IL CIARLATANO – Isaac Bashevis Singer

In origine, tra il dicembre del 1967 e il maggio del 1968, apparve a puntate sul “Forverts”, il quotidiano yiddish di New York. Tutti i personaggi di Singer sono perennemente sospesi tra la Polonia e l’America – la terra promessa di chi è sfuggito alla furia nazista di Hitler – divisi tra il sacro e il profano: cosa vuol dire essere ebrei in quel nuovo mondo secolarizzato e affamato di denaro?

“Appena arrivati dicevano tutti la stessa cosa: l’America non fa per me. Ma poi, a poco a poco, si sistemavano, e non peggio che a Varsavia”. 

Hertz Minsker fa eccezione. Colto ma senza titoli di studio, Hertz campa alle spalle degli amici più facoltosi e delle donne che seduce con le sue vaghe teorie sulla felicità; da quarant’anni dice di lavorare a un romanzo, “un capolavoro che avrebbe stupito il mondo”. Hertz Minsker è un ciarlatano.

Sentite come ce lo descrive Singer: “Era alto e magro, di carnagione chiara. Intorno alla pelata aveva lunghi capelli castani. Tutto in lui era affilato: il cranio, il naso, il mento, il collo”. 

Il secondo protagonista maschile del romanzo è Morris Kalisher, di tutt’altra pasta rispetto allo stralunato e lussurioso amico d’infanzia Hertz. Ricco immobiliarista, pragmatico, con un gran fiuto per gli affari, Morris è sposato con Minna, donna senza scrupoli, infedele, una poetessa senza talento e incapace di parlare l’inglese. “Datti da fare come tutti gli ebrei, non perdere tempo con Freud” dice Morris al suo amico più erudito, ma Hertz fatica ad ambientarsi, si annoia, in quella “terra senza illusioni” preferisce bivaccare davanti ai bar e trastullarsi con le sue amanti, nonostante Bronia, la quarta moglie che per lui ha lasciato un precedente marito e due figli. Che canaglia! Hertz ne è consapevole.

La svolta shakespiriana, a metà libro, imprime un’accelerazione alla storia, che da commedia diventa farsa, da farsa tragedia. Il crollo di Morris. La lunga scia di contaminazioni col profano ha prodotto solo guasti. L’uomo d’affari, doppiamente umiliato, riflette e decide: tornerà ad essere ebreo. Ne “La controvita” di Philip Roth, Henry Zuckerman, dopo aver tradito la moglie ed essere sopravvissuto a un delicato intervento chirurgico, abbandona tutto e fugge in Israele per ritrovare le radici della sua fede. Come nella letteratura di Singer, anche nei romanzi di Philip Roth ci capita di incontrare ebrei poco ortodossi corrotti dal materialismo, dalla tentazione della carne. 

Il dialogo tra Hertz e Morris, da pagina 92 a pagina 94, è una delle scene migliori del libro, un inconsapevole redde rationem fatto di equivoci e sospetti che spalanca la porta al più classico dramma della gelosia. La tensione cresce, anche l’interazione tra i personaggi prende un ritmo più frenetico. Manca poco alla fine, ma le storie di Hertz, Bronia, Morris e Minna sono ancora lì tutte da scrivere. 

Angelo Cennamo

Standard

Una risposta a "IL CIARLATANO – Isaac Bashevis Singer"

Scrivi una risposta a marisasalabelle Cancella risposta