LO STATO DELLE COSE – Richard Ford

Siamo nel 2000, l’anno del nuovo Millennio e della sfida elettorale tra Al Gore e George Bush. Bascombe, ex giornalista sportivo, ora agente immobiliare, ha cinquantacinque anni e un cancro alla prostata. Vive a Sea-Clift, una cittadina immaginaria sulla costa del New Jersey, luogo affascinante ma desolato, specie nei mesi invernali. Alla vigilia del Giorno Del Ringraziamento, Frank fa un bilancio della propria vita e prova a dare un senso al tempo che gli rimane da spendere, il “Periodo Permanente” lo definisce “quella fase della vita in cui ben poco di ciò che diciamo è virgolettato, quando poche voci contrarie ci insinuano dubbi nella mente, quando il passato sembra più generico che specifico, quando la vita è una destinazione più che un viaggio e quando la persona che sentiamo di essere sarà grosso modo come ci ricorderà la gente una volta schiattati“. Quel tratto del percorso, per capirci, l’ultimo, in cui non provi nessuna paura del futuro perché la vita non è più rovinabile. Nonostante tutto, Bascombe è un uomo sereno, forte e consapevole nei suoi dubbi; sa che non può sfuggire al corso degli eventi ma affronta i giorni che lo separano dalla fine con la passione e la curiosità di sempre. Medita, riflette sul passato, ricorda, se ne va in giro lungo la costa alla guida della sua Suburban, osserva il mondo, il suo mondo fatto di spiagge sconfinate spazzate dal vento, di villette a schiera che compra e vende con il socio Mike – un buddista di origini tibetane, disgraziatamente repubblicano –  di bar semideserti, ristoranti a base di pesce e di stradine attraversate da podisti e surfisti della domenica. Frank deve districarsi tra una ex moglie che vorrebbe tornare da lui, Ann, e la moglie attuale, Sally, che ha deciso invece di lasciarlo per volare in Scozia dal suo primo marito misteriosamente ricomparso dall’altra parte del mondo dopo essere stato creduto morto in Vietnam. A completare il quadro dei protagonisti, i tre figli di Bascombe avuti dal primo matrimonio: Ralph, morto all’età di nove anni, Paul, ragazzo goffo, mentalmente limitato, una specie di scrittore che campa scrivendo biglietti di auguri e che nonostante l’aspetto sgradevole si accompagna a una giovane “Anita Ekberg”; infine Clarissa, l’intellettuale della famiglia, bella, atletica, lesbica ma che si sforza di diventare eterosessuale. L’attesa del Giorno Del Ringraziamento di Frank ci ricorda l’ultimo Natale dei coniugi Lambert ne Le Correzioni di Jonathan Franzen: il desiderio, misto di nostalgia, di allontanare lo spettro della morte e di ricomporre, almeno per una sera, quel che resta di una famiglia sgangherata e litigiosa.

Bascombe ci piace perché è uno di noi. Gli alti e i bassi, le cadute, la speranza, il disincanto, la storia della sua vita, così dannatamente americana, amara e beffarda nel racconto magistrale di Ford, acquista la dimensione universale di tutte le altre storie che toccano i sentimenti più profondi e scuotono le coscienze dei lettori. A questo servono i buoni romanzi, a questo serve la letteratura: a non sentirci soli nel grande respiro del mondo.

Angelo Cennamo

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DI RABBIA E DI VENTO – Alessandro Robecchi

 

 

Di rabbia e di vento - Robecchi

Una parte consistente della produzione letteraria italiana degli ultimi anni è composta da libri gialli o noir che dir si voglia. Molti di questi racconti li pubblica Sellerio, casa editrice palermitana dallo stile grafico riconoscibile per l’eleganza delle sue copertine, tutte blu e dal formato rimpicciolito. In principio fu Camilleri, il maestro siculo dal volto pacioso e dalla voce affumicata, che si diverte a fare il verso a Sciascia e a Pirandello, e che di recente ha raggiunto il traguardo prestigioso (?) dei cento romanzi.  A ruota, un gruppo di giovani autori più o meno interessanti: Manzini, Savatteri, Recami, Malvaldi, che con le loro narrazioni poliziesche disegnano nel contempo una road-map simbolica di tic, vizi e slang della nostra Italia sgangherata. È una prerogativa del giallo italiano quella di riuscire ad allargare lo sguardo ad ambienti che neppure la letteratura generalista riesce a sondare, perché presa, forse, più da drammi esistenziali e vicende familiari. Prendete ad esempio Alessandro Robecchi, figura di spicco di questa pregevole scuderia di autori noir. In un Paese che non sembra avere più niente da dire, ripiegato su se stesso e involgarito da social e tv da strapazzo, Robecchi, con l’epediente del giallo, riesce a costruire storie e ad imbastire trame che ci riportano a precedenti illustri e a letterature di altre latitudini, riuscendo a dare dignità e spessore ad un genere troppe volte sottostimato. Di rabbia e di vento è il suo terzo romanzo. Lo schema è quello collaudato del doppio binario investigativo: da una parte, la polizia – il sovrintendente Carella e il suo vice  Ghezzi  –  dall’altra, Carlo Monterossi, autore pentito di “Crazy love” il programma televisivo di cuori infranti, “paccottiglia emotiva e pornografia dei sentimenti” prodotto dalla “Fabbrica Della Merda” e condotto dalla regina della tv popolare, Flora De Pisis “che Dio ci scampi“. Monterossi è un uomo affascinante, single, facoltoso – frequenta alberghi che “hanno più stelle della Via Lattea” e mangia in ristoranti dove “la lista dei whisky ha più pagine dell’Ulisse di Joyce” – ma quel mondo becero e insulso, fatto di lustrini, ricchezza esibita e tanta leggerezza non gli si confà. Meglio allora giocare al tenente Colombo e andarsene in giro con quell’altro amico suo, Oscar, il giornalista di cronaca nera così spregiudicato e addentrato negli ambienti della mala da sembrare uno di loro. Al centro del racconto, il duplice omicidio di un uomo, proprietario di una concessionaria di auto di lusso, e di una escort di alto bordo, colta, con una laurea in lettere presa con 110 e lode ma appesa sulla tazza del cesso, e una doppia, anzi tripla identità. Sullo sfondo di una Milano grigia e operosa, insolitamente ventosa, Monterossi e Falcone gareggiano con la polizia a risolvere il caso di un tesoro scomparso e di un morto che non è morto, disposto a tutto pur di ritrovare il suo prezioso malloppo. Suspance, denaro e niente sesso con la escort. Di rabbia e di vento è un romanzo brillante, veloce, ironico e dal taglio americano. Molto più di un giallo. Di Torto Marcio, il libro che Robecchi ha pubblicato nel 2017, avevo scritto di preferirlo alla saga di Hap e Leonard di Lansdale. Dopo aver letto Di rabbia e di vento, confermo la mia passione per Alessandro Robecchi e per la sua Milano buzzatiana.

Angelo Cennamo

 

 

 

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IL MONDO SECONDO GARP – John Irving

Il mondo secondo Garp - Irving

Di John Irving – al secolo John Wallace Blunt Jr – scrittore e sceneggiatore del New Hampshire, molti ricorderanno il bestseller uscito nel 1985 che ispirò un film di grande successo, diretto da Lasse Hallström e premiato agli Oscar del 2000: Le regole della casa del Sidro, interpretato da una giovanissima Charlize Theron e da Michael Caine. Sette anni prima, nel 1978, Irving si era consacrato tra i maggiori romanzieri americani con Il mondo secondo Garp, pietra miliare della letteratura Usa del tardo Novecento, uno dei romanzi più amati e venduti di sempre.

Il mondo secondo Garp è il quarto libro pubblicato da Irving, dopo Libertà per gli orsi del 1969, La cura dell’acqua uscito nel 1972 e Doppia coppia del 1974. Negli stessi mesi, Don DeLillo e Philip Roth avevano dato alle stampe, rispettivamente, Cane che corre e Lo scrittore fantasma. Con i suoi romanzi, Irving segue un percorso narrativo diverso rispetto ai suoi, fino a quel momento, colleghi più celebri, diciamo meno avanguardista. Irving preferisce la tradizione popolare del romanzo ottocentesco allo sperimentalismo in voga tra gli autori di culto. Il mondo secondo Garp è un libro che fin dagli esordi ha spiazzato tutti per l’originalità dei contenuti e per la complessità dei molti temi trattati: il sesso, il matrimonio, l’infedeltà coniugale, la famiglia, le differenze dei ruoli uomo-donna, gli albori del movimento femminista, gli alti e bassi di una professione difficile e rischiosa come quella dello scrittore, la resilienza di fronte alle avversità della vita. Irving ha mescolato ogni cosa con grande abilità, costruendo un romanzo folle e comico al tempo stesso, venato di malinconia e carico di emozioni altalenanti, dalla prima all’ultima pagina. Scrive Irving nell’introduzione del libro che il primo a leggere il manoscritto di Garp fu suo figlio Colin, che nel 1978 aveva appena dodici anni. E che la sorpresa più grande fu che lo stesso Colin spiegò al padre quale fosse il senso del romanzo, per l’autore inafferrabile, e quale l’argomento cardine dell’intera narrazione. La paura di morire? Le tentazioni della lussuria? Il rapporto uomo- donna? No: questo libro parla delle paure di un padre, disse Colin. E aveva ragione: quella di Garp è infatti una storia imperniata sul rapporto genitori-figli. Nella prima parte, sul legame ossessivo, soffocante, tra Jenny Fields – la madre “sessualmente sospetta“, la ricca infermiera divenuta icona del movimento femminista dopo aver pubblicato la propria autobiografia “In questo sudicio mondo o sei la moglie di qualcuno o sei una puttana” –  e il giovane Garp, il figlio avuto, anzi preteso da Jenny da un militare “rincitrullito” a causa di un incidente aereo durante la seconda guerra mondiale. Nel prosieguo della storia è Garp, lo scrittore frustrato, insoddisfatto per i suoi romanzi incompresi, che si occupa con apprensione dei figli mentre la moglie insegna al college e si trastulla con il suo giovane amante. Garp è un padre premuroso, curioso, ansioso. Quando Duncan, il figlio più grande, va a dormire a casa di un compagno di scuola, a pochi isolati da casa sua, lui sente il bisogno di andarlo a trovare, di verificare di persona dove abita l’amico e sapere cosa fa sua madre. Garp cucina, rassetta la casa, accompagna Duncan e Walt – il secondogenito – a scuola e in palestra, si preoccupa delle loro condizioni di salute. Nel racconto di Irving, Garp è uno scrittore, un lottatore libero e un marito non sempre fedele. Ma è soprattutto un padre: è questo il ruolo che emerge di più nella sua pazza parabola esistenziale. E Irving lo tratteggia con maestria, incuneandosi tra le pieghe più morbose e indecifrabili della sua personalità bizzarra, inventando intorno a lui una fauna di personaggi picareschi, profondamente umani.

Angelo Cennamo

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IL NIX – Nathan Hill

Chiamarsi Jonathan, per un aspirante scrittore americano, è già un buon inizio. Dell’esordio di Nathan Hill, napoletano della Florida – non sapevo che ci fosse una Naples anche negli Usa – ne avremmo sentito parlare diversi anni prima se il giovane autore di The Nix non fosse incappato nella peggiore disavventura per chi scrive: il furto del pc con dentro appunti, racconti e un romanzo completo. Un brutto colpo che ha costretto Hill a ricostruire pazientemente il suo libro e a rimandare il debutto al 2016. Eccolo allora il romanzo che negli Usa è diventato un caso editoriale prima ancora che venisse pubblicato.

Il Nix racconta la storia di Samuel Anderson, un giovane insegnante di letteratura inglese che di notte è schiavo di un gioco online chiamato “World of Elfscape”, una specie di other life virtuale nella quale il protagonista si connette con milioni di persone di tutto il mondo per combattere elfi, draghi e orchi. Samuel sa che quella distrazione elettronica è una follia, un inutile passatempo che lo allontana da impegni e decisioni importanti, ma non riesce proprio a liberarsene. Dieci anni prima aveva firmato un contratto e ricevuto una barca di soldi per scrivere un libro che non ha più scritto. Quel tempo è scaduto e il suo editore intende fargli causa. Samuel è disperato. Ma proprio quando tutto sembra precipitare, arriva una telefonata che può cambiare il suo destino: Samuel è il figlio di una donna che ha aggredito il candidato repubblicano alla Casa Bianca. Il video dell’attentato rimbalza da un canale televisivo all’altro e su internet ha milioni di visualizzazioni. Faye Andresen, la madre di Samuel, che ha un passato da movimentista hippy e un arresto per prostituzione, a sessant’anni è diventata clamorosamente un’eroina Liberal contro il fascismo repubblicano. I due non si vedono da più di vent’anni, dal giorno in cui lei abbandonò improvvisamente la famiglia per una ragione sconosciuta “me ne vado per un po’. Non avere paura” gli disse. È proprio dietro quella fuga che si cela il mistero del Nix: una leggenda norvegese di uno spirito che può assumere diverse forme e che ogni tanto appare con le sembianze di un cavallo bianco per rapire i bambini. Uno strano incantesimo che separa le persone che si vogliono bene: il Nix è di solito qualcuno che credi di amare. Del passato di Faye, Samuel non sa nulla, ma ora il professore ha una doppia opportunità: ritrovare la madre dopo la sua fuga misteriosa, e ripagare l’editore scrivendo un libro verità su di lei. Le due storie, quella della giovane Faye negli anni del college e della contestazione pacifista, e di Samuel sull’orlo del licenziamento a causa di una denuncia di una sua allieva fannullona che non vuole farsi bocciare, scorrono separate attraverso lunghi flashback per poi intrecciarsi nel presente. Il risultato è un romanzo polifonico di circa 760 pagine, pieno di colpi di scena e di umorismo, scritto alla maniera di un altro Jonathan: Franzen – alcuni passaggi di questa storia ricordano Purity 

Il Nix affronta molti temi interessanti, dai rapporti familiari all’ossessione per la competizione, dalla crisi della cultura umanistica – per l’allieva fannullona di Samuel studiare Shakespeare è solo una perdita di tempo – alla devianza e alla compulsività della connessione a internet. Un altro tema importante del libro è il sogno tradito dei movimenti pacifisti degli anni sessanta. Insomma, tanta roba e ben distribuita in questa magnifica opera prima.

Angelo Cennamo

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IT – Stephen King

IT

Può una città intera essere posseduta? Questa è la storia di sette bambini finiti casualmente in un incubo durante la calda estate del 1957. Siamo a Derry, una tranquilla cittadina nello Stato americano del Maine. Dopo un violento nubifragio, il piccolo George fa navigare tra i rigagnoli di una strada la barchetta che suo fratello Bill gli ha costruito con un foglio di giornale. La strada è deserta. Tutto intorno è silenzio. La barchetta scivola veloce sull’acqua e va ad infilarsi in un crepaccio proprio sotto il marciapiede. George si avvicina alla buca per recuperare il suo giocattolo, ma trova la morte. Ad ucciderlo è un’entità demoniaca che non ha un nome né un volto. Un mostro multiforme arrivato milioni di anni fa a Derry da chissà quale galassia, e che ogni ventisette anni esce dalle fogne della città per seminare il terrore. Lo chiamano It e il suo travestimento più inquietante è quello del clown Pennywise, il pagliaccio ballerino che intenerisce i bambini con i suoi palloncini colorati prima di assassinarli con efferatezza. Un gruppuscolo di ragazzini nati perdenti stringe un patto di sangue per uccidere il mostro. Tra di loro c’è Bill, il fratello maggiore di George, detto anche “Bill tartaglia” per via della sua balbuzie.

“Che branco di miserevoli erano stati: Stan Uris con quel nasone da ebreo; Bill Denbrough che a parte: “Hi-yo, ragazzi!” non sapeva dire niente senza balbettare così spaventosamente da farti torcere le budella; Beverly Marsh con i suoi lividi e le sigarette nascoste nella manica della camicetta; Ben Hanscom, così grosso da sembrare una versione umana di Moby Dick; e Richie Tozier, con quei fondi di bottiglia che aveva per occhiali e i suoi voti da primo della classe e la sua lingua saggia e quella faccia che sembrava supplicare di essere squinternata e ricomposta in forme nuove ed eccitanti. C’era una parola per definirli? Oh sì. C’è sempre una parola. Nel loro caso era: impiastri”. In questo gruppo di sfigati emarginati, per completare il quadro, poteva mai mancare un amichetto “negro”? Certo che no. Il suo nome è Mike Hanlon. Con lui si aggiunge anche Eddie, un asmatico psicosomatico che se ne va in giro con un inalatore placebo in tasca.

Sconfiggere il mostro per il club dei perdenti è evidentemente un’impresa impossibile, se non altro perché It si trasforma in continuazione, assumendo sembianze sovraumane e dipanando la sua furia anche attraverso fenomeni sociali incontrollabili come il razzismo, l’omofobia e il bullismo. Henry Bowser, Victor Criss e Belch Huggins sono l’incarnazione di una gang violenta che tormenta e minaccia di morte ogni singolo membro del club. Eppure il piccolo esercito di Bill, un giorno di luglio del 1958, si ritrova faccia a faccia con il mostro, e dopo aver ingaggiato con lui una lotta serrata e spavalda, lo costringe incredibilmente alla fuga. E’ solo il primo round di una sfida che riprenderà ben ventisette anni dopo, quando a Derry ricominceranno quegli strani delitti: uccisioni di bambini, persone che scompaiono nell’indifferenza, quasi, degli abitanti del posto e dei media, che, per chissà quale ragione, preferiscono occuparsi d’altro. E’ come se ogni cosa facesse parte di un disegno più grande.

I piccoli eroi nel frattempo sono diventati adulti. Non sono più dei perdenti ma uomini di successo, professionisti affermati. Bill è un famoso scrittore di libri horror; Stanley Uris, che da bambino veniva preso in giro “Urina, sporco ammazzacristiani” è un ricco commercialista; Richard Tozier, il quattrocchi rincorso e picchiato da tutti, è diventato un noto deejay “L’uomo dalle mille voci”. Ben il ciccione è finito sulla copertina di Time come il più promettente giovane architetto d’America. Magro, atletico, affascinante. Eddie Kaspbrak gestisce un servizio di limousine a New York, mentre Beverly è diventata un’apprezzata disegnatrice di moda.‎

Cosa ricordano di quella tragica esperienza vissuta tanti anni fa? Nulla. Hanno rimosso tutto, cancellato ogni traccia. Il solo a ricordare è Mike, l’afroamericano, l’unico dei sette che è rimasto a Derry. Gli americani costruiscono il loro successo sull’oblio, sembra volerci dire Stephen King. E’ la loro forza ma anche una debolezza, perché talvolta finiscono per ripetere gli errori del passato. Ma i neri non dimenticano. Mike Hanlon, il depositario della memoria, sa che It è tornato, chiama i suoi amici e li convoca a Derry per l’ultimo atto di quella sfida infernale.

Siamo alla seconda parte della storia. E’ il 28 maggio del 1985. Cosa accade la sera di quel 28 maggio nella vasca da bagno di Stanley Uris, da pagina 64 a pagina 68, non ve lo dico. Ma qualunque cosa vi suggerisca la parola “suspense” non si avvicina neppure lontanamente a quanto leggerete in quel paragrafo del libro.

Ritrovarsi dopo tutto quel tempo è per i perdenti di Bill un’esperienza sicuramente emozionante, ma anche molto dolorosa. Fare i conti con gli spettri dell’infanzia, con la paura di quei giorni, ricordare l’indicibile, mette agitazione “una parte di loro non era mai cresciuta, non aveva mai lasciato Derry”. Ora ogni tassello di quella vicenda riacquista limpidezza e si rinnova nella sua dimensione tragica. I lividi riaffiorano come i ricordi rimossi, e perfino la balbuzie di Bill ritorna quella di un tempo. Sono le ultime cento delle 1.315 pagine che compongono il romanzo, quelle del gran finale, del redde rationem.

It è il capolavoro di Stephen King, ed è anche uno dei libri più conosciuti della sua vasta produzione letteraria. Esce nel 1986, a pochi mesi di distanza da un altro grande romanzo: Amatissima – Beloved nella versione originale – di Toni Morrison, premio Pulitzer nel 1988. Quelle di Morrison e di King sono storie diverse ma accomunate da uno stesso tema: la rimozione del ricordo. Come i sette amici di It, infatti, anche la protagonista di Amatissima vorrebbe dimenticare la tragedia di sua figlia, da lei stessa uccisa per sottrarla all’orrore della schiavitù.

Il romanzo di King è prodigioso, trascinante fino all’ultima riga. Relegarlo sotto l’etichetta del genere “horror” è un’ingenerosa diminutio, dal momento che il libro affronta argomenti anche più interessanti della paura generata dal mostro, come l’infanzia, l’amicizia e il successo, che in Amarica viene spesso costruito sulla damnatio memoriae. Un romanzo di formazione, dunque, dalle venature fantasy e horror, nel quale ritroviamo brandelli di altre opere celebri: Oliver Twist di Charles Dickens e, perché no, Le Avventure di Augie March di Saul Bellow. Potevano bastare settecento o ottocento pagine a King per raccontare le peripezie dei suoi perdenti? Probabilmente sì, ma la storia avrebbe perso una parte consistente del suo fascino, quella che indiscutibilmente possiedono tutte le narrazioni voluminose, dall’Ulisse di Joyce a Il cardellino di Donna Tartt.

Angelo Cennamo

      

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LA CARTA E IL TERRITORIO – Michel Houellebecq

La carta e il territorio - Houellebecq

Meglio la realtà o la sua rappresentazione?

La carta e il territorio è il romanzo più complesso ed originale di Michel Houllebecq, vincitore del premio Goncourt nel 2010. Il libro racconta la vita di Jed Martin, un pittore e fotografo parigino “tranquillo e senza gioia, definitivamente neutro“. Manca poco alla vigilia di Natale. Quella sera Jed la trascorrerà nella casa di riposo di suo padre, un ex impresario edile, rimasto vedovo nei primi anni di matrimonio a seguito del suicidio della moglie. Jed è cresciuto da solo, in collegio, leggendo molti classici ed appassionandosi alla storia dell’arte. Cosa avranno da dirsi lui e suo padre? Poco o nulla “Nei paesi latini, la politica può bastare ai bisogni di conversazione dei maschi di mezza età o di età avanzata; essa viene talvolta sostituita nelle classi inferiori dallo sport“. La cena nel grigio ospizio è un incontro tra due solitudini, silenzi prolungati intervallati da sguardi pensierosi, assenti fino al commiato. Un appuntamento di circostanza, si direbbe, deprimente, triste come l’ambiente che li circonda e come l’atmosfera che pervade tutta la narrazione. Un giorno i due si ritrovano in un lungo viaggio, in autostrada. Jed compra una carta Michelin. Una folgorazione “L’essenza della modernità, dell’apprendimento scientifico e tecnico del mondo vi si trovava mescolata con l’essenza della vita animale“. E’ l’inizio della sua rivoluzione estetica, la svolta che lo porta a fotografare solo carte Michelin e ad innamorarsi di Olga, una russa molto affascinante “una delle cinque più belle donne di Parigi“.

Il grande successo non tarda ad arrivare. Ha il volto e la scrittura di un grande autore francese, personaggio schivo e notoriamente sociopatico: Michel Houllebecq “Era di dominio pubblico che Houellebecq era un solitario con forti tendenze misantropiche; era tanto se rivolgeva la parola al suo cane”. Lo scrittore vive in un luogo sperduto della campagna irlandese. Jed vola da lui per chiedergli di scrivere il catalogo di una sua mostra. L’incontro tra i due è esilarante. L’erba del giardino è altissima e trascurata. La casa, grande, con molte stanze vuote e scatoloni a terra, fa pensare che Houellebecq ci si sia trasferito da poco “Si è appena sistemato qui? Sì. Insomma, sono tre anni“. Il pittore e lo scrittore sono identici: entrambi annoiati, apatici, insofferenti, delusi dall’umanità “dopotutto anche lui non provava per la vita che un amore incerto, passava per qualcuno di piuttosto riservato e triste”. Da questo momento, il romanzo si trasforma in un divertente gioco di specchi nel quale l’autore della storia si riflette nel protagonista e nel suo doppio. Il ritratto che Jed dipinge allo scrittore per ripagarlo del catalogo è l’espediente letterario attraverso il quale Houellebecq, prima ancora di essere ammazzato per mano di uno sconosciuto, scompare dalla realtà per diventare un’opera d’arte, la rappresentazione di sé.

La carta e il territorio è un libro sul denaro, sull’amore, e sul rapporto tra padre e figlio. Ma è soprattutto una riflessione profonda sulla condizione umana e sulla morte. Un romanzo totale, scritto in modo magistrale dal genio eretico della letteratura europea. Un libro a tinte fosche, ma nel contempo venato di molta ironia. Come in altri suoi romanzi, anche in questo Houllebecq sembra riannodare i fili dell’esistenzialismo, e individuare nella finzione artistica la sola via di fuga da una realtà spesso deludente e monotona. La carta è meglio del territorio.

Angelo Cennamo

              

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LEVIATANO – Paul Auster

Leviatano - Paul Auster

“Sei giorni fa un uomo si è fatto saltare in aria sul ciglio di una strada del Wisconsin del nord. Non ci sono testimoni, ma pare che fosse seduto sull’erba accanto alla macchina intento a costruire una bomba, quando questa gli è esplosa ‎fra le mani per sbaglio. Secondo i referti dei medici legali che sono stati appena diramati, l’uomo è morto sul colpo”.

L’incipit di Leviatano – romanzo di Paul Auster uscito nel 1992 e pubblicato in Italia da Einaudi  –  è di quelli che non si dimenticano. La vittima dell’esplosione è Benjamin Sachs: uno scrittore di successo, dal vissuto turbolento e avventuroso. Il primo a scoprire la sua identità è l’amico e collega Peter Aaron, il quale, dopo aver appreso la tragica notizia, decide di ricostruire, passo dopo passo, gli ultimi anni di quella vita sbandata, convulsa e misteriosa, che lui solo conosce. Ben e Peter sono legati da una lunga amicizia nata per caso in un gelido inverno dentro un bar di New York. La scena del loro primo incontro è un gioiello di tecnica narrativa, forse la parte più interessante dell’intero romanzo. In quel tempo lui e Ben sono due giovani scrittori spiantati in cerca di gloria, due sognatori come ne incontriamo tanti nella letteratura americana, dall’Arturo Bandini di Fante al “disperato, erotico, stomp”  Bukowski. Storie parallele che mano mano finiscono per intrecciarsi pericolosamente oltre il dovuto, oltre la soglia dell’adulterio della moglie di Ben, e oltre il naturale rifiuto della crudeltà. Il rapporto che lega Ben a Peter sembra impossibile da scalfire, nonostante tutto.

Leviatano è il titolo che Sachs ha scelto per il romanzo che ha iniziato a scrivere in una baracca del Vermont, lontano dal mondo, dal suo mondo, dopo una brutta convalescenza che lo ha trasformato, cambiato dentro, al punto da spingerlo a rimettere in discussione gli affetti più cari e le proprie ambizioni di scrittore. Il libro finirà per scriverlo Peter, l’unico depositario di una verità difficile da spiegare e forse poco credibile.

Leviatano è un libro ambizioso, scritto magnificamente, che affronta i temi del tradimento e del fallimento. È soprattutto una carambola di eventi – incontri, incidenti, romanzi scritti e romanzi mai finiti – del tutto imprevedibili, governati unicamente dal caso. La vita di ciascuno è in totale balia del caso, scrive Paul Auster sulla copertina. È la cifra, questa, di tutta la sua produzione letteraria e questo libro non fa eccezione. L’impressione però è che questa volta Auster abbia esagerato: la lunga sequenza di eventi fortunosi che sovrasta la storia di Benjamin, la ricerca affannosa, quasi maniacale, della “strana combinazione” che deve per forza legare ogni step della trama, finisce infatti per ostacolare quel naturale processo di compenetrazione tra lettore e personaggio che rende la narrazione più intrigante, e per allontanare la storia da una realtà possibile e ripetibile. L’eccesso di zelo, o forse l’azzardo, che separa un buon romanzo dal capolavoro.

Angelo Cennamo

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LA GIOSTRA DEI CRICETI – Antonio Manzini

 

 

La giostra dei criceti - Manzini

Antonio Manzini lo conosciamo bene: sceneggiatore e scrittore di romanzi gialli che nelle classifiche dei libri più venduti gareggiano ormai alla pari coi racconti siculi del maestro Camilleri, con i Bastardi di Pizzofalcone di De Giovanni, con la Milano da bere di Robecchi, e con i romanzi di altri specialisti di un genere, il noir, che da parecchi anni sta monopolizzando o quasi il mercato della narrativa italiana. Sellerio ha da poco ripubblicato un suo vecchio romanzo, edito la prima volta da Einaudi nel 2007, intitolato La giostra dei criceti. Siamo quasi agli esordi, Manzini non ha ancora dato alle stampe i primi capitoli della fortunata saga del vicequestore Rocco Schiavone, ma nella sua prosa asciutta, disadorna, cruda, ritmata, già si intravedono i primi bagliori di quell’ironia malinconica, quell’amaro disincanto che caratterizza la sua scrittura, e che ritroveremo anche nei libri successivi, quelli della definitiva consacrazione.

 La giostra dei criceti è la storia di una rapina organizzata da quattro amici di una periferia romana, una rapina sgangherata e finita male, anzi malissimo. René, Cencio, Franco e Cinese sembrano personaggi usciti dalle pagine di un romanzo di Pasolini, sono ragazzi di vita, la cellula malavitosa, improvvisata e sprovveduta di una gioventù marcia e senza speranza, che sopravvive ai margini di una società arida di valori e di senso della legalità. Il romanzo criminale dei quattro amici-nemici, nonostante tutto molto divertente e con dialoghi scritti in romanesco, va ad intrecciarsi a quello di un’organizzazione di alti vertici dello Stato – un dirigente dell’Inps, un ministro, un generale dell’esercito, burocrati e impiegati senza scrupoli  – che lavora in gran segreto ad un piano folle e surreale denominato “Anno Zero”. Un’operazione complessa e ben congegnata che punta a risolvere il problema delle pensioni alla radice: eliminando fisicamente i pensionati. Le due trame parallele, attraverso la narrazione magistrale di Manzini, danno corpo ad un romanzo tragicomico, veloce, avvincente e carico di suspance. Un libro pessimista, senza un lieto fine, lo spaccato di una società degradata e priva di sentimenti, di un’umanità insulsa, oscena e brutale “Siamo carne da cannone, aveva detto René. Era vero. Carne da cannone. Gente che muore senza un senso, senza un’utilità. Che ha vissuto senza sapere, e senza sapere se ne va“.

Manzini possiede il pregio degli scrittori di razza: sa coniugare l’alto con il basso, la poesia con la leggerezza, il dramma con la farsa. Manzini piace a tutti, scrive bene e vende tanti libri. Non è forse questo il sogno di ogni romanziere?

Angelo Cennamo

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TORTO MARCIO – Alessandro Robecchi

TORTO MARCIO - ROBECCHI

Nel ghetto di piazza Selinunte, a Milano, gang di nordafricani e di calabresi si spartiscono più di seimila alloggi popolari. Tuguri senz’ascensore e senza acqua calda, occupati abusivamente per poche migliaia di euro da famiglie di immigrati e da giovani disoccupati. Dall’altra parte della città, un ricco imprenditore, sulla sessantina, un grosso commerciante di carni, viene ammazzato con due colpi di pistola. Il delitto porta una strana firma: sul corpo della vittima l’assassino ha collocato un sasso, bianco e liscio, grande come una pallina da golf. Non pare che l’uomo avesse rapporti con la malavita, né che avesse dei nemici: la sua condotta di vita era irreprensibile “il morto non era uno che di solito muore cosi… l’infarto sì, magari se lo aspettavano, ma le pistolettate no”. Un secondo delitto. Questa volta il malcapitato è un urbanista con buone entrature nella politica, anche lui non giovanissimo. Cosa avranno in comune questi due individui apparentemente così distanti? Cosa li lega? Quale sarà il movente degli omicidi? Gli inquirenti pensano ad un complotto contro lo Stato, seguono la pista dell’integralismo islamico: a Milano non c’è la moschea e “quei sassi vogliono dire: dai, su, milanesi, costruiteci la moschea, se non vi facciamo fuori tutti, uno a uno”. Il cardinale convoca una veglia di preghiera dedicata alle vittime del terrorismo in città, che nel frattempo sono diventate tre. Da Roma arrivano la Digos e un profiler israeliano, a pattugliare le strade viene mandato l’esercito. I giornali lanciano proclami e la politica si divide. Eppure qualcosa non torna. Il questore Gregori decide allora di promuovere un’indagine parallela e clandestina, lontana dal chiasso dei media. Se ne occuperanno Ghezzi e Carrella, due poliziotti molto diversi tra loro, un po’ burberi e dai modi spicci, che per seguire il caso dovranno fingere di essere in ferie. Nell’indagine si ritroverà coinvolto accidentalmente anche un personaggio insospettabile: Carlo Monterossi, autore di un  programma televisivo trash chiamato “Crazy Love”, la tv del dolore e della sfiga, la Fabbrica Della Merda ”con tanto di cachet, contrattini, liberatorie e istruzioni per piangere meglio” condotto dalla spregiudicata ed esuberante Flora De Pisis. Cari lettori, non lo giudicate male, Monterossi: questo lavoro lui lo fa solo per guadagnarsi da vivere. Ancora poche puntate e il nostro Carlo potrà finalmente dedicarsi al suo progetto più ambito: scrivere un libro su Bob Dylan, con tanti saluti alla De Pisis e alla sua Fabbrica Della Merda.

Buona parte della letteratura prodotta in Italia negli ultimi venti anni è letteratura di genere: gialli, polizieschi, noir, thriller, le definizioni si sprecano, i nomi degli scrittori pure: Camilleri, Lucarelli, Carrisi, Carofiglio, De Giovanni, Manzini. Non saranno tutti dei Michael Connelly o dei Simenon, ci mancherebbe, ma alcuni di loro sono davvero bravi. Alessandro Robecchi è tra questi. Torto marcio, edito da Sellerio – l’editore palermitano ormai specializzato nel genere noir – è il romanzo della maturità e, ne siamo sicuri, della sua consacrazione. Diciamo subito che la definizione di romanzo giallo, al libro di Robecchi, gli va un po’ stretta. Torto Marcio è infatti molto di più di una storia poliziesca, di una sequela di delitti e di investigazioni convulse: è soprattutto una panoramica, fedele, precisa e credibile, sulla Milano di oggi; uno spaccato amaro ma anche ironico della nostra società che oltrepassa la semplice narrazione del crimine. Per certi versi, è il grande romanzo italiano che molti scrittori, non di genere, spesso inseguono invano. Robecchi è un gran lettore di noir e di thriller americani, da Winslow a Lansdale. Lo avessi conosciuto prima, mi sarei risparmiato la saga di Hap & Leonard, e chissà quanti altri libri. La sua scrittura è tagliente, asciutta, veloce, comica, con frasi brevi ma incisive, e con dialoghi serrati. “Robecchi non scrive gialli, scrive blues”, ha scritto Antonio D’Orrico su La Lettura del Corriere della sera. È la migliore definizione, forse, per uno scrittore dallo stile potente e ritmato come quello delle ballate di Bob Dylan e della buona narrativa americana.

Angelo Cennamo

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MORTE DI UN UOMO FELICE – Giorgio Fontana

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Ho imparato a conoscere e ad apprezzare Giorgio Fontana, prima ancora di leggere i suoi libri, ‎attraverso le parole di affetto e di stima che ha per lui Marco Missiroli, quando gli capita di recensire i suoi romanzi o quando, per esempio, in qualche intervista o dibattito pubblico gli viene chiesto quali sono gli scrittori italiani che preferisce. “Fontana e Ammaniti”, risponde. Come Missiroli, Giorgio Fontana appartiene a quella giovane e talentuosa generazione di romanzieri che sembra avere definitivamente ammansito le voci più critiche e pessimistiche sulle sorti della letteratura moderna di questo Paese, dopo gli ultimi fuochi di Calvino, Pasolini e Sciascia.

Nel 2014, a soli trentatré anni, Fontana pubblica il suo quinto romanzo Morte di un uomo felice e vince il premio Campiello. Il romanzo racconta la storia di un giovane magistrato, il trentasettenne Giacomo Colnaghi, che indaga sull’assassinio di un esponente in vista dell’ala più a destra della Democrazia cristiana, “un tipo volgare, odioso e colpevole”. Siamo a Milano, nell’estate del 1981. La stagione degli anni di piombo è entrata nella sua fase conclusiva, la più cruenta. Colnaghi è un uomo mite, molto cattolico “dovevi fare il prete, non il magistrato” gli ripete il collega Roberto Doni, “era talmente semplice, e come sempre aveva a che fare con il dolore: non con l’equità, o con qualche utopia, né con i piatti di un’ipotetica bilancia da pareggiare: alla fine si riduceva tutto solo e soltanto al dolore”, sposato con un’insegnante di inglese, Mirella, donna che ama ma con la quale non ha rapporti intimi da sette mesi “ il loro matrimonio ruotava attorno ad un nucleo di silenzio cristallino e rispettoso, che per Colnaghi era lo specchio di ciò che doveva essere un legame”.

Giacomo Colnaghi fuma la pipa e se ne va in giro per Milano in bici o in tram, senza scorta. Gli piace trattenersi la sera in qualche bar di periferia per bere un bicchiere di vino e ascoltare storie di ferrovieri e di operai, o fare un salto nella libreria del caro amico Mario. La storia di Colnaghi si intreccia a quella di suo padre Ernesto, un operaio partigiano ucciso barbaramente dai fascisti quando Giacomo aveva solo pochi mesi. Fontana la scrive in corsivo, alternando le due vicende tra un capitolo e l’altro del libro.

I due Colnaghi si somigliano molto, le loro brevi esistenze sembrano legarsi e ritrovarsi, oltre che nello stesso tragico destino, nei medesimi ideali di giustizia e di solidarietà che l’umile operaio insegue attraverso la Resistenza, e il sostituto procuratore lottando contro l’eversione e la ferocia delle Brigate rosse.

Nelle note finali, Fontana scrive che per tratteggiare il personaggio di Giacomo Colnaghi si è ispirato alle figure di altri due magistrati assassinati: Emilio Alessandrini e Guido Galli. Leggendo il romanzo, io ho invece ritrovato nell’esperienza umana e professionale del protagonista le storie di Luigi Calabresi e di Giorgio Ambrosoli, eroi diversi ed uguali di una borghesia piccola, invisibile ed operosa alla quale questo libro vuole essere un generoso e commovente tributo. Per stoicismo, bontà d’animo e integrità morale, i due Colnaghi somigliano molto anche ai personaggi dei romanzi di Malamud, uomini spesso travagliati, perseguitati dalla malasorte, che combattono il male e le ingiustizie arroccandosi nella propria fede e nella rettitudine.

Morte di un uomo felice è una profonda riflessione sulla giustizia e sui suoi limiti. Un libro emozionante, scritto con uno stile sobrio, garbato e scorrevole che ci riporta ai classici della grande letteratura italiana del Novecento.

Angelo Cennamo

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