L’OMBRA DELLO SCORPIONE – Stephen King

L'ombra dello scorpione - King

La prima cosa che ci colpisce di questo libro è la sua mole: circa 1.400 pagine nella stesura integrale, senza tagli, che King ha voluto offrire ai lettori vent’anni dopo la prima pubblicazione del 1978. La seconda è il titolo: L’ombra dello scorpione, avventuroso, tenebroso, esotico, e completamente diverso da quello pensato per la sua versione originale che è The Stand. Pessima abitudine quella di cambiare i titoli ai libri stranieri. Sul fascino dei romanzi voluminosi, i cosiddetti mattoni, si potrebbe scrivere un libro voluminoso; da sempre gli americani hanno una certa propensione per le narrazioni massimalistiche, King è maestro anche di questo. Eppure se The Stand – preferisco chiamarlo così – avesse avuto trecento pagine in meno, a mio avviso sarebbe stato ancora più bello ed appassionante di quanto non lo sia, comunque, nella versione che ho appena finito di leggere. I cultori del Re si divertono spesso nei forum o sui social a stilare hit parade e classifiche dei suoi romanzi più riusciti – King ne ha pubblicati oltre cinquanta vendendo centinaia di milioni di copie in ogni angolo del pianeta. Tra i primissimi posti figurano quasi sempre: It, Misery, The Stand, Il miglio verde e Shining.

Il romanzo si apre con una scena raccapricciante – non potrebbe essere diversamente trattandosi del maestro del brivido: un’auto con una famiglia a bordo va a scontrarsi con un distributore di benzina nella cittadina (immaginaria) di Arnette, nel Texas. Il guidatore è moribondo, i corpi di sua moglie e della figlia, accasciati sui sedili posteriori, sono già in via di putrefazione. Charlie, Sally e Baby La Von Campion sono le prime vittime di un virus letale “Captain Trips”, fuoriuscito da una base militare della California per l’errore di un computer.

Scena due. A Portland, nel Maine, la giovane Fran Goldsmith confida a suo padre di essere rimasta incinta. Il suo fidanzato è disposto a sposarla, ma lei non lo ama. Nonostante tutto, Fran vorrebbe tenersi il bambino e cercare fortuna altrove. Nel frattempo, i suoi genitori vengono contagiati dal virus e muoiono nel giro di poche settimane.

Scena tre. A New York, Larry Underwood è un cantante cocainomane, cresciuto tra balordi come lui e senza padre. Il successo del nuovo disco dura il tempo di un passaggio alla radio. Larry si ritrova senza soldi, non sa più dove andare, è costretto a tornare a casa, da sua madre, da dove fuggì molti anni prima.

Scena quattro. Stu Redman, uno dei soccorritori di Charlie Campion, la prima vittima di “Captain Trips”, fugge dall’ospedale di Atlanta, in Georgia, dove è stato coattivamente ricoverato dall’esercito degli Stati Uniti.

Scena cinque. In Arkansas, un giovane sordomuto cresciuto in un orfanatrofio, Nick Andros, viene derubato e pestato da un branco di delinquenti. A seguire le indagini è lo sfortunato sceriffo John Baker, costretto per carenza di personale e per ragioni di salute ad affidare la gestione del suo ufficio allo stesso Nick.

Siamo ancora nella fase pre-apocalittica del racconto. “Captain Trips” si sta diffondendo sotto forma di influenza killer e i protagonisti delle cinque storie devono lottare strenuamente per fuggire da quel virus sconosciuto che sta falcidiando la popolazione degli Stati Uniti, forse dell’intero pianeta. Le storie di Larry, Fran, Nick, Stu e di tanti altri, poco alla volta cominciano ad intersecarsi, fino a confluire in una sola trama. I protagonisti fanno strani sogni. Una nera ultracentenaria si dondola sulla veranda della sua casa di campagna, nel Nebraska, tra sconfinate distese di mais. Il suo nome è Mother Abagail. Le immagini sembrano rassicuranti: la vecchia imbraccia una chitarra e canta lodi al Signore, potrebbe essere la sua incarnazione, ha un misterioso carisma, una forza attrattiva indecifrabile e irrazionale. Sarà lei a salvarli dalla fine del mondo? Nel deserto del Nevada, a Las Vegas, la città del vizio e della perdizione per antonomasia, un uomo malvagio arruola il suo esercito del male. Randall Flagg ha gli occhi del demonio, il suo potere malefico striscia e si insinua nelle menti dei sopravvissuti distogliendoli dal richiamo di Mother. L’umanità sopravvissuta alla catastrofe è ora difronte a un bivio. Ma non siamo alle ultime battute, la storia è lunga, lunghissima, forse troppo. Nella seconda parte, Larry e gli altri sono i pionieri di una nuova era; dovranno fondare un’altra società, darsi delle regole, eleggere dei rappresentanti, rimettere in moto il progresso, soprattutto fronteggiare l’esercito del Male capitanato da Randall Flagg. Una sfida difficile alla quale però nessuno dei protagonisti potrà sottrarsi. Quella raccontata da King è una storia impetuosa, crudele – in parte realistica, in parte fantasiosa – ma ricca di sentimenti profondi e di riflessioni sociologiche. The Stand è un romanzo mondo che contiene al suo interno qualunque cosa. Racconta la vita – la caducità della vita – e la morte, l’amore e l’odio, l’invidia e la sete di potere, il sesso e la gelosia. King ci invita ad interrogarci sul significato della fede religiosa, sul senso del divenire e sui valori della democrazia. Ognuno dei personaggi ha una sua storia, un suo vissuto, il più delle volte doloroso, lacerante, voglioso di riscatto, ben tratteggiato, descritto ed approfondito dall’autore con la consueta maestria; tanti romanzi dentro un solo romanzo.

The Stand è un’opera monumentale che ci riporta ai libri epici della letteratura russa e al cinema di Stanley Kubrick e Steven Spielberg. In Italia, chi legge DeLillo o Foster Wallace difficilmente si appassiona a Stephen King, e viceversa. Facile intuirne le ragioni. Eppure romanzi come It e The Stand raccontano l’America almeno quanto UnderworldInfinite Jest, sia pure da visuali diverse. Andrebbero letti insieme per comprendere e conoscere fino in fondo la cultura nordamericana, la modernità dei linguaggi, le sfumature e gli stili di ogni sua forma di comunicazione.

Angelo Cennamo

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Una risposta a "L’OMBRA DELLO SCORPIONE – Stephen King"

  1. Anche io preferisco il titolo originale. Ma comprendo la difficoltà di chi di dovere nel tradurre in Italia qualcosa che dovrebbe suonare come “La resistenza”. Sarebbe stato abbastanza fuorviante per il pubblico.

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