STONER – John Williams

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Nel 2013 una prodigiosa ristampa riporta in vita un romanzo sconosciuto, trasformandolo nel caso editoriale dell’anno. Sul New Yorker il critico Tim Kreider lo definisce “Il più  grande romanzo americano di cui non avete mai sentito parlare“, e tre anni dopo il biografo Chrles J. Shields ne celebra la bellezza e le doti narrative dell’autore con un saggio intitolato: L’uomo che scrisse il romanzo perfetto. Ma andiamo con ordine. Siamo nel 1965 quando lo scrittore texano John Williams pubblica Stoner, suo terzo romanzo dopo Nothing But the Night (1948), e Butcher’s Crossing (1960). I dati sulle vendite non sono entusiasmanti: il libro vende appena duemila copie, poco più di quattromila con una successiva ristampa. Il grande successo arriva solo nel 2011 grazie a una popolare scrittrice francese, Anna Gavalda, che legge il romanzo in inglese, decide di acquistarne i diritti e lo fa pubblicare nella sua lingua. Gavalda resuscita ‎Stoner esattamente come Charles Bukowski fece mezzo secolo prima con Chiedi alla polvere di John Fante, libro rimasto sconosciuto prima che Bukowski obbligasse il suo editore a ristamparlo. Nel giro di qualche mese il passaparola di altri autori, Ian McEwan e Julian Barnes su tutti, spingerà Stoner in vetta alle classifiche delle vendita di mezza Europa, ma non negli Stati Uniti, dove ancora oggi il libro di Williams stenta a essere riconosciuto come un capolavoro. Da cosa dipenda questa differente valutazione è difficile spiegarlo: la prosa lenta e rigogliosa di John E. Williams è forse più vicina al mood della letteratura europea? Il protagonista della storia non incarna appieno lo stereotipo dell’americano ottimista e vincente? Eppure dentro di sé William Stoner ha molto di eroico: l’impegno che da ragazzo profonde negli studi per emanciparsi dalle umili origini contadine e diventare un docente universitario; lo stoicismo con cui affronta le tante avversità della vita; la rettitudine che lo porta a respingere ogni deviazione dal giusto. Sono doti, queste, che a Stoner vanno riconosciute. Voleva essere un uomo normale, Stoner, nulla di più: avere degli amici, ma ne ha solo due, uno dei quali non fa in tempo a esserlo perché muore in guerra; una moglie affezionata che gli volesse bene, ma “Nel giro di un mese realizzò che il suo matrimonio era un fallimento”; un lavoro di cui andare fiero, ma la lunga faida vissuta con il collega Hollis Lomax per via di uno studente raccomandato lo costringe a starsene in disparte “Su di lui scese una specie di letargia”. A quarantatrè anni compiuti Stoner conosce finalmente l’amore e la passione che la sua Edith gli aveva sempre negato “apprese ciò che altri, ben più giovani di lui, avevano imparato prima: che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l’amore non è una fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un’altra”. L’amore vero ha il volto e i silenzi di Katherine Driscoll, una collega molto più giovane di lui, allieva del suo seminario. Sprazzi di felicità, gli unici di un’esistenza vuota, inutilmente ordinata. A porre fine alla relazione scandalosa ma neppure tanto clandestina non sarà Edith, indifferente perfino al tradimento, ma Lomax. Già, ancora lui. Di fronte al bivio crudele tra l’amore e il lavoro, Stoner sceglie le aule dell’università. Gli ultimi anni e la dolorosa fine che lo attende sono pagine di alta letteratura, le più intense e struggenti del romanzo, l’amaro bilancio di una vita grigia e desolata “Ponderatamente, con calma, realizzò che doveva sembrare un vero fallimento… Aveva voluto l’unicità e la quieta indissolubilità del matrimonio. Aveva avuto anche quella e non aveva saputo che farsene, tanto che si era spenta. Aveva voluto l’amore e ci aveva rinunciato, abbandonandolo al caos delle possibilità… Aveva voluto essere un insegnante e lo era diventato. Eppure sapeva, lo aveva sempre saputo, che per buona parte della sua vita era stato un insegnante mediocre. Aveva sognato di mantenere una specie di integrità, una sorta di purezza incontaminata; aveva trovato il compromesso e la forza dirompente della superficialità. Aveva concepito la saggezza e al termine di quei lunghi anni aveva trovato l’ignoranza. Che altro?, pensò. Che altro? Cosa ti aspettavi?”.

Angelo Cennamo                  

 

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LA SCOPA DEL SISTEMA – David Foster Wallace

1987, uno studente universitario di Ithaca (NY), cresciuto nel Midwest, riscrive la propria tesi di laurea in filosofia e ne fa un romanzo bislacco ma per tante ragioni destinato a lasciare un segno nella letteratura americana, in quegli anni alle prese col minimalismo di Carver, Ellis, Leavitt, McInerney. Si chiama David Foster Wallace, di lì a poco diventerà uno degli scrittori più innovativi della sua generazione, e a seguito della morte, avvenuta per suicidio a soli quarantasei anni, una vera e propria figura di culto. Definire lo stile di Foster Wallace è complicato anche per un linguista arguto come Stefano Bartezzaghi che del suo romanzo di esordio ha curato la prefazione italiana per conto di Einaudi. Postmoderno, si è detto. Ma c’è dell’altro. La scrittura è vertiginosa, ellittica, in alcuni passaggi ostica, incomprensibile, in altri più snella perché Wallace sa tradurre, scomporre pensieri complessi e rivestirli di nuove forme pop, avvicinare l’alto al basso, ispezionare la mente dei suoi personaggi, destrutturare sinapsi, offrire al lettore secondi e terzi punti di osservazione.

La Scopa del Sistema racconta le avventure di Lenore Beadsman, una ragazza fragile e insicura che si mette alla ricerca della bisnonna novantenne (ultima allieva del filosofo Wittgenstein), fuggita misteriosamente dalla casa di riposo insieme a un folto gruppo di altri pazienti e infermieri. Tutto quello che accade nelle cinquecentosettantacinque pagine del romanzo: la difficile relazione – diciamo pure l’impossibile relazione – tra Lenore e Rick Vigorous, l’ultraquarantenne conosciuto nello studio di uno psicanalista; la popolarità di Vlad l’Impalatore, l’uccellino che recita sermoni religiosi su una tv via cavo (in Telegraph Avenue di Michael Chabon c’è un pennuto che gli somiglia molto – Telegraph Avenue è uscito nel 2012); i problemi di tossicodipendenza del fratello minore di Lenore, LaVache, ragazzo nato con una sola gamba; insomma tutta questa proliferazione di storie, ognuna delle quali costituisce un romanzo dentro il romanzo, fa da corollario alla traccia centrale del libro che è proprio l’assenza della bisnonna filosofa. I pezzi cuciti da Wallace intorno alla vicenda della scomparsa non seguono una linea retta, la struttura è volutamente disarmonica, con una punteggiatura avventurosa, ma l’incastro tra le diverse sottotrame è efficace così come l’alternarsi degli spunti comici alle parti più filosofiche, i continui richiami agli studi dell’anziana fuggiasca: aporie, antinomie, messaggi cifrati; dettagli oscuri, in alcuni casi indigesti, che tuttavia stimolano la curiosità del lettore attirandolo in un vortice ipnotico. Ho riletto per l’ennesima volta La Scopa del Sistema anche per testarne la resistenza al tempo: Wallace è un autore generazionale? Quante volte ce lo saremmo chiesto. Direi di no; a distanza di anni, se possibile, ho trovato il romanzo migliorato, come se a ogni rilettura si sprigionasse una nuova brillantezza, si consolidasse il mito. Quando La Scopa  fu pubblicato non mancarono voci dissonanti di chi contestava a Wallace un eccesso di narcisismo e liquidava la sua opera prima come un vibrante esercizio di stile, nulla di più. In verità il romanzo funziona in ogni sua parte, perfino nei cazzeggi, ma per comprenderne appieno il senso: 1) non va persa di vista la sua fase embrionale, e cioè la tesi di laurea dell’autore, che viene fuori in diversi passaggi del testo, per esempio nelle trascrizioni delle sedute terapeutiche tra Lenore e il suo psichiatra o nei dialoghi tra Lenore e il fratello LaVache all’Amherst College; 2) va inclusa tra i protagonisti la figura invisibile di Wittgenstein. La presenza di Wittgenstein è consustanziale rispetto all’assenza di Lenore. Di più, i due sono praticamente la stessa cosa. Wittgenstein giudicava il linguaggio come un insieme di “giochilinguistici” dove il significato di una parola è l’uso di quella parola in un particolare contesto. Ecco allora la chiave di volta: siamo fatti di parole, non esiste realtà oltre il linguaggio, “La vita è il suo racconto” dice Lenore al suo psicanalista. Ma questo assioma vale anche per gli osceni sproloqui di Vlad l’Impalatore o gli animali parlanti ne sono esclusi? Dicevo di Wittgenstein, è la password per accedere e decriptare tutta l’opera di Wallace, non solo questo libro, basti pensare allo strapotere della pubblicità negli anni sponsorizzati di Infinite Jest. Quanto all’esuberanza o alla spregiudicata esibizione del talento (a ventiquattro anni certi virtuosismi non richiesti si possono anche perdonare, specie a chi possiede simili armamentari linguistici) questa non inficia la superba tessitura del romanzo, non mina la tenuta del plot, al contrario aggiunge qualità e brio al racconto, che dall’inizio alla fine non conosce cali di tensione né si perde in futili digressioni. Se non avete ancora fatto esperienza di David Foster Wallace, non perdete altro tempo. Cominciate da qui.

Angelo Cennamo

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LA RAGAZZA DAI CAPELLI STRANI – David Foster Wallace

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Dietro le quinte del David Letterman Show i ritmi sono frenetici e il frastuono snervante. Stacchi pubblicitari si alternano alle battute in studio. L’attrice del serial televisivo è divorata dall’ansia e va in onda con l’auricolare. L’occhio della telecamera indugia sulle smorfie e i tic dei protagonisti, gasati e sempre sorridenti. Tutto è veramente irreale. Il presentatore domina la scena con esperienza. La scritta APPLAUSI lampeggia di rosso. In sala, risate finte a crepapelle.

Un rampollo miliardario regala il concerto del musicista negro Keith Jarret alla sua combriccola di amici punk, drogati e puzzolenti, e per tutto il tempo rimane avvinghiato a Gin Fizz, la fidanzata tatuata con la cresta nei capelli a forma di fallo. Un Funzionario Commerciale nel garage della società incrocia il suo capo nell’imminenza di un infarto. Lo guarda fare una piroetta, creare con una raschiata una striscia ruvida e pulita nella fuliggine di un pilastro di calcestruzzo e abbattere col girotondo di un piede la ciambella di cemento che faceva da supporto a un segnale di SENSO UNICO. Il mento perso in una pozza di carne del suo stesso collo. “Meno male che il Funzionario Commerciale sapeva fare il massaggio cardiaco”.

Il segretario gay di Lyndon Johnson scopre suo marito a letto con il presidente degli Stati Uniti  La mano aperta e fredda di Duverger copriva parte del viso presidenziale come in una carezza interrotta.

Una campionessa lesbica di un telequiz ha una storia con l’autrice del programma. E un fratello autistico.

Per finire, il dramma e la poesia nell’amore incompiuto di Bruce La sua foto per me ha un sapore amaro. Alzino la mano quelli che sono disposti a credere che io bacio la sua foto.

Quando David Foster Wallace pubblica La Ragazza dai capelli strani ha meno di trent’anni. I suoi racconti sono un compendio variegato della cultura occidentale, una brillante carrellata di nevrosi e di ossessioni – una chiara parodia ellisiana, dirà Gerald Howard, editor di Bret Easton Ellis (oltre che di Wallace). Il dramma dell’incomunicabilità. Pagine esilaranti nelle quali Wallace tira fuori il marcio della società americana alla sua maniera, con umorismo, stile, e con quella oscura originalità sempre sul filo dell’incomprensione che lo rende unico e capostipite di una generazione di “strani” talenti. La Ragazza dai capelli strani è un esperimento letterario ben riuscito che ancora oggi conserva tutta la freschezza della sua prosa innovativa. L’opera che dopo La Scopa del sistema ha consacrato Wallace come astro nascente della letteratura Usa.

Angelo Cennamo

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L’OPERA STRUGGENTE DI UN FORMIDABILE GENIO – Dave Eggers

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Dave Eggers, classe 1970, nei primi anni Duemila era una giovane promessa della narrativa americana. Nel 2001 esce il suo primo romanzo: L’opera struggente di un formidabile genio, praticamente la storia della sua vita. A poco più di vent’anni Dave rimane orfano di entrambi i genitori, morti di cancro nel giro di qualche mese. Una tragedia devastante e inaspettata che lo costringe a fare da padre e da madre al fratellino di appena otto anni, e a rimettere in discussione progetti e stili di vita. Senza farsi prendere dal panico, Dave vende la casa di famiglia e da Chicago si trasferisce in California con il piccolo Toph. Prima Berkeley poi San Francisco, il nuovo corso dei fratelli Eggers è una sfida  difficile ma emozionante, prodiga di nuove esperienze e di una sconfinata libertà. I soldi ricavati con la casa basteranno per i primi  tempi ma non per sempre. Dave cerca un lavoro e con altri amici mette su una rivista satirica di nome “Might” – nella realtà “McSweeney’s“ la rivista letteraria più invidiata negli Usa. Le sue giornate sono frenetiche e piene di incombenze: l’ufficio, la rivista, la scuola di Toph, le faccende domestiche, di tanto in tanto il sesso, reale o immaginato fa lo stesso. Il rapporto tra i due fratelli è di grande complicità: Dave e Toph giocano a frisbee sulla spiaggia, recitano il ruolo di padre e figlio, si prendono cura l’uno dell’altro. Sono le pagine più tenere del romanzo, che nella parte centrale si perde tuttavia in una serie di divagazioni superflue e forse un po’ noiose. Negli ultimi capitoli però il plot riprende il ritmo iniziale e l’opera del formidabile genio ritorna struggente. Dave parte per Chicago, fa visita ai nuovi abitanti della vecchia casa di famiglia e finalmente recupera le ceneri di sua madre “Il sacchetto aperto lascia intravedere meglio la forma e i colori delle pietruzze all’interno. Che cosa sarà il bianco? Le ossa?”. Si rimette in macchina, corre verso il lago, si ferma, osserva la scatola, decide di liberarsene. Apre l’involucro sistemato all’interno e goffamente lancia nel vuoto i granelli, facendo cadere una parte delle ceneri sulle scarpe.  “Non riesco a decidere se quello che sto facendo è bello e nobile e giusto oppure meschino e disgustoso. Lei avrà una vita dopo la morte, ma io non l’avrò perché non credo”. Il romanzo d’esordio di Eggers è fresco, veloce, dalla scrittura fluida, l’intuizione di un giovane genio anche un po’ spavaldo che non ha saputo ripetersi con la stessa incisività nelle opere successive. Un libro che non lascia scampo, scrive David Foster Wallace sulla copertina. Un vero peccato che di libri così Eggers non ne abbia più scritti.

Angelo Cennamo

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FOLLIE DI BROOKLYN – Paul Auster

Se dovesse venirvi voglia di visitare New York non vi resta che preparare le valigie e partire. Oppure no, oppure rimanere a casa vostra, comodi sul divano a sfogliare un romanzo di Paul Auster, uno qualunque. Follie di Brooklyn è la storia di un assicuratore in pensione, divorziato e con un brutto male alle spalle. Nathan Glass è alla ricerca di un posto dove morire. Decide di trasferirsi a Brooklyn, nel quartiere dove è nato “non ci tornavo da cinquantasei anni, e non ricordavo nulla”. Il tempo che gli rimane lo occupa scrivendo “Il libro della follia umana”, una raccolta di burle e goffaggini che ha  vissuto con i suoi parenti e con gli amici di una vita. Scrivere è un modo come un altro per distrarsi, non pensare al peggio. Nathan sembra ormai rassegnato a giornate interminabili, noiose, solitarie, eppure il caso gli riserva ancora tanti incontri emozionanti. Con il nipote Tom, brillante studente universitario destinato a una carriera accademica di successo ma dopo il ritiro dal college costretto a reinventarsi taxista e poi commesso in un negozio di libri usati. Con Harry Brightman, libraio-intrallazzatore dall’animo generoso, e con la piccola Lucy, una pronipote che appare misteriosamente sulla scena del racconto senza dire nulla di sé.  Dopo essere sopravvissuto al tumore che lo affliggeva, il vecchio Nathan riesce a trovare il tempo di riconciliarsi con sua figlia Rachel, e di innamorarsi di Joyce, una vicina di casa, vedova. Ma proprio quando nella sua esistenza sembra essere tornato il sereno, Mr. Glass viene ricoverato in ospedale per un malore. Infarto? I medici lo dimettono la mattina dell’11 settembre del 2001. “Soltanto due ore dopo il fumo di tremila corpi carbonizzati sarebbe stato portato dal vento verso Brooklyn e si sarebbe posato su di noi in una bianca nube di ceneri e morte. Ma per adesso erano ancora le otto, e mentre camminavo lungo il viale sotto quello splendido cielo azzurro ero felice, amici miei, l’uomo più felice che sia mai vissuto”. Follie di Brooklyn è un romanzo contro la paura e il disincanto, una storia piena di sorprese e di ribaltamenti, di speranze e divagazioni interessanti, scritto sulla falsariga di una commedia brillante – pensate a certi film di Jack Lemmon o di Woody Allen – da un gigante della narrativa americana. Preparate il passaporto.


Angelo Cennamo

 

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IL TEMPO E’ UN BASTARDO – Jennifer Egan

Il tempo è un bastardo - Egan

Con Jennifer Egan siamo in zona Midwest, vale a dire in quella terra abulica  e inospitale compresa tra il Dakota e l’Ohio che nel corso degli anni ha partorito o allevato diversi talenti della narrativa moderna americana. Il Tempo è un bastardo, premiato nel 2011 con il Pulitzer e col National Book Critics Circle Award, è il suo romanzo di punta. La struttura del libro è insolita, la trama infatti si snoda attraverso una serie di racconti apparentemente scollegati tra loro, i cui protagonisti però sono gli stessi; tra gli altri si stagliano le figure di Bennie Salazar, ex musicista rock-punk poi diventato discografico di successo, e quella di Sasha, la sua fidata collaboratrice con un vissuto piuttosto burrascoso, e poi ancora altri vecchi compagni di scuola e di vita che entrano ed escono dalle storie a rotazione. Bennie e Sasha sono una coppia rodata, lavorano insieme da molti anni e sono legati da un affetto speciale che però non si è mai spinto alla relazione fisica  “Non ci provare, Bennie: sei troppo importante per me”. Il Tempo è un bastardo – versione italiana di  A Visit From The Goon Squad – pessima abitudine quella di cambiare i titoli originali, ai libri come ai film – è il racconto di una lunga amicizia tra alterne vicende familiari e professionali – figli, divorzi, tradimenti, fallimenti vari – ambientato nel mondo dello star-system, con tutti gli annessi e connessi di questo mondo. La qualità della scrittura di Jennifer Egan, la capacità di sperimentare nuove forme e registri linguistici, è pari a quella dei migliori autori americani della sua stessa generazione: da Chabon a Everett, da Eggers a Lethem, e il suo romanzo si può considerare uno degli ultimi esempi di avanguardismo puro della letteratura Usa. Non è un libro per tutti e non mancano sbavature o imperfezioni, per quanto la speciale struttura del testo sia un effetto voluto dall’autrice: se non siete allenati al postmoderno avrete la sensazione che le trame non decollino fino in fondo e che le storie si perdano in troppe divagazioni. È solo una suggestione. L’opera è sì complessa ma a suo modo armonica, densa di argomenti e di sfumature disegnate con stile: l’amore, l’amicizia, la famiglia, tanta musica, perfino Napoli come non l’avete mai vista.

Angelo Cennamo

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LA LEZIONE DI ANATOMIA – Philip Roth

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Ogni uomo, quando è ammalato, ha bisogno della mamma; se la mamma non è disponibile, altre donne dovranno sostituirla. Zuckerman l’aveva sostituita con altre quattro.

La lezione di anatomia non sarà il migliore romanzo di Philip Roth, ma è pur sempre un romanzo di Philip Roth. All’età di 40 anni lo scrittore Nathan Zuckerman –  protagonista della storia nonché alter ego dell’autore – cade vittima di un misterioso disturbo che paralizza parte del suo corpo e della sua anima, impedendogli di scrivere il nuovo libro. Nessuno dei medici interpellati riesce a curarlo né a mitigare il dolore lacerante che si irradia dal collo fino alle spalle, costringendolo a trascorrere intere giornate sul materassino dello studio con degli strani occhiali prismatici personalizzati dal suo ottico. Con queste strane lenti, Nathan può guardare la tv dal basso senza dover alzare la testa. Sono le pagine più esilaranti del racconto. In preda alla disperazione, Zuckerman precipita nel tunnel della dipendenza da analgesici, che in breve tempo si trasforma in vera e propria tossicodipendenza. Tra un amplesso e l’altro con le segretarie-badanti  che si alternano al singolare capezzale di gommapiuma, Zuckerman ci fa rivivere i momenti salienti della sua carriera di scrittore ebreo non amato dagli ebrei per via di un romanzo, “Carnovsky”, concausa nientemeno della malattia mortale di suo padre. Prossimo alla follia, il protagonista matura allora una decisione sorprendente: all’età di 40 anni smetterà di fare lo scrittore per studiare medicina e diventare – se tutto va bene nel giro di 8 anni – medico di se stesso. Lo farà per davvero? Ridendo ridendo, scoprirete il tragicomico destino dell’incredibile Nathan, malato immaginario e vittima inconsapevole dei suoi stessi libri.

Angelo Cennamo

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LA STRADA PER LOS ANGELES – John Fante

La strada per Los Angeles - Fante

Che vita leggendaria quella di John Fante! Un romanzo parallelo a tutti quelli che ha scritto. Forse il più bello. Una vita difficile fatta di stenti e di mete rincorse con mille sacrifici, tra sogni, delusioni e tanti compromessi. Ma il tempo è galantuomo. Prendete ad esempio La strada per Los Angeles, il suo primo romanzo: Fante lo scrisse nel 1936 ma il libro venne pubblicato solo nel 1985, due anni dopo la morte dell’autore. Più o meno la stessa sorte che toccò a  Chiedi alla polvere, da molti considerato il  capolavoro di Fante. Pubblicato nel 1939,  Ask to dust venne consacrato come bestseller ben quarant’anni dopo  grazie ad una fortunosa ristampa pretesa da Charles Bukowsky, che di quel libro scrisse anche una toccante prefazione. Racconta Bukowsky che nel personaggio di Arturo Bandini – alter ego di Fante – rivide se stesso, e nella trama del romanzo la sua gioventù sbandata, vissuta alla ricerca affannosa di fama e di denaro. La saga di Arturo Bandini  ha inizio proprio con La strada per Los Angeles, il libro che Fante non vide mai pubblicato. Bandini è un ragazzo ribelle, megalomane, litigioso, mezzo matto, e anche goffo quando si vanta in pubblico del suo sapere. Per sbarcare il lunario e mantenere una famiglia di “femmine e parassite” si cimenta senza fortuna e con poca voglia in mille mestieri. Li molla tutti. Fino a quando lo zio Frank – quel minus habens, lo scemus americanus – lo costringe a lavorare al porto, in un conservificio. Lui, l’uomo colto, l’instancabile lettore di Nietzsche, Kant e Schopenhauer, lo scrittore! Come può abbassarsi a tanto Arturo Gabriel  Bandini? “Sono qui non per il vil denaro” – dirà il protagonista allo strano tipo che lo ha assunto controvoglia  – “ma per fare un reportage sull’industria ittica americana”. Quanto resisterà il “grande scrittore Bandini” in quel posto puzzolente e degradante? “Con la valigia in mano, scesi allo scalo ferroviario: mancavano 10 minuti al treno di mezzanotte per Los Angeles. Mi sedetti e incominciai a pensare al nuovo romanzo”. Comico, graffiante, emozionante e molto di più.

Angelo Cennamo

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AMERICANA – Don DeLillo

Alto, biondo, prestante, manager di una famosa rete televisiva: alla soglia dei trent’anni David Bell può dirsi un uomo affermato. New York è una città tentacolare e seducente nonostante gli echi della guerra in Vietnam. Le feste a Manhattan, gli amici, il sesso – meglio se con la ex moglie – e quella frenetica atmosfera di conquista possono però farti sprofondare in un vuoto insopportabile – il mondo di David ricorda un po’ quello del Bateman di American Psycho, avete presente? E allora, all’apice del successo, Mr. Bell decide di mollare tutto e con un vecchio camper e tre amici stravaganti parte per un viaggio nel cuore dell’America “una specie di racconto in prima persona, ma senza che io sia fisicamente presente, se non di sfuggita. Sarà in parte sogno, in parte narrazione. Un tentativo di esplorare certi aspetti della mia coscienza”. Pubblicato nel 1971 ( in Italia solo nel 2000) Americana è il romanzo di esordio di Don DeLillo. Romanzo letterario nato sotto la buona stella di autori come Eliot e Joyce; il DeLillo postmoderno è ancora allo stato embrionale. Difficile considerare Americana alla stregua di Underworld o Rumore bianco – i capolavori arriveranno qualche anno più tardi – e neppure del più noto roadbook Sulla strada di Jack Kerouac al quale questo libro sembra essere ispirato (il terzo segmento della storia ricorda molto anche Strade blu di William Least Heat-Moon, pubblicato dieci anni dopo). È impressionante tuttavia come DeLillo sia riuscito a riprodurre il mood e  i linguaggi di una certa antropologia newyorchese e a farlo con una scrittura maestosa nonostante la giovane età. Ritmo serrato, tanti personaggi simili, situazioni che alimentano una prolissità forse eccessiva –  “un romanzo lungo e incasinato” dice il protagonista – Americana, specie nella prima parte, offre uno spaccato fedele degli ambienti crudi e trasgressivi dello showbusiness televisivo, contrapponendo l’edonismo cinico della borghesia metropolitana alla sofferenza dimenticata, e occultata dai media, dei militari in Vietnam. La fuga verso l’America meno sofisticata delle piccole città e della provincia diventa per il giovane David una specie di catarsi, il tentativo disperato di raccontare un’altra umanità.

Angelo Cennamo

 

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ADDIO ALLE ARMI – Ernest Hemingway

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Pare che un giorno Cesare Pavese abbia fatto leggere un libro  a una sua ex allieva perché comprendesse la differenza tra la letteratura americana e quella inglese. Il libro era Addio alle armi di Ernest Hemingway, l’allieva Fernanda Pivano. Di lì a poco la Pivano sarebbe diventata la traduttrice in italiano dei romanzi di Hemingway e uno degli americanisti più titolati del suo paese.

A molti di voi sarà capitato di seguire il percorso di Fernanda Pivano, cioè di appassionarvi alla letteratura americana, di innamorarvene, passando attraverso le opere del grande maestro di Oak Park – Illinois. Per me è stato così. Il vecchio e il mare e I 49 racconti per cominciare, Fiesta, Per chi suona la campana a seguire. Il libro di cui voglio parlarvi è lo stesso che Pavese regalò quel giorno alla sua giovane allieva. Pubblicato negli Stati Uniti nel marzo del 1929, in Italia Addio alle armi venne oscurato dal regime fascista perché metteva in cattiva luce le nostre Forze Armate e minava uno dei valori più propagandati dalla dittatura mussoliniana: l’ardimento e la fedeltà alla patria. La storia raccontata da Hemingway culmina infatti con la disfatta di Caporetto, che nella versione romanzata è molto diversa da quella edulcorata e opacizzata dei manuali scolastici. Caporetto è indubbiamente una delle pagine più drammatiche del nostro Novecento e nella trama del romanzo l’orrore, la paura e – perché no – la codardia di chi fuggiva dal fronte ci vengono descritti dalla penna di Hemingway con grande intensità e squallido realismo.

Ma  Addio alle armi non è soltanto un romanzo sulla diserzione, è soprattutto una struggente storia d’amore tra un tenente americano ferito dallo scoppio di una granata e un’infermiera inglese. L’amore e la guerra, nello sviluppo della trama, si amalgamano dando vita a una mistura di  sentimenti fortissimi. Il racconto è avvincente, ma dentro la fiction scorre lo straordinario reportage di un giornalista che vive sulla propria pelle un pezzo importante della storia d’Italia. L’opera è sincera e non indulge alla retorica dell’eroismo o alla banale idealizzazione patriottica. Distinguere l’Hemingway romanziere dal cronista o dal soldato al fronte non si può: verità e finzione si mescolano in un crogiolo di visioni e suggestioni potenti. Ne viene fuori una narrazione vivida, di rara bellezza, sciorinata con uno stile sobrio, apparentemente disadorno: Hemingway descrive luoghi e personaggi senza usare una sola parola superflua, ma non omette nulla di quanto serva al lettore per sentirsi al centro della scena, avviluppato nel mood violento delle battaglie e dall’atmosfera erotico-sentimentale degli incontri furtivi tra il giovane Henry e miss Barkley. Un continuo perdersi per poi ritrovarsi in una grande avventura attraverso montagne, città, ospedali, laghi e strade sconosciute. Una corsa infinita e disperata verso la libertà.

Angelo Cennamo

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