EUROPE CENTRAL – William Vollmann

“Non leggi un libro di mille pagine perché hai sentito dire che il suo autore è un tipo simpatico. Lo leggi perché ti hanno fatto capire che l’autore è un genio”, disse David Foster Wallace a David Lipsky, il giornalista che “Rolling Stone” gli mise alle calcagna per documentare il tour di “Infinite Jest”. “Europe Central”, il romanzo, o per meglio dire la raccolta di racconti interconnessi che nel 2005 valse a William Vollmann il National Book Award, e che nella versione italiana degli Oscar Mondadori di pagine ne ha 962, puoi leggerlo per questa sola ragione. La citazione del Wallace di “Come diventare se stessi” non è casuale; Wallace e Vollmann, più o meno coetanei, hanno – o hanno avuto – diversi tratti in comune, dal massimalismo argomentativo dei rispettivi testi, che nel caso del californiano sfida la resilienza perfino del lettore più navigato e ossessionato da certe narrazioni (“ossessione” è una delle parole chiavi per comprendere, decriptare l’universo di Vollmann), al virtuosismo retorico di una scrittura sempre autorevole e impareggiabile per ampiezza di toni e di registri, perfettamente piegata ai contenuti, sia che si tratti di fiction che di non-fiction, ultimo esempio felice (forse) del postmodernismo americano (nel caso di Vollmann contaminato anche dal New Journalism di autori come Tom Wolfe, Truman Capote, Joan Didion). Quando Vollmann pubblica il suo librone più celebrato dalla critica (il successo di Vollmann tra i critici è inversamente proporzionale alle copie vendute delle sue opere, molto poche, almeno in Italia), l’altro, il gemello diverso, sta lavorando a qualcosa di altrettanto magmatico e indecifrabile che sarà pubblicato postumo col titolo de “Il re pallido”. Gettarsi tra le mille pagine di “Europe Central” (per chi non ha mai fatto esperienza di Vollmann ma ne ha solo sentito parlare), attraversarle con convinzione senza lasciarsi tentare dalla resa o dal gesto clamoroso del lancio del mattone dal balcone o finestra, presuppone dunque un sentimento di stima profonda del lettore nei confronti dell’autore, un patto di fiducia, quello che nel diritto si chiama intuitus personae. Ma anche un pizzico di follia. Si può arrivare a un autore come Vollmann senza seguire prima un determinato percorso libresco? Non lo so. Non è il mio caso. Penso che con Vollmann puoi confrontarti solo se sei spinto, come dicevo prima, da un’ossessione e da una dipendenza da alcune forme letterarie, anche da una forte attrazione per tutto quello che ruota intorno all’America: non è il caso di questo romanzo-non-romanzo, ma la bibliografia di Vollmann è una specie di sintesi, un riassunto degli Stati Uniti (storia, costume, ecc.). 

Ma stiamo sul pezzo. Tra verità e finzione Vollmann ricostruisce gli anni più cruenti della storia europea del XX secolo: le tragedie del nazismo e del comunismo, la seconda guerra mondiale, gli strascici del tempo a venire. Un prisma di voci, punti di osservazione, trame, sottotrame, divagazioni che se impongono al lettore uno sforzo di concentrazione fuori dall’ordinario (sforzo ben ripagato), non possono non aver richiesto all’autore un lavoro di studio e di scrittura notevolissimo. Che la rappresentazione dei fatti narrati da Vollmann non sia solo il prodotto della sua immaginazione – da qui la dubbia classificazione del libro come opera esclusivamente di fiction – è lo stesso Vollmann a negarlo “I critici letterari, perlopiù, concordano nell’affermare che la prosa narrativa non si possa ridurre a mera falsità”, ma senza la calibrata interazione-interlocuzione alla quale Vollmann sottopone i mille personaggi della sua opera – primi attori e comparse – non staremmo qui a parlare di “Europe Central” come di un capolavoro assoluto della letteratura di tutti i tempi, alla stregua de “L’Iliade”, “L’Odissea”, “Guerra e pace”, perché “Europe Central” questo è, un’opera che sfida il tempo e che racchiude in sé tutta la parabola dei sentimenti umani, dall’odio alla volontà di potenza, dalla misericordia alla passione più sfrenata. La vicenda di Elena Konstantinovskaja, eroina e “ago e filo” per tutti o quasi tutti i capitoli del libro, femme fatale bisessuale e disinibita, amante di Vera Ivanovna poi moglie del regista Roman Karmen e soprattutto oggetto del desiderio (in parte realizzato) e musa ispiratrice del compositore Šostakovič, è il più bel romanzo nel non-romanzo. L’Elena di Vollmann è come la Elena di Omero, ma della guerra la Konstantinovskaja non è artefice, ne è vittima e spettatrice. Šostakovič è soggiogato dalla mutevolezza della sua ars amandi fatta di pluralità e slanci imbarazzanti “Lei amava le donne; e lui la amava per questo”. Non può sposarla perché è già sposato ma il vorrei ma non posso e l’infinito rincorrersi dei due occupa buona parte del libro, così come le note delle sinfonie scritte negli anni del conflitto, che vengono fuori come i battiti dei loro cuori sofferenti, amplessi furtivi di un amore irregolare, asimmetrico. Lo sturm und drang di Vollmann è un gioco sovrumano, un vortice di passioni laceranti nel quale ogni cosa viene risucchiata a tempo debito, senza pudore né ragionevolezza, come schegge impazzite di un delirio collettivo che nella delicata questione russo-ucraina di questi mesi sembra ripetersi: la vita e la morte, l’obbedienza e l’anarchia, l’infedeltà e il sopruso, l’annientamento, l’estasi. 

Angelo Cennamo

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