
Comincerò dalla fine: La verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker è un romanzo bellissimo, scritto magnificamente – non date retta a chi vi dirà il contrario – con un’architettura narrativa perfetta. È un giallo? Non solo. È un libro che parla di sentimenti: un amore contrastato, il rapporto paterno tra un maestro ed il suo allievo, la passione per la scrittura – nel corso del racconto Dicker si interroga spesso sul ruolo degli scrittori “Scrivere significa essere dipendenti. Di chi la legge o non la legge” e sul patto che gli autori – contract author – sono costretti a stipulare con i lettori limitando di fatto il perimetro della loro libera espressione: cosa vuoi leggere? Io te lo scriverò. Ma questo romanzo è soprattutto un generoso tributo ai classici della letteratura americana, leggendo tra le righe ne troverete parecchi, da Lolita di Nabokov – l’assonanza tra Quebert e Humbert Humbert non sembra casuale, lo stesso dicasi per Nola, la protagonista femminile, il cui nome sembra l’anagramma di Lola – a Wonder boys di Michael Chabon, il libro ispirato alla figura di Chuck Kinder, maestro di scrittura di Chabon all’università di Pittsburg, passando per Zuckerman scatenato di Philip Roth e Il dono di Humboldt di Saul Bellow. Il tema centrale del romanzo è la finzione, tutto ruota infatti intorno alla simulazione e al prodigioso gioco di specchi congegnato dall’autore, a cominciare da se stesso, lui giovane svizzero che scrive il Grande Romanzo Americano come o meglio di uno scrittore texano di mezza età.
Ma veniamo alla trama, che è la componente migliore del libro, il suo punto di forza. Il caso di Harry Quebert è l’indagine su Nola Kellergan, una quindicenne scomparsa misteriosamente nell’estate del 1975 in un paesino immaginario del New Hampshire: Aurora. Il cadavere di Nola viene ritrovato trent’anni dopo sepolto nel giardino della villa di Harry Quebert, noto scrittore newyorchese trasferitosi nel New England per isolarsi dal frastuono della metropoli e scrivere il romanzo della vita, che con la ragazzina aveva avuto un’intensa storia d’amore nonostante tra i due ci fosse una notevole differenza d’età. Quebert ora è accusato di omicidio e rischia la sedia elettrica, ma si professa innocente. A soccorrere il grande scrittore sarà il giovane allievo Marcus Goldman, astro nascente della letteratura, ma disperatamente bloccato nella stesura del suo secondo romanzo. La vicenda ingarbugliata di Harry diventerà per Marcus l’occasione, unica ed irripetibile, per uscire dallo stallo della pagina bianca che lo tormenta da tempo e tornare al successo con un libro verità che milioni di americani – tra questi il suo editore – attendono con ansia da molti mesi. Inutile dilungarsi oltre sulla storia, lunghissima, piena di capovolgimenti e di colpi di scena architettati con grande maestria dall’autore. Vi basti sapere che La verità sul caso Quebert è uno di quei libri che tengono incollati i lettori ad ogni pagina con la curiosità irresistibile, per non dire morbosa, di scoprire cosa c’è scritto nella pagina seguente. Il romanzo è anche un manuale di scrittura, ogni suo capitolo è infatti introdotto da un breve paragrafo contenente un suggerimento del professor Quebert al giovane Marcus, che lotta contro il tempo per sfornare l’atteso capolavoro. Tra i tanti ne segnalerò uno, forse il più significativo “Ma le parole sono importanti quando si scrive, no?” chiede il giovane Goldman al maestro Quebert. “Sì e no” risponde lui “Il senso delle parole è più importante delle parole in sé”. E’ da questi particolari che si giudica un vero scrittore, Joël Dicker lo è.
Angelo Cennamo