CON LE PEGGIORI INTENZIONI – Alessandro Piperno

 

 

 

Con le peggiori intenzioni - Piperno

 

 

I Sonnino sono una ricca famiglia di ebrei romani, e Bepy “una creatura forgiata dal Ventennio fascista addolcita da un’overdose universale di causticità e humor repubblicano” ne è il capostipite. Esuberante, spregiudicato, 50 anni di reciproca infedeltà trascorsi con la moglie Ada – dalla quale ha avuto due figli: Teo e Luca – Bepy Sonnino è il ritratto dell’uomo di successo, amante della bella vita, instancabile e gaudente conquistatore di corpi femminili, anche i più insospettabili. Ma la parabola di quell’esistenza così sfrenata, adrenalinica e invidiata da tutti sembra ora volgere ad un repentino declino: frodi, ripicche, una bancarotta finanziaria e per finire un tumore alla prostata.

La storia avrebbe loro mostrato ch’è meglio essere braccati dai nazisti a venticinque anni con la speranza di sfangarla che ritrovarsi sessantenni senza il becco di un quattrino”. Ebbene sì: dopo aver costruito e consolidato lungo l’arco di una vita un’onorabile stimabilità, Bepy “ha smerdato tutto in un paio di mesi “. Magari avesse seguito l’esempio del suo amico ed ex socio Nanni Cittadini, imprenditore oculato, lui, e lungimirante, diventato esageratamente ricco per essersi ritrovato tra le mani –  e a sua insaputa, bel colpo di fortuna – due quadri di Michelangelo Merisi in arte Caravaggio, e per aver sposato una principessa napoletana, finita anche lei, a quanto pare, tra le braccia dell’irrefrenabile tycoon ebreo. Bepy e Nanni ci raccontano di una borghesia sfacciatamente opulenta, carismatica, godereccia e griffata. Dietro di loro, figli, nipoti e amici degli amici: storie parallele, talvolta amare, segnate dal dolore nel caso di Ricky, unico erede di Nanni, morto suicida, o dalla vergogna del default finanziario nel caso di Luca Sonnino, ritrovatosi a gestire da solo i guai familiari dopo la morte del padre.

A raccontare la storia dei Sonnino è Daniel, nipote di Bepy, ragazzo timido, introverso, terminale di una stirpe decaduta in ogni senso, e che attraverso la generosa ospitalità di Nanni rivive scampoli di vippitudine in costiera amalfitana, tra gite in barca e cene allegre nella lussuosa villa di Positano. Dicevamo di Daniel, la voce narrante. Una parte della storia è occupata dal suo feticismo onanistico che lo spinge a rubare la biancheria intima delle giovani donne che orbitano in quel mondo vizioso e altolocato, per poi sfogare nel bagno più vicino i suoi bollori puberali. Torbido passatempo che ci riporta ad almeno due capolavori di Philip Roth: Lamento di Portnoy, romanzo uscito alla fine degli anni Sessanta e che ha consacrato il grande scrittore di Newark, ed il più recente Il teatro di Sabbath, da cui Piperno ha “copiato” la scena del furto delle mutandine di Gaia, la nipote puttanella di Nanni della quale Daniel è un inconfessato innamorato. Tutto il romanzo, del resto, oltre ai riferimenti citati, ci appare come un generoso e gigantesco tributo alla produzione letteraria di Roth, al quale evidentemente Piperno deve molto in termini di ispirazione e di stile.

Angelo Cennamo

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SWING TIME – Zadie Smith

 

 

Swing Time - Zadie Smith

 

E’ l’identità la cifra dell’intera produzione letteraria di Zadie Smith, scrittrice anglo-giamaicana rivelatasi nel 2000, a poco più di vent’anni, con il romanzo Denti bianchi. Per definire il suo stile postmoderno e ricercato, il critico James Wood coniò l’espressione “realismo isterico”, definizione poi estesa anche ad un altro autore di culto degli ultimi decenni, l’americano David Foster Wallace.

Swing Time, pubblicato in Italia nel 2017, è il quinto romanzo della Smith. Mi è capitato di leggerlo proprio nei giorni in cui il parlamento si è pronunciato sul tema controverso dello Ius soli, ovvero sull’identità che non si tramanda dai genitori ai figli ma che si costruisce sul territorio attraverso l’inclusione e la contaminazione culturale. E’ lo scenario nel quale si muovono i personaggi  del romanzo della Smith, che racconta una lunga la storia di amicizia e inimicizia cominciata nella periferia multietnica di Londra nei primi anni Ottanta. Le protagoniste sono due bambine di sette anni che si incontrano la prima volta ad un corso di danza tenuto da una parrocchia. Si somigliano, hanno la stessa pelle scura e le stesse ambizioni. Molto diverse sono invece le loro madri: truccatissima e appariscente quella di Tracey, piuttosto sobria e femminista l’altra, senza nome lei senza nome la figlia che è la voce narrante del libro. Tracey è particolarmente dotata e portata per il balletto, meno la sua amica, che scopre di avere i piedi piatti e una madre che la spinge a fare altro. “Non ho lo smartphone, così lo nego a mia figlia” ha detto la Smith in un’intervista uscita in occasione della pubblicazione del libro. E’ lei la madre della bambina protagonista di Swing Time, ho pensato: lo stesso rigore, la stessa passione ideologica che mostra di avere il personaggio del romanzo. La Zadie della fiction è sposata con un uomo che non ha mai amato ed è molto presa dallo studio e dalle proprie ambizioni politiche. Più avanti nel racconto arriverà a sedere nel parlamento inglese, tra i banchi del partito laburista immaginiamo, e si legherà sentimentalmente ad una sua collaboratrice. Sua figlia intanto rinuncia ad ogni ambizione artistica per dedicarsi agli studi universitari. Nel network televisivo dove comincia a lavorare conosce Aimee, una celebre popstar australiana di passaggio in Inghilterra per promuovere il suo nuovo disco. Diventerà la sua assistente e la seguirà in giro per il mondo. Tra alterne vicende, le strade delle due giovani protagoniste sembrano dividersi per sempre. Tracey spicca il volo come ballerina professionista, la sua amica verrà invece coinvolta in un progetto benefico finanziato da Aimee in Africa. Ed è qui che il romanzo della Smith raggiunge il suo zenith. Il ritorno alle origini, nell’universo lento e ancestrale del continente nero è l’espediente attraverso il quale l’autrice ritrova il senso della propria identità e mette in correlazione due stili di vita, due modi di pensare e di vedere il mondo. La Zadie della fiction e la ricca e superficiale popstar ne sono le interpreti.

Swing Time è un romanzo ambizioso, carico di sentimenti e di riflessioni sociologiche su temi importanti e di stretta attualità. La scrittura di Zadie Smith, incalzante come i passi ritmati di Fred Astarire e di Michael Jackson, è quanto di più moderno ci possa essere nella letteratura contemporanea. La Smith è perfettamente calata nel suo tempo, sa occupare gli spazi, riprodurne e interpretarne gli umori; e l’ampio respiro delle storie che racconta, così universali, colorate, multietniche, ci spalancano gli occhi su una società sempre più globalizzata e iperconnessa.

Angelo Cennamo

 

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RUGGINE AMERICANA – Philipp Meyer

Ruggine Americana - Philipp Meyer

Pennsylvania. Buell è una cittadina sperduta nella Contea di Fayette. Un tempo qui si godeva un certo benessere, prima che la crisi divorasse ogni cosa: l’acciaieria, le fabbriche dell’indotto, la speranza della gente del posto.

“Chissà fra quanto la ruggine avrebbe divorato tutto e la valle sarebbe tornata allo stato primitivo. Solo la pietra sarebbe durata”.

Tra le rovine di questa terra isolata e selvaggia, solcata da ruscelli e da foreste sconfinate abitate da orsi e cervi, si infrangono i sogni di due ventenni: Isaac English, mingherlino, timido ma dalla mente fina, e Billy Poe, grande e grosso, promessa mancata del football, bravo solo a menare le mani e a ficcarsi nei guai. Isaac vorrebbe andare al college per seguire le orme di sua sorella Lee, brillante studentessa a Yale, sposata forse troppo frettolosamente con un uomo ricchissimo, ma rimanda la partenza per accudire il padre, rimasto vedovo a seguito del suicidio della moglie e costretto a vivere su una sedia a rotelle a causa di un brutto incidente in fabbrica. Billy vive senza uno scopo. Disoccupato, abita in un trailer sgarrupato con sua madre Grace, donna dal vissuto travagliato, con un marito balordo, donnaiolo, sempre via di casa. Grace ci viene descritta come una donna sofferente, ancora affascinante e smaniosa di vivere. Di lei si è innamorato Bud Harris, capo della polizia locale, uomo dal temperamento rude ma dal cuore buono e generoso.

La storia di Isaac e di Billy ruota intorno a un tragico delitto avvenuto per caso proprio in una delle fabbriche dismesse della valle e che segna l’intera comunità di Buell. Da quel momento le strade dei due amici si separano: Isaac fugge verso la California dove spera di rifarsi una vita con i 4000 dollari rubati al padre, Billy viene arrestato e incarcerato con l’accusa di omicidio. Il vagabondaggio di Isaac tra fiumi e boscaglie, autostop e salti su treni in corsa, ricorda il peregrinaggio di Cornelius Suttre, il protagonista del romanzo di Cormac McCarthy, l’uomo alla ricerca di se stesso che abbandona la famiglia per trasferirsi su un fiume melmoso dove sopravvive pescando pesci gatto. Non lo sa, Isaac, che il suo amico rischia di beccarsi l’ergastolo per un reato che non ha commesso, e che in carcere qualcuno ha già deciso di fargli la pelle; dalle sue parti se non hai un buon avvocato – Billy e sua madre di certo non possono permetterselo – sei spacciato. Il destino dei due ragazzi finisce allora nelle mani di Harris, il poliziotto innamorato che più di una volta ha salvato quella testa calda di Billy Poe dalla galera. Il personaggio di Harris acquista spessore soprattutto nell’ultima parte del racconto, quando Poe decide di sacrificare la propria vita per salvare quella di Isaac. Per amore di Grace, non per altro, Harris prova a cambiare il corso degli eventi mettendo a rischio tutto se stesso: carriera, reputazione, la stessa vita, diventando il vero protagonista del romanzo.

Ruggine americana è il libro di esordio di Philipp Meyer, una delle voci più interessanti della nuova narrativa americana. La sua prosa minimalista e ruvida ricorda quella di autori leggendari: Cormac McCarthy, Don Robertson, Lee Maynard. Meyer ci emoziona con una scrittura fluida e un incedere camaleontico: i passaggi nello stesso periodo dalla prima alla terza persona, per poi entrare nel racconto e interloquire con i protagonisti, sono un espediente metanarrativo di grande impatto. Il plot ha una struttura polifonica divisa in più parti o paragrafi dedicati ai singoli personaggi della storia. Le voci e le visuali diverse si amalgamano perfettamente in un’unica narrazione, sempre vivace dall’inizio alla fine e densa di sfumature, che ha come sfondo un’America operaia, depressa e arrugginita dalla crisi.

Angelo Cennamo

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GLI SFIORATI – Sandro Veronesi

Gli sfiorati - Veronesi

La condizione umana di chi mostra di avere un carattere debole, governato da un‘unica stella, quella della cessione. Persone facilmente influenzabili, volubili, incapaci di imporsi una minima disciplina e con una forte tendenza alla sensualità e alla concupiscenza. “Schiumevolezza” è la parola inventata da Sandro Veronesi per raccontare una gioventù sbandata e superficiale che ha avuto ogni cosa senza possederla veramente. Schiumare vuol dire cambiare forma in continuazione, essere inafferrabili, indecifrabili. Gli sfiorati sono gli eroi di una generazione liquida, votata allo sballo, senza valori né ideali. Troppo facile l’accostamento agli indifferenti di Moravia, umanità per certi versi sovrapponibile a questa di Veronesi. No, qui si parla d’altro, per quanto il richiamo ad una borghesia vuota, oziosa, sonnolenta, sembri legare, per certi versi, le due narrazioni. Nel romanzo di Veronesi siamo alla fine degli anni Ottanta, anni di leggerezza, le ideologie sono crollate con il muro di Berlino, così come ogni punto di riferimento o medello pedagogico: la famiglia, la scuola, la politica, prossima al diluvio di tangentopoli. E’ in questo contesto che si sviluppa la storia di Mète, giovane grafologo, educato ai sani principi del cattolicesimo, e della sua sorellastra Belinda, diciassettenne, avuta dal padre in seconde nozze dall’aristocratica Virna Cironi Dalmasso. Belinda è di una bellezza devastante, una bomba dalle sembianze umane, una carica di sensualità che Mète prova a disinnescare in ogni modo per non farsi trascinare dal più torbido istinto carnale. Sentite come ce la descrive l’autore “Innanzitutto: biondezza. Non soltanto di capelli, sparsi ora al vento in un acqueo gioco di riflessi, ma una biondezza totale, corporea, una Febbre dell’oro imprigionata nelle carni”. Suo padre è preoccupato perché non studia, si droga, e la notte fa tardi con chissà quali compagnie. Prima di partire per la luna di miele, decide allora di affidarla al coscienzioso Mète perché la custodisca. Nella prima parte del romanzo Belinda compare una sola volta, al matrimonio dei suoi genitori. Nonostante le raccomandazioni del padre, Mète fa di tutto per non incontrarla. Ma la sua assenza è ingombrante. La cogliamo nei pochi dettagli che Veronesi semina nelle stanze della villa di famiglia, ora disabitata: i trucchi sulla mensola del bagno, un paio di calze, i passi leggeri sul pavimento, una conversazione silenziosa al telefono, un bigliettino lasciato sul tavolo. Da grafologo esperto, Mète sa scavare nell’intimità delle persone senza neppure vederle. Gli bastano poche righe scritte su un foglio: una consonante allungata oltremodo, una vocale più o meno aperta, un segno di interpunzione molto marcato. La schiumevolezza è il tratto di Belinda. Affascinante, portatrice di una sensualità innocente e inconsapevole, mutevole come un raggio di sole che filtra in mezzo agli alberi. Ha paura, Mète, paura di “quel suo splendore parassita, quelle sua quiete insana, quella passività che domina l’immaginazione……Belinda era incapace di negarsi a qualunque impulso, una volta che qualcuno glielo avesse saputo attivare”.

Gli sfiorati è una storia di saune e di noia. Di uscite notturne e di corteggiamenti vacui. Di amici traditi e poi ritrovati. Roma fa da sfondo. Maestosa, borghese e papalina come la metropoli viziata e disincantata di Paolo Sorrentino. Mète e Belinda: due corpi distesi sul letto. Ora sono vicini. Finalmente vicini.

Angelo Cennamo

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PER LEGGE SUPERIORE – Giorgio Fontana

 

Per legge superiore - Giorgio Fontana

 

 

Roberto Doni è un magistrato milanese di sessantacinque anni, di destra, iscritto alla corrente di Magistratura Indipendente. E’ sposato con Claudia e ha una figlia, Elisa, che studia fisica negli Stati Uniti. La sua è una vita tranquilla, sobria, rigorosa, borghese, tutta casa e lavoro. Nel tempo libero, Doni ama ascoltare musica classica e fermarsi di tanto in tanto a bere un bicchiere di rosso in qualche trattoria del centro. Sempre da solo, lì in un angolino a dare un’ultima occhiata alle carte dei suoi processi, e a ricordare il tempo andato, gli amici perduti, come Giacomo Colnaghi, giovane collega ucciso vent’anni prima dalle Br. Ne ha di esperienza, Doni “Il disincanto è l’unica teoria in grado di spiegare gli esseri umani, proprio perché non fornisce consolazioni”.

Un giorno, il sostituto procuratore generale si ritrova nel suo ufficio una giovane free-lance che ha preso a cuore il caso di un operaio tunisino accusato di un crimine che non ha commesso. Khaled Ghezal quella sera era altrove, spiega la giornalista, ma non ha alibi e nessuno può testimoniare la sua estraneità ai fatti. La ragazza, con molta insistenza, convince Doni ad iniziare un’indagine parallela, fuori dalle aule del tribunale, dagli automatismi della procedura penale e dai soliti luoghi comuni sugli extracomunitari. Il magistrato si lascia condurre in posti a lui sconosciuti, nella Milano caotica e multietnica di via Padova, tra spacciatori e nordafricani che sopravvivono alla meglio come facevano tanti italiani del sud arrivati nella metropoli lombarda negli anni del dopoguerra. E’ un’altra Milano quella che sta esplorando Doni, una realtà troppo distante dalla sua, meno rassicurante e ordinata, senza privilegi né comodità. La prospettiva di via Padova cancella i vecchi assiomi, squarcia il velo delle certezze e dei tecnicismi giudiziari nei quali il magistrato aveva trovato un cinico conforto. Suo malgrado, Doni rimette in discussione le proprie convinzioni e la stessa idea di giustizia che aveva erroneamente coltivato in tutti questi anni. Cambiare il corso degli eventi è ancora possibile, ma il prezzo da pagare sarà alto.

Nel 2011 Giorgio Fontana pubblica Per legge superiore un romanzo molto intenso e carico di riflessioni etiche su temi di grande attualità: l’immigrazione, il multiculturalismo e il senso reale della giustizia. Una storia appassionante, scritta con garbo e competenza, che in alcuni passaggi finisce per incrociare la trama e i personaggi di un altro romanzo dello stesso autore Morte di un uomo felice. Storie di magistrati in trincea, di uomini perbene che non vengono meno ai propri doveri, e che non accettano compromessi. Doni, come il Colnaghi dell’altro romanzo, ha conosciuto gli anni di piombo ma anche la Milano operosa e gaudente dei primi anni Ottanta. Nei romanzi di Fontana la toponomastica milanese ha sempre un ruolo da protagonista; Fontana conduce i suoi lettori per navigli, strade e parchi del centro. Parole come immagini che raccontano di bar, di negozi, l’austerità del Palazzo di Giustizia, il rumore dei tram, lo sfrecciare delle bici. La metropoli multietnica descritta in Per legge superiore ci ricorda anche le atmosfere e l’ambientazione di un altro bel romanzo, edito sempre da Sellerio: Torto marcio, il noir di Alessandro Robecchi nel quale la comunità nordafricana si contende il mercato degli alloggi abusivi di piazza Selinunte, mentre dall’altra parte della città due uomini facoltosi vengono freddati da un killer insospettabile. Miseria e nobiltà di una letteratura giovane e vitale che ci riporta a Gadda, Buzzati e Scerbanenco.

Angelo Cennamo                           

 

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IL BREVETTO DEL GECO – Tiziano Scarpa

 

 

Il brevetto del geco - Tiziano Scarpa

 

 

Davvero curioso questo romanzo di Tiziano Scarpa – scrittore veneziano dalla vena postmoderna, consacratosi tra i migliori autori della sua generazione nel 2009 con Stabat mater, vincitore del Premio Strega e del Premio Mondello.  Il Brevetto del geco esce nel 2015 e subito richiama l’attenzione della critica e dei lettori per le sue trame originali e per la qualità della scrittura, eccelsa. Scarpa scrive due storie indipendenti l’una dall’altra attraverso paragrafi alternati, con pochi personaggi ed una enigmatica voce narrante, senza corpo, che di tanto in tanto interviene tra le vicende dei protagonisti per commentarle con spunti ironici, talvolta poetici:  l’interrotto.

Federico Morpio  è un artista fallito. A trentanove anni si ritrova con meno di mille euro sul conto e un orizzonte professionale poco rassicurante. “Ventun anni prima aveva scommesso tutto quello che aveva, senza nessuna garanzia – aveva scommesso tutto quello che era. Aveva scelto di fare l’artista” L’arte è tutta la vita di Federico, la sola cosa che conta “Che cosa ne sarebbe di lui, senza l’arte? Era una domanda a cui era impossibile rispondere. Senza l’arte non si sarebbe ridotto al fallimento. Ma, d’altra parte, si sarebbe disconnesso dalla realtà. Sarebbe diventato indifferente a tutto”. Federico osserva il mondo, ma quello che vede sembra acquistare senso e consistenza solo attraverso la propria immaginazione e il proprio talento artistico “Eccolo lì, davanti a lui il mondo. Che senso aveva dargli retta, che senso aveva viverlo, se non per ricavarne un’opera?”.

La protagonista della seconda storia è Adele, una ragazza sola e malinconica che un notte scopre nella cucina di casa sua un animaletto insolito e prodigioso: un geco. Adele attribuisce a quella visione un significato religioso “Non aspettava altro che un indizio d’infinito passasse a prendersela, come un centauro vestito di cuoio nero che smarmitta sotto casa”. Il geco non vuole uscire dalla stanza. Se ne sta lì, aggrappato alle piastrelle della cucina con le sue zampette a ventosa. Improvvisamente però scivola in una pentola e non riesce più a ritrovare l’equilibrio. Pare che i gechi si attacchino a tutte le superfici. Tutte, tranne una: il politetrafluoroetilene, più conosciuto con il marchio commerciale di Teflon, ovvero il rivestimento antiaderente delle pentole. Era questo il segno che attendeva? Adele ne è convinta. Inizia così la sua graduale conversione al cristianesimo, un bizzarro percorso di fede fatto di arte sacra e naturalismo, attraverso il quale la ragazza troverà prima l’amore casto di Ottavio per poi essere coinvolta nell’inquietante missione etica di una setta religiosa chiamata i Cristiani Sovversivi: rapire donne incinte per non farle abortire.

Federico nel frattempo è riuscito, almeno per il momento, a liberarsi dei propri affanni grazie all’eredità lasciatagli dal padre “ Non aveva mai accettato che suo padre lo finanziasse da vivo. Ora che era morto, lo stava aiutando a fare il passo più importante della sua carriera di artista, troncandola“. Le due storie, quella di Federico e di Adele, finiranno per incrociarsi per puro caso nelle ultime pagine del racconto, in un finale probabilmente deludente o comunque non all’altezza della prima parte del romanzo.

Il brevetto del geco è un libro di non facile lettura per le sue iperbole lessicali, per alcuni passaggi surreali, specialmente quelli legati alla figura dell’interrotto e alle vicende di Adele. Ma è un romanzo ricco di spunti interessanti, legati alla storia dell’arte e alla condizione di precarietà vissuta e meditata da Federico Morpio. Scarpa è uno scrittore colto e originale. L’anno in cui vinse con Stabat mater partecipò al Premio Strega anche un altro autore di talento: Giorgio Vasta, con uno dei romanzi più straordinari scritti in Italia negli ultimi vent’anni Il tempo materiale. Vasta, Scarpa, Veronesi, Piperno, Fontana, Ricci, Ferrante, Missiroli: la letteratura italiana è viva e gode di ottima salute.

Angelo Cennamo

 

 

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LETTERE 1932-1981 – John Fante

Lettere - Fante

“Alla metà del 1930, un giorno partì. Aveva un dollaro e 33 centesimi. Con l’autostop e prendendo il treno senza biglietto, arrivò a Los Angeles”.

Leggendo il fitto e straziante epistolario raccolto in Lettere 1932-1981 capiamo perché tutte le storie di John Fante sono autobiografiche. Lo sono perché la vita di Fante somiglia a un romanzo, un romanzo picaresco, commovente e con un finale triste. Dalla pensioncina di Bunker Hill, a Los Angeles, l’aspirante scrittore scriveva spesso alla “Cara madre” per tenerla al corrente delle sue disavventure ma anche delle buone prospettive di lavoro: “ Cara mamma, sono ridotto ai miei ultimi 15 dollari, ma alla fine qualcosa di buono è saltato fuori, e credo comincerò a lavorare lunedì o martedì prossimo. Se si concretizzerà, guadagnerò cinquecento dollari alla settimana per otto o dieci settimane”. Accadrà di rado.

Alla cugina Jo, Fante  preannuncia la pubblicazione di quello che si rivelerà a distanza di anni il suo capolavoro Chiedi alla polvere : “Sto finendo il mio romanzo, si intitolerà Ask the dust. Parla di una ragazza che amavo, ma lei amava un altro”. Perfetta la sinossi. Romanzo di successo, sì,  ma passeranno molti anni prima che il grande pubblico se ne accorga. Anche per questo la povertà non smette di inseguirlo “La povertà ha un effetto disastroso sul mio lavoro” scriverà John ad un amico per chiedergli un prestito, uno dei tanti. Per sbarcare il lunario Fante decide allora di lavorare per il cinema; nonostante la depressione seguita al crollo di Wall Street, nel mondo della celluloide circola ancora molto denaro. Una scelta obbligata e in contrasto con le sue aspirazioni di romanziere ”John dovrebbe  limitarsi a scrivere libri. Scrivere dei film, per quello che ne so, è uno spreco di talento e di tempo. Anche se ora il salario del cinema ci fa comodo” dirà la moglie Joyce ad un editore amico di suo marito. Aveva ragione. Ma sarà soprattutto grazie a soggetti e sceneggiature che Fante riuscirà a tirare avanti e ad avere nuove opportunità per scrivere i suoi libri.

Chiedi alla polvere racconta la storia di un giovane scrittore, Arturo Bandini, alter ego di Fante, che dopo anni di stenti e delusioni trova finalmente il grande successo. Il romanzo diventerà un besteseller solo  grazie ad una futura riscoperta di Charles Bukowski. A un suo lettore affezionato che lo inonda di lettere, l’autore scrive così : ”Vuole sapere se io sono Arturo Bandini, e io le dico che lo sono – in particolare l’Arturo di Chiedi alla polvere, anche se non interamente l’Arturo del mio primo libro. La storia d’amore di Chiedi alla polvere è quasi vera nel senso che una volta sono stato infatuato della ragazza del romanzo, e lei, secondo me, è affascinante nella vita reale  tanto quanto ho cercato di farla apparire nel romanzo. Oggi è a Spring Street a Los Angeles, lavora nello stesso bar che ho descritto nel romanzo, essendoci tornata dal manicomio, dal deserto, e punta verso il Nord. Se un giorno avrò la fortuna di incontrarla a Los Angeles la porterò là e gliela farò vedere e conoscere”.

Questo romanzo Fante lo ha amato moltissimo, non c’è dubbio. Certamente più di Full of life il libro che più di tutti gli fece guadagnare popolarità e denaro: “Full of life è stato scritto per soldi. Non è un romanzo molto bello”.

Negli anni ’60,  una nuova opportunità: Fante conosce il produttore Dino De Laurentiis e verrà diverse volte in Italia per scrivere un film che dovrà avere come protagonista Jack Lemmon. Per una serie di contrasti interni alla produzione il film non sarà mai ultimato. Di quella esperienza ci restano le lettere scritte alla moglie e ai figli dall’Hotel Vesuvio di Napoli. Pagine davvero deliziose che  raccontano di una città povera per essere uscita da poco dalla guerra, ma al tempo stesso romantica e affascinante “Il posto è incantevole e il cibo meraviglioso. La mia camera dà su via Caracciolo, il lungomare che costeggia la baia. Dal balcone vedo tanti bambini che giocano scalzi per strada e si divertono. Sono felici. Qui a Napoli ci sono molti negozi di moda, i prezzi sono bassissimi. Anche molte librerie”.       

Tra alterne fortune e debiti di gioco – pare che in una sola partita riuscisse a perdere anche 1000 dollari –  Fante conobbe i suoi momenti migliori negli anni ’70, grazie alla riscoperta dei suoi romanzi e al supporto dell’amico fraterno Charles Bukowski. In questi anni venne pubblicato un altro suo capolavoro:  La confraternita dell’uva, il romanzo che racconta il difficile rapporto con il padre, lo scalpellino italiano che emigra negli Usa e con il quale John trascorre un’intensa settimana di lavoro in montagna, con i suoi amici, avvinazzati più di lui.

Ed eccoci alla nota forse più dolente di questa lunga storia: l’alcol. Vini e liquori si riveleranno una vera e propria maledizione per tutta la famiglia Fante: John si ammalerà di diabete, perderà la vista e vivrà gli ultimi anni su una sedia a rotelle, senza gambe. “Caro Carey, la perdita più grande dopo quella di una gamba è la capacità di scrivere . E’ come lottare con un pesante pneumatico appeso al collo. Cado spesso. Non potrei vivere senza Joyce: mi pulisce il culo, mi fa la barba. Sono fortunato. Resta in piedi, Carey, non cadere.”

Fante morì l’8 maggio del 1983. Aveva 74 anni. Quando nel 1980 la Black Sparrow press ristampò Chiedi alla polvere su richiesta di Bukowski, era stato dimenticato quasi del tutto come romanziere. L’editore John Martin non l’aveva sentito mai nominare. Poi cominciarono a ristampare le sue opere in tutto il mondo, soprattutto in Francia, dove Fante è tuttora più popolare che negli Usa.

Angelo Cennamo

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MUCHO MOJO – Joe R. Lansdale

 

 

Mucho Mojo - Lansdale

Mojo è un termine africano che indica una magia cattiva di tipo sessuale. Lo strano rituale che fa da sfondo alle vicende raccontate in uno dei romanzi noir più riusciti di Joe R. Lansdale, autore texano dai mille registri narrativi ed ultimo maestro del pulp, genere che fa storcere il naso ai puristi della letteratura fine per i suoi contenuti rozzi e violenti: sangue e merda, per intenderci. “Ecco, uno dei miei libri preferiti torna disponibile in una nuova edizione. Queste sì che sono soddisfazioni” scrive Lansdale nella prefazione dell’ultima ristampa del romanzo che vede come protagonisti Hap Collins e Leonard Pine, la coppia di amici strampalata e divertente intorno alla quale ruotano le storie più intricate e comiche di Lansdale.

Leonard eredita da suo zio Chester una casa fatiscente, circondata da un brutto giro di spacciatori, e centomila dollari in contanti. Trasferitisi nella vecchia abitazione per ristrutturarla e poi rivenderla, i due amici fanno una scoperta agghiacciante: sotto le assi di legno del pavimento trovano lo scheletro ingiallito e frantumato di un bambino. Con l’aiuto di due poliziotti e di un’affascinante avvocatessa di colore ( Florida Grange), Hap e Leonard iniziano un’indagine complicatissima dai risvolti macabri ed imprevedibili. I due, infatti, scoprono che da alcuni anni in quel quartiere si commettono degli strani infanticidi di figli illegittimi, bambini poveri e di colore. Un misteriosa procedura che ha origine da una vicenda quasi freudiana, dietro la quale si nascondono figure insospettabili.

Mucho Mojo è il più classico dei libri gialli, un romanzo dall’impianto narrativo perfetto e ben collaudato: due amici sfigati come protagonisti – uno bianco, l’altro nero e omosessuale – la relazione sentimentale tra una donna di colore, colta e disinibita, e un bianco nullatenente e senza ambizioni; una dose massiccia di comicità e di suspense, scazzottate alla Bud Spencer e Terence Hill, birre ghiacciate, sesso, volgarità, e soprattutto il grande talento di Joe R. Lansdale, scrittore capace di raccontare la quotidianità nella sua crudezza come pochi altri della sua generazione.

“Ma a Stile libero quando si decideranno a ristampare Mucho Mojo?” chiede un fan italiano sul blog di Lansdale. Accontentato.   

 Angelo Cennamo          

          

 

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SEMINARIO SULLA GIOVENTU’ – Aldo Busi

Seminario sulla gioventù - Aldo Busi

“Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Nulla, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo ad un risolino di stupore, stupore di essercela presa per così poco.”

Inizia così uno dei più bei romanzi italiani della seconda metà del Novecento. L’incipit di Seminario sulla gioventù di Aldo Busi è una carezza che intenerisce il cuore e che ci spalanca gli occhi sull’inafferrabile senso del divenire. Seguiranno tante altre pagine di passione, solitudine, disincanto. In un paesino della campagna lombarda travagliata dalla seconda guerra mondiale e dalla fame, vive Barbino, un ragazzino vispo e sensibile, curioso della vita. Sua madre sgobba tutto il giorno per mantenere lui con i suoi tre fratellini e un marito violento e scansafatiche. Si arrangia come può, al mercato, in osteria, e Barbino le va dietro, imparando a fare il bucato, perfino a ricamare. È sempre lì, Barbino, con le altre donne del paese a fare centrini, ad ascoltare discorsi e confidenze “Le donne raccontavano storie, gli uomini si raccontavano storie” spesso noiose. La scoperta del sesso passa attraverso la vestaglia di mamma, luogo proibito di odori e di sensazioni nuove, impronunciabili. Barbino la indossa e vola con la fantasia: canta, danza. Intanto in paese le voci corrono. Il maestro elementare Petenfio lo circuisce in cambio di una tazza di latte “Non sarebbe stato facile dire chi dei due era preda dell’altro.” Lo scandalo esplode quando Barbino denuncia in un tema gli abusi dell’insegnante di religione, anche lui, praticati su alcuni alunni della scuola, vittime silenziose di un clima di ignoranza e di omertà contro il quale il giovane protagonista si ribella con tutte le proprie forze, a costo di cambiare aria e abbandonare il campo. Inizia così un lungo e avventuroso vagabondaggio fatto di numerosi incontri e di esperienze imprevedibili. Barbino lavora nei bar di Venezia e di Milano dove conosce nientemeno che Eugenio Montale, per poi trasferirsi in Francia. Trovare una sistemazione a Parigi, a migliaia di chilometri da casa, non è semplice. Il giovane si barcamena tra mille mestieri: barista, cameriere, sguattero, sempre per pochi franchi e alla ricerca di un letto. Come un randagio, la notte se ne va in giro per gabinetti pubblici e altri luoghi malfamati a scambiare sesso con altro sesso, sognando l’amore vero, la chimera. Una donna francese, Arlette, lo accoglie a casa sua e lo accudisce come un’ancella. La parte centrale del romanzo è imperniata sul rapporto-scontro tra i due. Arlette è una donna sola e annoiata, sa dell’omosessualità del suo ospite, ma non si rassegna: se ne innamora ma pretende da lui l’impossibile. Barbino è ambizioso: studia, impara la lingua, si lascia tentare dal mondo della danza e dal Folies-Bergère; poi, grazie a una raccomandazione, sceglie di lavorare nella tipografia di una banca, ma non per molto: dopo la Francia, lo attende l’Inghilterra “Non ho né nido né nicchia, né padre né madre né fratelli né amici né amanti né prole. Volo”.

Seminario sulla gioventù è un romanzo fluvuale “una colata di parole” scrive Piero Bertolucci nella postfazione del libro, che ha visto la luce dopo ben diciassette stesure per poi essere ripubblicato negli anni Duemila con l’aggiunta di un capitolo inedito Seminario sulla vecchiaia. Aldo Busi si è spesso autodefinito il più bravo scrittore italiano, e io gli credo; la sua prosa torrenziale – massimalismo argomentativo – rigogliosa, il suo italiano sontuoso, forse inarrivabile, ci sommergono di poesia e di bellezza. Busi ci prende a schiaffi con frasi crude, ma mai volgari, per poi ammansirci con locuzioni dolci e miste di dolore. “Non è un romanzo autobiografico”, ha precisato più volte l’autore. Io invece penso che questo romanzo somigli a Busi più della sua stessa vita.

Angelo Cennamo          

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LA NOIA – Alberto Moravia

La Noia - Moravia

 

“Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà”.

Dino è un uomo annoiato dalla ricchezza, indifferente a tutto e alienato dalla vita sociale. Dopo essere fuggito dalla villa di famiglia e dagli agi nei quali vive sua madre, decide di darsi alla pittura e si trasferisce in via Margutta, nello stesso stabile in cui ha lo studio un vecchio pittore, Balestrieri, noto erotomane, invaghitosi di una sua modella diciasettenne. Proprio durante uno dei ripetuti ed ossessivi slanci amorosi, Balestrieri muore tra le braccia di Cecilia, questo il nome della sua giovane musa ispiratrice e personaggio cardine del romanzo. Cecilia è una ragazzina apparentemente gracile, insignificante; poco loquace, senza idee e senza valori, priva di curiosità e di interessi, completamente apatica ed incapace di esprimersi se non attraverso il sesso “il volto lo aveva rotondo, da bambina; ma una bambina cresciuta troppo in fretta e iniziata troppo presto alle esperienze muliebri.” La Lolita di Moravia ci ricorda un’altra ragazzina disinibita e viziata della letteratura italiana del Novecento, la Laide Anfossi di Un Amore di Dino Buzzati. Come Laide fa impazzire di gelosia l’attempato Dorigo, risucchiandolo nel vortice di un sentimento ossessivo e autodistruttivo, allo stesso modo, la comparsa di Cecilia nella vita di Dino travolge ogni cosa trasformandosi in una presenza angosciante, un delirio infinito dal quale il protagonista non riesce più a liberarsi. Dino scopre di amare Cecilia lo stesso giorno in cui decide di lasciarla. Vedendola sotto braccio con un altro uomo, un attore spiantato e più giovane di lui, è colto da un inspiegabile ed irrefrenabile attacco di gelosia. Inizia allora a seguirla, a spiarla. Decide di pagarla dopo aver fatto sesso, pur di imparare a disprezzarla e riuscire a mandarla via. Dino è un paranoico, e la sua ossessione, così morbosa e paradossale, anziché allontanarlo dall’amante crudele, lo spinge a rilanciare e a proseguire la relazione anche dopo la confessione del tradimento di lei. Tutto sembra perduto. Dino è incapace di sottrarsi al giogo infernale della sua insana passione e alla condanna che si è autoinflitto. Arriva addirittura a  pensare che solo sposando Cecilia riuscirà ad accettare la dura realtà e ad annoiarsi di lei. L’ennesima illusione.

“Eccola la chiave alla base di tutto, la chiave della vita moderna e della vera felicità: essere, in una parola, inannoiabile” David Foster Wallace.

La Noia è un romanzo del 1960, il cardine di una trilogia ideale che Alberto Moravia – al secolo Alberto Pincherle – ha iniziato con Gli Indifferenti e concluso con La Vita interiore. Dire di Moravia che è uno dei maggiori scrittori del Novecento italiano, sarebbe scontato. Non lo è invece azzardare una verità alla quale non tutti danno la giusta risonanza, e cioè che è proprio con Gli Indifferenti  il romanzo d’esordio che Moravia cominciò a scrivere quando non aveva ancora compiuto diciotto anni – e non con i libri di Sartre e di Camus, che ha inizio la corrente dell’esistenzialismo.

Moravia ha saputo raccontare il suo tempo con la scrittura del suo tempo: minimalista, moderna, lasciandoci pagine indimenticabili che a distanza di anni conservano intatto smalto e freschezza. La Noia è uno dei libri migliori, forse il più rappresentativo della poetica e dell’identità moraviana.

Angelo Cennamo

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