IL COMMESSO – Bernard Malamud

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Racconta Marco Missiroli nella sua appassionata prefazione de Il Commesso romanzo pubblicato nel 1957 – che Bernard Malamud, non appena seppe di aver vinto il National Book Award, uscì in strada e cominciò a passeggiare a lungo. Vagò senza una meta. Stanco, si addentrò poi in un parco e si sedette su una panchina. Non rifletté sulle conseguenze del premio più prestigioso d’America che aveva vinto, ma pensò a sua madre morta. Festeggio’ quel successo, da solo, concentrato sul ricordo dei suoi genitori, dei sacrifici e le rinunce che avevano preceduto l’inaspettato trionfo.

Il Commesso è il romanzo della consacrazione di Malamud, scrittore di origini russe, tra i protagonisti della letteratura ebraica americana del Novecento con Saul Bellow e Philip Roth. Racconta la storia di un negoziante ebreo, Morris Bober, che a Brooklyn gestisce una bottega di generi alimentari. Gli affari gli vanno male perché nella stessa strada hanno aperto altri due negozi che gli fanno concorrenza. Di fronte alla crisi e alla tentazione di deviare dal giusto, Morris resiste nella sua rettitudine e riesce a trovare nella propria fede la forza per andare avanti. È un gran lavoratore ‎“Sgobbava per ore e ore, era l’onestà fatta persona, l’onestà era la sua palla al piede, non poteva sfuggirle; sarebbe scoppiato se avesse imbrogliato qualcuno; eppure si fidava degli imbroglioni – non invidiava niente a nessuno e diventava sempre più povero. Più sgobbava, meno sembrava possedere”. Contro di lui la sfortuna sembra accanirsi, è come se Morris fosse un uomo segnato dal destino: nella cultura yiddish “Bober” significa uomo che vale poco. Un giorno capita nella sua bottega un ragazzo di origini italiane, un vagabondo, un inconcludente dal passato opaco. Frank Alpine è cresciuto in un orfanotrofio, e prima di trasferirsi a New York ha vissuto di espedienti, di furtarelli. Si offre come garzone a Morris perché, dice, ha voglia di imparare un mestiere e iniziare una nuova vita. In cambio non chiede nulla, gli basta vitto e alloggio. Nonostante la diffidenza e le resistenze di sua moglie, il negoziante, ancora convalescente per un’aggressione subita proprio nella sua bottega, decide di prenderlo con sé e lo inizia al commercio. Frank da subito si mostra volenteroso, sembra avere una naturale predisposizione per quel nuovo lavoro, ma la sua condotta, dentro e fuori il negozio, desta continui sospetti. Conosce Helen, la figlia di Morris, una ragazza triste, delusa dalla vita, costretta ad abbandonare gli studi universitari per aiutare il padre. Se ne innamora.

Le storie dei tre protagonisti iniziano piano piano ad intrecciarsi in un racconto dall’impianto solido, ben strutturato, sempre sul filo della tragedia e dell’ironia. La scrittura di Malamud è disadorna, fatta di frasi brevi, ma fluida, potente. Malamud scava nelle vite dei personaggi e ne rivela le contraddizioni, le ambiguità. Morris è un uomo religioso, misericordioso, rassegnato alla sconfitta “come se il non possedere ce l’avesse nel sangue”, ma anche quando sta per toccare il fondo non perde mai la propria dignità. Frank, invece, nonostante gli sforzi e i buoni propositi, sembra non riuscire ad emanciparsi dal suo vissuto fraudolento, la sua figura poco limpida resta in bilico tra il bene e il male.

Il Commesso è un elogio della rettitudine, ma, per quanto sia prodigo di insegnamenti, non trascende nel facile moralismo. Il miglior romanzo di Bernard Malamud con Le vite di Dubin.

Angelo Cennamo            

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QUESTO BACIO VADA AL MONDO INTERO – Colum McCann

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In una torrida giornata estiva uno sconosciuto tiene New York col fiato sospeso: sta passeggiando su un filo d’acciaio a cento metri dal suolo, tra le Torri Gemelle. È il 1974. Sotto di lui, un’umanità dolente vive i suoi affanni quotidiani in bilico tra il bene e il male. Storie anonime, silenziose, che si intrecciano come i fili di quel cavo teso sopra la metropoli rumorosa, in una mattinata qualunque.

Corrigan è un giovane uomo venuto da Dublino per portare la sua missione tra le prostitute del Bronx e in una comunità di anziani abbandonati. Abita ai margini di un quartiere difficile, misero e sopraffatto dalla delinquenza. Lui, ultimo tra gli ultimi, se ne va in giro con un furgone scassato ad aiutare il prossimo, combattuto tra il suo apostolato laico e l’amore per una donna. La sua tragica fine va ad incrociare la vita di un’ex pittrice cocainomane, consumata dal rimorso e per questo alla ricerca di un improbabile riscatto.

Una madre condivide il dolore della morte in Vietnam di suo figlio con altre madri che hanno vissuto la stessa esperienza. Si ospitano a turno per fuggire dal tempo e per scambiarsi un po’ d’affetto.

Tillie è una nonna di colore, detenuta in carcere, ex prostituta e madre di una ragazza sfortunata, anche lei finita in strada. Quel giorno maledetto sua figlia era seduta sul sedile anteriore del furgone di Corrigan. Ora il suo unico scopo è vedere di tanto in tanto le due nipotine, affidate dai servizi sociali a una nuova famiglia di New York.

Questo bacio vada al mondo intero, vincitore del National Book Award nel 2009, è il romanzo della consacrazione di Colum McCann, scrittore irlandese, naturalizzato americano, tra le voci migliori della sua generazione, quella dei Chabon, Franzen, Egan, Lethem. McCann ha una scrittura duttile, fluida;  sa scavare nelle vite dei protagonisti e guidare il lettore nelle pieghe più intime di ogni storia. Il funambolo di McCann – personaggio realmente esistito – è un geniale espediente letterario che serve a cucire le trame in una elaborazione narrativa polifonica, precisa e sempre originale.

Angelo Cennamo

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TRE CAMERE A MANHATTAN – Georges Simenon

 

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“Era una sensazione strana, camminare così nella città immensa senza avere la più pallida idea di dove stessero andando”. Un uomo e una donna camminano di notte lungo la Quinta Strada di New York. Non si conoscono, non sanno niente l’uno dell’altra, ma da quel momento una strana magia li renderà inseparabili. Francois Combe è un attore parigino arrivato in America per dimenticare il suo matrimonio  e iniziare una nuova vita. Lei –  l’altra donna –  “non era bella. E neanche giovane. Inoltre, aveva l’aria di chi ha vissuto troppe avventure. Che fosse proprio quell’aria ad attrarlo, a commuoverlo?” Intanto i due sconosciuti camminano, camminano senza fermarsi. Entrano in un bar, bevono qualcosa. Poi un altro bar e via, fino a quella stanza d’albergo. Tre camere a Manhattan, romanzo del 1946, è il libro che non ti spetti da un autore come Georges Simenon, abituato a ben altre atmosfere. Delle inchieste nebbiose alla Maigret qui non resta che la pipa, quella che di tanto in tanto Francois Combe fuma per allontanare lo spettro della solitudine, nella speranza che Hollywood si accorga finalmente di lui. Francois ora non è più solo, quella magica notte newyorchese gli ha regalato l’irresistibile Kay. Le loro esistenze deluse e tormentate si sono appena incrociate, ma è come se si conoscessero da sempre “Era come se, per miracolo, avessero percorso in una sola notte tutte le tappe che gli amanti impiegano di solito settimane o mesi ad attraversare. Continuavano a non sapere niente l’uno dell’altra. Eppure mai due esseri, due corpi umani si erano compenetrati più selvaggiamente, con una sorta di disperato furore.  Tre camere a Manhattan è un romanzo intenso, ricco di introspezione e di mistero, che rivela la straordinaria poliedricità di uno scrittore capace come pochi altri di spaziare attraverso più generi letterari senza mai perdere smalto e qualità nella scrittura. “E’ uno dei pochi romanzi che abbia scritto a caldo” dirà Simenon dopo averlo pubblicato. Chissà che dietro la figura del passionale Francois non si nasconda proprio quella dello scrittore belga, anche lui trasferitosi in quegli anni da Parigi a New York per allontanarsi da un’altra brutta storia.

Angelo Cennamo

 

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LE AVVENTURE DI AUGIE MARCH – Saul Bellow

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Pare che l’idea di scrivere Le Avventure di Augie March a Saul Bellow sia venuta passeggiando per una strada di Parigi. Lungo un marciapiede Bellow vide un rivolo d’acqua che scorreva limpido, fluido, senza interruzioni. Fu per lui un’illuminazione. “Voglio scrivere così”, pensò, distratto da quell’immagine. “Voglio che la mia scrittura somigli a quel un flusso d’acqua veloce, compatto e inarrestabile”. Nacque così uno dei romanzi più popolari dell’autore canadese, naturalizzato americano e premio Nobel della letteratura.

Le Avventure di Augie March è un romanzo di formazione dalla forte impronta autobiografica, ricco di personaggi e di avvenimenti inaspettati. Augie è un ragazzino curioso, ribelle, che vive nei bassifondi della Chicago degli anni ’20, ai margini di una società povera e violenta, con sua madre, due fratelli, di cui uno minorato mentale, e la nonna: Nonna Laush, donna energica e risoluta che governa la famiglia in assenza del padre. Sono gli anni di Al Capone e del crollo di Wall Street. Augie se ne va in giro per la città a fare disastri con i suoi compagni di merende. Per sbarcare il lunario si adopera in mille mestieri, ma senza trascurare la scuola. L’incontro con Einhorn, un ricco uomo d’affari, intraprendente e appassionato di buone letture, risulterà decisivo e costruttivo. Augie ne diventerà il badante e il miglior confidente. La grande occasione per cambiare vita ha il volto di Lucy Magnus, la cugina di Charlotte, l’ereditiera che ha sposato Simon, il fratello di Augie – lui sì che ha la testa sulle spalle. Ma proprio la notte di capodanno che deve sugellare il fidanzamento tra i due, l’inarrestabile Augie la trascorre in un ospedale di Chicago, dove un’altra ragazza, una sua vicina di casa, sbandata come lui, è costretta ad abortire. Abbandonato anche dal fratello, deluso da quel tradimento rovinoso ed inspiegabile, Augie deve ricominciare daccapo. Il suo girovagare infinito lo porterà prima in Messico, ad addestrare aquile con una nuova amante, poi in Europa per altre picaresche avventure.

Leggere i libri di Saul Bellow, soprattutto Augie March, Herzog e Il dono di Humboldt – difficile stilare una classifica di gradimento e di qualità tra queste tre opere monumentali, perfette per stile, trama, spessore dei personaggi – è un’esperienza irrinunciabile per un amante della narrativa americana. Con Malamud e Roth, Bellow forma l’asse portante della letteratura ebraica degli Stati Uniti. Proprio Roth, di questo libro disse: è inutile pensare di scrivere il  Grande Romanzo Americano perché esiste già, è Le Avventure di Augie March, lo ha scritto Saul Bellow.

Angelo Cennamo

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INSEPARABILI – Alessandro Piperno

 

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“Per non infliggere ai lettori il tour de force che avevo inflitto a me stesso, ho deciso di dividere il romanzo in due parti”. Così Alessandro Piperno spiega nella prefazione de Il fuoco amico dei ricordi la ragione per la quale ha preferito dividere la storia della famiglia Pontecorvo in due romanzi, e pubblicare il secondo volume Inseparabili nel 2012, due anni dopo Persecuzione. La prima parte del racconto si conclude con la fine grottesca del protagonista, trascinato da Camilla – la fidanzatina dodicenne del figlio Samuel – nel più torbido degli scandali sessuali, e abbandonato dalla sua famiglia nel seminterrato della villa sulla Cassia, nel quale lo stimato professore si è ritirato nell’attesa del processo. Nel secondo romanzo Piperno concentra invece la sua attenzione sulla vita dei figli di Leo Pontecorvo, i fratelli Filippo e Samuel, che al tempo di quella scabrosa vicenda del padre sono due adolescenti.

Ora Filippo ha 39 anni, una laurea in medicina costata molta fatica e qualche raccomandazione, una moglie milionaria, attricetta di fiction, depressa e  rancorosa, e un progetto stravagante che coltiva però  senza troppe aspettative: un  film d’animazione che sta per sbarcare nientemeno che al festival del cinema di Cannes.

Suo fratello Samuel è un ex manager bancario che ha deciso di mollare tutto per lanciarsi in una nuova avventura professionale dalla quale ne uscirà a pezzi. Sta per sposare Silvia dopo un lungo fidanzamento, ma intrattiene una relazione clandestina con una giovane studentessa per fini terapeutici: Samuel infatti è sessualmente impotente e certe distrazioni, perfino avallate da Silvia, gli servono, dice lui, per liberarsi dallo stress e a ritrovare la giusta autostima.

Nel corso del racconto le vite dei due fratelli finiscono per ribaltarsi: Filippo, lo studente mediocre, il ragazzino dislessico con problemi di apprendimento, l’adolescente ipocondriaco e ossessionato dal pensiero della morte, diventa sorprendentemente una star internazionale del fumetto. Samuel, il figlio più intelligente ma anche più sensibile dei Pontecorvo, il ragazzo  studioso, il prodigio della finanza, si ritrova invece senza lavoro e oberato di debiti. In uno dei passaggi cruciali del libro, Samuel assiste a una stupefacente lectio magistralis di Filippo proprio nella sua ex università, la prestigiosa Bocconi. Di fronte a tanta popolarità e alla generosa ovazione di quella platea di professori e di studenti, Samuel è sopraffatto dall’invidia e scappa via. E’ solo il primo segnale dell’imminente rottura tra i due, che si consumerà definitivamente con la scoperta più dolorosa: Ludovica, la donna di Samuel, è stata anche l’amante di Filippo.

Nelle ultime pagine del libro, le più emozionanti, i protagonisti  ritrovano il fantasma di Leo Pontecorvo nel corso di una violenta discussione che ha il sapore di un regolamento dei conti troppe volte rimandato. I due fratelli e Rachel, la madre vedova, per la prima volta rompono quel lungo silenzio che ha alimentato rancori e sensi di colpa, per accusarsi a vicenda della morte del padre. La scena più drammatica e sensazionale del romanzo si svolge nel luogo simbolo della prima parte del racconto: il seminterrato nel quale Leo si è autorecluso per fuggire dalla sua famiglia e da se stesso.

Inseparabili è un romanzo intenso e dissacrante sulle relazioni familiari. Una storia d’amore e di rivalità, vissuta sul crinale del pentimento, nella quale ciascuno può ritrovare se stesso o brandelli della propria vita. Il grande romanzo italiano che per troppi anni è mancato alla nostra letteratura.

Angelo Cennamo

 

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PETROLIO – Pier Paolo Pasolini

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“E’ un romanzo, ma non è scritto come sono scritti i romanzi veri: la sua lingua e’ quella che si adopera per la saggistica, per certi articoli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia“.

Chissà se quella notte di novembre, all’idroscalo di Ostia, nel buio, tra i montarozzi di terra, le pozzanghere e i sentieri impervi di quella landa abulica e proletaria, fatta di baracche e di desolazione, vicino alla rete di recinzione di quel campo di calcio, lui, Pier Paolo Pasolini, l’intellettuale borghese, il poeta, nella cruda intimità con Pino Pelosi, il ragazzetto del popolo, il fanciullo povero ma bello, il virgulto tanto muscoloso quanto analfabeta, penso’ ad una delle scene del poema che stava scrivendo. La scena in cui il protagonista, Carlo, ingegnere dell’ENI, cattolico di sinistra, professionista colto e borghese come il suo autore, in una notte come quella del massacro, abbandona il proprio corpo  alle cure di Carmelo, il giovane cameriere del Toulà, dopo essersi lasciato guidare dal suo amante occasionale in un luogo perfettamente identico alla squallida  baraccopoli romana teatro dello scempio, vicino alla rete di recinzione di un campetto sterrato. Lui e l’altro in un tragico deja-vu che sembra cancellare  ogni confine tra verità e finzione.

La mia decisione è quella non di scrivere ‎una storia, ma di costruire una forma, forma consistente semplicemente in qualcosa di scritto. Non nego che certamente la cosa migliore sarebbe stata inventare addirittura un alfabeto…..ma la mia formazione culturale e il mio carattere mi hanno impedito di costruire la mia forma attraverso simili metodi, estremistici, si, ma anche estremamente noiosi“.

Un poema lo definisce Pasolini, un poema sulla ossessione dell’identita’, e, insieme, della sua frantumazione. La doppia identità di Carlo si sviluppa in una delle scene iniziali del racconto, per poi compiersi definitivamente nella seconda parte attraverso il mutamento di sesso del protagonista: Carlo vede cadere il proprio corpo sul terrazzino della casa dei Parioli. Ai suoi lati, l’angelo Polis e il demone Tetis se lo contendono in un dialogo macabro e surreale. Con un pugnale Tetis squarcia il corpo ed estrae un feto, che cresce a vista d’occhio fino a diventare adulto come Carlo, che intanto si rianima‎ e rivede setesso nell’altro ‎corpo “Se un uomo è uguale a un altro uomo, tanto uguale da essere lo stesso, quale dei due è quello vero?“.

La storia dei due Carlo scorre lungo il binario di una vivace dissociazione identitaria, che in alcune parti assume i contorni della perversione sessuale ( masturbazioni compulsive, rapporti con la propria madre, le sorelle, la nonna – in una scena Carlo fa sesso orale con 20 ragazzi di una borgata), in altre, di una smodata ambizione professionale ( incontri e cene con politici senza scrupoli, complottisti, che introducono l’ingegnere nelle stanze del potere avvicinandolo agli ambienti politici di destra).

Petrolio è il gigantesco frammento di quella che sarebbe diventata un’opera enciclopedica di oltre duemila pagine. Un romanzo-poema ricco di metafore, digressioni oniriche, visioni, riflessioni sociologiche ed esplorazioni umane nelle quali è lo stesso Pasolini a guidare il lettore, attonito, smarrito di fronte a una sinfonia di generi che non ha precedenti nella letteratura. Petrolio infatti e’ una superba prova d’autore che attraversa tutti i registri della scrittura, dalla narrativa alla poesia, dalla saggistica alla cinematografia “il preambolo di un testamento, la testimonianza di quel poco di sapere che uno ha accumulato, ed è completamente diverso da quello che egli si aspettava!”. Come sarebbe stato nella sua versione compiuta e’ difficile dirlo, ma i numerosi appunti che ci sono pervenuti, sia pure oscuri e disordinati in molti passaggi, non ci impediscono di riconoscere il genio e l’immenso talento del suo autore. Il miglior Pasolini.

Angelo Cennamo

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TERRE RARE – Sandro Veronesi

Terre rare ( Veronesi)

Alla soglia dei quarant’anni Pietro Paladini era un manager di successo, ricco, importante, con un fratello famoso e una donna da sposare. Così autorevole e cazzuto da potersi concedere il lusso di smettere di lavorare per rimanere accampato davanti alla scuola di Claudia, immerso in quel caos calmo e gioioso nel quale tutti i genitori, lui compreso, vengono trascinati dai loro figli al suono dell’ultima campanella.  Nove anni dopo lo stesso uomo lo ritroviamo in un squallido internet point di una periferia romana, a piangere come un bambino davanti a un vecchio video di Sinead O’Connor, mentre tenta goffamente di decriptare la mail inviatagli da Lello, il socio imbroglione della Super car srl, fuggito all’estero per evitare l’arresto per uno strano giro di auto rubate nel quale è inconsapevolmente implicato anche lui. È un pomeriggio di  un giorno da cani; in 24 ore Pietro ha perso tutto: il lavoro, il cellulare con la rubrica telefonica, la patente – ritiratagli per un’infrazione  commessa in autostrada – la figlia, scappata a Milano dalla zia Marta, e la sua nuova compagna ( D. – all’anagrafe  “Dianette”, come la pillola anticoncezionale che non funzionò quando sua madre rimase incinta di lei – una coatta di Torpignattara, abbronzata, tatuata, divorziata e con due figli: Kevin e Eden, avuti da uno spacciatore che continua a molestarla). Pietro non sa da dove ricominciare. Lo arresteranno? Comincia qui il terzo tempo della vita di Paladini, il suo frenetico girovagare tra Roma e Milano e tra Milano e la Svizzera: l’avvocatessa lesbica che ha sposato in America la sua ex segretaria, Chantal l’ultima compagna del padre, lo spettro di Lello, il fratello Carlo fuggito anche lui all’estero e connesso via Skype per non farsi intercettare, e per finire Claudia. Un viaggio affannoso e rocambolesco, pieno di equivoci e strane coincidenze, che condurrà Pietro verso l’insperata salvezza, verso un nuovo inizio. C’è qualcosa di americano nel Sandro Veronesi di  Terre rare, sequel del più celebre Caos calmo, il romanzo che nel 2006 si aggiudicò il premio Strega. La trama è piena di spunti comici eppure commuove. Pietro è un personaggio riuscitissimo: vero, empatico, veloce come la storia che sta vivendo (il  ritmo della narrazione  è serrato, senza cali di tensione né smarrimenti finali come in altri libri di Veronesi). La leggerezza è un talento.

Angelo Cennamo

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SPAVENTO – Domenico Starnone

 

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Se sotto le mentite spoglie di Elena Ferrante si nasconda o meno Domenico Starnone – giornalista napoletano, autore di numerosi racconti e di romanzi, alcuni dei quali ambientati nel mondo della scuola –  non spetta a me dirlo. Francamente non lo so, e se dovessi giudicare da quello che ho letto finora di entrambi, mi verrebbe da dire di no: Elena Ferrante non è Domenico Starnone. Almeno, non credo che lo sia: dove lo troverebbe il tempo Starnone di scrivere – di scrivere così bene –  e di pubblicare per sé e per il suo alter ego? No, non può essere. Un paio di cose in comune però questi due autori ce l’hanno: innanzitutto le origini napoletane, e poi uno stile narrativo elegante, ricercato, attento alla forma e alla musicalità delle parole. Starnone è uno scrittore colto, impegnativo, per quanto la sua prosa risulti piacevolmente scorrevole. Nel 2009 per Einaudi pubblica Spavento, un romanzo ostico che affronta temi scabrosi e forse poco allettanti per un pubblico giovanile. Pietro Tosca è un uomo anziano che non vuole in nessun modo consegnarsi alla malattia e alle cure. Fa di tutto per sfuggire alle pressioni della moglie Silvia che vuole costringerlo a fare degli esami clinici dopo aver sognato la sua morte. Pietro non crede ai sogni premonitori, ma è un ipocondriaco, si convince di avere un brutto male, lo avverte dalla “sindrome del corpo sfiduciato“. Preferisce però non sapere, non approfondire, e affidarsi al destino. E’ un bravo sceneggiatore, ma troppo vecchio da incrociare i nuovi gusti del pubblico. Gli affiancano allora una collega, giovane, disinibita e molto ambiziosa. Pietro si illude che quella benevolenza mista di ammirazione possa nascondere qualcos’altro. La malattia intanto avanza, non gli dà tregua, e quella strana idea di piacere alla ragazza piano piano svanisce “nessuna persona giovane e sana può desiderare veramente una pelle invecchiata , carni vuote, muscoli flaccidi, bocca guasta “, il corpo usurato di un settantenne. Ma lo spavento di Pietro è anche quello dell’autore che sta scrivendo la sua storia . Il racconto si trasforma così in un gioco di specchi nel quale le vicende dello  scrittore e quelle del personaggio inventato si intrecciano e si modificano a vicenda. Lo scrittore si ammala per davvero. Nel letto di ospedale continua a scrivere la storia di Pietro, che prende le sembianze della sua vita reale, dell’ambiente che lo circonda. Accanto a lui, un vecchio ingegnere moribondo diventa la sponda obbligata dei suoi deliri e la fonte inconsapevole di quella strana ispirazione. Nel suo vicino di letto lo scrittore ritrova Pietro Tosca, il protagonista del racconto che sta scrivendo. Verità e finzione allora si alternano per dare sostanza a un romanzo sinuoso, ironico, ben scritto, ma di non facile fruizione. La trama infatti finisce troppe volte per avvitarsi su se stessa, trascinando il lettore in un’ atmosfera un po’ cupa e a tratti noiosa. Starnone ha scritto di meglio.

Angelo Cennamo

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UN AMORE – Dino Buzzati

Un Amore Buzzati

“Era una delle tante giornate grigie di Milano, però senza la pioggia, con quel cielo incomprensibile che non si capiva se fossero nubi o soltanto nebbia al di là della quale il sole, forse”.

Sullo sfondo di una metropoli operosa e malinconica Dino Buzzati imbastisce la trama di Un Amore, il suo unico romanzo erotico, pubblicato nel 1963, cinque anni dopo i Sessanta racconti che gli valse il premio Strega.

“E’ nuda, inginocchiata sul letto, aperta dinanzi a lui, lo fissa con occhi impertinenti. Mentre Antonio la fissa in adorazione, intimidito da tanta sapienza istintiva, lui con tutto il suo ridicolo armamentario letterario nella crapa”. Lei è Laide Anfossi, prostituta minorenne e ballerina part-time alla Scala. Lui è Antonio Dorigo, stimato architetto sulla soglia dei cinquant’anni, risucchiato inconsapevolmente nel vortice di un sentimento ossessivo e autodistruttivo. Dorigo ha quasi lo stesso cognome di Giovanni Drogo, il protagonista de Il Deserto dei tartari il più bel romanzo del novecento italiano che Buzzati scrisse ventitré anni prima, quasi agli esordi della sua brillante ed eclettica carriera artistica. Come Drogo, l’ufficiale che attende invano la carica dell’esercito nemico, Dorigo anela a un amore impossibile per una donna trent’anni più giovane di lui, cinica e spregiudicata, che lo trasforma in un essere abbietto, in un verme.

Lei gli vende il corpo ma lui pretende anche l’anima, e allora quegli incontri saltuari di sesso a pagamento nel bordello dalla signora Ermelina, si trasformano via via in un morboso concubinaggio durante il quale l’architetto subisce le peggiori umiliazioni e angherie. I dubbi, i sospetti e i tormenti di Antonio sono il lungo flusso di coscienza intorno al quale si sviluppa una storia appassionante ma angosciante anche per lo stesso lettore, che partecipa inerme alla sofferenza di un uomo completamente soggiogato da quella puttanella strafottente e bugiarda che di persone come Antonio poteva trovarne a decine. Dorigo vorrebbe svincolarsi da quel giogo crudele e beffardo ma è più forte di lui  ‎”Ora si accorge che, per quanto egli cerchi di ribellarsi, il pensiero di lei lo perseguita in ogni istante millimetrico della giornata, ogni cosa persona situazione lettura ricordo lo riconduce fulmineamente a lei attraverso tortuosi e maligni riferimenti”.

Un Amore è il racconto di un’umiliazione e della solitudine di un uomo di mezza età, incapace di vivere la normalità familiare dei suoi coetanei ( siamo nell’Italia dei primi anni Sessanta) e che finisce per smarrirsi nelle menzogne di una ragazzina irrequieta e viziata. Buzzati, da vero maestro della letteratura, quasi un postmoderno ante litteram, ci sorprende con una tecnica narrativa dai mille registri e con una punteggiatura talvolta completamente assente che ci riporta a certi autori americani dei primi anni Duemila.

Angelo Cennamo

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OLIVE KITTERIDGE – Elizabeth Strout

OLIVE KITTERIDGE

Dov’è il Maine? Sulla mappa degli Stati Uniti è quel quadratino piccolo piccolo, in alto a destra, lontanissimo dai grattacieli di New York, dalle spiagge assolate della California e dalle mille luci di Las Vegas. E’ un’America diversa, silenziosa, rurale, disadorna, ma ricca di umanità. Crosby è un villaggio minuscolo, senza storia, affacciato sull’Oceano Atlantico. In questo angolo così remoto e insignificante dove la gente si incontra al bar sul molo o nel vicino negozio di ciambelle, Elizabeth Strout ambienta una serie di racconti nei quali risalta la figura di una donna che conosce tutti e che tutti conoscono; il suo nome è Olive Kitteridge. Alta, grossa, dallo sguardo arcigno e dai modi ruvidi, Olive è un’insegnante di matematica in pensione “che mai in vita sua si era dimostrata minimamente cordiale, e neppure educata”. Suo marito Henry, uomo mite, accomodante e molto religioso, gestisce una farmacia. I due hanno un figlio – Christopher –  scostumato, goffo e introverso, un uomo di 38 anni ( che la Strout definisce di mezza età) sposato con Suzanne, una ragazza ricca e presuntuosa, conosciuta per caso nel suo laboratorio di podologo, dove lei è entrata per curare un’unghia incarnita “che strano modo di incontrarsi”. I Kitteridge sono una famiglia come tante altre. Tra gioie, dispiaceri e qualche segreto inconfessato, trascorrono giornate anonime, ripetitive: la vita di provincia è la stessa ad ogni latitudine. Olive ha detestato la nuora – “miss so tutto” – fin dal giorno del suo matrimonio “pensa di conoscere Chirstopher così bene da sposarlo dopo poche ‎settimane”. In alcune delle pagine più esilaranti del libro l’anziana prof si diverte a rubare un reggiseno e una scarpa della nuora e a scarabocchiare un suo maglione con un pennarello nero. La rivincita di Suzanne però non si fa attendere: dopo pochi anni di matrimonio lei e suo marito lasciano il Maine per trasferirsi in California. Tragedia. Quando Olive vede il cartello “Vendesi” sulla casa che lei ed Henry avevano costruito per il loro unico figlio “fu come se schegge di legno le trapassassero il cuore. A volte piangeva con tale fragore che il cane uggiolava e tremava, e le premeva il naso freddo contro il braccio”.  

Perché le storie di Elizabeth Strout ci piacciono così tanto da essere premiate col Pulitzer? Forse perché  in quei racconti non accade quasi mai nulla oltre lo scorrere inesorabile del tempo che fa somigliare il romanzo  alle nostre vite di lettori. Chi di noi non ha conosciuto una donna come Olive Kitteridge nella propria vita? Il successo dei libri di Elizabeth Strout dipende anche da questo: dalla loro ambientazione nel Maine, in quella landa desolata, abulica e incolore che ricorda la Macondo di Garcia Marquez, ma che la Strout riesce a trasformare in un mondo più ampio nel quale ciascuno ritrova i propri luoghi e le proprie radici. Olive Kitteridge è un romanzo di racconti divertenti in cui viene tratteggiata un’umanità spesso fragile, delusa, annoiata, ma capace di imprevedibili riscatti. Una grande prova d’autore che  ha già lasciato il segno nella letteratura americana moderna.

Angelo Cennamo

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