PATRIA – Fernando Aramburu

 

Patria

 

 

Siamo tra gli anni Settanta e Ottanta nell’entroterra di San Sebastián, nei Paesi Baschi, terra di confine tra due Spagne che non si riconoscono e che parlano lingue diverse: il castigliano e l’euskera. Qui vivono le famiglie di Joxian e Txato, vicini di casa e amici inseparabili, con i loro figli e le rispettive mogli, Miren e Bittori. Gente semplice, legata alle tradizioni contadine, che si diverte con poco: il ciclismo, le partite a carte in osteria, quattro passi in piazza dopo la messa. Poi tutto cambia. Quel clima di serena e pacifica convivenza, quella socialità così schietta, allegra, bucolica, pregna di solidarietà cristiana, vengono spazzati via dalla ferocia del terrorismo indipendentista, l’ETA. Un fatto tragico ed imprevedibile finisce per allontanare le due famiglie e tracciare un solco nelle loro vite, una ferita che non si può rimarginare. Txato viene preso di mira dai terroristi perché si rifiuta di pagare il pizzo: non vuole contribuire al finanziamento della lotta armata. In paese lo additano come un traditore, molti lo evitano, Joxian compreso, il suo amico più caro, che, quando lo incontra per strada, finge addirittura di non conoscerlo. Lettere minatorie, scritte sui muri, avvertimenti: il destino di Txato sembra ormai segnato. E’ un destino tragico e beffardo perché nel commando che lo ucciderà quel pomeriggio piovoso, proprio sotto casa sua, a due passi dal garage, ci sarà Joxe Mari, uno dei figli di Joxian. Da questo momento, la storia acquista i toni, il vigore del dramma, e prende il largo con i suoi numerosi personaggi che calcano la scena da veri protagonisti. Tutti, nessuno escluso. A cominciare dalle due matriarche, Bittori e Miren, eroine tragiche di un romanzo maestoso e corale come pochi altri. La prima, alla ricerca del difficile perdono da parte di Joxe Mari, nel frattempo catturato dalla Guardia Civil e condannato all’ergastolo; la seconda, ostinata a difendere le ragioni del figlio, rafforzata nel proprio convincimento dalle prediche di don Serapio, il parroco che abbraccia gli ideali del terrorismo e che giudica una provocazione il ritorno in paese di Bittori.

La vicenda del Txato è solo una delle tante trame che vengono raccontate nel romanzo, uno per ogni personaggio verrebbe da dire, racconti intrecciati tra di loro da un vissuto in parte comune, che si collegano al tragico omicidio del padre e amico di famiglia per poi affrancarsi dal tema principale e proseguire in altre direzioni. La storia di Gorka, ad esempio, scrittore in erba e fratello minore del terrorista Joxe Mari, che rifiuta di arruolarsi nell’ETA pur difendendo con la poesia e la narrativa le peculiarità culturali della regione basca – leggendo di Gorka ho pensato all’autore del libro, che di recente ha raccontato di essere fuggito dalla tentazione della lotta armata proprio grazie ai libri e allo studio. Il romanzo nel romanzo di Aranxta, altra figlia di Joxian che, a seguito di un ictus, finisce su una sedia a rotelle e comunica solo attraverso un’iPad. Quello della sua amica Nerea, figlia del Txato, ragazza fragile e scapestrata che reagisce alla notizia dell’assassinio del padre facendo sesso con un compagno di università. Suo fratello è invece un uomo fin troppo prudente e assennato. Cinquant’anni, medico, introverso, di bella presenza, molto legato alla madre, sempre preoccupato per le sorti della propria famiglia, Xabier ci ricorda un po’ il Gary Lambert de Le Correzioni. Tutto il romanzo di Aramburu, per il disamore, le ripetute deviazioni dal giusto dei figli di Jaxo e Txato, e per le complicate relazioni familiari affrontate, scorre sulla falsariga del capolavoro di Jonathan Franzen.

Joxe Mari, intanto, in carcere, medita sui fallimenti della lotta armata, sull’odio inconcludente che ha lacerato la comunità dove ha vissuto, e sugli anni migliori della propria vita che non gli saranno restituiti. Forse per lui è giunto il momento di rasserenare gli animi e di ricucire quello strappo doloroso con la famiglia di Txato. Pagine indimenticabili di passioni intense, di sentimenti sconfitti, di grande letteratura.

Patria è il grande romanzo spagnolo. Ma quella raccontata da Aramburu non è la Spagna delle corride o delle partite di calcio del Real Madrid, e neppure il paese avanguardista e trasgressivo che ritroviamo nella cinematografia di Almodovar. E’ una nazione lontana dagli stereotipi, dal folklore, dall’immagine gaudente e turistica delle ramblas di Barcellona. Aramburu ci conduce nelle province del profondo Nord, a ridosso della Francia, per farci conoscere un pezzo di storia recente della comunità dove lui è vissuto, una storia  che per certi versi evoca i nostri anni di piombo, l’Italia violentata dal terrorismo delle Brigate Rosse e lacerata dagli scontri di piazza.

Angelo Cennamo

 

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L’INVENZIONE DELLA MADRE – Marco Peano

 

L'invenzione della madre - Marco Peano

 

Uno dei primi ricordi che ho della mia infanzia risale a una mattina d’estate del 1971 o 72. Sono in spiaggia con mio padre, seduto sotto l’ombrellone, e osservo mia madre che nuota fino a prendere il largo. Poco alla volta la sua testa diventa un puntino invisibile. Mi spavento, piango, grido: mamma! Allora mio padre, dietro di me, mi tranquillizza, mi dice di non preoccuparmi, che la mamma sa nuotare, che non le succederà niente, e mi invita a salutarla con la mano. La stessa scena che ho vissuto quella mattina di tanti anni fa su una spiaggia di Paestum, mi pare, la evoca ad un tratto Mattia, il protagonista de L’invenzione della madre, opera prima di Marco Peano. Leggendo quelle pagine ho pensato che la letteratura serva soprattutto a questo: a riconoscersi nelle storie raccontate, a ritrovare brandelli della nostra vita nelle vite degli altri, e a ricordare episodi che si erano perduti nella memoria o che avevamo rimosso per chissà quale ragione.

Mattia ha ventisei anni, ha studiato cinema senza laurearsi, e ora lavora come commesso in una videoteca del suo paese. È fidanzato con una ragazza senza volto e senza voce, dalla quale si separerà amichevolmente (un CID), un padre pensionato e una madre malata di cancro. La madre. Dopo il ricovero in ospedale la donna è alloggiata e vegliata di là, in un fabbricato basso costruito nell’ampio cortile, in origine la vecchia officina del padre. È confinata in quella dépandance perché incapace di affrontare tre rampe di scale. Il romanzo scorre come un diario, il diario doloroso della malattia, implacabile, irreversibile: le diagnosi, le cure, la radioterapia nei sotterranei dell’ospedale un intrico di corridoi che puzzano di palestra delle medie; le medicazioni, le parole in greco che danno origine alla complicata terminologia medica Con disinvoltura  – il figlio – padroneggia vocaboli come istologico e meningioma.

Mattia è un ragazzo educato e sensibile. Le sue giornate sono grigie, noiose, malinconiche: la videoteca spoglia con pochi clienti; il suo capo che se ne sta al bar della stazione a bere aperitivi e a mangiare noccioline mentre lui lavora, o attende di lavorare; la monotonia del paesaggio urbano, sonnolento, abulico; la corriera che lo riporta a casa; la fidanzata che frequenta solo i fine settimana il resto del tempo ognuno lo consuma solo con se stesso. E poi lei, la madre. Mattia la stende con cura sul letto, la lava, la pulisce, la cambia. Poi quando ha finito la bacia, restituendole uno delle migliaia di baci della buonanotte che quand’era bambino lei gli ha dato.

La vita di Mattia non somiglia per niente a quella dei protagonisti dei film che ha studiato all’università o che vede nei ritagli di tempo nella videoteca, anche se in quel triste e pigro scorrere del tempo gli sembra, talvolta, di rivivere le scene di certi capolavori hollywoodiani.

Quanto. Tempo. Resta?

Arrivano inesorabili gli ultimi giorni della malattia Sua madre era un temporale in progressivo allontanamento, e nessuno poteva opporsi. In una delle scene più commoventi del romanzo, Mattia si spoglia nudo e si addormenta sotto le coperte, vicino al suo corpo malato. Vuole mostrarsi per l’ultima volta com’era quando lei lo vedeva da bambino.

Il respiro comincia a farsi lento e affannoso. Sempre più lento. Il gesto drammatico dello specchio che non si appanna contro la bocca di lei tradisce l’ultima speranza in un miracolo che non può compiersi.

Ero felice e non lo sapevo, penserà Mattia spegnendo il cellulare, togliendosi le scarpe. Entrerà a piedi scalzi nella sua cameretta di bambino, e il passato si chiuderà su di lui.

Mattia prova a riavvolgere il nastro dei ricordi. Ritrova sua madre in piccoli oggetti quotidiani, nel numero del cellulare che fa squillare a vuoto. A volte un treno ne nasconde un altro gli torna in mente quel cartello che vide a Parigi in gita con la scuola. Imparare a dire addio a ciò che abbiamo amato di più: è questo il senso della storia raccontata nel libro.

L’invenzione della madre è un romanzo tenero e commovente, a tratti noioso e ripetitivo, ma scritto con garbo e maestria da un esordiente di grande talento. In alcuni passaggi mi ha ricordato Crepuscolo di Kent Haruf, in altri Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout. Peano regge bene il confronto con i suoi colleghi americani, anche se la difficoltà di certi argomenti richiederebbe una più ampia varietà di registri e maggiore ironia. Ma di tempo, per migliorare, Marco Peano ne ha.

Angelo Cennamo

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CRONACA DI LEI – Alessandro Mari

 

 

Cronaca di lei - Alessandro Mari

 

Alessandro Mari, classe 1980, una laurea in lingue e letterature straniere con tesi sul postmodernismo di Thomas Pynchon, Scuola Holden, e un esordio col botto grazie a un librone di ottocento pagine sul risorgimento Troppo umana speranza, vincitore del premio Viareggio-Rèpaci. Nel 2017 esce il suo quinto romanzo intitolato Cronaca di lei, una storia drammatica ambientata nel mondo dello sport e dello show-business.

Milo Montero – soprannominato One Way perchè di fronte agli avversari non indietreggia mai – è un pugile sull’orlo del declino. Dopo una bruciante sconfitta, il divorzio dalla moglie inglese, e due operazioni all’occhio sinistro, all’età di trent’anni Milo vuole rientrare tra i professionisti per difendere il titolo europeo contro il gigante tedesco Mayer. È una sfida sulla carta proibitiva, ma intorno al campione italiano si mette in moto una macchina organizzativa super collaudata: il primo maestro, Pietro Sciuto, vecchia scuola, che lo allena sulle note e al ritmo di Beethoven; il preparatore atletico Viktor l’amico a cui da anni consegna l’intimità del corpo e il logoramento da risanare; Denis, l’autista tatuato che scorrazza l’intero clan, cane compreso, col fuoristrada dai vetri scuri, e soprattutto lei, la sorella Irene quella che gli permette di essere chi è. Irene è una manager cinica, spietata,  forgiata dalla povertà e l’impossibilità, dalle possibilità conquistate e dalla lotta. Dai soldi. È lei, Irene, a gestire l’impero economico di Milo: incontri, sponsor, che mette sul mercato prodotti con il suo suo marchio, e che ha l’idea di ingaggiare uno scrittore, Leo Ruffo, per raccontare in un libro le prodigiose avventure di One Way.

Ora però nella vita misurata e organizzatissima del pugile è comparsa un’altra donna, la donna che gli fa battere il cuore, una puttana, una specie di modella, la definisce Irene, una figura enigmatica, venuta dal nulla, senza passato e senza nome, che Mari chiama semplicemente la ragazza. Lei e Milo parlano la stessa lingua, fatta soprattutto di piccoli gesti, di sesso, di ginnastica, più che di parole.  Fin da subito, il rapporto difficile e litigioso tra la ragazza e Irene diventa uno dei temi dominanti dell’intero romanzo. Le due donne si guardano con diffidenza, e interagiscono unicamente per una causa comune: il successo di Milo, ovvero il denaro di tutti. Simul stabunt simul cadent:  è questo il principio, il perno sul quale si regge il sistema affaristico sapientemente costruito da Irene intorno al fratello. Un fragile equilibrio che comincia però a scricchiolare definitivamente per via di una terza donna: Sara, la coinquilina lesbica della fidanzata di Milo, inciampata suo malgrado in un brutto episodio che finirà per stravolgere il corso della storia. È qui, infatti, che la narrazione devia dalla vicenda sportiva del pugile per arricchirsi di nuove trame, oscure ed imprevedibili. La ragazza, poco alla volta, smette di essere una figura di contorno, la misteriosa comparsa dei primi capitoli, e inizia ad acquistare spessore, fino a diventare la vera protagonista del romanzo. La vicenda di Sara diventa allora il paradigma che ridefinisce i confini del bene e del male, la soglia oltre la quale ogni compromesso si fa complicità. Ora la ragazza deve decidere da che parte stare, e se per vendicare l’amica valga la pena oppure no tagliare quel filo doppio, il filo della reticenza, che lega tutti i membri del clan, lei compresa. Siamo alle ultime cinquanta pagine della storia che nelle sue battute conclusive non risparmia colpi di scena e una clamorosa sterzata sul traguardo firmata da Leo Ruffo, il biografo dei Montero.

Cronaca di lei è un romanzo avvincente, con ambientazioni neutre: camere di hotel, palestre, ville, palazzoni metropolitani, aeroporti – siamo in una indefinita provincia italiana, talvolta a Milano, ma potrebbe trattarsi anche di Detroit o Londra – un libro ben strutturato, moderno oltre ogni limite, dalla scrittura pulita, scorrevole, gelida, e colta quanto basta. Mari è padrone del suo tempo, della lingua di questo tempo, non guarda alla tradizione né strizza l’occhio all’America, per quanto il suo stile ricordi a tratti quello di DeLillo. Mari scrive come scrive perché è giovane per davvero, ed è bello pensare che la globalizzazione si insinui anche nella prosa annullando distanze e falsi miti.

Angelo Cennamo

 

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XY – Sandro Veronesi

 

 

XY Veronesi

 

“Borgo San Giuda non era nemmeno più un paese, era un villaggio. Settantaquattro case, di cui più della metà abbandonate, un bar, uno spaccio di alimentari e la chiesa con la sua canonica – spropositate, in confronto al resto. Fine”.

Provo sempre un certo imbarazzo a parlar male di un libro, sopratutto quando a scriverlo è uno dei miei autori preferiti. Anche perché sono convinto che in un qualunque romanzo, anche il peggiore – non è questo il caso, sia chiaro – ci sia, oltre ogni limite o imperfezione, qualcosa di buono, qualcosa da salvare: un personaggio, un ricordo, una riflessione, un dialogo. Di Sandro Veronesi ho amato la parabola tragicomica di Pietro Paladini, protagonista di Caos calmo – premio Strega nel 2006 – e del suo sequel Terre rare. Così come mi ha intrigato il fascino biondo e incestuoso di Belinda, la giovane sorellastra di Méte, nel moraviano Gli sfiorati, romanzo scritto da Veronesi agli albori della sua carriera. XY ho iniziato a leggerlo sulla scia di IT, il capolavoro di Stephen King che racconta la storia di una dannazione mostruosa, dalle sembianze indefinite, multiforme, che colpisce la cittadina immaginaria di Derry nello sperduto Stato americano del Maine. L’ambientazione del romanzo di Veronesi, per certi versi anche la sua trama, ricorda un pò l’orrida vicenda vissuta dal clan dei perdenti nel voluminoso tomo di King. Al centro del racconto c’è la comunità di uno sparuto borgo di montagna, nel Trentino, il Maine italiano per l’appunto. Poche famiglie, raccolte in un fazzoletto di terra lontano da tutto e da tutti, perfino dai segnali radio-televisivi e da internet.

Una mattina d’inverno, su quel luogo così innevato, tempestoso, e già spettrale di suo, all’imbocco di un bosco, si abbatte una sciagura che non si può spiegare né raccontare: dieci persone trovano la morte per altrettante cause diverse. “La strage di San Giuda” – così la chiamano i media per semplificare la notizia, immaginando che Giuda sia il discepolo di Gesù, l’Iscariota, e non Taddeo – non solo non ha colpevoli ma soprattutto non ha delle cause plausibili, credibili, al punto che il Procuratore di Trento sceglie di offrire all’opinione pubblica e alla stampa una sua versione dei fatti, clamorosamente falsa e mostruosamente artefatta. Il caso verrà archiviato come un attentato di matrice islamica e coperto dal segreto di Stato. Punto.

I protagonisti del romanzo, nonché le due voci narranti, sono Giovanna Gassion, una psichiatra a sua volta in cura da uno psicanalista, alla quale, nella stessa mattina della strage, si riapre misteriosamente una ferita procuratasi quindici anni prima, e don Ermete, un parroco dai trascorsi beat ed ex missionario.

Giovanna è una donna fragile, insicura, in fuga da una relazione sentimentale finita con un magistrato assillante e parte in causa nelle indagini sulla strage. Don Ermete è invece una figura enigmatica, apparentemente saggio e molto preoccupato per le sorti dei suoi fedeli.

Nella prima parte del romanzo Veronesi è molto abile a caricare di suspense la sua storia e a mantenere alta la tensione. Lo scenario alpino, l’isolamento, le morti inspiegabili, il tormento del Procuratore costretto a depistare le indagini per occultare una verità incomprensibile ed incontenibile nel dettato della legge, sono tutti elementi che suggestionano e che giovano a un impianto narrativo pressoché perfetto. Ma è nella seconda parte che la trama, mai la scrittura, comincia ad evidenziare le prime crepe, incertezze che nel finale conducono il lettore in una specie di vicolo cieco, lasciandolo frastornato, immerso in una serie di interrogativi senza risposta. Giovanna, forse, più per allontanarsi dal suo ex fidanzato che per delle reali motivazioni professionali, decide di raggiungere don Ermete a San Giuda per assistere, dare un supporto psichiatrico, a quel “gruppo di vecchi che erano già pazzi ognuno per conto proprio prima impazzire tutti insieme”. Gli abitanti del borgo, infatti, quelli che hanno deciso di non andare via, sembrano in preda ad una improvvisa forma di impazzimento, si sentono traditi da San Giuda e anche dal loro parroco. La missione di Giovanna, quella di sottoporre il borgo ad una sorta di psicanalisi collettiva, fin da subito si rivela un fallimento. Giovanna non ha gli strumenti né professionali né umani per affrontare quel compito così inusuale e senza precedenti. Come può Giovanna guarire gli abitanti di San Giuda se neppure lei stessa, stressata al telefono dalla madre e ossessionata dal pericolo di ritornare col suo ex compagno, riesce ad orientarsi in quella vicenda cosi assurda? Anche don Ermete, dal canto suo, ha molti dubbi. La strage nel bosco va attribuita a Satana, pensa fin da subito il sacerdote. Non ci possono essere altre spiegazioni, “l’edera non può superare il muro“. Poi però un tarlo inizia ad insinuarsi nella mente, a logorare poco alla volta le sue convinzioni, e a sbiadire dentro di lui il confine tra scienza e fede: e se i morti di San Giuda fossero le vittime di un castigo divino?

Nella terza parte del racconto, quella conclusiva, Giovanna e don Ermete provano a tracciare un quadro verosimile e definitivo di quella tragica esperienza, esponendo ciascuno il proprio punto di vista. Ma il dialogo tra i due, anziché far emergere una clamorosa verità, il colpo di scena che il lettore attende col fiato sospeso da almeno trecento pagine, si risolve in una sequela di banalità sull’irrazionale mistero della vita lasciando appesa una storia che aveva alimentato ben altre aspettative.

Difficile giudicare un romanzo che sembra un noir ma che non è neppure un horror. Difficile soprattutto giudicare l’autore del libro, che in questo strano tentativo di depistare i propri lettori ha finito per smarrire se stesso. Dov’è finito Veronesi? Mah!

Angelo Cennamo

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LA RAGAZZA SBAGLIATA – Giampaolo Simi

 

 

La ragazza sbagliata - Simi

 

 

Italia, paese di santi, di poeti e di giallisti. Bravi, soprattutto quelli editi da Sellerio: Camilleri, Robecchi, Manzini, Malvaldi, Recami. Migliaia di copie vendute in Italia e all’estero, riconoscimenti da parte della critica e fiction televisive a gogò. Per Sellerio scrive anche Giampaolo Simi, viareggino, vincitore nel 2015 del prestigioso premio Scerbanenco con Cosa resta di noi. Nel 2017 Simi  torna in libreria con un romanzo mozzafiato che varca i confini del noir per raccontare molto di più di un omicidio. Il giallo italiano si distingue per questo: le indagini sui delitti diventano spesso un pretesto per allargare lo sguardo all’intera nazione. C’è più Italia nei gialli che nella cosiddetta letteratura generalista, molte volte ripiegata su drammi esistenziali o crisi di coppia. La ragazza sbagliata non fa eccezione.

Simi ci porta nella sua Versilia, tra i Comuni di Marina di Pietrasanta e di Lido di Camaiore. È il mese di luglio del 1993. Una diciottenne, Irene Calamai, scompare per alcuni giorni dopo essere stata a una festa. Il corpo senza vita lo ritrovano in un dirupo, vicino a una miniera abbandonata. Del delitto viene accusata e condannata, in secondo grado, un’amica di Irene, Nora Beckford, ragazza difficile, già segnalata per detenzione di sostanze stupefacenti e figlia di un noto scultore inglese. Secondo i giudici il movente dell’omicidio è la gelosia che Nora provava per il fidanzato, Corrado Beltrami, rampollo di una ricca famiglia toscana e, a quanto pare, amante segreto di Irene. A seguire da vicino l’intera vicenda giudiziaria è un giovane cronista locale, Dario Corbo, oggi trapiantato a Roma per ragioni di lavoro, sposato e con un figlio di quindici anni che sogna di fare il calciatore. A distanza di ventitrè anni da quel delitto, e dopo la chiusura improvvisa del suo giornale, una rivista di cronaca nera nella quale aveva riposto grandi aspettative, Dario ha ora l’opportunità di riprendersi da un periodo complicato nel quale tutta la sua vita, quella di professionista, di marito e di padre, sembra andare a rotoli

“La cosa peggiore non è stata neanche ritrovarmi senza lavoro. La cosa peggiore è stata convincermi che era successo”.

A Dario viene chiesto di scrivere un libro sul caso di Nora Beckford, un’autofiction che ribalti una verità oramai assodata, riconosciuta, e confermata dai quindici anni di galera già scontati dalla ex compagna e rivale di Irene. Un libro intervista sollecitato da un personaggio insospettabile, un’altra vecchia conoscenza di Nora, Lavinia Monforti, oggi sostituto procuratore al tribunale di Firenze. Lavinia è una donna energica, rockettara, che pratica sport estremi, sorella di un ex paracadutista della Folgore allucinato dalle missioni in guerra e vittima di una brutta storia legata allo scandalo dell’uranio impoverito. Il libro sarà utile ad entrambi, spiega Lavinia al recalcitrante Dario, sempre in prima linea tra i colpevolisti quando scriveva le cronache giudiziarie di quel delitto. La proposta è allettante: settantamila euro per non più di cento cartelle dal taglio un pò romanzato. Dario, che è alla canna del gas, senza lavoro, senza casa e con una moglie dall’avvocato per chiedere la separazione, non ha molta scelta. Il ritorno di Nora a Marina di Pietrasanta per l’allestimento di una retrospettiva sul padre diventa allora per il giornalista disoccupato l’occasione migliore per avvicinare la sua preda e mettersi finalmente all’opera. Dario scava nell’armadio dei ricordi, tira fuori dagli archivi il materiale che aveva raccolto per scrivere i vecchi articoli, e si ritrasferisce in Versilia. Il suo è un viaggio nel passato, di immagini già vissute e di incontri non previsti, come quello con Mariachiara, l’ex fidanzata che lo ospita per qualche giorno nel suo albergo. L’incontro con Nora è a dir poco rocambolesco, a momenti Dario la investe con l’auto in una strada buia. Superata una certa diffidenza iniziale, tra i due si stabilisce un feeling costruttivo, un clima di reciproco rispetto. Dario, a poco a poco, si convince dell’innocenza di Nora che di quei giorni non ricorda nulla, ma le tracce della sua nuova indagine lo conducono in luoghi e contesti inimmaginabili ventitrè anni prima. È qui che Simi allarga lo sguardo della narrazione evocando fatti e personaggi collegati alle stragi mafiose dei primi anni Novanta, trasformando il suo libro in un romanzo storico, nel quale non mancano riferimenti a Falcone, Borsellino, Matteo Messina Denaro e perfino a De André e Ivano Fossati.

La ragazza sbagliata è un romanzo dall’impianto narrativo solido, dal ritmo sostenuto, carico di suspense, scritto con la giusta leggerezza e con un finale sorprendente. Simi è bravo a dare vita e a far dialogare personaggi veri, autentici, mai banali, come Giulia, la moglie bizzosa e delusa di Dario, a dipanare una trama che rimane incerta e misteriosa fino alle ultime pagine, e a ricostruire un pezzo di storia recente nella quale, devo confessarvi, mi sono ritrovato a mio agio: Dario Corbo ha la mia stessa età, e nei giorni in cui veniva assassinata Irene, tra una canzone di De André e un’altra di Fossati, io mi stavo laureando in giurisprudenza. Erano i favolosi anni Novanta.

Angelo Cennamo

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NELLA PERFIDA TERRA DI DIO – Omar Di Monopoli

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Rocca Bardata è un paesino immaginario dell’entroterra ionico più profondo, tra le province di Taranto e di Brindisi, luogo di malinconia e di degrado. Non ci sono cinema né teatri, neppure alberghi e centri commerciali. Nulla “a parte qualche bar micragnoso” e la sala da biliardo di Carmine Capumalata, ritrovo di reietti e personaggi malfamati. In questa perfida terra di Dio, misera e avvelenata da clan malavitosi, Omar Di Monopoli, scrittore pugliese tra i più interessanti della sua generazione, imbastisce la trama del suo ultimo libro, un romanzo avvincente e a tinte fosche, scritto in una lingua originale che mescola lo slang tarantino a un italiano sublime, un po’ barocco un po’ postmoderno. La Puglia di Di Monopoli ricorda il Mississippi di Faulkner, il Texas di Philipp Meyer, il Colorado di Kent Haruf, è una landa piatta e desolata, bruciata dal sole e dalla criminalità, uno scenario apocalittico fatto di baracche, sterpaglie e carcasse di automobili, abitato da un’umanità grottesca e surreale, rassegnata a una vita di stenti e di soprusi. l personaggi del romanzo sono tragicamente comici e perfettamente aderenti a quel microcosmo di povertà e di dolore nel quale l’autore ha disegnato i loro destini. Uomini e donne dai nomignoli divertenti e feroci, come Germano Ngannamuerti, il boss rivale dei fratelli Della Cucchiara, o Carmine Capumalata, socio di Tore, l’unico dei fratelli sopravvissuto alla terribile faida tra i due clan, e di ritorno a Rocca Bardata dopo essere uscito di galera. Al centro della vicenda raccontata da Di Monopoli vi è la contesa di un terreno appartenuto a mbà Nuzzo, suocero di Tore Della Cucchiara e nonno di Gimmo e Michele. Mbà Nuzzo è il vero protagonista del romanzo. Pescatore, ladro, baro e puttaniere, da un giorno all’altro Nuzzo si convince che “nella sua infinita grandezza, l’Onnipotente avesse voluto offrirgli di redimersi scegliendo proprio lui – il più miserabile dei peccatori – per annunciare al mondo la sua perdizione“. Questa conversione religiosa così improvvisa e cialtronesca stravolge non solo la sua vita ma quella dell’intera comunità. Nel vialetto di casa, Nuzzo pianta un cartello con sopra scritto “GESÙ E ARRIVATO” e ” con un fervore e un’abnegazione ignoti ai probi e ai sani di mente prese a dedicarsi alla parola del Signore“. Nuzzo ha scoperto di avere il dono di curare malattie anche gravi per mezzo di un non meglio precisato “tocco di Gesù“. Lo fa in cambio di offerte di denaro e regalie di varia natura che devolve quasi interamente al convento di suor Narcissa, altro personaggio chiave di questa storia torbida. Il convento di Rocca Bardata somiglia molto all’eremo di Zafer di Todo modo, il capolavoro di Leonardo Sciascia, luogo consacrato più al malaffare che alla fede, nel quale don Gaetano, alla maniera della badessa Narcissa, stringe relazioni ambigue con i politici e la malavita locale. La narrazione dei fatti è articolata in paragrafi che mostrano alternativamente il “prima” e il “dopo” della storia, con un finale prevedibile che però non pregiudica la bellezza di un’opera unica nel suo genere.

Nella perfida terra di Dio è un romanzo western-gotico in salsa pugliese, l’anello di congiunzione tra le storie tenebro-mediterranee di Sciascia e il pulp americano di Joe Lansdale. Omar Di Monopoli è un autore innovativo che sa coniugare più stili narrativi, un vero esteta della prosa, molto attento all’uso delle parole ma bravo anche nel raccontare realtà e paesaggi poco esplorati dalla nostra letteratura.

Angelo Cennamo

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IL SEGGIO

 

 

IL SEGGIO

 

 

A Casale Normanno la piazza del municipio è ancora deserta. L’alba estiva si insinua silenziosa nelle stradine del borgo sfiorando i portoni e i tavolini dei bar in attesa. Una monetina di sole fa capolino sopra la montagna minacciosa illuminando le ultime gocce di pioggia sdraiate sulle auto in sosta. Le antenne della tv disegnano esili cervi sulle tegole marroni dei tetti, incorniciati da precise grondaie e da camini spenti. Lungo la via del pioppeto, l’unica percorribile dopo l’ultima frana sulla Statale, l’autista della corriera dà due colpi di clacson prima di spuntare dall’ultimo tornante che precede il poggio di San Biagio, nella contrada Brenno, la più popolosa di Casale con i suoi 640 abitanti di cui 539 elettori.

Alla scuola elementare Falcone e Borsellino i cancelli di ferro battuto sono spalancati sul viale bordato di cipressi dove un funzionario del Comune sta aspettando il dottor Pasini per consegnargli un plico. Vicino a lui, due carabinieri chiacchierano con una signora bassina, di mezza età, con gli occhialini rotondi di metallo e una borsetta nera a tracolla, appena scesa da una Ford Fiesta che ora è ferma davanti al cancello con il motore spento. Intorno a loro odore di muschio e di fango.

Lei è una scrutatrice? Chiede il funzionario.

Sì, e quel signore in macchina è mio marito – un uomo piccino con un berretto di tela blu consumato e due baffetti sottili come i lacci delle scarpe. Dalle orecchie gli spuntano dei ciuffetti di peluria neri e sul mento ha una fossettina delicata come il suo naso, piccolo e appuntito – Sa, non conoscevo la strada, la frana ha complicato tutto, vengo da Pozzano.

Ho sentito dire che ci vorranno più di due mesi, dice il funzionario accennando un saluto all’omino nella Ford.

Allora vado? chiede il marito alla donna, sporgendosi dal finestrino lato passeggero.

Sì, caro, vai pure.

Quanto durerà lo spoglio? chiede la donna al funzionario.

Non saprei, la volta scorsa è durato meno di due ore. Direi che a mezzanotte, massimo all’una, avrete finito.

Dice che finiremo massimo all’una.

Va bene, mi farò trovare qui per mezzanotte, buon lavoro.

Dall’altro lato della strada due ragazzi sui vent’anni, stessa altezza, uno con i capelli lunghi e gli occhiali spessi, l’altro con il cranio rasato, un filo di barba e una felpa arancione, spavaldi, stanno per varcare il cancello. A breve distanza una donna alta e magra con i capelli biondi avanza a grandi falcate e a testa bassa verso la scuola. Ha dei jeans attillati, strappati all’altezza delle ginocchia, un paio di stivaletti col tacco e dei grossi occhiali scuri griffati che le coprono la parte alta del volto equino, sul quale risalta la bocca carnosa e colorata di rosso scuro.

Alla sig.ra della Ford le squilla il cellulare, la suoneria è una vecchia canzone di Fred Bongusto. I carabinieri si voltano, poi si guardano e sorridono, mentre il funzionario del Comune fischia la prima strofa.

Cosa c’è?

Non ricordo se hai detto a mezzanotte o all’una, le dice il marito dall’altro capo del telefono.

Ho detto che non faremo più tardi dell’una.

Ah, d’accordo. Allora vengo a mezzanotte e aspetto fuori al cancello. Giusto?

Giusto. Ora però fammi chiudere, credo che stia arrivando qualcuno.

La Mercedes metallizzata del dottor Pasini buca il silenzio del cortile sollevando una nuvola di polvere. Con lui c’è un giovanotto sui trent’anni, moro e dalla carnagione olivastra.

Eccoci, dice uscendo dall’auto.

Buongiorno a tutti, dice la donna bionda appena entrata nel vialetto della scuola.

Ciao ragazzi.

Ciao, dice la signora di mezza età alla donna bionda.

Allora, signori, ci siamo tutti? Un sorriso ottuso dilata le guance flosce e ben rasate di Pasini.

Tutti, dice il ragazzo moro che lo accompagna dopo aver contato con gli occhi i presenti.

La sezione numero uno del seggio numero uno è l’aula più ampia dell’edificio, entrando è la prima sulla destra. Le pareti sono bianche, ricoperte di disegni e di mosaici colorati, il pavimento è di gomma dura di un verde sala operatoria. La parete di fronte all’ingresso è occupata da un enorme finestrone aperto sul cortile alberato. Al soffitto tre luci al neon e di fianco alla porta un armadietto blindato, grigio ferro, chiuso a chiave. Nella stanza si sente un forte odore di gesso e di detersivo. L’urna di cartone è stata sistemata il giorno prima sul banchetto centrale di formica. Su un altro banco è ammassato il materiale elettorale con due grossi rotoli di nastro adesivo e un plico bianco. Giornali, matite, un pacchetto di caramelle e un’agendina blu lasciata non si sa da chi. Vicino alla parete in fondo, tre cabine di legno scuro bordate di alluminio, attendono.

Posso andare io, dice Marco al presidente del seggio che ha appena inforcato le lenti da vicino per sbirciare l’opuscolo del regolamento. Il segretario è in piedi vicino al finestrone, la donna bionda, di fronte a lui, fa scorrere l’indice sul display del telefono protetto da un cover gommosa e brillantinata, mentre la signora di mezza età è seduta dietro al tavolo centrale dov’è posizionata l’urna, con la borsetta in grembo. Guarda davanti a sé verso un punto indefinito. Diego, l’altro scrutatore, è fuori a fumare una sigaretta con il funzionario del Comune.

Sono le 10,00 e non ha ancora votato nessuno. Il bar Tiffany, il più vicino al seggio, è a quattrocento metri di distanza, lungo la via del pioppeto, dopo il primo curvone, lo riconosci da una grossa insegna rosa a forma di calice, spiega Diego a Marco.

D’accordo, risponde Pasini, puoi prendere la mia auto, se vuoi. Sono sei caffè, quattro cornetti vuoti e due brioches alla crema. Uscendo, Marco aggiunge all’ordinazione altri due caffè per i carabinieri, poi monta sulla Mercedes nuova di Pasini e sgomma verso l’uscita.

Il segretario si avvicina alla donna bionda. Ha una mano in tasca e dalla camicia slim, sbottonata per metà,  gli pende un crocifisso d’oro massiccio modello Vaticano. Sorride con i denti regolari e bianchissimi, e le sussurra qualcosa all’orecchio. Lei scoppia a ridere, poi con il braccio lo allontana, ma lui torna ad avvicinarsi, sicuro di aver fatto presa.

Pasini con gli occhi chiusi ripete a memoria l’articolo tre del regolamento. A mezzogiorno avrà imparato anche il nove e il dieci. La sig.ra di mezza età lo fissa. E’ sempre immobile con la borsetta in grembo e le mani sulla borsetta, quasi spaventata. Marco le ha già trovato il soprannome: la sfinge.

Diego entra ed esce dalla stanza, ha le mani in tasca e sbuffa fingendo di calciare qualcosa sul linoleum del corridoio a scacchi grigi. I carabinieri parlano di un collega che ha rifiutato il trasferimento a Gubbio. Vedrai, ora sono cazzi, dice il più giovane all’altro.

La mamma di Carlo fa la puttana – e il naufragar m’è dolce in questo water – Odio Napoli – Juve for ever – Mirko è gay – chi legge è un coglione – le donne sono tutte zoccole – Mirko è frocio – Buffon Number 1 – Rocco Hunt – Mirko è una checca – Forza Pozzano – Yes we can – la mamma di Franco è racchia –  merde, siete tutti merde – Mirko è andato al gay pride – ti amo Cristina – 348566664332111 – Viva la Lega  Beppe Torrisi è una testa di cazzo – Mirko è un trans – Vesuvio lavali – Cristiano Ronaldo – vi ammazzo tutti – Inter olè – la sorella di Gianluca è bona – Fabio sarai bocciato – viva la fica – Mirko ha un fidanzato – 400 euro per la gita a Verona siete ladri! – Salvini uno di noi – la mamma di Carlo lavora in un bordello – Mirko è ricchione – chiamami al 34866677432109 non te ne pentirai – boia chi molla –  Jimmy, sei un negro di merda – squoshhhhhhhh.

Non ho mai avuto storie lunghe, dice il segretario alla donna bionda, mentre lei fa scorrere l’indice sul display del telefonino. Tranne una volta, ma è stato tanto tempo fa, avevo da poco finito il liceo, si chiamava Miriam, era la figlia di un’amica di mia madre, bella ragazza, mora, simpatica, amava la musica classica  – si sistema la patta dei pantaloni, nel frattempo con la lingua si perlustra il molare del giudizio per liberarsi di un residuo di cornetto – credo di non essere fatto per le storie lunghe, sono uno spirito libero io.

Dicevi del liceo?

Ore 12,30 non ha votato nessuno.

Ore 13,00 non ha votato nessuno.

Ore 13,30 non ha votato nessuno.

Quante margherite, tre?

Io una diavola, dice il segretario alzando il braccio. Anche per te una diavola? chiede a bassa voce alla donna bionda, avvicinando la bocca al lobo del suo orecchio sinistro.

Dicevi del liceo?

Pizzeria Lo Scuro?

Dica.

Il sesso è importante, ma anche il dialogo. Ridere è importante. Una volta ero fidanzato con un’attrice porno, una tale Cinzia di Parma o vicino Parma, insomma di quelle parti lì. Era un vero schianto, gambe lunghissime, capelli rossi e una voce sensuale, simile alla tua. La voce è importante. Non ci crederai: non abbiamo mai fatto l’amore. Ti dico mai! Caro, non so come spiegarlo, è che non mi va di mischiare il lavoro con i sentimenti, mi diceva. Ma che discorso è? Le ho detto: bella mia, ascolta, ma con gli altri sì e con il tuo fidanzato no? Insomma, per non portartela per le lunghe, dopo neanche un mese che stavamo insieme le ho preparato la valigia e gliel’ho messa sul pianerottolo. Ogni tanto mi scrive da Città del Messico, ha sposato un narcotrafficante molto più grande di lei. Che schifo! Il segretario guarda fuori dal finestrone mentre fa scivolare le dita della mano tra i capelli della donna bionda seduta di fianco a lui col telefonino connesso su e-bay.

Incredibile, una borsa Fendi a soli 25 euro, sarà sicuramente un falso.

Ore 15,00 non ha votato nessuno.

Non devi oltrepassare la linea gialla. Fermo lì. Scusa, ma tu hai sputato da qui, dice Diego indicando a Marco l’ultimo gradino della scalinata di marmo sul retro. Senti, puoi sporgerti anche oltre la linea ma devi stare attento a non superarla con i piedi. Non la supero, stai tranquillo. Uno, due, tre e quattro, Diego conta con i passi i metri percorsi dal suo sputo. Quello di Marco, più denso e verdognolo, è arrivato a sei metri.

Devo bere qualcosa, ho la bocca asciutta.

Il segreto è puntare in alto, guarda me. Phua! La saliva compatta di Marco fende l’aria come un giavellotto disegnando un lungo semicerchio prima di schiantarsi nell’aiuola vicino al muretto di recinsione. Hai visto la parabola?

Sì, bella, direi prodigiosa. Ma ho la bocca asciutta, dice Diego. Vado a bere prima.

E’ proprio qui vicino, il gestore è un mio caro amico di infanzia. C’è una terrazza enorme sul belvedere e il venerdì sera si balla il latino americano. Musica dal vivo, eh.  Sono aperti tutta la notte, al piano di sopra ci sono anche delle camere nel caso volessimo fermarci, dice il segretario massaggiandosi i pettorali sotto la camicia nera di acrilico, con due grossi aloni di sudore all’altezza delle ascelle.

La donna bionda lo guarda sorridendo. Proprio qui vicino? Il segretario le fa di sì con la testa avvicinando il naso aquilino alla sua guancia imbevuta di Chanel.

La donna di mezza età si è appisolata. E’ sempre seduta dietro al tavolo con la borsetta sulle gambe. La testa però si è inclinata in avanti di 45 gradi. Un sibilo fa voltare Pasini che intanto ripete l’articolo 23 del regolamento. Si è allentato il nodo della cravatta ma non ha ancora tolto la giacca oversize a tre bottoni comprata all’outlet F.lli Pino di Brughero.

Una leggere brezza da nord fa muovere le punte dei cipressi piantati in fila lungo il cortile. Un’auto sfreccia davanti al cancello sollevando una nuvola di polvere. I carabinieri sono in piedi sulla scalinata, uno dei due si è tolto il cappello mentre con l’altra mano si aggiusta i capelli bagnati di gel.

Ore 18,00 non ha votato nessuno.

Cazzo, presidente, ma perché non ce andiamo? Marco rientra dopo l’estenuante gara di sputi del primo pomeriggio. La sfinge dorme.

Imbecille non possiamo. Dov’è Diego? chiede Pasini. E’ in bagno.

Ma non vota nessuno!

I tuoi non votano?

Mio padre è in ospedale, mia madre si è trasferita a Belluno.

A Belluno? Sono separati?

Non sono cazzi suoi, scusi eh.

La mamma di Francy è una grandissima troia – chiamami al 3458886541097 – Bergamo merda – Juve capolista – Mirko è un culatone – Anche a Mirabilandia 400 euro. Siete ladri! –  squoshhhh.

Ore 21,00 non ha votato nessuno.

Diego si scaccola il naso, poi arrotola una mollica di muco e la fionda con le dita contro l’urna. Marco fa scivolare il pollice sinistro sul display del telefonino, ha appena scoperto che tra i nuovi follower ha HOT-SUSY 93. Con l’altra mano intanto si strofina lentamente la patta dei pantaloni.

Signora, Pasini prova a svegliare la sfinge mentre disegna figure geometriche su un foglio a quadretti.

Signora, insiste. Signora! La sfinge non si muove, ha la testa sempre inclinata in avanti. Pasini le tocca la spalla con delicatezza. Signora, Signora si svegli. Oddio.

Ragazzi! Maresciallo!

Il suono della sirena precede l’ambulanza dietro il curvone buio sulla via del pioppeto. Il suono si fa sempre più forte, poi l’ambulanza imbocca il vialetto colorando d’azzurro i cipressi e la facciata della scuola. Due infermieri aitanti saltano giù dal mezzo e corrono ad aprire il portellone posteriore, estraggono la barella attrezzata, sono affiancati da un altro uomo, forse un medico, col camice bianco aperto su una tuta verde. E’ alto, brizzolato, con un filo di pancia. La sfinge è adagiata su un divanetto logoro, di velluto, nel corridoio subito dietro la vetrata dell’ingresso. Il medico si fa spazio tra gli scrutatori e il funzionario. Si accovaccia su di lei e le sente il polso, poi guarda Pasini. E’ morta, dice. La donna bionda piange con la testa appoggiata sul petto del segretario, lui la stringe a sé con gli occhi chiusi sussurandole qualcosa all’orecchio. Marco e Diego  osservano in silenzio gli infermieri che caricano lentamente la signora sulla barella prima di scomparire dentro l’ambulanza. La sirena è spenta. Fuori alla scuola c’è una Ford Fiesta.

Angelo Cennamo

 

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MILVA 42

MILVA 42

I ritagli di giornale, le vecchie foto, i video, i trofei ben allineati sulla mensola di fòrmica bianca di fronte al plasma ultrapiatto, guardarli distesa sul divano, con indosso ancora i leggins di licra dell’ora di pilates e una bottiglina di cedrata sul parquet, è uno dei suoi passatempi preferiti. Uno dei pochi, oltre il pilates e Instagram, da quando è nato Andrea, il secondogenito. La casa è spaziosa: 160 mq in zona Fiera. Al mutuo hanno provveduto Oscar e suo padre, il commendatore Gigi, già fondatore e affondatore del Credito Brianzolo – un crack di 80 miliardi di vecchie lire dal quale il cummenda se ne era uscito con un patteggiamento per bancarotta fraudolenta. In filiale li chiamano “the untouchables”. “Dott. Cambi, obbedisco” è il motto dei sottoposti masterizzati, così li definisce Oscar, quando con i suoi gessati grigi di Caraceni e le regimental di Marinella varca tutte le mattine alle sette la soglia della stanza n. 2 – “la grotta azzurra” indicando a Bepi, la segretaria, il foglio degli appuntamenti. Lei è Sonia Verani, 29 anni, ex reginetta di Santa Marinella, miss Liguria 2012, valletta di “Indovina chi” su Telelombardia e un quasi debutto a Striscia la notizia con Greggio e Iachetti. Di professione ora fa la fashion blogger. Dal salone di casa sua lancia abiti e accessori firmati “Sonia chic”, suggerendo ai suoi oltre tre milioni e mezzo di followers sparsi per il mondo come abbinare ai vestiti smalti, ombretti e mascara. Sonia ama cucinare piatti esotici e preparare torte al cioccolato bianco per Oscar e i suoi colleghi di lavoro che il primo giovedì del mese si radunano in casa Cambi dopo la partita di calcetto all’Holidays.

La Sonia ora vi porta un bel dolcetto. Dolcetto scherzetto? Oscar finge di non sentire la battutaccia di Sergio, Sergio Balestrieri, financial project, roba grossa. Insomma, il solito clima da vecchi compagni di scuola che si ritrovano al matrimonio del secchione. Sonia improvvisa un karaoke e fa l’imitazione di una spogliarellista. Imitazione? Fino a quando Oscar si rompe i coglioni e scioglie la compagnia fingendo di avere un fortissimo mal di testa. Chiusa la porta d’ingresso dietro l’ultimo ciao ciao, il mal di testa Oscar lo fa venire a Sonia. Per davvero. Non ce la fai proprio a trattenerti, vero? Sempre lì a sculettare come una cagna. Che esibizionista! Caro, sono un’artista io. Lo hai dimenticato? E come potrei, ci sei tu a ricordarmelo tutte le volte. Stasera sparecchio io, ho capito.

Le 23.00, i bambini dormono, la tv è spenta. Milano è avvolta in una cappa di silenzio, un silenzio buio e sinistro. Raffiche e raffiche di entropia, direbbe Franzen. Sonia raccoglie i capelli in un fermaglio e si connette con i follower di “Sonia chic” sul divano del salone. Si è gia struccata. È in t-shirt nera e pantaloncini. Oscar ciabatta verso il suo studio, l’ultima stanza in fondo al corridoio, rovistando nella patta dei pantaloni della tuta. Sbadiglia.

La lampada sulla scrivania è accesa. Avrà dimenticato di spegnerla Ingrid prima di andare via. I fascicoli però sono in ordine, le penne riposte nella lattina della Pepsi in acciaio e alabastro –  regalo di Mimmo Palladino per il suo trentesimo compleanno – il cestino della carta, svuotato. Un tram sferraglia sotto la finestra. Oscar si siede sulla poltrona ergonomica di pelle scura e allunga le gambe fino al battiscopa. Poi accende il portatile. Una luce blu elettrico lo investe in pieno viso e si riflette sulle lenti degli occhiali. Inserisce la password segreta: “passwordsegreta”. Enter. Ora si chiama Aiace. Lei, Milva 42, è già lì che lo aspetta.

#Buonasera #cuoricino. #Buonasera# cuoricino. #Giocata la partita?Avete vinto? #4 a 1, con tripletta di Oscar. #Il mio campione#cuoricino. #Sei stanco? Pensavo fossi già andato a letto. #Senza dare la buonanotte al mio tesorino? Mai #cuoricino. #Tu? #Niente. Ho visto un vecchio film in tv con Robert Redford. Ti pensavo# cuoricino #Anch’io ti pensavo. Non faccio altro#cuoricino. Bello il film con Redford? Molto bello, sì. Eroi della mia generazione, tesoro. Lui, Elvis, Jane Fonda#cuoricino. Ora cosa fai? Sto conversando con il mio bel giovanottone Aiace. Il mio tesoro. Ti va di farmi un pò di compagnia? Certo, amore mio#cuoricino. Bene. Perchè non mi racconti la tua giornata? Sapessi. Solo grattacapi. Mi ci vorrebbe un bel massaggio antistress. Ma per quello ci sono io, tesoro#cuoricino. Chiudi gli occhi. Oh, mi sento già meglio, sai? #cuoricino #cuoricino.

Cosa c’è, vi fa strano che un Adone come Oscar con una moglie strafica invidiatagli da mezza Milano, e che l’altra mezza se l’è già portata a letto – a sua insaputa – la sera chatti di nascosto con una sconosciuta? Bè, pazientate un altro pò prima di sorprendervi del tutto.

Oscar! Che succede adesso. Andrea. Sta piangendo. Lo sai che si calma solo quando ti vede. “Esc”. Oscar si alza dalla sedia sbuffando. Fa un grosso sbadiglio, poi imbocca il corridoio senza fretta, barcollando tra un parete e l’altra. Ah, Oscar! Che c’è?? Quella matita rossa che prendemmo a Parigi, sai dov’è? Oscar! Noo. A quest’ora? Cercala! Sonia dà un’occhiata in giro nella stanza. Apre il cassetto centrale della scrivania, quello dove finiscono solitamente tutte le penne e gli appunti smarriti e ritrovati da Ingrid. Poi guarda nella lattina della Pepsi di Mimmo Palladino. Niente anche lì. Sonia usa le matite colorate per le sue composizioni grafiche. Le abbina a vestiti e accessori, poi scatta le foto e le pubblica sul suo profilo Instagram. Quella matita rossa, ben temperata, doppia, voleva posizionarla di fianco a un orologio colorato, col cinturino rosso. Sullo sfondo avrebbe messo due calici da champagne e una rosa. Affreschi di energia, li chiama lei. Ricorda di aver già fotografato la matita rossa per un completo da barca, un anno fa. Se almeno sapesse dove è finita quella foto. Magari potrebbe modificarla ed estrapolare dal contesto la sola immagine della matita e riciclarla. Lei è geniale in queste operazioni. Nel suo pc non c’è. Se non l’ha cancellata – e lei non cancella mai nulla – la foto non può che essere nel database del pc di Oscar. È ancora acceso. Vediamo. Bozze…Immagini…Immagini news…Foto…”Enter”. Quanta roba. Mi servirebbe il nome del file. Vattelapesca! Rossa, matita rossa, barca….Sonia chic…no…la marca della matita….Aspetta, questa la so. Milù 2…Milù 42. Sì, Milù 42.

M. 42. Trovata. Sonia stringe gli occhi. Di fronte a lei compare una macchia biancastra. Dentro la macchia, un reticolato di righe verdi. Un grafico. Sembra una mappa di Google. La Toscana. Tre mesi fa erano stati vicino Siena, nel podere di Mario, il cugino di Oscar, per la vendemmia. Tre giorni meravigliosi: sveglia all’alba, stivali, forbici, filari a perdita d’occhio. Il trattore di Nanni. Il pane fatto in casa. Quel libro di Balzac. Lei e Oscar sul letto del nonno, nudi a imboccarsi chicchi d’uva tra una scopata e l’altra. Perchè non ci trasferiamo qui? Aveva chiesto a Oscar mentre trascinavano i trolley sul vialetto di ghiaia.

Bella però. Potrei usarla per la linea autunnale. Perchè no. Ci aggiungerei a penna i nomi dei paesini, qualche disegnino. La Carta e il territorio. Ricordava di avere letto quel romanzo bizzarro di Houellebecq. Il protagonista fotografava mappe Michelin che poi personalizzava trasformandole in opere d’arte. Non sarà originale, ma quanti lo avranno letto quel romanzo?

Non ha ancora fantasticato abbastanza su quel progetto che la foto successiva le spalanca gli occhi. Cosa? Sonia ha un sussulto. Un culo? Il culo nudo di una vecchia, ingrandito, flaccido, raggrinzito nella parte alta, più giù raggrumato di pelle. Le cosce, anch’esse flaccide e livide, sono divaricate. Si intravede un ciuffetto di peli. La foto è in bianco e nero. È firmata. MILVA 42. Chi cazzo è questa? Sonia scorre tutto il database. Ci sono decine di foto. Torna sulla prima. La osserva con più attenzione. Non è una mappa. Non è la Toscana. È un piede! Artrosico. Il secondo dito smaltato per metà è accavallato sull’alluce. Quelle righe verdi non sono affluenti dell’Arno, come aveva immaginato, ma vasi sanguigni. Sonia è disgustata, si volta e vomita sul parquet. Si pulisce la bocca con un foglio bianco A 4. Strabuzza gli occhi. Riprende a scorrere le foto. Ora vede una bocca spalancata con una linguaccia. La dentatura sembra perfetta. Perfetta come una dentiera. Anche questa foto è firmata MILVA 42. Oscar ha un’amante. Ne è sicura. MILVA 42 è la sua amante. Oscar ha una relazione con una donna più grande di lui. Una quarantaduenne. Perché 42 è l’età della donna, non il suo anno di nascita, è questo che pensa Sonia.

I passi di Oscar rimbombano nel corridoio. Sonia chiude gli occhi, sta per esplodere in un urlo animalesco, un urlo che sentiranno fino ai Navigli, che farà vibrare le porte e i vetri delle finestre, che farà scattare l’allarme elettronico e così la sirena e l’urlo si sommeranno in un solo acuto assordante che sveglierà tutti, a cominciare da Andrea e Chicco nella cameretta oltre il salone, la coppia di svedesi nell’appartamento accanto, l’intera scala A, la B e la C, le suore dell’Istituto Santissima Maria Vergine di Fatima, il custode del canile municipale con tutti i suoi 200 bastardini, e Roger, il clochard che abita sulla panchina di fronte al canile.

Oscar vede Sonia seduta davanti al suo pc, gira la testa verso lo schermo, c’è il primo piano di un clitoride, enorme, floscio come un panno di daino passato su un parabrezza. Al centro, un piercing con un chiodino sottile. Oscar e Sonia si guardano. Il tempo rallenta. Le mani di Sonia si allungano sul collo di Oscar. Lui è immobile, come paralizzato. Vede la bocca di lei spalancarsi lentamente, l’urlo sta per arrivare, ci vorrà qualche secondo. Nel tempo reale è già arrivato. Sonia e Oscar sono stesi sul parquet. Lei sopra di lui. Sonia afferra un tagliacarte, lui le blocca il braccio con un morso. Bastardo! Figlio di puttana! Sei un pervertito schifoso! Nella colluttazione Oscar perde gli occhiali, il volto di Sonia ora è una macchia gialla. Giallo chiaro, poi più scuro, il giallo fluttua come i decibel del suo urlo. MILVA, pensa, sei MILVA. Chi è Milva?! Dove l’hai conosciuta? Sonia-Milva è un suono, una macchia gialla che urla, una macchia urlante. Oscar batte la testa sul pomello della sedia ergonomica, ha quasi perso i sensi. Sorride come inebetito, non sente piu l’urlo di Sonia, non sente più nulla. Solo il peso del corpo che gli sta addosso, un corpo di un metro e ottanta per settanta chili, sinuoso, atletico, ancora tonico nonostante le due gravidanze. Ora la macchia urlante è una macchia pesante, il peso morto che lo sovrasta. Oscar ha un’erezione, non gli capitava da mesi, da quella gita in campagna, nel podere di Mario, le sue mani scivolano sulle cosce nude di Sonia, sono lisce, levigate, dure, poi risalgono fino ai seni coperti dalla t-shirt attillatissima. Oscar la strappa, i seni gli cascano sul viso, lo schiacciano, sente i capezzoli lunghi e turgidi nei suoi occhi ipovedenti. Ora è completamente accecato dalla carne di sua moglie. Avverte la mano di lei sulla patta dei pantaloni. Vorrà evirarmi, pensa. Mi evirerà col tagliacarte. Lo spavento lo fa eccitare. La rassegnazione lo arrapa. Attende. Sonia infila una mano negli slip, gli afferra il membro indurito, lo stringe nel pugno e lo muove su e giù. Poi sposta con l’altra mano la sottile striscia di stoffa dei suoi pantaloncini all’altezza del pube e se lo infila dentro. La schiena si inarca in un sussulto. Spinge con violenza, l’urlo diventa gemito, Oscar la stringe su di sè afferrandole i glutei. I colpi aumentano di intensità, senza sosta, sii, grida lei, sii. Oscar pensa a una notte di sei anni fa, sul treno Parigi-Marsiglia, le due di notte, lo scompartimento era vuoto, era appena scesa una scolaresca, lui e Sonia avevano cominciato a baciarsi  sui sedili, poi a toccarsi tra le gambe. Lei si era sfilata le mutandine e lo aveva trascinato con forza sul pavimento. Anche allora tutto era partito da lei. Avevano fatto l’amore lì sul pavimento del treno, stretti tra le file dei sedili, a 300 km orari, col rischio di essere visti da qualcuno e di essere denunciati. Sonia continua la sua cavalcata, è un saliscendi incessante, sembra aver dimenticato tutto, Oscar sente la lingua di lei infilarsi nella sua bocca, le lingue si mescolano in un vortice impetuoso, i denti sbattono sugli altri denti. È un tripudio di saliva e di gemiti. Oscar comincia a sudare, nella stanza ci saranno almeno 35 gradi. Il respiro diventa affannoso, stringe i glutei di Sonia. Forte. Più forte. Ora. Ora. Ora! Miiiilvaaaa!

Angelo Cennamo

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LUCE D’AGOSTO – William Faulkner

Luce d'agosto

Libri scritti cento anni fa che conservano la freschezza di opere contemporanee. Li chiamano classici. Luce d’agosto non è tra le opere più citate di William Faulkner ma è forse quella più rappresentativa e contemplativa del mondo che Faulkner ci ha tramandato, il profondo sud ancora selvaggio e travagliato dalla segregazione razziale. Pubblicato la prima volta nel 1932, il romanzo racconta la storia di una giovane donna dell’Alabama, Lena Grove, sedotta e abbandonata da uno scapestrato che dice di chiamarsi Lucas Burch. Lena fugge dalla casa del fratello maggiore, dove si è stabilita dopo essere rimasta orfana di entrambi i genitori, e si mette alla ricerca del padre del bambino che di lì a poco dovrà partorire. È un viaggio lungo, interminabile, a piedi e con mezzi di fortuna, attraverso strade polverose, luoghi desolati, che fa tappa a Jefferson, nel Mississippi. Qui la storia prende corpo intorno a un gruppo di personaggi indimenticabili che rinvigoriscono una trama già di per sé generosa di sentimenti e atmosfere a tinte forti. Lucas potrebbe lavorare in una segheria della città, così dicono, ma di lui non vi è alcuna traccia. Lena è una ragazza sola, a Jefferson non conosce nessuno, avrebbe bisogno di protezione e di un alloggio. A prendersi cura di lei, al punto di innamorarsene, è Byron Bunch, un operaio della segheria, quarantenne e scapolo. Byron scopre che dietro la falsa identità di Lucas si nasconde quella di un suo giovane collega assunto poche settimane prima insieme a un altro forestiero, Joe Christmas. I due fanno comunella e finiscono per mettersi nei guai per un barbaro assassinio.

Nella parte centrale del romanzo la figura di Christmas giganteggia con la sua dolorosa vicenda personale di “mezzo negro” abbandonato dalla nascita e cresciuto in un orfanotrofio. Il drammatico epilogo della parabola di Christmas è in qualche modo già scritto nel suo sangue bastardo. Christmas ricorda Coleman Silk, il professore de La macchia umana di Philip Roth, vissuto anche lui col segreto di un’inconfessabile negritudine, e finito come Joe nel tritacarne del pregiudizio razziale. A differenza del professor Silk, trascinato in un processo ingiusto ed espulso dall’università, Christmas è però realmente colpevole. Dicevo della compassione che Byron prova per Lena e dell’amore che lo porta a proporsi come suo improbabile marito e nuovo padre del bambino. Byron si confida col reverendo Hightower, altro personaggio cardine del libro, anche lui come gli altri vittima dei pregiudizi di una società bigotta, assuefatta a una religiosità di facciata, integralista e violenta. Cerca mediazioni e sostegno, Byron, ma capisce che i margini di riuscita dei suoi propositi sono fin troppo stretti. Lena si rimetterà in viaggio, da sola o in compagnia non importa “Lo sai cosa penso? Secondo me, lei viaggiava e basta. Secondo me, non le passava neanche per la testa di trovare chiunque fosse che stava inseguendo. Secondo me non ne aveva mai avuto l’intenzione, solo che a lui non gliel’aveva ancora detto”. È il dolore la traccia principale del romanzo, il dolore che avvolge le vite di tutti i suoi protagonisti, uomini e donne senza scampo, rassegnati a una condizione umana miserevole e infelice. La scrittura di Faulkner è calda, luminosa come i paesaggi del Mississippi e dell’Alabama che fanno da sfondo alle sue storie. Peccato solo che in alcuni passaggi del libro così tanta bellezza venga scalfita da una traduzione dall’inspiegabile sapore trasteverino “Lo hai detto te. Sei stato te a dirmelo” si legge, per esempio, a pagina Novantatre.

Angelo Cennamo

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METTI UNA SERA A CENA CON UN POETA REALVISCERALISTA

magritte pesce

 

 

 

Omar Sorbillo? Certo che me lo ricordo. Abitavamo al Vomero. Da ragazzi andavamo allo stadio insieme, con la vespa di Gaetano, il figlio del farmacista. Ti parlo degli anni Ottanta, primi anni Novanta. Eravamo giovani. L’ultima volta che ci siamo visti è stato a Capri, nel 2015 credo. Un amico lo aveva invitato a uno di quei festival di letteratura che si tengono in piazzetta. Andava di fretta, come se avesse fatto tardi a un appuntamento. Ebbi solo il tempo di salutarlo e di scambiare poche parole. Da allora non ci siamo mai più visti né sentiti. Come se la passa il vecchio Omar? Direi bene. Molto bene. Ti racconto l’ultima.

Lo incontro una mattina in via Caracciolo, da solo, impeccabile col suo vestito di lino blu sulla camicia bianca sbottonata. Mani in tasca, la solita aria da strafottente. Modalità Jep Gambardella, per intenderci. Sorride, ma si vede che è un sorriso assente, una smorfia di insofferenza. Sembra assorto in chissà quali pensieri. Faccio con lui quattro passi, arriviamo fino a via Chiaia. Ci sediamo in un angolo del Gambrinus e ordiniamo due caffè. Mi chiede un parere legale su un’eredità da dividere con i fratelli, a Portici. Tre piani di una vecchia palazzina, mai ristrutturata e senza ascensore. Prendi quello che ti offrono, gli dico. Queste rogne in tribunale durano parecchi anni. Perizie, controperizie. Ma i tempi delle cause civili non li avevano accorciati? Sì, l’ho sentito dire anch’io. Il solito gattopardismo. Bravo. Tra una chiacchiera e l’altra, la discussione scivola poi su argomenti più leggeri, i suoi preferiti: la musica, la pittura, le vacanze estive. A un certo punto mi fa: sai, ho appena finito di leggere un libro bellissimo. Un libro che parla di un movimento di poeti avanguardisti: I Detective Selvaggi di Roberto Bolaño. Lo conosci? Magnifico, dico io. L’ho letto più o meno un anno fa. È proprio un gran romanzo. Vero? Spettacolare. Che scrittura virtuosa. E che personaggi affascinanti. Ah, la poesia realvisceralista, con quelle atmosfere così surreali e bohémien. Non faccio altro che pensarci. Tu mi capisci. Ti capisco eccome, amico mio: Bolaño è uno scrittore ipnotico, un visionario, un vero genio della letteratura. Hai detto bene: Bolaño è un genio. Pausa. Il respiro diventa affannoso. Riprende. Ho deciso, mi dice: voglio diventare poeta anch’io. Un poeta realvisceralista. Girare il mondo, fare nuove esperienze, contaminare stili. Qui non succede mai niente. Mi annoio, Francè, che ci posso fare? Pausa. Ci guardiamo in silenzio per alcuni attimi, poi scoppia a ridere. Questa sì che è bella. E tu? Bene, gli ho detto. Scrivi una poesia e vediamo se ne hai la stoffa. Se hai l’animus poetandi di Ulises Lima e di Arturo Belano. L’animus che? Lascia perdere. Pare facile. Certo, mi piacerebbe. Il fatto è che io di poesie non ne ho mai scritta una, fa lui, continuando a ridere. Io faccio analisi matematiche, lo sai. Ho a che fare con i numeri, non con endecasillabi e terzine. E poi su cosa dovrei scriverla questa poesia, secondo te. Sentiamo. Sei appena stato al mare, dico io. E allora? Allora scrivi una poesia sul mare. Ma dai! Bè, tu ami le barche a vela, la pesca subacquea. Quale argomento migliore? Pensaci.

Questo tre mesi fa. Continua. Lunedì mattina mi chiama. Ero appena uscito dalla doccia. Ciao ciao. Come va. Tua moglie, i ragazzi, il trasferimento. Sì ma poteva andare peggio, dico io. Molto peggio, fa lui. Pensa che a un mio collega di Caserta lo hanno mandato a Oristano. Vediamoci uno di questi giorni, magari in costiera. Passiamo una bella serata tutti insieme, come una volta. Chiamiamo anche Angelo. Ti va? Volentieri, dico io. Gli do appuntamento per venerdì sera, giù al Faro, da Cicciotto. Ci sei mai stato da Cicciotto? Cicciotto…..Lascia perdere. Arriviamo puntuali. Lui con la Multipla del cognato, tutta scassata, con l’adesivo dell’Inter sul parabrezza e la tappezzeria in alcantara, color panna, anzi bianco sporco. Più sporco che bianco, a dire il vero. C’aggia fà: ho perso le chiavi del garage, mi dice, allargando le braccia. Io con mia moglie, lui con la sua. Angelo ci precede con la sua nuova fidanzata, Madina: una stangona moldava, magrissima, bionda, occhi verdi, tacco 12. Una zoccola? Non credo. In italiano sa dire solo “quanto costa“, “crazie” e “ma che bela serata“. Una zoccola, fidati. None! Ma ti pare che Angelo si andava a mettere con una zoccola? Non sarebbe la prima volta. Ramona cos’era? Una zoccola. Lo vedi? Ma che c’entra Ramona adesso. È successo più di vent’anni fa, in campeggio. E poi con Ramona ci sei andato anche tu, o mi sbaglio? E io che ho detto? Comunque. Ha noleggiato un suv. Un suv? Angelo ha noleggiato un suv? Angelo ha-no-leg-gia-to-un-suv. Che c’è? Mah! Mah cosa? Ma saranno cazzi suoi se vuole andarsene in giro con un fuoristrada, o no? E con una zoccola. Madina non è una zoccola. E tu che ne sai? Lo so e basta! Lo vedi che mi interrompi sempre, puttana Eva? Ok ok, non parlo più. Vai avanti. Dove ero rimasto. Ah, sì. Serata fresca, da golfino di lana. Luce soffusa. Tavolo prenotato in terrazza con vista sul fiordo. Spaghetti a vongole, pesce spada coi pomodorini, anguria, acqua minerale e una bottiglia di Falanghina, ghiacciata. Il solito menù da venticinque anni. Musica live, molto soft. Latinoamericano? No, il ristorante di Cicciotto non è un posto da Macarena. Si ascoltano altri generi: Aznavour, Tenco, Beatles, roba fine. Mi stai dicendo che io invece ceno nelle bettole? Te lo stai dicendo da solo. Un’altra interruzione e non ti racconto più niente. Va bene? Scusa. Eccheccazzo! Vai avanti. Dicevo. Si scherza, si ride, si ricordano i bei tempi, i tornei di calcetto. La vacanza a Kos. Ti ho mai raccontato di quella vacanza a Kos? No, non mi pare. Di quando lasciammo Rino nudo sul pianerottolo dell’hotel? O era a Palinuro? Mi sa che era Palinuro perchè arrivarono i carabinieri. Non ricordo. Insomma, mangiamo, beviamo, ridiamo, ci scambiamo ricordi, raccontiamo vecchie storie, la barzelletta del cervo napoletano – sempre la stessa, quella che Angelo racconta tutte le volte per dimostrarci che “lui” parla quattro lingue e noi solo l’italiano. Mia moglie che ride come una matta e chiede il bis, fingendo di non averla mai sentita – salvo poi dirmi a casa, e solo a casa, quando restiamo da soli: che palle la barzelletta del cervo napoletano, non ne posso più, Angelo mi ha fatto odiare i cervi e pure i cartoni animati sui cervi. E tu, scommetto, ti sarai esibito in una delle tue solite performance canore. Pino Daniele? Sting? Acqua. Frank Sinatra. Hai capito l’avvocato. Ma Sinatra Sinatra o De Sica che fa Sinatra? La seconda che hai detto. Ad un certo punto, dopo aver chiesto il conto, sarà stata mezzanotte, il nostro amico si alza improvvisamente e sposta la sedia di lato. Quale amico? Come quale? Omar. Improvvisamente? Sì, con uno scatto felino. Cosa fa? Ascolta. Mette la mano nella tasca posteriore dei pantaloni e tira fuori un foglio di carta tutto stropicciato. Ho già capito. Fammi dire. Prende questo foglio tutto stropicciato, lo stende per bene sul tavolo. Si schiarisce la voce portando la mano alla bocca. Inforca gli occhiali da vicino. Quelli con la catenella. Esatto, quelli con la catenella. Fa un bel respiro, e con un aria serissima esclama ad alta voce: “Poesia!”. Ma va.

 

 

Il mio corpo sottile è una lama tra i flutti,

 La luna è vicina, la tocco sull’acqua.

 Cerchi di luce, riflessi  ormai spenti,

 un’altra bracciata mi porta lontano.

 Annego nei sensi, rivedo il mio tempo,

 oasi profonde di lampi e tormenti.

 Scivola dolce la mano sull’onda, spuma sincera, natura benigna.  

 

 

 

Silenzio. Nessuno fiata. Angelo mi guarda come se qualcuno lo avesse informato che a Milano gli stanno svaligiando l’appartamento. La sua fidanzata muove la testa in tutte le direzioni, infine incrocia lo sguardo di Angelo. Mia moglie parte con un applauso. Applaude anche la sua. Applaudiamo tutti. Applaude anche Cicciotto. Sorride, anche se non ha capito un cazzo. Nella mano stringe la fattura del nostro tavolo. Mantiene la distanza per non violare la privacy, ma si vede che ha fretta di mostrarmi la fattura. Ci credo: 586 euro, più la mancia per la violinista ungherese. E che cazzo! Altroché. Si vede che non hai mai cenato da Cicciotto. Angelo si scioglie in un gridolino di approvazione. Ci alziamo tutti in piedi e ci abbracciamo. Saltelliamo come dei pirla. Gli altri clienti ci guardano. Una coppia di giapponesi seduta dietro di noi ci riprende con un iphone. Per un breve istante Omar sembra commuoversi. Ma no!  E invece sì. Sarà stato il vento, forse il vino. Quale vento: era commozione vera. A quel punto gli afferro la testa, gliela tengo stretta tra le mani. È sudato come un muratore a Lampedusa. La camicia è bagnata. Lo guardo fisso negli occhi. Intorno a noi si fa il vuoto. Cicciotto si avvicina a mia moglie e le chiede se gradiamo un limoncello. Stringe ancora nella mano la fattura di 586 euro. Angelo lo zittisce in malo modo. Io e Omar siamo lì, al centro della terrazza, a guardarci negli occhi. È mezzanotte ma sembra mezzogiorno di fuoco. I giapponesi stanno riprendendo tutto. Cicciotto si accascia su una sedia, sfinito. La moldava, di fianco a lui, gli sorride e gli dice “crazie”. Per cosa non si sa. “Crazie”. Non ha ancora visto il conto, la moldava, altro che “crazie”.

Silenzio. Solo silenzio. Nella baia il vento riprende a soffiare forte e gli ombrelloni sulla terrazza ondeggiano pericolosamente. Chiudeteli! Grida un tizio sdentato dall’interno della sala. Ma concentriamoci sulla scena principale. Io con la testa di Omar tra le mani. Siamo a poco più di un metro dalla ringhiera, al massimo due. Non mollo la presa. Gli altri commensali, mia moglie, la moldava, sono lontani, non esistono. La fronte di Omar gronda di sudore, sento il suo respiro sulla faccia. Socchiude gli occhi a intermittenza, si vede che ha sonno. Ha bevuto più del solito, però è ancora lucido. Tu sei un poeta, gli dico, muovendogli la testa in avanti e indietro. Hai capito? Tu sei un vero poeta re-al-vi-sce-ra-li-sta. Oh bella. E lui? Annuisce senza dire una parola. Ora l’oscillazione della testa lo fa quasi assopire. Sembra come ipnotizzato. È in balia del mio carisma.  Scopro di avere un carisma. La moldava urla “ma che bela serata!”, all’improvviso Omar si ridesta, spalanca gli occhi e…e? Scoppia a ridere di nuovo.

Angelo Cennamo

 

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