
Quando la Feltrinelli pubblicò per la prima volta Il Gattopardo, l’autore, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, era morto da pochi mesi. Il romanzo, più volte rifiutato dalle case editrici ed oggetto di numerose correzioni e misteriose riscritture, una delle quali attribuita quasi integralmente a Giorgio Bassani, fu pubblicato nel 1958 proprio su insistenza dello scrittore ferrarese – ricordate Bukowski con John Fante? Un anno dopo il libro vinse il premio Strega davanti ad un altro capolavoro di quegli anni: Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini – ah, cos’era la letteratura italiana nel Novecento! – e successivamente ispirò una celebre versione cinematografica, diretta dal grande Luchino Visconti, con un cast d’eccezione: Burt Lancaster, Alain Delon, Claudia Cardinale.
Siamo in Sicilia, negli anni del tramonto del regno borbonico. La storia ha inizio, infatti, nel 1860 e vede come protagonista una famiglia della più alta aristocrazia isolana, quella di Fabrizio Corbera, Principe di Salina. Ogni italiano, anche chi non ha mai letto il libro, conosce Il Gattopardo per la sue suggestive ambientazioni, ma soprattutto per una frase, famosissima, che spiega, racchiude il senso dell’opera, una frase che sentiamo citare spesso nei dibattiti politici o nei resoconti giornalistici, entrata ormai nell’immaginario comune come un proverbio o un antico brocardo. Poche parole che simboleggiano meglio di tanti discorsi la diffidenza di una parte della società italiana verso il cambiamento e la paura della sua classe dirigente di perdere ogni privilegio o diritto acquisito. La frase con la quale il giovane nipote di don Fabrizio, Tancredi Falconeri, a sorpresa, annuncia allo zio di essersi arruolato tra i garibaldini: Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la Repubblica – dice – Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi (pagina 50). Il romanzo di Tomasi di Lampedusa viaggia su due binari: la vicenda amorosa poi matrimonio di convenienza tra Tancredi ed Angelica, la figlia don Calogero Sedàra, cafone arricchito utile alla causa e alle ambizioni politiche del pupillo di don Fabrizio, e quella politica che racconta la temuta transizione dal Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia. Due trame distinte, entrambe appassionanti e meravigliosamente tratteggiate dalla penna dell’autore, rappresentate da due scene salienti: l’incontro tra il Principe di Salina e don Calogero per concordare il matrimonio dei due giovani innamorati alla presenza del Gesuita don Pirrone, altra figura pittoresca del libro; e il dialogo tra don Fabrizio e il funzionario piemontese Chevalley, arrivato a Donnafugata per convincere il Principe di Salina a diventare senatore del Regno d’Italia. La lunga ed articolata risposta dell’aristocratico siciliano è una meravigliosa riflessione filosofica e sociologica, uno dei momenti più intensi del racconto, un capolavoro nel capolavoro. Dice don Fabrizio allo sprezzante Chevalley, che non sa spiegarsi il disincanto e la rassegnazione del suo interlocutore: I Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla….
La naturale conclusione del romanzo che nella sua seconda parte non raggiunge le stesse vette dei primi capitoli, e che vede nella morte del protagonista, stanco e malato, in un albergo davanti al mare dell’amata terra di Sicilia, l’ultima delle sue scene migliori.
Angelo Cennamo
C’è un’altra scena degna di nota – per la capacità di descrivere caratteri e costumi che appartengono al nostro dna culturale: l’incontro del principe con il re Ferdinando. Il principe mostra il rispetto che si deve ad un re, nel pieno riconoscimento dei ruoli; ma la rappresentazione del sovrano passa dall’ironico al grottesco. Il principe termina quella conversazione rafforzato nel suo convincimento che quel mondo, in cui lui aveva vissuto, stava degenerando; forse anche lui spera che muoia piuttosto che ne sopravviva una pantomima. È il senso della morte che avvolge il protagonista e l’intero romanzo – ed è ciò che è rappresentato nella scena finale del film, che pure non termina con la morte del principe, poiché la versione che lesse Visconti era diversa da quella che conosciamo, come hai correttamente descritto. Un abbraccio angelo
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Attualita’ cambiare tutto per non cambiare nulla
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Corsi e ricorsi di Vico…nessuno vuol perdere i privilegi .
La storia si ripete sempre
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