
Dopo otto anni Jack Burdette torna a Holt al volante di una Cadillac rosso fiammante. Chi è Jack Burdette? Perché è andato via? E perché ha deciso di rifarsi vivo solo adesso? A raccontare la storia di Jack è un suo vecchio compagno di scuola, Pat Arbuckle, oggi direttore di un giornale locale. “La strada di casa” è il secondo romanzo di Kent Haruf, uscito negli Usa nel 1990 dopo “Vincoli” e molto tempo prima della più nota trilogia della Pianura. Siamo sempre a Holt, il luogo immaginario dove Haruf ambienta tutte le sue trame. Jack è un poco di buono già negli anni dell’università: furti, niente lezioni e una certa inclinazione per il football che lo rende popolare tra i coetanei e le ragazze della contea. Ma è nella seconda parte del romanzo che la storia prende corpo e decolla in una sorta di melodramma fatto di passioni inaspettate e intrecci pericolosi. Jessie Miller è la moglie di Jack. Si sono conosciuti ad un convegno e sposati dopo appena due giorni. È lei la figura chiave del libro, la cerniera tra la voce narrante e il marito scomparso. Jessie è il personaggio più harufiano di tutti, come sottolinea anche il traduttore Fabio Cremonesi nella breve postfazione. A Holt è una forestiera. Bella, generosa, ma da tutti guardata con sospetto perché legata a quel malfattore di Jack, forse una sua complice. “La strada di casa” è un romanzo sulla mancanza, bello e malinconico come tutti i libri di Haruf, e con un finale aperto. La prosa disadorna alla quale lo scrittore di Pueblo ci ha abituati, ricorda quella di altri minimalisti: Carver, Hempel, Hemingway soprattutto – che meraviglia quei dialoghi senza virgolette e trattini. L’ultima annotazione la lascio sui luoghi, ormai familiari ai lettori più affezionati, lo scenario ideale di queste storie miste di speranza e disincanto. Quanta America c’è nei libri di Haruf.
Angelo Cennamo
Come si può non amare Haruf e la sua malinconia. Sarebbe un crimine.
Su quanto scritto da chi recensisce taccio….Rispetto.
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