IL TEMPO MATERIALE – Giorgio Vasta

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Con le parole Giorgio Vasta ha un rapporto intimo, confidenziale; le sceglie con cura, le posiziona nelle frasi con precisione millimetrica, facendo attenzione ad ogni minimo dettaglio “i tegami, le ciotole, il brusio dell’idrolitina dentro la bottiglia, l’impotenza degli affetti che si spegne brulicando“, seguendo cioè quell’estetica immaginaria della forma e del suono, nella scelta dei lemmi – quel muoversi con disinvoltura tra sostantivi, aggettivi, locuzioni, quel passare del tempo nel linguaggio – che possiedono solo i grandi romanzieri. Vasta è un grande romanziere. Lo scopriamo fin dalle prime pagine de Il tempo materiale, il suo libro d’esordio, pubblicato da Minimumfax e arrivato tra i finalisti al premio Strega del 2009. Una storia raccontata in prima persona e ambientata nella Palermo degli anni di piombo. È il 1978. Nimbo, Scarmiglia e Bocca sono tre undicenni curiosi, intellettualmente precoci, costruttori di parole “mitopoietici”, si dira’, “critici. Tetri. Lettori di giornali, ascoltatori di telegiornali. Della cronaca politica. Concentrati e abrasivi. Preadolescenti anormali“. Nulla di male se non fosse che i tre sono affascinati dalle Brigate Rosse, attratti dalla lotta armata. Quest’insana passione li porta a rileggere dai giornali e a studiare nei particolari i comunicati dei terroristi

 “A prima vista la lingua delle Br è un animale mitologico. Un unicorno. Muscolare, sanguigno, poderoso, falliforme”. Le Br, dice Nimbo, sono un contagio, un’epidemia necessaria a un Paese tiepido, incapace di assumersi la responsabilità del tragico “il tragico è in grado soltanto di generarlo ma poi lo volge in farsa…in questo momento l’italia è percorsa dal contagio….prova piacere ma non può ammetterlo. Non è decente“.

Nimbo è un bambino segretamente crudele, che si diverte a vedere agonizzare insetti e lumache “di solito le schiaccio senza ucciderle, per creare l’impasto di corpo molle e sbriciolatura, per guardarle agonizzare mobili“. È un piacere sentirsi colpevole, dice Scarmiglia a chi gli chiede che senso ha rubare un pacco di sale tanto per.

I tre amici si radono il cranio per sembrare inquietanti, e ne vanno fieri “Tutti prima o poi dovrebbero conoscere il proprio cranio, toccarlo con i polpastrelli, misurarlo a spanne con i palmi aperti contorcendo le braccia per completare il perimetro“. Ora sono una cellula terroristica “tutto deve diventare responsabilità e costruzione. Pulizia e rigore” ripete Scarmiglia, l’ideologo del gruppo. ‎
Violenza diventa la parola d’ordine “La violenza ha il coraggio della colpa e la coscienza del dolore“. Ma rasarsi il cranio non basta, servono “azioni socialmente incompatibili“. La cellula ha bisogno di una struttura, di una strategia, di un addestramento. Dopo le facce i tre decidono di cambiare i loro nomi, ne scelgono altri, di battaglia: Raggio Volo e Nimbo, in una sola parola “NOI” Nucleo Osceno Italiano – così si firmeranno nei comunicati scritti con l’Olivetti 22, in perfetto stile brigatista – e di dotarsi di una grammatica dell’agire. Ventuno posture ispirate a film e personaggi della tv diventeranno il loro alfabeto muto “l’alfamuto”: il calcio all’indietro di Cochi e Renato “Lo sciocco in blu” significherà “odio”; il salto della staccionata di Nino Castelnuovo nello spot dell’olio Cuore indicherà “l’andare oltre”; la seduta goffa di Giandomenico  Fracchia “comprendere, capire le cose”; la morte avrà invece la postura di Aldo Moro, quella del cadavere rannicchiato su un fianco nella Renault 4 rossa. Il passo successivo sarà esplorare il territorio, conoscere i nomi delle strade, dei negozi, le fermate degli autobus, le cabine telefoniche. Occorre osservare, prendere appunti. Si, ma per fare cosa? Contro chi? Chi è il nemico? Il nemico e un’ipotesi, è una “nostra” invenzione “l’unico nemico perfetto è quello  che generi tu stesso“. I primi atti vandalici contro la scuola fanno da rodaggio a un percorso articolato e ben studiato che spingerà i baby brigatisti ad alzare sempre di più il tiro, facendo precipitare quel gioco assurdo in tragedia.

Il tempo materiale è un romanzo drammatico, folgorante, scritto in un italiano sublime, con uno stile asciutto e ricercato. Vasta è bravo a farci rivivere le suggestioni di un periodo che per il nostro Paese è stato culturalmente fecondo, ma anche cupo e feroce. Per me che nel 1978 avevo gli stessi anni dei protagonisti, leggere questo romanzo è stato come viaggiare a ritroso tra i ricordi dell’infanzia, vissuta come quella di Nimbo in una città del sud: Napoli e Salerno come Palermo, la spiaggia di Paestum come quella di Mondello. Immagini sbiadite che scorrendo le pagine del libro hanno ripreso forma e sono ritornate nitide: i compagni di scuola, i mondiali in Argentina con Bettega e Paolo Rossi, Enzo Tortora e Carosello alla tv, La febbre del sabato sera con le canzoni dei Bee Gees, l’Acqua Velva di papà sulla mensola del bagno, i cantautori impegnati che non andavano a Sanremo, gli zoccoli del Dott. Scholl, l’assassinio di Aldo Moro. Vasta ha scritto un romanzo di formazione originale, fuori da ogni schema, insolito e sorprendente come il flusso di coscienza e l’introspezione elaborati da un bambino di undici anni. Un libro filosofico e un po’ fiabesco che riannoda i fili della grande letteratura di Sciascia, Buzzati e Pasolini. “Uno dei più importanti romanzi apparsi in Italia negli ultimi dieci anni” scrive il Times Literary Supplement sulla quarta di copertina.

Angelo Cennamo

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I GIARDINI DEI DISSIDENTI – Jonathan Lethem

I giardini dei dissidenti - Lethem

Sarà una mia sensazione ma dei Jonathan della letteratura americana, Lethem, con Englander, è forse quello meno conosciuto in Italia. I suoi romanzi qui da noi non hanno raggiunto la stessa popolarità di certi libri di Franzen o Safran Foer, e neppure di Nathan Zuckerman, l’invenzione umana di Philip Roth. Fatto sta che pochi scrittori come e meglio di lui, di Lethem, sanno raccontare l’America, la sua dimensione metropolitana soprattutto. Jonathan Lethem è un intellettuale sensibile, arguto, capace di spaziare dal realismo al fantasy mescolando linguaggi diversi con estro e competenza  – insegna scrittura creativa all’università di Pomona, in California; la cattedra l’ha ereditata da David Foster Wallace.

Nato in una comune hippy di Brooklyn da genitori artisti e militanti di sinistra, dopo aver dato buona prova di sé con romanzi di formazione dalle atmosfere fumettistiche e musicali –  Brooklyn senza madre e La Fortezza della solitudine su tutti – con I giardini dei dissidenti Lethem approda alla prova forse più impegnativa e matura della sua carriera: un romanzo politico molto ambizioso, a tratti ostico, ma ben strutturato, polifonico, che racconta 70 anni di attivismo di sinistra negli Usa, dalla seconda guerra mondiale al movimento di Occupy Wall Street.  Ancora una volta Lethem sceglie come ambientazione del racconto la città di New York, non più Brooklyn come nei precedenti romanzi, ma un quartiere proletario del Queens, il Villaggio-Utopico-Socialista di “Sunnyside Gardens”. Al centro della storia, due donne straordinarie, bellicose e aggrovigliate in un odio reciproco: Rose Anrgush, polacca, ebrea, divorziata, moralista, comunista delusa, dal temperamento forte, ai limiti della crudeltà, da tutti conosciuta come la regina rossa di Sunnesyde. E sua figlia Miriam Zimmer, una hippy molto disinibita, più interessata al sesso che allo studio, che fa di tutto per sfuggire all’influenza della bolscevica Rose, a suo dire, desiderosa di liberare il mondo ma nel contempo di “schiavizzare qualunque coglione finisse nelle sue grinfie”. Intorno alla madre e alla figlia, in perenne conflitto tra loro, ruotano pochi personaggi comprimari tra i quali spicca la figura di Cicero Lookins, gay, nero, obeso, figlio dell’amante di Rose “il bambino negro di Rose”. Rose è per Cicero una vera madre oltre che la sua unica opportunità di riscatto: la comunista di Sunnesyde lo protegge dai pregiudizi, dalla cattiveria gratuita dei vicini, e lo avvia agli studi, consentendogli di affermarsi, da adulto, come docente universitario a Princeton.‎

Il romanzo si apre con una scena drammatica e di grande impatto: una sera di novembre del 1955, nella cucina di casa sua, Rose viene processata dal direttivo del partito comunista – il suo partito – perché intrattiene una relazione sentimentale con un uomo di colore, repubblicano eisenhoweriano: il tenente della polizia Douglas Lookins. Il monito dei compagni di Rose non lascia scampo: “O la smetti di scoparti sbirri di colore o sei fuori dal partito“. Inizia così una storia lunga e appassionante, vissuta da tre generazioni sullo sfondo di un’America sospettosa, ostile, cupa e tumultuosa. Un intreccio quasi inestricabile di vicende pubbliche e private, con diversi colpi di scena e un finale amaro.

I giardini dei dissidenti è una grande saga familiare, ma anche un romanzo sull’utopia del radicalismo comunista. Lo spaccato di un’America minoritaria, poco conosciuta, lontana dai soliti clichè del divertimento effimero o dell’affarismo selvaggio. Per certi versi è la biografia di Lethem, scrittore che non ha mai nascosto le proprie radici culturali e gli ideali politici. Certamente un libro difficile, dai toni drammatici, dalle tinte fosche, che non indulge quasi mai all’ironia e alla leggerezza, ma pagine di grande letteratura che testimoniano il coraggio e il talento di uno degli autori più eclettici dell’America di oggi.

Angelo Cennamo

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PIATTAFORMA – Michel Houellebecq

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“Mio padre è morto un anno fa. Io non credo alla teoria secondo cui si diventa veramente adulti solo alla morte dei genitori; veramente adulti non lo si diventa mai. Davanti alla sua bara ho avuto pensieri incresciosi”. È facile ritrovare nell’incipit di Piattaforma – romanzo di Michel Houellebecq del 2001 – la condizione umana, quella stessa apatia nella quale viveva il protagonista di un altro grande romanzo francese: il Meursault de Lo Straniero di Albert Camus, che di fronte alla salma di sua madre, “Morta ieri o l’altroieri, non ricordo“, non manifesta nessuna emozione. L’anonimo Michel  – Houellebecq? – si disinteressa del padre, ammazzato dal fratello della badante – poco più di un dettaglio nella ricostruzione della storia – per scendere al pianterreno a fare cyclette e guardare in tv un episodio del suo telefilm preferito. Michel è un funzionario del ministero della cultura, un quarantenne single, un po’ misantropo: la fratellanza lo disgusta e non ricorda di aver mai provato un qualsiasi sentimento di solidarietà; nei rapporti con gli altri si prende coscienza di sé, forse è per questo. Quella di Michel è una vita grigia, vissuta senza ideali né passioni “Io non ero felice, però apprezzavo la felicità, e continuavo ad aspirarvi”. I suoi sogni sono mediocri, e come tutti gli abitanti dell’Europa occidentale vorrebbe viaggiare. L’indomani del funerale della madre, il Meursault di Camus fa sesso con una collega d’ufficio e corre con lei al mare dove gli capiterà di uccidere un uomo senza alcun movente. Allo stesso modo, Michel programma un viaggio al sole della Thailandia per distrarsi in qualche bordello locale e spacciarsi per il giovane che non è. Un rituale avvilente al quale il protagonista del romanzo non può e non vuole sottrarsi. Ma proprio quando la sua esistenza sembra ormai votata alla noia e alla ripetizione, l’anonimo funzionario vive un incontro di imprevista sensualità con la giovane e attraente Valérie. Michel potrebbe abbordarla con disinvoltura, lei non aspetta altro, e invece la ignora, preferendole massaggiatrici e prostitute thailandesi. Finita la vacanza, però, i due si ritrovano a Parigi ed è lì che esplode la passione. Valérie è una ragazza disinibita che non disdegna esperienze lesbo o ménage à trois. Per la prima volta nella vita Michel sembra un uomo felice “Con lei vivevo dentro un gioco, un gioco eccitante e tenero, l’unico gioco rimasto agli adulti; attraversavo un universo di desideri leggeri e di sterminati momenti di piacere…Era una ragazza affettuosa e premurosa; era anche un’amante sensuale, dolce e audace – e probabilmente sarebbe stata, nell’eventualità, una madre amorosa e saggia”. Nonostante la giovane età, Valérie dirige una nota catena di villaggi turistici, e con il socio Jean-Yves è alla ricerca di un’idea rivoluzionaria che possa rilanciare l’azienda. L’intuizione è di Michel: creare una rete di villaggi in cui praticare il sesso libero e la prostituzione sia autorizzata: “la gente ha bisogno di sesso, solo che ha paura di ammetterlo“. Il successo del progetto è immediato. Poi, tutto precipita in tragedia.

Piattaforma è un romanzo sul declino dell’Occidente e sulla mercificazione del sesso, ma anche una riflessione profetica sull’integralismo islamico e sulla stagione dello jihadismo che sarebbe iniziata di lì a qualche mese con l’attacco alle Torri Gemelle. Il protagonista, Michel, incarna alla perfezione il nichilismo dell’uomo moderno che trova nel denaro e nel piacere fisico le sue uniche forme di appagamento. Non è uno sprovveduto o un superficiale, Michel, non manca di profondità, e non disconosce neppure il valore della bellezza, è solo un disilluso dall’umanità. In uno dei passaggi più esilaranti del racconto, rimane senza libri dopo aver sotterrato sulla spiaggia i due bestseller americani che ha messo in valigia. Vivere senza leggere, pensa, è pericoloso, ci si deve accontentare della propria vita e questo comporta notevoli rischi. Michel Houlellebecq – balzato più di recente agli onori della cronaca per il graffiante Sottomissione, romanzo nel quale si racconta di una Francia governata da un musulmano e soggiogata dalla legge coranica – è uno scrittore notoriamente eretico, irriverente e anticonformista che ama stupire i lettori con storie ai limiti del paradosso. Piattaforma ci colpisce per i suoi contenuti dissacranti e per lo stile sobrio, disadorno, con cui Houellebcq sembra riannodare i fili spezzati dell’esistenzialismo di Sartre e Camus, per poi virare, improvvisamente, nel massimalismo argomentativo più esasperato, nelle lunghe dissertazioni tecniche sul turismo che avvicinano la narrazione al postmodernismo americano di DeLillo, per esempio. Un romanzo originale che mescola poesia e volgarità, ironia e tragedia. E’ la cifra di Houllebecq, genio di una scrittura estrema e viscerale che non lascia indifferenti.

Angelo Cennamo       

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LA CONTROVITA – Philip Roth

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Lo scrittore Nathan Zuckerman è alle prese con il testo più angosciante che possa capitargli di scrivere:  l’elogio funebre di suo fratello Henry, morto a seguito di un intervento chirurgico di by-pass coronarico. Un’operazione azzardata e per questo sconsigliata da tutti, ma necessaria a prolungare la relazione extraconiugale che Henry intrattiene con Wendy, la giovane e disinibita igienista dentale del suo studio medico. Nel corso del racconto si scoprirà che quella raccontata da Zuckerman non è la storia del giovane fratello, professionista serio, marito impeccabile e padre premuroso, ma la sua. Dei due fratelli, infatti, è Nathan l’uomo infedele, il libertino, l’amante della bella vita, il maschio sessualmente irrefrenabile che alza l’asticella del rischio per non rassegnarsi ad una prematura pace dei sensi.

Pubblicato nel 1986, La Controvita è tra i romanzi più complessi e sperimentali di Philip Roth, di difficile lettura, labirintico, ma ricco di spunti interessanti sotto il profilo storico-religioso  –  tutta la parte centrale del libro è occupata da una polifonica dissertazione sulla questione israelo-palestinese che ci riporta a un altro grande romanzo sulla ricerca dell’identità religiosa: Eccomi di Jonathan Safran Foer. La trama del libro colpisce per i suoi intrecci pirandelliani e per i continui travestimenti dei due Zuckerman: lo scrittore sregolato ed istrionico e il dentista grigio e perfezionista. La simulazione e la dissimulazione sono uno standard nella produzione letteraria di Roth, una sua peculiarità, un vertiginoso espediente narrativo che lo scrittore di Newark adopera per raccontare se stesso senza mostrarsi fino in fondo. Nella finzione, Henry, dopo essere sopravvissuto all’intervento chirurgico, abbandona moglie e figli e fugge in Israele per ritrovare le radici della sua fede. Nel richiamo ancestrale della Giudea scopre una nuova dimensione umana e spirituale, molto lontana da quella frenetica e materialistica degli Stati Uniti.  Nathan – alter ego di Roth – è invece un ebreo laico, distante dall’integralismo di Hebron. Eppure, in una trasferta natalizia nei dintorni di Londra, a casa dei familiari di sua moglie, Nathan ritroverà le stesse convinzioni del fratello, un ambiente molto somigliante a quello ortodosso della Giudea, e una suocera snob e antisemita che lo costringerà, per la prima volta nella vita, ad interrogarsi su cosa voglia dire oggi essere un ebreo.

La Controvita non figura tra i romanzi più popolari di Philip Roth, ma è un libro che segna una svolta importante nella sua carriera, è il romanzo della maturità che chiude il ciclo del ribellismo iniziato con Lamento di Portnoy, e del protagonismo assoluto di Nathan Zuckerman. Il preludio di una nuova stagione nella quale Roth scriverà le sue opere migliori: La macchia umana, Il teatro di Sabbath e Pastorale americana.               

Angelo Cennamo

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OGNI COSA E’ ILLUMINATA – Jonathan Safran Foer

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In Molto forte, incredibilmente vicino era un bambino (Oskar Schell) rimasto orfano del padre dopo l’attentato alle Torri Gemelle, che se ne andava in giro per New York alla ricerca di uno sconosciuto Mr. Black. Nel più recente Eccomi, un quarantenne ebreo (Jacob Bloch) sull’orlo del divorzio che rivive il paradosso biblico di Abramo: assecondare contemporaneamente il richiamo alla salvezza del suo matrimonio, e quello alla difesa di Israele, devastato da un violento terremoto e minacciato da una guerra imminente. In Ogni cosa è illuminata, il suo romanzo di esordio, Jonathan Safran Foer, nei panni di se stesso, è un giovane studente ebreo americano che, con in mano una vecchia foto, vola in Ucraina per ritrovare la donna che salvò suo nonno dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. Safran Foer è uno scrittore in movimento, sempre in viaggio – on the road –  alla ricerca non solo delle proprie origini o di una semisconosciuta identità ebraica, ma anche di una scrittura nuova, di coraggiose sperimentazioni narrative che hanno fatto di lui, nonostante la giovane età – Ogni cosa è illuminata Foer lo scrisse a poco più di vent’anni –  uno dei maggiori autori della letteratura contemporanea.

Il romanzo procede su tre diversi piani narrativi che nel corso del racconto si intersecano tra loro formando una trama unica ma prodigiosamente polifonica: l’avventuroso itinerario del giovane protagonista, accompagnato dalla strampalata combriccola dell’agenzia “Viaggi e tradizione” ( il coetaneo Alex, la cagnetta puzzolente Sammy Davis jr jr, e il nonno di Alex, affetto da una strana cecità psicosomatica che non gli impedisce però di guidare l’auto presa a noleggio, anche perché è l’unico patentato del gruppo); la ricostruzione della complessa saga familiare di Safran Foer che inizia ben tre secoli prima in uno sperduto villaggio ucraino con un tragico incidente su un fiume; lo spassoso e sgrammaticato epistolario tra Jonathan e l’aspirante collega Alex sulla stesura del libro che dovrà raccontare le vicende del viaggio. Un andirivieni spazio-temporale di non facile lettura che però incuriosisce il lettore, soprattutto nei punti in cui il racconto si infittisce di ricordi e di immagini che sembrano cambiare verso alle convinzioni iniziali.

Ogni cosa è illuminata è un romanzo sulla memoria che racconta una storia drammatica e divertente al tempo stesso; la magia di un ragazzo che a vent’anni sogna di fare lo scrittore e di illuminare, tra verità e finzione, il passato doloroso dei suoi antenati. Pagine di poesia dal sapore antico e fanciullesco – secondo un refrain familiare allo stile di Safran Foer – la grammatica di un postmodernismo isterico che non rinnega il passato, ma lo rielabora attraverso nuovi costrutti, sempre originali e sorprendenti.

Angelo Cennamo

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BUTCHER’S CROSSING – John Williams

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Bastava un solo sguardo, o quasi, per contemplare tutta Butcher’s‎ Crossing: sei baracche o poco più, tagliate in due da una stradina sterrata. Lo scenario desolante che accoglie William Andrews dopo due settimane di viaggio sembra il piano sequenza di un vecchio film di Sergio Leone. Andrews è uno studente di Harvard alla ricerca di una nuova identità ancora sconosciuta “Era un sentimento, era un’urgenza che doveva esprimere. Ma sapeva che qualsiasi cosa avesse detto, non sarebbe stato che un altro nome, inadatto a descrivere quella natura selvaggia che andava cercando…l’origine e la salvezza del suo mondo”.

In tasca ha una lettera di raccomandazione di suo padre. Deve consegnarla a un commerciante in pelli di bisonte. Sarà lui ad instradarlo in quel microcosmo di cacciatori spietati e di prostitute da saloon, uomini duri, dai modi spicci e disposti a tutto per un pugno di dollari. Miller, Charley Hoge e Fred Schneider hanno i volti e le mani segnati dalla fatica e dalle intemperie. Tra una caccia e l’altra, se ne stanno al Jackson a scambiarsi ricordi e a bere whisky. Andrews si unisce al gruppo per cacciare una grossa mandria di bisonti che Miller racconta di aver avvistato in un precedente viaggio nel Colorado, e mette a disposizione il suo gruzzoletto per finanziare la spedizione.

Capì che la battuta di caccia che aveva concordato con Miller non era che uno stratagemma, un trucco per ingannare se stesso, per blandire le sue abitudini più radicate. Non erano certo gli affari a condurlo laggiù…Partiva in completa libertà…Sentiva che ormai, ovunque vivesse, ora come in futuro, si sarebbe sempre più allontanato dalla città, per ritirarsi nella natura selvaggia.” 


Prima di partire, Andrews arriva a sfiorare l’amore disinteressato di Francine, la squillo più bella e desiderata del Jackson’s saloon. L’imbarazzo della prima volta però gli giocherà un brutto scherzo. La spedizione in Colorado, tra luoghi sconosciuti, sentieri impervi e mancanza d’acqua, è una vera odissea. La carovana di Miller deve superare prove durissime: la diffidenza di Schneider, sempre sul punto di abbandonare il gruppo nei momenti di maggiore difficoltà, la mancanza di riferimenti certi, prima il caldo poi la neve, che intrappolerà i quattro avventurieri nella tormenta e li costringerà a ritardare il rientro di molti mesi. Andrews e i suoi compagni di viaggio sono allo stremo, lottano per la sopravvivenza, e di quei bisonti che aveva avvistato Miller anni fa non vi è alcuna traccia. C’è da fidarsi? Non hanno altra scelta. La salita verso la montagna è una sfida improba, sfiancante, ma ecco che “A sud-ovest…una macchia nera si muoveva nella valle, sotto ai pini scuri che crescevano sulla montagna davanti a loro… Poi la macchia pulsò, come una grande massa d’acqua agitata da oscure correnti“. Finalmente si apre la caccia. Il fucile di Miller spara a ripetizione. L’inesperto Andrews obbedisce ai comandi del capo, mentre Schenider, come un forsennato, scuoia i bisonti abbattuti: almeno cinquemila capi, un bottino di ventimila dollari.

Ma con l’arrivo della primavera Andrews “sentiva che non sarebbe stato più lo stesso”. Quell’esperienza tra gli altopiani del Colorado l’aveva allontanato per sempre dalle proprie origini e gli aveva fatto maturare un desiderio irrefrenabile di libertà, una libertà a lui sconosciuta, indefinibile, forse inappagabile.

Ho letto Butcher’s Crossing sull’onda emotiva di Stoner, il romanzo più popolare di John Edward Williams, pubblicato nel 1965 e scoperto con cinquant’anni di ritardo grazie ad una fortunosa ristampa francese. Butcher’s Crossing era uscito in America cinque anni prima, più o meno nell’indifferenza di tutti com’era accaduto con l’altro libro di Williams, oggi considerato dalla critica “il romanzo perfetto” e celebrato con il suo autore in un saggio interessantissimo di Charles J. Shields. È un western letterario, spietato, carico di passione, ma anche un originale romanzo di formazione sulla ricerca della libertà e della bellezza. Pagine di grande letteratura sepolta per troppi anni da montagne di libri, inutili da scrivere, inutili da leggere.

Angelo Cennamo

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LA FORTEZZA DELLA SOLITUDINE – Jonathan Lethem

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Negli anni del liceo, tra gli appunti disordinati sulla mia scrivania,‎ avevo una vecchia foto di Brooklyn in bianco e nero, un po’ sgualcita, presa chissà dove. Mostrava lo scorcio di una strada verosimilmente malfamata, con un marciapiede sudicio, crepato, sbilenco, scritte illeggibili sui muri, dei neri con i capelli lunghi e jeans a zampa di elefante appoggiati all’ingresso di un palazzo, anche questo fatiscente, fatto di mattoni scuri – forse marroni – e delle auto con i musi lunghi incolonnate ai bordi della carreggiata. Per parecchio tempo quella foto ha evocato nella mia immaginazione l’idea dell’America – New York o San Francisco era uguale – i suoi mille dialetti, l’architettura, la musica, le sale da gioco nei seminterrati fumosi, i campi di basket all’aperto con le reti metalliche intorno, le fiancate colorate dei vagoni della metropolitana. A distanza di anni, ritrovo quella foto con lo stesso marciapiede consumato, le insegne al neon, le auto in sosta e i muri imbrattati di vernice, tra le pagine di romanzi newyorkesi come Città in fiamme di Garth Risk Hallberg, Follie di Brooklyn di Paul Auster, Underworld di Don DeLillo, o La fortezza della solitudine di Jonathan Lethem, autore che a Brooklyn ha ambientato almeno la metà dei suoi libri. La fortezza della solitudine è uscito nel 2003; racconta la storia di una lunga amicizia tra due ragazzi, uno bianco l’altro di colore, vicini di casa in Dean Street, esattamente a Brooklyn. Nel racconto appassionato di Lethem, che si sviluppa tra gli anni ’70 e i ’90, Dean Street ricorda la via Gluck della canzone di Celentano, il luogo di un’infanzia povera, tempestosa, ribelle, ma nello stesso tempo un posto creativo, fecondo di curiosità e di insegnamenti, dal quale non si può prescindere, è impossibile emanciparsi “dovevo tornare nel luogo a cui un tempo appartenevo“, dice il protagonista in uno dei passaggi più significativi. Al di là del colore della pelle, Dylan Ebdus e Mingus Rude, hanno molto in comune: sono entrambi figli unici, cresciuti senza madre né fratelli, e con due padri artisti. Quello di Dylan è un pittore frustrato, costretto a dipingere copertine di libri, ma con un sogno nel cassetto che prima o poi finirà per avverarsi. Mr. Rude è invece una meteora della black music caduta nella desolazione e nella dipendenza dalla cocaina dopo una aver vissuto una breve parentesi di popolarità nei Distinctions. Un romanzo di formazione, si direbbe, nella scia di Oliver Twist o Augie March. Ma quando Lethem attinge dal passato, lo fa con originalità e rimanendo fedele al proprio stile. Le scorribande di Dylan e di Mingus, l’amore per i supereroi, le partite di football, la droga, il bullismo nel quartiere, la scoperta del sesso, sono il diario di bordo di una militanza a volte spietata, pericolosa, tragica come la sparatoria che a un certo punto dividerà le strade dei due amici. Qualche anno dopo, Dylan lo ritroviamo a Berkeley, a scrivere per una nota rivista musicale. Tra un’avventura sentimentale e l’altra, l’ex scugnizzo di New York incontra e intervista big dello spettacolo – il libro è pieno di citazioni sul cinema e sulla musica pop, rock, funk – ma la sua nuova vita è come imprigionata dal passato: Dean Street, l’amico Mingus, la madre sparita sono per Dylan una vera ossessione, un tarlo che nelle ultime pagine lo spingeranno a tornare. The fortress of solitude è sicuramente una storia di amicizia, di conflitti razziali e di buona musica. Ma è anche un romanzo sull’assenza, sulla nostalgia, sui guasti del tempo, e sullo struggimento per qualcosa che è andato perduto. Più  che il grande romanzo americano, un grande romanzo su Brooklyn, come preferisce definirlo Jonathan Lethem.

Angelo Cennamo

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IL GIORNO DELL’INDIPENDENZA – Richard Ford

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Romanziere fallito, ex giornalista sportivo, ex marito, alla soglia della mezza età, nonostante tutto, Frank Bascombe è un ottimista. A bordo della sua auto se ne va in giro per il New Jersey a mostrare case in vendita a clienti assillanti e indecisi come i coniugi del Vermont Joe e Phyllis Markham. È un uomo pieno di rimpianti, Frank, col bisogno di inseguire le donne solo per tenersi tranquillo, ma da quando ha divorziato si è ripromesso che non si sarebbe mai lamentato della sua vita, sarebbe solo andato avanti e avrebbe cercato di fare del suo meglio, errori e tutto, perché “si può fare in modo che le cose vadano per il verso giusto solo fino a un certo punto“. Il “Periodo di Esistenza”, lo chiama lui, un tempo di libertà e di transizione che gli serve per riflettere e ritrovare se stesso. Bascombe è un uomo qualunque della provincia americana degli anni ‘80, l’everyman che incontriamo in mille altre storie, disilluso dall’umanità e indifferente alle vicende politiche, un professionista cinico, coraggioso, anche un po’ filosofo “Non vendi una casa a qualcuno, vendi una vita”.

Il weekend del 4 luglio è una buona occasione per trascorrere del tempo con la nuova fidanzata Sally e con Paul, il figlio quindicenne arrestato per aver rubato tre confezioni giganti di preservativi e aggredito un commesso. Paul vive nel Connecticut con sua madre Ann, monitorato dai servizi sociali e seguito da uno psichiatra. È un ragazzo fragile, segnato dal divorzio dei genitori e dalla morte prematura del fratello Ralph. La lunga gita in macchina di Frank e Paul, tra ingorghi di turisti festanti e fuochi d’artificio, si rivelerà piena di imprevisti e malinconici flashback, e avrà un finale drammatico che lascia però intravedere un futuro meno fosco.

Il giorno dell’Indipendenza è tra i romanzi  più noti di Richard Ford – autore che ha raggiunto la popolarità nel 1986 con Sportswriter, opera inserita da “Time” tra i 100 romanzi in lingua inglese. Nel 1996 ha vinto due premi importanti: il Pen/Faulkner e il Pulitzer, ed è il secondo capitolo della quadrilogia di Frank Bascombe, saga che prosegue nel 2008 con Lo stato delle cose e nel 2015 con Tutto potrebbe andare molto peggio. Il non-alter-ego di Ford ha abbandonato la professione di giornalista per intraprendere quella di agente immobiliare, e ha divorziato dalla moglie. Da quel giorno sono trascorsi sette anni, ma per quanto si sforzi di guardare avanti, Frank continua a rimuginare sui propri fallimenti e a fare i conti con quel passato ingombrante che nelle ultime pagine sembra ritornare. Un romanzo sulla disgregazione della famiglia, le difficoltà dei rapporti umani, la solitudine di un uomo adulto. Vissuti dolorosi, negligenze, colpi bassi dai quali è difficile riprendersi. Ma Ford non indulge all’autocommiserazione né alla retorica del colpevolismo, come fa ad esempio il suo collega Malamud con i suoi personaggi sconfitti dall’ingiustizia e perseguitati dalla malasorte. Le trame di Ford, anche quando si caricano di riflessioni amare e di brutti ricordi come questa, sono venate di comicità e di un moderato ottimismo. Insomma, per Frank Bascombe non tutto è perduto.

Angelo Cennamo

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ECCOMI – Jonathan Safran Foer

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Come può appassionarsi un lettore italiano a un romanzo che parla di una famiglia ebrea e della distruzione dello Stato di Israele con almeno un centinaio di parole incomprensibili scritte in lingua yiddish? Me lo sono chiesto prima di acquistare Eccomi di Jonathan Safran Foer –  enfant prodige della letteratura americana, autore di bestseller come Ogni cosa è illuminata e Molto forte, incredibilmente vicino.

Eccomi è un romanzo ambizioso che ha richiesto almeno un decennio di lavorazione, e il perché lo si intuisce da una serie di particolari che non sfuggono neppure al lettore più sprovveduto: la ricerca di una scrittura perfettamente aderente alla modernità, l’intensità “delle” sue trame, un’architettura di parole precise, calibrate in modo millimetrico; lo sforzo ( ben ripagato) di raccontare la globalità che si infiltra nel domestico, le piccole cose mescolate a eventi internazionali, dettagli di una quotidianità nella quale ci riconosciamo tutti. Leggendo Eccomi, e amandolo fin dalle prime pagine, ho capito questo. Ho capito che  i libri non hanno quasi nulla a che vedere con i luoghi in cui vivono i loro personaggi e alla fede che professano. E che in ogni storia particolare, in qualunque angolo del mondo essa venga raccontata, anche il più remoto, c’è sempre una dimensione umana più ampia – che dilata i confini, la lingua, le tradizioni – all’interno della quale ciascuno può ritrovare se stesso. Jacob Bloch e sua moglie Julia sono una coppia di quarantenni di Washington sull’orlo del divorzio. Hanno tre figli, il primo dei quali, Sam, è implicato in una brutta vicenda scolastica per via di alcune scritte omofobe e razziste. L’approssimarsi del suo Bar Mitzvah – il rituale ebraico che introduce all’età adulta – è un’occasione per rivedere i cugini israeliani e ritrovare il senso di un’identità forse perduta. Nelle due settimane in cui si svolge la storia, Julia deve decidere cosa fare del suo matrimonio: sul cellulare del marito ha trovato dei messaggi erotici destinati a un’altra donna. Il quadro delineato da Safran Foer  è minuzioso, ben calato nella realtà dei nostri giorni, con lunghi dialoghi che offrono al lettore una visuale intimissima delle vicende narrate: i due protagonisti conversano in bagno mentre si lavano i denti, in cucina con i loro figli, in macchina spostandosi da una parte all’altra della città.

Sembra di vederla, la famiglia Bloch: una moglie ferita e infelice che, per ripicca forse, flirta con un amico semi-divorziato; tre figli: uno sul confine dell’età adulta che vive una seconda vita virtuale su Other life, dove distrugge sinagoghe  attraverso il suo avatar Samantha; uno sull’orlo di un’estrema coscienza di sé, uno sull’orlo dell’indipendenza intellettuale; un padre xenofobo in preda al terrore e un nonno depresso. Jacob e Julia sono sposati da sedici anni, continuano a fare sesso, “ma quello che era sempre venuto spontaneo arrivò ad avere bisogno di uno stimolo (sbronzarsi, guardare “La vita di Adele” sul portatile di Jacob a letto, San Valentino) o di uno sforzo per vincere il disagio e l’ipotetico imbarazzo… Più vita condividevano, più si estraniavano dalle rispettive vite interiori“.

A metà romanzo, la tragica notizia di un violento terremoto che ha colpito il Medio Oriente e messo in ginocchio Israele, apre nuovi spazi narrativi e assesta un altro duro colpo al fragile equilibrio del protagonista. Per Jacob è giunto il momento di passare dalle parole ai fatti: deve difendere suo figlio dalle accuse di razzismo o punirlo come gli chiede il rabbino? Arrendersi al divorzio o adoperarsi  per ricomporre la frattura con Julia? Partire per difendere Israele dalla sua imminente invasione o abbandonare il campo? “Eccomi” è il paradosso biblico nel quale viene a trovarsi Abramo quando Dio gli chiede di sacrificare suo figlio. Dio chiede ad Abramo di uccidere Isacco e Isacco chiede a suo padre di proteggerlo. Abramo risponde: “Eccomi” a entrambi, nel tentativo impossibile di assecondare due richieste tragicamente opposte. Abramo è guidato dalla fede, non ha dubbi, non torna sui suoi passi, è pronto a qualunque sacrificio. Jacob incarna la declinazione laica dell’ebraismo: il suo ebraismo di facciata lo espone all’incertezza e al ripensamento. Essere ebreo che sentimento è? Se lo chiede anche Henry Zuckerman ne La Controvita di Philip Roth, prima di partire per Gerusalemme alla ricerca di un’identità forse mai conosciuta. Tutto il romanzo di Safran Foer è un tributo alla letteratura di Roth, con spunti e citazioni che evocano alcuni dei suoi maggiori capolavori: Lamento di Portnoy, ‎La mia vita di uomo. Il prolungamento ideale di una scrittura che sembra aver trovato nel giovane autore di Washington il suo erede naturale.

Eccomi è un romanzo sulla dissoluzione di un amore e di una nazione. Ma in fondo al buio e oltre il rimpianto c’è ancora tanta vita per cui spendersi: “La vita è preziosa e io vivo nel mondo“‎, dice Jacob a se stesso quando anche il suo cane Argo sta per abbandonarlo.

Angelo Cennamo

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L’UOMO DI KIEV – Bernard Malamud

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Tutte le volte che finisco di leggere un libro di Bernard Malamud mi dico: questo è il migliore romanzo di Malamud. E’ accaduto con Il Commesso – forse il libro più conosciuto, in Italia rilanciato qualche anno fa da una citazione di Marco Missiroli in Atti osceni in luogo privato – ma anche con Il Barile Magico e Le Vite di Dubin, una delle sue ultime pubblicazioni. “Nei romanzi di Malamud l’America non appare mai un’opportunità di riscatto‎. Uno dei suoi temi più frequenti è la marginalità“, scrive Alessandro Piperno nella prefazione de L’Uomo di Kiev – romanzo del 1966, vincitore del premio Pulitzer e del National Book Award. E’ questo il tratto che distingue Malamud dagli altri tre grandi scrittori ebrei americani: Saul Bellow, Philip Roth e Paul Auster, più spavaldi e ottimisti nell’inseguire il sogno americano. I personaggi di Malamud sembrano nati per soffrire, sono perseguitati dalla sfortuna e dalle ingiustizie. E sono quasi sempre degli ebrei, perché gli ebrei, diceva, “li conosco bene, e poi perché sono  l’incarnazione perfetta del melodramma”.

L’Uomo di Kiev si ispira a una vicenda realmente accaduta nei primi anni del Novecento. La storia di Mendel Beilis, ebreo ucraino accusato ingiustamente dalle autorità zariste di un infanticidio  avvenuto alle porte di Kiev. Nella fiction, Beilis è Yakov Bok.

“In abiti larghi e berretto a visiera, era un uomo longilineo e nervoso con le orecchie grandi, le mani dure, chiazzate, chiazzate, il dorso ampio…Il suo naso a volte era ebreo e a volte no…La moglie lo ha lasciato per uno sporco forestiero”.

Con un carro scassato regalatogli dal suocero e un cavallo “brocco”, Yakov si trasferisce a Kiev per iniziare una nuova vita, per  cercare un lavoro e farsi un’istruzione. Si guadagna da vivere come tuttofare: “Viveva nel cuore del settore ebraico del quartiere Podol, in una casa popolare formicolante d’inquilini, pavesata di materassi che prendevano aria e di abiti cenciosi che asciugavano sopra un cortile stipato di bottegucce di legno dove tutti erano indaffarati e nessuno guadagnava. Campavano”.

Un giorno Yakov salva un vecchio caduto nella neve. Sembrerebbe un colpo di fortuna perché l’uomo, che è molto facoltoso, decide di ripagarlo assumendolo come contabile  nella sua fabbrica di mattoni. Ma fin da subito quell’incontro si rivelerà una terribile sciagura che condurrà il tuttofare alla distruzione. Il suo datore di lavoro infatti è un accanito antisemita e vive in un quartiere dove gli ebrei sono considerati i peggiori nemici dell’umanità. Tra molti dubbi, Yakov cerca di resistere dando false generalità e negando le sue origini ebraiche. Un giorno però accade l’irreparabile: in una grotta vicino alla fabbrica dove lavora, viene trovato un ragazzo di dodici anni assassinato. Era seduto con le mani legate dietro la schiena, era stato ucciso a pugnalate e morto dissanguato “probabilmente a scopi rituali“.
Yakov viene arrestato. Confessa subito di essere ebreo ma si proclama innocente “Sia clemente, signor giudice. Ho avuto così poco nella vita“.
La deposizione del suo datore di lavoro è un duro atto di accusa: ” Non è una persona onesta: per essere precisi, è un impostore…non l’avrei mai assunto se avessi saputo che apparteneva alla Nazione ebraica“. Durante la prigionia Yakov viene istigato a confessare il delitto in cambio di un lasciapassare per l’Europa; l’unico spiraglio, forse, per ritrovare la libertà. Ma lui non si fida. Bibikov, proprio il magistrato che crede alla sua innocenza, viene arrestato e ucciso misteriosamente in una cella vicina. Yakov capisce di non avere scampo. Lo hanno preso perché è ebreo: “Non c’era una ragione, c’era soltanto un complotto contro un ebreo, un ebreo qualsiasi, e lui era l’uomo scelto casualmente come capro espiatorio. L’avrebbero processato perché era stata formulata un’accusa, non c’era bisogno di altre ragioni. Nascere ebreo significava essere vulnerabili alla storia e ai suoi errori più spaventosi“.

Per certi versi, quella di Yakov è la stessa condanna che la sorte infligge a Morris Bober, il protagonista de Il Commesso, l’umile bottegaio di Brooklyn al quale gli affari vanno male, e che è costretto a subire le angherie del suo giovane garzone Frank Alpine. Come Yakov Bok, anche Morris Bober attribuisce la malasorte che lo perseguita alla fede ebraica. Entrambi provano a resistere alle avversità e alle ingiustizie arroccandosi nella forza d’animo e nella rettitudine, ma non basterà a salvarli dalla rovina.

Angelo Cennamo

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