IL TAGLIAPIETRE – Cormac McCarthy

Dramma in cinque atti. Un’opera teatrale dunque, scritta nella sua stagione più feconda, qualche anno dopo Meridiano di sangue e contemporaneamente alla Trilogia della frontiera. Teatro. Ma quale opera di Cormac McCarthy non ha a che fare col teatro, dagli abissi e le visioni di Stella Maris e de Il Passeggero ai tormenti di (Cornelius) Suttree? Il tagliapietre uscì negli Stati Uniti nel 1994 ma ebbe poca fortuna; oggi ne avrebbe avuta ancora meno, con l’autore processato di appropriazione culturale e minacciato ai reading o sotto casa da frotte di lettori woke: come si permette quello yankee di McCarthy di scrivere di quattro generazioni di neri? Il libro, in Italia in questi giorni con Einaudi e la traduzione di Maurizia Balmelli, racconta (molto brevemente, meno di 130 pagine) le vicende della famiglia Telfair, arrivata a Louisville, Kentucky, dalla Carolina del Sud. Il protagonista della pièce, ambientata perlopiù nella cucina di casa, è Ben, nipote dell’ultracentenario Papaw, un trentenne che ha riununciato agli studi universitari per fare il lavoro del nonno: lo scalpellino.  

“Se non fosse stato per lui avrei fatto l’insegnante… Il mestiere non era nei libri. Ce lo tenevamo stretto al cuore. Ce lo tenevamo stretto al cuore ed era come un potere e sapevamo che non ci avrebbe tradito”.

Il testo è una specie di parabola biblica (“Un muro è fatto allo stesso modo in cui è fatto il mondo. Una casa. Un tempio”) nella quale Papaw assume il ruolo dell’Altissimo e Ben quello di Cristo. Big Ben, che al mestiere del padre e del figlio preferisce il cemento e che sguazza in affari loschi, è Giuda.

“All’origine di tutto… c’è il mestiere… La sua arte è la più antica che esiste”. L’uscita di scena del patriarca, saggio e silenzioso, innesca la spirale tragica del peccato e della morte. Non saprei dire se l’insuccesso de Il Tagliapietre sia derivato da una retorica un po’ forzata sulla condizione dei neri e in alcuni passaggi su quella delle donne: a pagina 46, sentiamo dire dalla sorella di Ben alla madre: “Tu pensi che gli uomini nascano con dei diritti che le donne non hanno. Che possano andare e venire come uccelli migratori e che sia perfettamente naturale… Certo che è naturale – risponde la madre – Tu cerchi di cambiare la natura”. Dettagli, forse. Nella profonda simbiosi tra Papaw e suo nipote Ben, ho rivisto lo stesso rapporto, ma capovolto, di Nick Molise col figlio Henry ne La confraternita dell’uva di John Fante, il più bel romanzo americano sulla paternità insieme a Patrimonio di Philip Roth. Come Papaw, Nick è uno scalpellino, ma Henry lo ha tradito scegliendo il mestiere dello scrittore. Pur di riavvicinarsi al padre, l’alter ego di Fante decide di seguire il vecchio in montagna con un furgone scassato, nel suo ultimo lavoro di muratore. “Un muro è fatto allo stesso modo in cui è fatto il mondo”, dice Ben sul palco di un teatro immaginario. Deve averlo pensato anche Henry, ne sono sicuro. 

Angelo Cennamo

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TREDICI STORIE E TREDICI EPITAFFI – William T. Vollmann

Da qualche anno, minimum fax sta ripubblicando delle vecchie opere di William Vollmann, autore californiano ormai sulla sessantina, spesso accostato a David Foster Wallace per la sua loquacità feconda e inarrestabile che lo porta a scrivere di tutto e a lavorare contemporaneamente anche su più testi. Pubblicare un genio della letteratura contemporanea come Vollmann, i cui libri però vengono acquistati col contagocce (gli italiani che hanno a casa una copia di Europe Central non riempirebbero la sala di un cinema parrocchiale) richiede una buona dose di coraggio; farlo con la continuità di minimum fax sulla base di un progetto di media o lunga durata, è rasentare l’incoscienza. Scherzi a parte, la qualità di un editore si riconosce anche da operazioni “a perdere” come queste. Si chiama personal branding e il brand di minimum fax, soprattutto per il made in Usa, è solido. 

Tredici storie e tredici epitaffi uscì negli Stati Uniti nel 1991, Vollmann allora aveva poco più di trent’anni ma alle sue spalle si era già messo sei sette volumi (voluminosi) interessantissimi, tra raccolte di racconti, romanzi e non- fiction. Qui da noi fece una lontana apparizione con l’editore Fanucci, la cui anima (Luca Briasco) è poi trasmigrata proprio in minimum fax, che in questi giorni lo ripropone con la traduzione di Chiara Belliti e Simona Vinci. Vollmann, che nel corso della sua carriera lo abbiamo visto sovrapporre generi e stili, mescolare vero e falso, e usare il proprio corpo per calarsi in qualunque vicenda umana, dalla guerriglia alla tossicodipendenza, dalla prostituzione alla povertà, dal mito dei padri fondatori della nazione, allo sbando del mondo giovanile, attraverso epoche diverse e i più remoti angoli della terra, ci offre un mosaico della sua America, continuamente sospesa tra ferocia e sentimentalismo, il cui spettro più ampio si misura soprattutto nella distanza tra scrittura, ricordo e morte. Nella nota introduttiva, Vollmann spiega che le singole coppie di storie ed epitaffi sono stati sviluppati nel tentativo di invertire il movimento solitamente lineare di una storia. L’idea è quella di un carro funebre che traina i lettori attraverso la pagina, nella direzione di un tempo finale dove gli epitaffi li aspettano per un’ultima riflessione sulla morte. La raccolta si apre con la storia più lunga, che è anche la più bella del libro “Il fantasma del magnetismo”. Siamo a San Francisco, l’epicentro della bussola mentale di Vollmann e della sua progressiva ansia da esplorazione che finirà per deflagrare a Las Vegas, con un’alternanza di toni allucinatori e favolistici che possono disorientare i lettori meno avvezzi a una certa narrativa. Il tema dominante è il viaggio. Lo sguardo di Vollmann, tra autobiografia e reportage, vaga dal sud-ovest americano ai bar della Thailandia affollati di ragazze, poi ritorna nelle stradine di San Francisco per proseguire a Gun City, praticamente New York. In “Manette, istruzioni per l’uso” assistiamo alla relazione sadomasochistica tra un uomo e una donna legati l’uno all’altra da manette invisibili ma nel contempo reali. La progressione allegorica è di grande effetto. Gli epitaffi di Vollmann sono come una dolorosa peregrinazione, fuori e dentro sé stessi. La rappresentazione vibrante, cruda, onirica di chi si sente condannato a vagare senza riferimenti in un mondo in frantumi, sempre più indifferente ai propri bisogni e cinicamente mutevole. Una presa di coscienza che non esclude la paura ma che fa posto alla speranza.  

Angelo Cennamo

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MOON PALACE – Paul Auster

“A poco a poco vidi i miei soldi ridursi a zero, venni privato dell’appartamento nel quale abitavo, finii con il vivere per strada. Se non fosse stato per una giovane di nome Kitty Wu, probabilmente sarei morto di fame. L’avevo conosciuta per caso soltanto poco tempo prima, tuttavia tale caso finii per considerarlo una forma di predestinazione…”. 

Marco Stanley Fogg è uno dei tanti personaggi di Paul Auster in balia del caso. Cresciuto senza padre e orfano di madre, quest’ultima viene investita da un autobus quando lui ha undici anni, il giovane protagonista e voce narrante della storia è accudito dallo zio Victor, un clarinettista senza ambizioni che per qualche anno lo mantiene agli studi universitari e poco prima di morire gli lascia in eredità oltre mille libri. Per la precisione, 1492. Proprio dallo zio, Marco aveva appreso che inizialmente il suo cognome era Fogelman, poi però qualcuno nell’ufficio immigrazione di  Ellis Island lo aveva ridotto a Fogg. La stessa identica cosa era accaduta al nonno di Auster quando dalla vecchia Europa era sbarcato nel nuovo mondo in cerca di fortuna. Con la morte di Victor, Marco vede assottigliarsi le sue già scarse risorse economiche; per sopravvivere è costretto a vendere i libri: dieci, cento, mille, poi finisce per strada

“Quando me n’ero andato dal mio appartamento, quel primo mattino, mi ero semplicemente messo in marcia, diretto ovunque decidessero di portarmi i passi”.  

Qui la storia del moderno David Copperfield ha una doppia sterzata: prima l’incontro, ovviamente casuale, con la giovane collega universitaria Kitty Wu; poi Auster inventa un uomo ricco e anziano di nome Thomas Effing che assume Marco come suo badante accompagnatore. La lunga storia di Effing, la sua doppia vita, è un romanzo dentro il romanzo. Effing racconta di essere stato un pittore famoso e, dopo una serie di disavventure, di aver intrapreso un viaggio a piedi nel sud-ovest americano, sfiorando la morte e la follia. La complessa vicenda di Effing ha il sapore dell’epica del vecchio west, e si contrappone a quella metropolitana di Marco Fogg. Le due vite si congiungeranno in un finale di rinnovata solitudine per Marco, questa volta non vissuta a Central Park ma nel posto del mondo che somiglia di più alla luna, il sud-ovest americano 

”Per le prime due settimane, mi sentivo come qualcuno che era stato colpito da un fulmine. Tuonavo dentro di me, piangevo, urlavo come un pazzo, ma poi, a poco a poco, la rabbia sembrava esaurirsi e mi stabilizzavo nel ritmo dei miei passi”.

”Moon Palace” (il titolo si riferisce a un ristorante cinese di New York) è tenuto insieme da una serie di improbabili coincidenze. La mia opinione è che Auster in certi romanzi abbia voluto strafare oltrepassando il limite della credibilità e della verosimiglianza. Accade soprattutto in questo e in Leviatano. Tutti i personaggi del libro ci appaiono sopra le righe, quasi si trattasse di caricature, per quanto le loro sfide risultino appassionanti, nulla in contrario, così come i lutti di Marco Fogg (la perdita è il tema più incisivo di Moon Palace, che contiene molti altri argomenti interessanti, dal viaggio inteso come esplorazione all’amore impossibile, al valore iconografico dell’Occidente).

”Questo romanzo mi ronzava in testa da molti anni prima che mi sedessi e lo scrivessi”, pare abbia detto Auster. ”Poi, a un certo punto, è arrivata l’insegna di quel ristorante “Moon Palace” e…”. 

Angelo Cennamo

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IL BASTARDO – Erskine Caldwell

Da diversi anni Erskine Caldwell era finito in un cono d’ombra, e il suo nome iscritto alla lunga lista dei grandi americani del Novecento dimenticati o fuori catalogo. In questi giorni una piccola ma gagliarda casa editrice milanese, De Piante, lo ha riportato in libreria con la sua opera prima, Il bastardo. Caldwell lo pubblicò nel 1929; nello stesso anno uscirono Addio alle armi di Hemingway e L’urlo e il furore di Faulkner. Come Faulkner, Caldwell racconta la società arcaica del Sud (era nato in Georgia, Faulkner nel Mississippi) i suoi retaggi culturali, dal patriarcato al senso dell’onore e al razzismo, ma con un tratto perfino più crudo, più estremo. Caldwell sguazza nell’orrido e nella depravazione fregandosene di censure e di scandali. Il bastardo è Gene Morgan, uno sbandato nato da una prostituta e allevato da una “negra” in una capanna, giù a Lewisville. Caldwell lo fa ciondolare da un oleificio a una segheria tra donne di malaffare e adultere. Tutto il romanzo, che è brevissimo, meno di centocinquanta pagine, è un torbido duello maschio femmina con ammiccamenti, gelosie, liti furibonde, provocazioni, abbandoni. Le donne ne escono malissimo, oggi un tipaccio controcorrente come Caldwell verrebbe crocifisso da femministe e cultori del woke. Caldwell procede per sottrazione, la sua prosa è carta vetrata: asciutta, senza orpelli, moderna come quella dei coetanei più noti. Il suo ritorno in libreria è tra le poche buone notizie di questo 2024 povero di lettori e di romanzi decenti. 

Angelo Cennamo

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DIEZMO – Rick Bass

Lonesome Dove di Larry McMurtry e Meridiano di sangue di Cormac McCarthy si contendono idealmente il titolo di più bel romanzo western di sempre. Entrambi furono pubblicati nel 1985, entrambi raccontano un pezzo di storia del Texas del XIX secolo sia pure con registri e stili diversi, più tradizionale il libro di McMurtry, lirico-filosofico quello di McCarthy. Un pezzo di Texas lo racconta anche Paradise Sky di Joe Lansdale, autore che al genere western ha dato un contributo importante. In questo filone (impegnativo, visti i precedenti) si colloca Diezmo di Rick Bass, autore texano di Fort Worth con un passato da geologo petrolifero. Per Diezmo si intende la decimazione che i messicani facevano dei prigionieri texani estratti a sorte. Il momento culminante e tragico della Spedizione Mier, avvenuta nel 1842. Sei anni prima, texani e messicani (in quegli anni il Texas faceva parte del Messico) si erano scontrati ad Alamo. Una sonora sconfitta per i primi, che appena un mese dopo, in un’altra storica battaglia (di San Jacinto), si rifecero sancendo la definitiva indipendenza. A distanza di molti anni, Bass fa raccontare quell’esperienza a uno dei protagonisti, il giovane James Alexander. Lui e il suo amico Jemes Sheperd non avevano fatto in tempo a combattere ad Alamo e neppure a San Jacinto ma ora potevano rifarsi rispondendo a una nuova chiamata alle armi voluta dal presidente Sam Houston: mettere su una milizia di cinquecento uomini e dirigersi verso il Rio Grande per vendicare un precedente attacco messicano. L’operazione (Spedizione Mier) si conclude con la sconfitta e la cattura dei soldati texani, tra i quali Alexander e Sheperd, che si ritrovano sbattuti in una cella, sottoposti a terribili torture e passati attraverso il Diezmo. Tra verità e finzione, pubblico e privato, soprattutto nella seconda parte il romanzo è una sequenza di scene brutali ed emozionanti… “Il Texas è nato nel sangue”. In linea con l’epica del confine di altri maestri, Bass mescola bene ogni ingrediente per confezionare una straordinaria storia di amicizia e di sopravvivenza in uno dei territori da sempre più suggestivi della letteratura americana. Ci sono voluti vent’anni per leggerla in italiano. La traduzione è di Francesca Cosi e Alessandra Repossi. 

Angelo Cennamo




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IL COLTIVATORE DEL MARYLAND – John Barth

Se da un lato il bilancio dell’anno libresco che sta per concludersi non pare esaltante, la bizzarra coincidenza che il 2024 finisca così come era cominciato, con il ritorno sugli scaffali, dopo molti anni, di una pietra miliare del postmodernismo, infinitamente lunga (1106 pagine) e complicata come l’altra (Le perizie di William Gaddis), è un segnale incoraggiante e in controtendenza rispetto ai soliti de profundis sulla narrativa d’avanguardia, più in generale sulla letteratura di qualità, destinata secondo certi analisti a soccombere contro l’IA, nell’indifferenza di lettori ormai disillusi o influenzati da giovani tiktoker. Il romanzo è morto, si legge ogni tanto su riviste, social, forum di vario genere. La verità è che a morire sono i romanzieri bravi, non il romanzo. Lo scorso 2 aprile è toccato a John Barth, l’uomo che insieme a William Gaddis il postmodernismo nordamericano lo ha inventato e insegnato a generazioni di altri autori, da Barthelme a DeLillo, da Foster Wallace a Vollmann. In quanti dalle opere di Barth hanno attinto, copiato, cut-uppato alla maniera di William Burroughs? Pynchon scrisse Mason & Dixon pensando a questo libro. E quando lo ultimò, mandò a Barth una copia con la dedica. 

Il coltivatore del Maryland – Sot-Weed Factor – edito in questi giorni da minimum fax con la traduzione di Luciano Bianciardi e una dettagliata prefazione di Giordano Meacci, uscì la prima volta negli Stati Uniti nel 1960, e una seconda volta, riveduto e corretto, nel 1967. Barth non era nuovo a certe ripetizioni, fece lo stesso con L’opera galleggiante, il suo romanzo più noto. 

La storia, ambientata tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti del diciassettesimo secolo, è una portentosa satira sull’umanità in generale e sulla vanità degli scrittori. Il bersaglio preferito da Barth è la letteratura picaresca di Sterne e Fielding; la poesia di Boccaccio, quella più metafisica di George Herbert e John Donne, autori come Smollett e Dickens. Raccontare la trama sarebbe impossibile e inutile, anche perché la sua magnificenza va colta negli anfratti incidentali dell’intera questione, soffermandosi sulle gag, i giochi linguistici e su come Barth si diverta nei mille siparietti a scardinare ogni convenzione letteraria prendendosi beffa perfino dei lettori. I tre protagonisti principali sono Ebenezer Cooke (personaggio realmente esistito, autore di “The Sotweed Factor, or A Voyage to Maryland, A Satyr”, da molti considerata la prima satira americana), la sorella gemella Anna e Henry Burlingame, un tempo precettore e corteggiatore di entrambi. 

Ebenezer è uno studente svogliato e stralunato, fiero della propria verginità che difende dalle avances di uomini e donne “Per me la mia castità è più importante della stessa vita”, senza nessuna vocazione, ma stregato dalla poesia. Spedito dal padre a governare una piantagione di tabacco nel Maryland, sulle rive del fiume Choptank, Ebenezer si autoproclama “Poeta Laureato” e immagina di essere incaricato di scrivere una epica “Marylandiade”. Il viaggio a bordo del Poseidone è un’Odissea metaforica dai tanti significati, il passaggio dall’idealismo giovanile al disincanto dell’età adulta, dall’immagine edulcarata di un’America generosa e accogliente all’inganno di un paese ostile e spietato. Tra complotti politici, equivoci da commedia dell’arte, arzigogolati scambi di identità “Il mondo è un gomitolo intricato, e ci son più nodi di quel che tu credi”, il Poeta Laureato rimane coinvolto in mille avventure, rapito dai pirati e gettato in mare, catturato da nativi e minacciato di morte, scopre un diario segreto delle avventure di John Smith e Pocahontas, aiuta Henry Burlingame a ricercare la verità sulle sue origini. Barth alterna barocchismi a volgarità, analisi filosofiche a battute sul sesso e la diarrea, mescola la critica sociale con elementi di umorismo nero. L’incontro nelle prime pagine con la prostituta Joan Toast che si fa portare a letto mentre lui si rifiuta di pagarla perché si è innamorato, è esilarante. Tutta la storia lo è,  ma è pervasa anche da un sentimento di innocenza misto di malinconia. 

Il coltivatore del Maryland è un romanzo che esplora la dimensione tragica di un’innocenza in cui si riflettono tutte le ambiguità morali della società americana, dalla mitizzazione della nascita della nazione e delle sue figure eroiche, alle ipocrisie e agli inganni del colonialismo. È questa la finestra sul mondo che Barth apre ai suoi lettori, il dietro le quinte serio mascherato dai frizzi e dai lazzi di paradossi, anacoluti e versi spezzati. Quando ho chiuso il libro ho pensato che Il coltivatore del Maryland fosse la cosa più vicina a Don Chisciotte che avessi letto. Pur non essendo un simbolo della nobiltà perduta e della ricerca del suo significato, come l’antieroe di Cervantes Ebenezer riflette sull’illusione e sulla verità, si confronta con l’assurdo, con le contraddizioni della propria esistenza e delle proprie azioni. Don Chisciotte è un romanzo postmoderno? Non in senso stretto, ma ha aperto una strada. 

Angelo Cennamo

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ABBONDANZA – Jakob Guanzon

Difficile dire quanto il protagonista di questa storia sia autolesionista o sfigato. Forse entrambe le cose. Henry è un ragazzo sbandato, in fuga dalla malasorte e da un destino già segnato. Lui e suo figlio Junior vivono in un furgone scassato il cui pianale è “una catena montuosa di sacchi della spazzatura da cento litri pieni di indumenti”. La madre del bambino è andata via, pare in California ma non ne siamo sicuri. Henry è cresciuto in un mondo di tossici e psicotici, anche lui come Junior, senza madre e con un padre fillipino e “stronzo”, arrivato negli Stati Uniti per un dottorato, ma poi… La storia si muove su due piani temporali, il passato e il presente, e si apre con Junior che compie gli anni. Henry, che il giorno seguente avrà un promettente colloquio di lavoro, decide di spendere i quattro soldi che gli sono rimasti nel cruscotto per portare il figlio da McDonald’s e fermarsi a dormire insieme a lui in un motel, finalmente dentro un letto vero. Qualcosa però va storto. Junior ha un malore improvviso e nel parcheggio Henry rimane coinvolto in una lite violentissima che lo costringe a rimettersi in viaggio. 

Qualche anno fa, la giornalista d’inchiesta Jessica Bruder in Nomadland ha raccontato un pezzo invisibile della società americana che per “sopravvivere all’America” e alla crisi si mette in marcia andando incontro a un futuro ignoto. Un’America nomade, fuori dai radar, fatta di moderni viaggiatori mobili (workamper) che accettano lavori stagionali senza garanzie, certezze, programmi. Non è il caso di Henry, che questa vita non l’ha scelta ma la subisce con uno spirito diverso, come un uomo braccato e irrisolto; senza lavoro, con qualche precedente, problemi di droga, e costretto a badare a un bambino in età scolare. Nel passato di Henry compare anche la madre di Junior, Michelle. È la ragazzina con la quale Henry fa sesso per la prima volta in un drive-in, tra i sedili del furgone del padre, con il gestore del cinema che li sorprende proprio negli attimi conclusivi. Eh, sì: la sfiga contro Herry ce l’ha messa proprio tutta. Il presente è una fuga continua contro il tempo, dalla polizia, dai brutti ricordi del carcere e di una vita familiare costruita sull’illusione del denaro facile. 

Abbondanza è un romanzo doloroso e potente che racconta i poveri di un paese ricco, uomini e donne che non inseguono niente e nessuno, scappano. La cover molto iconica evoca il viaggio di Kerouac attraverso un’America appassionata e piena di speranza. Quello di Henry è un paese cupo e depresso in cui i sogni si spengono molto prima del risveglio. Il romanzo di esordio di Jakob Guanzon, giovane scrittore cresciuto tra il Minnesota e Madrid, e che con questo libro nel 2022 ha sfiorato il National Book Award. In Italia è arrivato con Marsilio editore e la traduzione di Gaja Cenciarelli.    

Angelo Cennamo

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EREDITERAI LA TERRA – Jane Smiley


A Thousand Acres di Jane Smiley, nella versione italiana Erediterai la terra, premio Pulitzer nel 1992, torna in libreria con La Nuova Frontiera e la traduzione di Raffaella Vitangeli. È una storia drammatica ispirata al Re Lear di Shakespeare. La versione di Smiley è ambientata negli anni Settanta dello scorso secolo, in una contea dell’Iowa in cui la proprietà, il possesso della terra, è un elemento essenziale “come il nome e il genere di appartenenza”.

Larry Cook è un contadino burbero e meschino, padre padrone di tre figlie: Ginny, la voce narrante della storia, Rose e Caroline. Larry ha accumulato un patrimonio di mille acri di terra che fa lavorare ai generi, Pete e Ty, ma sempre sotto la sua vigilanza paranoica. All’improvviso, il vecchio decide di costituire una società con i suoi possedimenti agricoli e di darne un terzo a ciascuna delle figlie. Il piano convince Ginny e Rose ma non la più giovane, Caroline, che a quel rigido sistema di regole rurali e patriarcali non ha voluto mai sottomettersi: Caroline fa l’avvocato a Des Moines. A metà romanzo le sorelle apprendono del suo matrimonio newyorchese da un annuncio sul giornale. È l’inizio del dramma. Senza terra e senza potere, Larry diventa irascibile e incontrollabile. Fa spese pazze, beve molto e in un incidente stradale distrugge il suo furgone. La follia di Larry scatena una guerra familiare e giudiziaria a tutto campo, aprendo delle crepe imprevedibili anche nel rapporto coniugale tra Ginny e Ty, minato da un sospetto adulterio di lei, una serie di aborti segreti, inguaribili sensi di colpa. Affiorano ricordi, traumi rimossi, rancori, debolezze. Il Re Lear di Smiley è un crescendo rossiniano che evoca altri capolavori epici del passato come Furore di Steinbeck. L’Iowa del romanzo, il cuore di un’America verace e avida, ingrata, violenta, votata all’obbedienza e trafitta dal peccato prima ancora che dalla morte. Jane Smiley si conferma tra i più grandi cantori dell’America del XX secolo insieme a Roth, Updike e Bellow, scrive il Guardian.  

Angelo Cennamo

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HOLY CITY – Henry Wise

Henry Wise, scrittore e poeta quarantenne, originario della Virginia, Holy City è il suo primo romanzo, in Italia edito da Carbonio con la traduzione di Olimpia Ellero. Fondamentalmente si tratta di un poliziesco, ma andando avanti nella lettura ci accorgiamo che nella storia c’è qualcosa di più oscuro del crimine: i segreti con i quali i protagonisti non riescono a fare i conti.

Ci troviamo nella contea di Euphoria, a poche decine di chilometri da Richmond, in Virginia. È un America rurale, povera, poco emancipata, con piantagioni di tabacco, case abbandonate, criminalità, l’America di Chris Offutt, David Joy, Ron Rash… Dopo dieci anni, Will Seems decide di ritornarci per assumere l’incarico di vicesceriffo. Il romanzo si apre con un incendio: qualcuno deve aver appiccato il fuoco nella proprietà di un ex giocatore di football: Tom Janders, che ora giace tra le fiamme con un coltello ficcato nella schiena. Will vede scappare dalla scena del delitto Zeke Hatom, afroamericano e padre di un suo amico d’infanzia. Vorrebbe tanto non farlo, Zeke è un brav’uomo, non può essere stato lui a uccidere Tom, Will ne è sicuro, ma nel terribile gioco dei ruoli lui è la guardia e Zeke il presunto colpevole. Sam, il figlio di Zeke, è a sua volta ricercato per una tentata rapina. Nessuno sa dove si nasconda ma Will potrebbe avere a che fare con la sua latitanza. I misteri diventano due. Will ha fatto il possibile per aiutare l’amico a salvarsi dalla tossicodipendenza, gli è stato sempre vicino, poi, un giorno, per una strana ragione è andato via. I misteri diventano tre. Will è tormentato dal passato, soffre per delle decisioni prese e per la morte della madre, e il caso giudiziario di Zeke ha riaperto ferite mai rimarginate del tutto. La vicenda è complessa, rognosa, e lo scontro tra Will e il suo capo, lo sceriffo Mills, non lascia intravedere nulla di buono. Mills è un uomo autoritario, burbero, incarna alla perfezione l’idea di giustizia sommaria che resiste in posti come Euphoria. 

Nella seconda parte del romanzo, la moglie di Zeke ingaggia Bennico Watts, un’agguerrita detective di colore cacciata dalla polizia, perché insieme a Will cerchi il vero colpevole del delitto. L’inchiesta sulla morte di Tom diventa per Will una indagine su se stesso, un’occasione per guardarsi dentro, per provare a cancellare i sensi di colpa. Due temi importanti del romanzo sono l’identità e il legame con la propria terra, le radici. Il ritorno di Will a Euphoria non ha nulla di eroico ma ha il sapore epico della grande letteratura di frontiera.  

Angelo Cennamo

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FLUX – Jinwoo Chong

Tutti vogliono possedere la fine del mondo, scrive Don DeLillo nell’inicipit di Zero K, il cui protagonista è convinto di guadagnarsi l’immortalità ricorrendo alla tecnica della criogenesi (l’ibernazione). Il superamento del presente è anche il tema centrale di questo romanzo di esordio di Jinwoo Chong, scrittore americano trentenne di origini coreane (?), che nella storia parrebbe vestire i panni di Brandon. Nella prima parte del romanzoa l’alter ego di Chong cade nel vano di un ascensore di un centro commerciale, poche ore dopo essere stato licenziato dall’editore di una rivista. Più avanti, viene ingaggiato da Flux, una startup rivoluzionaria, fondata dalla enigmatica Io Emsworth (una versione romanzata di Elizabeth Holmes), inventrice di un dispositivo chiamato “energia perpetua”. Vent’anni prima, un bambino di otto anni, Bo, perde la madre in un incidente d’auto. Come Brandon, anche Bo è ossessionato da una serie televisiva poliziesca, le cui scene salienti si alternano alle dinamiche reali dei protagonisti nel racconto di Chong. A vent’anni dalla rovinosa caduta di Brandon nel centro commerciale, il quarantottenne Blue si sta riabilitando dopo aver trascorso due mesi in coma. Le tre storie di Flux (edito da minimum fax con la traduzione di Luca Briasco) sono volutamente sconnesse tra loro da Chong, che rifiutando la linearità della trama evita anche di conformarsi a un qualunque genere letterario. La fusione tra presente e futuro, reale e immaginario, a volte può complicare la comprensione dei fatti ma è un espediente necessario per imprimere al romanzo il suo senso-non-senso, che è proprio la penetrazione del tempo e la sua cancellazione secondo principi riconducibili al miglior Fantasy kinghiano, meno artisticamente alla fisica quantistica oppure alla fede religiosa. Se avrete la pazienza di arrivare alle ultime battute senza distrarvi o perdervi nella cronologia sincopata del racconto, vi accorgerete che tutte le tessere di questo arzigogolato mosaico ritroveranno forma e posizione nel disvelamento della miracolosa ricompattazione finale di ogni vicenda umana.

Angelo Cennamo

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