazione di Chabon è innanzitutto una storia di perdite: della terra per gli ebrei, dell’amore e della lucidità mentale per Meyer, della vita di Mendel, di un improbabile Messia per la sbandata comunità di Sitka. Un romanzo che sfugge a qualunque classificazione: un noir postmoderno? Un libro di fantascienza? Un romanzo storico? Tutte queste cose messe insieme, forse. Di sicuro un’opera folle, geniale, meravigliosamente ostica, attraverso la quale l’autore è riuscito ancora una volta ad alzare l’asticella delle sue performance e a proporsi come uno degli ultimi sperimentalisti della letteratura americana.

Angelo Cennamo

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IL FANTASMA ESCE DI SCENA – Philip Roth

 

Il fantasma esce di scena - Roth

 

I romanzi di Philip Roth raccontano molto della vita di Roth. La sua adolescenza (Lamento di Portnoy), il matrimonio (La mia vita di uomo), il rapporto con il padre (Patrimonio), il successo professionale e i conflitti con la comunità ebraica (Zuckerman scatenato), e via dicendo. Il fantasma esce di scena risale al 2007 ed è il romanzo che chiude il ciclo di Zuckerman – l’alter-ego dell’autore, lo scrittore attraverso il quale Roth si diverte a simulare e dissimulare la verità, scambiando ruoli e prospettive – iniziato quasi trent’anni prima, nel 1978, con Lo scrittore fantasma. E’ un romanzo breve, non è tra i capolavori di Roth – a tratti, la storia può risultare abbastanza cupa, noiosa – ciononostante nel libro non mancano spunti geniali e momenti di finissimo sarcasmo che ne rendono la lettura interessante, complessivamente gradevole. Zuckerman, ormai settantunenne e malato di cancro alla prostata, torna nella sua New York, la città che aveva lasciato undici anni prima per trasferirsi in campagna e vivere isolato da tutto e tutti, senza cellulare, pc, giornali, fregandosene del mondo esterno. Il vecchio Nathan, rassegnato ad una quotidianità di grigi automatismi, ne avrebbe fatto volentieri a meno di quel controllo medico in ospedale, se solo il suo vicino di casa Larry – morto suicida dopo aver scoperto di avere la sua stessa malattia – non gli avesse lasciato, prima del gesto risolutorio, un accorato biglietto di commiato col quale lo invitava a non lasciarsi andare, a curarsi, e a non vivere come un eremita. Esci dal guscio, Nathan, è questo il senso del messaggio di Larry. E Nathan obbedisce. Il ritorno a New York è il ritorno alla vita, ai ricordi ma anche al sogno di un improbabile ringiovanimento. In città,  Zuckerma fa una serie di incontri che in breve tempo spazzano via la sua solitudine e la rassegnazione. Ritrova Amy Bellette, una vecchia musa dello scrittore E.I. Lonoff, suo maestro di scrittura, e poi un aspirante biografo di Lonoff, un ragazzo ambizioso, disposto a tutto pur di raccontare, rivelare un segreto sulla vita del grande romanziere. Ma le pagine più interessanti sono quelle che raccontano di Billy e di sua moglie Jamie, i due giovani scrittori liberal ai quali Zuckerman propone uno scambio di case. I due sono preoccupati per la seconda affermazione di Bush alle presidenziali e vorrebbero trasferirsi nella residenza di campagna di Zuckerman per sfuggire ad un possibile nuovo 11 Settembre. L’odio feroce che questa coppia prova per la destra repubblicana sorprende l’indifferente Zuckerman. Non è certamente un repubblicano, Nathan, ma arrivare a temere Bush più di Bin Laden, al punto di augurarsi la sua morte, è un sentimento che rasenta la follia. Zuckerman è abbagliato dal fascino di Jamie, è immediatamente attratto fisicamente da lei, e neppure la sua malattia riesce a frenare l’improvviso desiderio. Un’ossessione che lo porta a fantasticare, immaginare altre scene in un continuo rincorrersi tra verità e finzione. Tutto allora diventa surreale: lui, lei, l’eros che serpeggia nei dialoghi ricostruiti in una dimensione quasi onirica. Nelle fantasie di Nathan ho ritrovato la relazione, reale, tra Ezra Blazer – il vecchio scrittore ebreo che incarna proprio Philip Roth nel libro di esordio di Lisa Halliday Asimmetria – e la giovane correttrice di bozze Alice. “Corri verso la follia”, dice Zuckerman a Jamie nelle ultime battute del libro. Nel finale di Asimmetria, Blazer invita Alice a scegliere lui, a scegliere l’avventura. Due romanzi che si toccano e raccontano lo stesso argomento: la paura della morte, la speranza di resisterle attraverso il sesso e l’amore.

Angelo Cennamo

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IL METICCIO – Federica Fantozzi

 

IL METICCIO - Federica Fantozzi

 

Federica Fantozzi è una giornalista che scrive o ha scritto per diverse testate importanti: L’Espresso, Sette, La Repubblica, Venerdì, L’Unità, Il Mattino. Nei primi anni 2000 debutta nel variegato mondo del noir con i romanzi Caccia a Emy (2000) e Notte sul Negev (2001). Nel 2017 pubblica Il logista. E’ il libro della svolta. La protagonista è Amalia Pinter, una giornalista d’assalto di un piccolo quotidiano di cronaca giudiziaria, una ragazza coraggiosa, determinata, col killer instinct, che se ne va in giro per Roma con uno Scarabeo rosso in cerca di scoop. Amalia la ritroviamo anche nel nuovo romanzo, uscito in questi giorni sempre con Marsilio editore, intitolato Il meticcio. Quanto ci sia di Federica in Amalia non saprei dirlo, magari un giorno glielo chiederò, ma  la sensazione che la cronista del Vero Investigatore rappresenti, incarni per certi versi, l’alter ego dell’autrice secondo lo schema collaudato del zuckermanismo rothiano credo sia abbastanza fondata. Anche perché Federica Fantozzi scrive storie attuali, anzi, attualissime. E’sul pezzo, come si dice nel gergo. Non sta lì a cincischiare con sentimentalismi o con vacui tormenti interiori di donne tradite, milf depresse, madri respinte da figlie anaffettive. Il meticcio, come il romanzo precedente, è una finestra spalancata sulla Roma di questi anni. La storia – almeno nella prima parte – si muove tra le stradine di Ponte Milvio, il quartiere popolare di Amalia, abitato da piccoli commercianti e baristi che resistono all’ondata globalizzatrice del divertimento chic come il Brokeland Records, il negozietto di dischi in vinile del celebre romanzo di Michael Chabon, e il centro antico, dove ha sede Il Vero Investigatore. E’ una Roma afosa, rumorosa, multietnica, caotica, che ci ricorda la città del commissario Balistreri dei romanzi di Costantini. Durante un servizio di routine all’aeroporto di Fiumicino, Amalia manda a monte un’operazione di antiterrorismo guidata dal suo amico poliziotto Alfredo Pani. Il rapporto professionale, e non solo professionale, tra Amalia e Alfredo è uno dei temi centrali del libro. Nella primissima scena, Alfredo bacia Amalia all’aeroporto, ma per ragioni che hanno poco a che vedere con l’amore. Forse. Pani sta indagando su un complicato caso di traffico di diamanti nel quale è coinvolta una sanguinaria organizzazione mafiosa nigeriana chiamata L’Ascia Nera. I nigeriani hanno stretto un patto con Cosa Nostra e mirano alla conquista dell’Europa continentale. Per realizzare i loro obiettivi si servono di giovani corrieri costretti a lunghi viaggi, molto rischiosi, sono i viaggi della disperazione che ritroviamo nelle cronache di questi tempi. Ragazzi bisognosi come Bambino, uno studente universitario disposto a qualunque sacrificio per salvare i suoi familiari dalle angherie dei clan. Amalia nel frattempo viene inviata dal giornale ad un’asta di pietre preziose dove un facoltoso imprenditore brasiliano si aggiudica un rarissimo diamante rosso. E’ qui che le strade della cronista e del poliziotto si incrociano e la storia prende corpo. Nella seconda parte del romanzo, Amalia viene addirittura reclutata come agente sotto copertura e diventa soggetto attivo, la protagonista, della pericolosissima indagine. La vicenda è intricata e intrigante. Quanto ad Amalia, è un personaggio vero, buca la pagina, prende il lettore per mano e lo trascina con sé in giro per il mondo. Nel secondo round, la narrazione cresce di tono, acquista nuovi colori, nuovi registri. Il meticcio è un romanzo di ampio respiro, scritto in Italia ma capace di affermarsi su qualunque mercato estero – lo so che è brutto collegare la parola libro alla parola mercato, ma il senso è questo. Un libro di avventure più che un noir, con atmosfere da “All’inseguimento della pietra verde”, il film di Zemeckis con Michael Douglas. Ricordate? La scrittura è sinuosa, fluida, il ritmo serrato dall’inizio alla fine. Non ci sono cali di tensione né inutili divagazioni che possano distrarre il lettore dalla trama principale, dalle sue declinazioni anche politiche e sociali – il noir, quello italiano soprattutto, è romanzo sociale. Ho divorato Il meticcio in due giorni. Sono sicuro questo libro farà molta strada.

Angelo Cennamo

 

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WONDER BOYS – Michael Chabon

WONDER BOYS - MICHAEL CHABON

Scrivere di Michael Chabon su un blog che porta il nome di un suo romanzo fa sempre un certo effetto. Wonder boys uscì nel 1995; dal libro fu tratta anche una versione cinematografica diretta da Curtis Hanson, con Michael Douglas e Tobey Maguire, e con le musiche – udite udite – di Bob Dylan. Wonder boys è il titolo del romanzo al quale lo scrittore Grady Tripp da sette anni non riesce a dare una conclusione. Lui e Terry Crabtree, il suo editore omosessuale, si sono conosciuti da giovanissimi a un corso di scrittura superato da entrambi con un imbroglio. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata: tre libri di successo, un premio prestigioso e una cattedra all’università. Tripp non ha di che lamentarsi. Altrettanto movimentata può dirsi la sua vita privata, condita di droghe leggere, sesso sfrenato, tre matrimoni e un’amante che di mestiere fa il rettore dell’università. La sua università. La storia raccontata da Chabon parte dal blocco di Tripp sulle duemilaseicento pagine che dovrebbero formare il suo quarto romanzo, e si sviluppa in un arco temporale relativamente ristretto, durante il quale al protagonista accade praticamente di tutto, dall’uccisione di un cane al furto di un cimelio appartenuto nientemeno che a Marilyn Monroe. Una delle figure centrali del racconto è James Leer, un giovane studente di Tripp, ragazzo di grande talento, fissato con il cinema e molto depresso. Come Tripp e tutti gli altri protagonisti –  da Emily, la moglie tradita, a Sara, l’amante che confida allo scrittore di aspettare un figlio da lui – anche il ritrovato Crabtree sta attraversando un momento difficile: l’azienda dove lavora potrebbe licenziarlo da un momento all’altro. Sono degli infelici i protagonisti di Wonder boys, uomini e donne alla disperata ricerca di un approdo, di qualcuno che li salvi. Grady Tripp, la cui figura è ispirata a quella del leggendario Chuck Kinder, scrittore e amico fraterno di Raymond Carver, oltre che maestro di scrittura di Chabon, è un uomo profondamente solo. La sua unica famiglia è quella di Emily, la terza moglie dalla quale sta per divorziare. La giornata burrascosa trascorsa a casa del suocero in occasione della Pasqua ebraica, con i parenti di lei e con James Leer al seguito, è uno dei momenti salienti del libro. Tra Grady e Irv c’è un rapporto di profondo affetto, rispetto reciproco, complicità. Irv sa che quella riunione sarà l’ultimo convivio, che il matrimonio di sua figlia è destinato a finire. Pagine di grande tenerezza. Ma da qui la storia si trasforma in un vortice grottesco di sbornie, andirivieni, follie, disavventure di ogni genere che avvicinano la narrazione al capolavoro di Kerouac. A un tratto, i protagonisti, senza nessuna eccezione, sembrano andare alla deriva, e nel libro si avverte una sensazione di incompiutezza e di imperfezione, specie nel finale. Non saprei dire se questa smarginatura, come la chiamerebbe Elena Ferrante, sia stata voluta dall’autore o sia capitata per caso. Ad ogni modo, è la sola nota dolente di un’opera nel complesso magnifica, divertente, indimenticabile,

Angelo Cennamo

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IL GIOVANE HOLDEN – J. D. Salinger

IL GIOVANE HOLDEN - J. D. Salinger

C’è un solo modo per ritornare giovani: rileggere i libri che abbiamo amato quando eravamo giovani. Ero al primo anno di università, o forse al secondo, quando mi capitò per la prima volta tra le mani Il giovane Holden di J. D. Salinger. Lo stava leggendo una ragazza che mi piaceva molto, lo confesso. Attraverso quel libro mi avvicinai alla letteratura americana. Mi avvicinai soprattutto a quella ragazza. Ma questa è un’altra storia. Ritrovare lo stesso libro alla Feltrinelli con la fascetta rossa che indicava la nuova traduzione di Matteo Colombo è stata una piacevole epifania che mi ha riportato a quei giorni spensierati, ai corsi di Diritto Privato, alle felpe colorate, le cinte da paninaro, le corse in moto fino al mare. E a lei, alla ragazza con la quale, dopo aver letto il libro, avrei diviso quasi un terzo della mia vita. Ma questa è un’altra storia. E sono due. Scrivere de Il giovane Holden – circa settanta milioni di copie vendute nel mondo dal 1951 ad oggi, uno dei libri più saccheggiati della storia della letteratura: Lamento di Portnoy di Philip Roth ne è per certi versi il sequel – è a dir poco imbarazzante. Cos’altro potrei aggiungere, io, dopo i fiumi di parole, i trattati, le tavole rotonde, i film, le ricostruzioni televisive, le analisi filologiche, che sono state dedicate a quest’opera quasi unica di Salinger, scrittore ebreo ( un marchio di qualità nella narrativa americana) timido, schivo, fotografato una sola volta fuori da un supermercato da un paparazzo che gli dava la caccia da anni? Partirò dalla fine. Il giovane Holden è un libro di una bellezza sconfinata. Andrebbe letto in tutte le scuole, andrebbe letto e riletto al mare, in montagna, in metropolitana, dai giovani ma anche dagli adulti. Chi dice che è un libro per ragazzi non ne ha compreso fino in fondo il senso e il valore. Perché questo romanzo ha riscosso così tanto successo? Perché è diventato una pietra miliare della letteratura di tutti i tempi? Me lo sono chiesto leggendo ogni singola pagina. La risposta che mi sono dato è la seguente: per la sua leggerezza. Che non è superficialità, ma è planare sulle cose dall’alto, diceva Calvino. La leggerezza che apre le porte allo stupore, perché è dalla quantità di stupore che ci regalano che si misura la bellezza dei libri. Holden Caulfield ci stupisce fino all’ultima pagina, fino all’ultima riga “Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, poi comincia a mancarvi chiunque”. Holden è un adolescente ribelle, malinconico, mezzo matto, le sue divagazioni aprono mondi, allargano orizzonti, ci fanno sognare. Holden è il simbolo dell’eterna giovinezza, di una gioventù che non vorrebbe mai diventare grande, di un’umanità che ha paura di decidere. E’ un tipo stravagante, Holden. Se ne va in giro per New York a chiedere ai tassisti dove vanno a finire le anatre del laghetto di Central Park quando l’acqua si gela. Quando decide di aiutare il compagno di stanza a superare la prova di inglese – l’unica materia scolastica nella quale eccelle – scrive un tema sul guantone di baseball appartenuto al fratello morto. Holden è fatto così. Coglie sempre quello che c’è dietro, i dettagli più marginali delle cose, pensa quello che nessuno penserebbe. Al museo “Potevi andarci centomila volte era sempre tutto uguale, l’unico che cambiava eri tu”. Ma di cosa parla Il giovane Holden? Semplicemente di un ragazzo di sedici anni espulso dalla scuola nei giorni di Natale, che fa di tutto per ritardare l’annuncio di quella brutta notizia ai suoi genitori. Il libro racconta il breve vagabondaggio di Holden prima del suo rientro a casa. Di scene memorabili in questo libro – se siete tra i pochi rimasti a non averlo letto – ne troverete un’infinità. Il dialogo notturno tra Holden e la sorellina Phoebe, la vecchia Phoebe, è sicuramente uno dei momenti di maggiore tenerezza. Ma tu cosa vuoi fare da grande? Chiede la saggia Phoebe al fratello in fuga. E’ la domanda che inchioderebbe chiunque al proprio senso di responsabilità, ma non quella simpatica canaglia di Holden Caulfield “Cosa voglio fare? Ricordi quella poesia di Robert Burns “Se ti viene incontro qualcuno in un campo di segale…” ecco. Immagino tanti bambini in un grande campo di segale e io che li acchiappo per non farli cadere nel precipizio. Lo farei tutto il giorno. Farei l’acchiappabambini del campo di segale”. Chatcher in the rye è il vero titolo – in italiano intraducibile – di questo meraviglioso romanzo.

Angelo Cennamo

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IL SANGUE È RANDAGIO – James Ellroy

L’argilla è immobile, ma il sangue è randagio” recita un verso di A.E. Housman. La storia raccontata da Ellroy comincia da qui: ottocentocinquantanove pagine fittissime. Leggerle è stato faticoso. Leggere l’intera trilogia, oltre duemila pagine, in meno di un mese, al limite dello sfinimento. Ne è valsa la pena? Altroché. Sei pezzi da mille si era concluso con gli assassini di Martin Luther King e di Bobby Kennedy. Il racconto riparte dall’estate del 1968. Gli Stati Uniti sembrano sull’orlo di una guerra civile. I movimenti dei diritti dei neri con le diverse sigle – United Slaves e Pantere Nere su tutti – sono in fibrillazione, la morte di King ha scatenato indignazione, tumulti in ogni angolo del Paese. Il clima è rovente. Ellroy riporta sulla scena alcuni dei protagonisti del libro precedente: l’immancabile J. Edgar Hoover – capo leggendario dell’Fbi, burattinaio di mezzo secolo di storia americana e personaggio meta-letterario figurando in almeno una decina di romanzi; Wayne Tedrow Jr – l’ex poliziotto di Las Vegas partito per Dallas per uccidere Wendell Durfee, poi spacciatore in Vietnam, ora collaboratore della mafia italiana di Carlos Marcello nonché intermediario tra il crimine organizzato e l’editore Howard Hughes; Dwight Holly, l’agente federale laureato a Yale che Hoover infiltra nei movimenti dei neri per alimentare disordini e gettare discredito sulla Causa dei diritti civili – OPERAZIONE CATTIIIIVO FRATELLO. Ma Ellroy non si accontenta di stupirci, chiede di più, ai protagonisti storici della serie aggiunge altri tre personaggi, tutti e tre di grande spessore, ben delineati, essenziali per lo sviluppo del racconto: il giovane investigatore Don Crutchfield, karen Sifakis e Joan Rosen Klein – soprannominata la Dea Rossa – due attiviste comuniste ingaggiate dall’Fbi come informatrici, due quarantenni colte, agguerrite e molto seducenti. Saranno soprattutto queste due donne a dominare il romanzo in lungo e in largo, con il loro impegno politico, sempre borderline, poco chiaro fino alle ultime pagine, e con la passione con la quale entrambe travolgeranno, in ogni senso, Dwight Holly. Karen è una donna sposata con un uomo mai nominato, ha dei figli. Gli incontri furtivi con Dwight sono una sfida pericolosa giocata sul non detto e sul reciproco sospetto. Joan è la più avventuriera delle due, mi ha ricordato anche nel nome Rose Zimmer, la regina di Sunnyside de Il Giardino dei dissidenti di Jonathan Lethem. Come Rose, Joan è una tenace idealista di sinistra, spiata, controllata per le sue idee sovversive, minoranza in una società che più di ogni altra è votata al capitalismo. Il doppio triangolo amoroso tra lei, Karen e Dwight, sarà uno dei temi centrali della storia, lunghissima, che si svilupperà tra la California e l’America centrale: Santo Domingo e Haiti. Inutile addentrarci nelle mille trame. Sono storie di violenza, di dolore, ma anche di redenzione, i cui protagonisti viaggiano come dannati alla ricerca di qualcosa o di qualcuno. In questo libro tutti cercano qualcun altro. Il sangue è randagio lo si ama, lo si detesta, lo si apprezza soprattutto per una scrittura impareggiabile, cruda, diretta, moderna, addirittura poetica per quanto lontana dalla poesia. Un pugno nello stomaco. Lasciatevi colpire.

Angelo Cennamo

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